21/01/2012

051- Cesare Saletta: Prefazione all'"irritante questione delle camere a gas : da Cappuccetto Rosso ad Auschwitz"


di Cesare Saletta

 

Prefazione

$$$_la truffa dei numeri di auschwitz.jpgRegolare i conti al libro pretenzioso e grondante malafede di Valentina Pisanty non c'è bisogno di far carico a costei di ciò di cui si rende responsabile chi al libro ha dedicato la sola recensione significativa che sia apparsa fino a questo momento "Repubblica", 27 febbr.). Ma ci sono affinità che, nulla avendo di fortuito, meritano di venir poste nel giusto rilievo; e questa è una.

Ecco, dunque, che, scrivendo del libro, Furio Colombo colui che nel '96 credeva, ricordiamocene, di conferir forza ad un suo risibile pseudoargomento dimezzando d'autorità la consistenza demografica dell'ebraismo statunitense inventa di sana pianta una citazione a spese di Henri Roques, dal quale vuole aver l'aria di averla tratta, e a danno di tutti i revisionisti.

E il fatto che egli la inventi testimonia di quell'affinità tra recensore ed autrice del quale era già indice l'apparizione del nome del Colombo nella tabula gratulatoria che accompagna il testo della Pisanty: entrambi propalano le medesime deliberate fandonie.

Ci se ne convincerà appieno leggendo questa tempestiva replica che è costata a Carlo Mattogno tre settimane di tempo sottratte ad un lavoro ben altrimenti impegnativo di quello suggeritogli dall'opportunità di chiarire particolareggiatamente e documentatamente un punto essenziale: che ciò in cui si esibisce con spocchiosa improntitudine la Pisanty non è niente di più e niente di meno che il gioco delle tre carte.

Quante volte è già stato giocato contro il revisionismo olocaustico?

La replica di Mattogno è così esaustiva da esimerci dall'aggiungere alcunchè a riguardo di un libro che, proponendosi di "portare alla luce le strategie persuasive messe in atto dai negazionisti" (p. 2) Ð tutto è ortodosso nella Pisanty, anche il linguaggio , adotta lungo tutte le sue poco meno che 300 pagine una strategia persuasiva che è un oltraggio vero e proprio a qualunque cosa arieggi a probità intellettuale.

Ci sia, nondimeno, consentita un'osservazione del tutto marginale, ma non per questo priva di una sua pertinenza; e pazienza se facendola porteremo vasi a Samo.

Le sofisticherie semiotiche con il cui ausilio l'autrice vuol dare l'illusione di ridurre a niente la massa imponente di ricerche sul fondamento delle quali i revisionisti contestano la storicità dell'olocausto - una massa di lavoro e, aggiungiamo, di risultati la cui onda d'urto ha già costretto gli sterminazionisti a rappezzare in varia guisa il loro racconto canonico al fine di conservargli quella credibilità che esso, anche nelle versioni rivedute e corrette, rimane lontano dal possedere -, quelle sofisticherie, dicevamo, che la Pisanty profonde a piene mani poggiano su un pensiero che si rivela desolatamente estraneo ad ogni uso, non si dice ineccepibile, si dice solo appena passabile, delle categorie concettuali che è essa stessa ad evocare quando vorrebbe definire lo statuto del revisionismo.

Nel giro di non più di tredici righe (p.l.s.) la posizione revisionistica sull'"irritante questione" viene successivamente qualificata "tesi", "teoria" e "ipotesi". Proprio così; e queste espressioni vengono adoperate come se avessero valore di sinonimi. Non sarebbe poi così fuori luogo che allo studio della semiotica (e all'utilizzo delle sue risorse argomentative, che saranno ben altre, vogliamo immaginare, che quelle sciorinate dall'allieva di Umberto Eco) si facesse precedere - visto che l'onestà intellettuale non è materia di insegnamento - quello della semplice logica.

Se ne avrebbe un sicuro guadagno quanto a serietà, e il vantaggio non sarebbe poca cosa. E'incontestabile che noi revisionisti si sia contratto un debito di gratitudine con la Pisanty. Non per il suo libro, anche se è vero che esso ci dà modo di constatare che la sua stessa comparsa è una smentita diametrale che proprio da parte sterminazionistica viene gettata in faccia niente meno che a Vidal-Naquet, il quale, intervistato dal solito Mario Scialoja, confonde deplorevolmente i propri sogni e la realtà tangibile e proclama che "la grossolana falsificazione storica che nega le camere a gas è ormai sconfitta" ("L'Espresso", 26 febbr.).

Siamo in debito di gratitudine con la Pisanty perchè, a quanto ci viene detto (non abbiamo, infatti, l'opinabile fortuna di poterne parlare de auditu), nel mese di febbraio essa ha vivacizzato programmi radiofonici del servizio pubblico intervenendovi in chiacchierate sul revisionismo olocaustico e relativi biechi propositi. Queste ciacchierate le si comprende: si combatte per la causa e al tempo stesso si fa un po' di rumore intorno al libro, cosa che non guasta. Ora, non bisogna credere che le trasmissioni radiofoniche servano soltanto ad assicurare quel sottofondo di suoni varaiati che allieta, percepito ma inascoltato, l'impegno operoso di certe categorie di lavoratori. No, c'è gente che ascolta davvero. Quanta sia di preciso, non lo sappiamo; ma c'è ed è tanta. Di qui il nostro debito di gratitudine con l'allieva di Eco.

E' grazie a lei, infatti, che in questi giorni un certo numero di persone ha appreso e va apprendendo che c'è qualcuno che contesta l'olocausto, la sua realtà storica: non, si badi bene, le sofferenze recate agli ebrei dalla persecuzione nazista, ma il fatto che essi siano stati eliminati a milioni, che l'eliminazione fosse prevista da un piano e che l'attuazione di tale piano abbia comportato l'impiego dei famosi "mattatoi chimici".

Lo ha appreso, è vero, nel contesto di un discorso diretto a gettare la luce più sfavorevole sui revisionisti, e anche a ridicolizzarli, questi signori che per negare carattere di storicità, cioè di realtà, all'olocausto partirebbero (è uno dei leitmotiven dell'antirevisionismo professoral-professionale) da premesse logicamente inconsistenti e perverrebbero a risultati insignificanti.

Però lo ha appreso.

Fino ad oggi non se ne sapeva nulla: ora se ne sa qualcosa.

Non era mai stato sfiorato dall'idea che si potesse dubitare che milioni di infelici fossero stati cancellati dalla faccia della terra nei campi che nel dopoguerra sono stati detti di sterminio: adesso sa che c'è chi sostiene il contrario.

Viveva in una condizione di beata innocenza: l'innocenza gli è stata portata via. E da che cosa? Dal libro della Pisanty?

Meno che mai: il libro va e andrà per le mani di gente che, a torto o a ragione, crede di saper già cosa deve pensare (salvo poi che non sia proprio la lettura di esso a far nascere certe curiosità).

No, a quel numero imprecisabile, ma cospicuo, di persone l'innocenza è stata portata via dalla viva voce della Pisanty. Ora, ci sono dei casi in cui la perdita dell'innocenza si rivela, anche se non subito, una lama a doppio taglio.

O come hanno fatto, lei e i suoi, a non pensarci?

Senza dubbio, per adesso queste tante persone sono informate della presenza di mostri di una varietà prima insospettata. Non troveranno nulla da ridire nell'eventualità che vengano imbavagliati, come vorrebbe un noto libertario, il senatore De Luca. Ma valeva la pena, per questo, di portar via loro l'innocenza? Lasciando le cose come stavano, neppure se ne sarebbero accorte, dei mostri; tanto meno avrebbero trovato da ridire sul loro imbavagliamento.

Adesso invece..., invece, bisognerà accingersi a fare i conti con un elemento nuovo. All'immediato, esso gioca contro noi revisionisti; alla lunga può giocare a nostro favore. E' l'innocenza perduta, l'elemento nuovo; e a perderla sarà un numero crescente di persone.

L'importante è che una data idea cominci a fluire per l'aria, ad essere acclimatata: adesso l'acclimatazione dei risultati generali del revisionismo comincia sul serio.

Se si sta ad un recente sondaggio, un buon trenta per cento dei francesi nutre dei dubbi sulla cosiddetta Shoà.

La cifra lascia perplessi noi per primi, ma la cosa certa è che i dubbiosi, quale che ne sia la percentuale, rappresentano per almeno quattro quinti il risultato diretto della valanga di ingiurie, di calunnie e di persecuzioni scaricata sui revisionisti da politici, giornalisti, celebrità accademiche, magistrati e leghe varie sedicentemente antirazziste.

I cervelli possono venir posti in movimento anche dalla menzogna, ma cosa succede, poi, quando, per caso, la menzogna, in un modo o nell'altro, finisce per mettere sulle tracce della verità?

Il vantaggio che si ricava dal porli in movimento può persino risultare sorprendentemente effimero. I cervelli in movimento sono sempre un rischio per i dogmi.

Il dogma dello sterminio inchiodato nei cervelli a colpi di Schindler's List e di Diario di Anna Frank e soprattutto non permettendo mai che trapeli che c'è chi osa pensare che si tratti di un mito.

Sono imbevuti di menzogne, i cervelli; ma, senza neanche rendersene conto, d'ora in poi saranno all'erta. Un giorno basterà una notizia di giornale, una parola intesa per caso, perchè comincino faticosamente a funzionare.

Forse Lenin era troppo ottimista quando diceva che non si può ingannare molta gente per molto tempo; ma, anche di fronte alla semisecolare universale fortuna della vulgata sterminazionistica (una fortuna che, del resto, non è ancora a due passi dal tramonto), sarebbe sbagliato credere che egli avesse poi così torto.

Egli si riferiva a ciò che potrebbe definirsi l'intrinseca vulnerabilità della menzogna.

La menzogna non è mai così ben fabbricata, così perfettamente calibrata, da non offrire occasione all'insorgenza del dubbio.

L'insorgenza del dubbio presuppone, si capisca, un minimo di attenzione critica nei confronti di ciò che ci viene raccontato come verità. Ma il fatto è che questo minimo può benissimo nascere anche dalla consapevolezza che in altri cervelli c'è il dubbio o addirittura la certezza opposta alla pretesa verità.

Lasciandoli come stavano, i cervelli, nessun danno poteva venirne al mito; una volta che siano inconsapevolmente allertati, può perfino accadere che prendano la strada giusta: è solo questione di casualità, di mille e mille casualità che si sottraggono anche al più occhiuto dei controlli. Era della dieta di filmacci e di libri orrorifici che si doveva continuare ad alimentarli.

Invece, si è rivelato loro ciò che non sospettavano e di cui si sarebbe dovuto tenerli accuratamente all'oscuro.

Gli argomenti dei revisionisti, adesso è facile farli passare per manifestazioni di turbe caratteriali o di tendenze delinquenziali; ma l'innocenza perduta oggi prelude alla possibilità che domani la musica sia piuttosto diversa.

I destinatari della propaganda di atrocità stavano lì a guardare e ad ascoltare le doigt dans le nez; adesso un dubbio indiscreto attraverserà loro la testa.

Non c'è revisionista che non abbia fatta in prima persona questa esperienza quando il caso gli ha permesso di esporre anche in modo sommario le sue vedute a chi le ignorava del tutto. Attenzione ai dubbi e ai pensieri indiscreti, per fugaci che siano! Può succedere che si accumulino impercettibilmente e che rimangano latenti per un tempo indefinito.

Poi, però, un bel giorno...vecchio proverbio secondo cui riderà bene chi riderà per ultimo suona d'augurio per tutti i revisionisti.

Cesare Saletta

Fine

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