14/01/2012
012- (Parte 2) Ritorno dalla luna di miele ad Auschwitz,risposta ai veri dilettanti e ai finti specialisti dell'anti negazionismo
RITORNO DALLA LUNA DI MIELE AD AUSCHWITZ
RISPOSTA AI VERI DILETTANTI E AI FINTI SPECIALISTI
DELL’ANTI-«NEGAZIONISMO»
Parte 2
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In secondo luogo, mentre l’ombra del camino ha direzione nordest/sud-ovest, le macchie hanno tutte un orientamento nord-sud(94).
Risposta di Rotondi
«Esistono foto con immagini riferibili alle strutture di introduzione dello Zyklon; all’inizio un certo John Ball ha sostenuto che erano state contraffatte, dopo che Nevin Bryant, esperto della NASA presso il Jet Propulsion Laboratory di Pasadena, ne ha dimostrato l’autenticità, ci si è inerpicati in altre teorie, salvo continuare imperterriti a propagandare le sconclusionate ipotesi iniziali di Ball».
Invece di rispondere, Rotondi riafferma semplicemente ciò che ha già detto: «esistono foto con immagini riferibili alle strutture di introduzione dello Zyklon». Nulla di più falso. Esistono soltanto fotografie con immagini di macchie scure sulla copertura dei crematori II e III che non possono essere riferibili alle strutture di introduzione dello Zyklon per le ragioni che ho esposto sopra.
Aggiungo che Ball riteneva tali macchie una contraffazione perché non sono ombre, poiché non ci sono oggetti verticali che possano proiettarle(95): la conclusione è indubbiamente errata, ma il fatto resta. E che Nevin Bryant abbia «dimostrato l’autenticità» delle fotografie aeree (cosa di cui non avevo mai dubitato), non significa che abbia dimostrato che le macchie in questione sono riferibili ai presunti camini di introduzione dello Zyklon B. Esse restano macchie completamente piatte, senza alcun oggetto in rilievo, che appaiono e scompaiono nelle fotografie (vedi punto seguente).
[33] In terzo luogo, nella fotografia del 31 maggio 1944, al culmine del presunto sterminio in massa degli Ebrei ungheresi, sul Leichenkeller 1 non appare alcuna macchia!(96)
Che fine avevano fatto i presunti camini di introduzione per lo Zyklon B? E come venivano effettuate le gasazioni omicide senza di essi?
Risposta di Rotondi: nessuna risposta.
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(94) G. RUDOLF, C. MATTOGNO, Auschwitz Lies. Legends, Lies and Prejudices on the Holocaust, op. cit., The Elusive Holes of Death, p. 291.
(95) J. C. BALL, Air Photo Evidence, Ball Resource Services Limited,Delta, B.C., Canada, p. 45.
(96) Idem, fotografia III.5 a p. 388.
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Il terzo elemento addotto da Rotondi è rappresentato dai famosi “4 Drahtnetzeinschiebvorrictung” (Drahtnetzeinschiebvorrichtungen),“dispositivi di inserimento in fil di ferro”, e dai “4 Holzblenden (coperchi di legno)”, che ovviamente concordano con le testimonianze (p. 102).
Indi commenta:
«I negazionisti si arrampicano sugli specchi, disquisendo sui termini introduzione e inserzione e su quello di coperchi e otturatori,senza fornire alcuna interpretazione su che cosa fossero in realtà gli Holzblenden, e ipotizzando che i Drahtnetzeinschiebvorrictung [ah, questo tedesco!] potessero essere dei sistemi per inserire i cadaveri nei forni crematori. Le SS volevano allora gasare le vittime nello spogliatoio?, domanda sarcasticamente Mattogno, speculando sul fatto che tali materiali erano inclusi nell’inventario del Leichenkeller 2 (spogliatoio) e non in quello del Leichenkeller 1 (camera a gas), in realtà contigui e appartenenti allo stesso sotterraneo.
Se ragionassimo anche noi nello stesso modo, dovremmo credere che, invece, per Mattogno, nello spogliatoio si trovassero i forni crematori…» (p. 103).
[34] Anche qui l’ironia di Rotondi è completamente fuori luogo,perché io non ho mai sostenuto che tali congegni fossero dei dispositivi di introduzione dei cadaveri nei forni. Mi sembra un po’ troppo banale attribuirmi una sciocchezza per poi “confutarla” ironicamente.
I congegni in questione sono menzionati in questo solo documento (l’inventario della deliberazione di consegna del crematorio II) citato da Rotondi, perciò la loro funzione si può desumere soltanto il base alla loro designazione.
Pertanto spiegare che essi, se fossero stati ciò che pretende la storiografia olocaustica, si sarebbero chiamati “Drahtnetzeinwurfvorrichtungen” e “Holzdeckel” non è un arrampicarsi sugli specchi,ma, semplicemente, stabilire quale sia il significato di questi termini. D’altra parte io non “speculo” minimamente, ma “constato”.
Poiché, come ho spiegato sopra, non esiste nessun altro documento al riguardo e poiché non sono onnisciente, per il momento posso soltanto dire che cosa tali dispositivi sicuramente non erano.
Gli unici fatti certi sono questi:
1) Nell’inventario allegato alla deliberazione di consegna del crematorio II del 31 marzo 1943 tali dispositivi sono riferiti al presunto spogliatoio e non alla presunta camera a gas. Il fatto che questi
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due locali fossero “contigui”, il che è falso(97), e appartenessero «allo stesso sotterraneo» che c’entra col fatto che i presunti dispositivi di introduzione di Zyklon B si trovavano nel locale sbagliato?
Rotondi mi induce ad essere olo-caustico: forse che lo Zyklon B veniva versato attraverso i quattro Drahtnetzeinschiebvorrichtungen nello spogliatoio e poi veniva rapidamente portato nella camera a gas su una carriola?
2) Nell’inventario allegato alla deliberazione di consegna del crematorio III, datato 24 giugno 1943, non c’è traccia né di Drahtnetzeinschiebvorrichtungen né di Holzblenden: allora come venivano effettuate le gasazioni nella locale camera a gas? Pregando le vittime di aprire gentilmente i barattoli di Zyklon B all’interno della camera a gas ermeticamente chiusa?
3) I dispositivi summenzionati non furono mai fabbricati dalla Schlosserei della Zentralbauleitung, perciò non sono mai esistiti.
4) Le aperture per l’introduzione dello Zyklon B non sono mai esistite.
Risposta di Rotondi
«Sull’interpretazione di Drahtnetzeinschiebvorrictung (dispositivo di inserimento in fil di ferro) e di Holzblenden (coperchi di legno),cercherò di far tesoro delle lezioni di tedesco, in attesa di capire però a cosa si riferissero questi termini visto che l’ipotesi più logica di dispositivo di inserimento per lo Zyklon B con relativi otturatori non è ovviamente accettata da Mattogno».
Rotondi è troppo modesto. Già nel suo libro aveva spiegato che «Drahtnetzeinschiebvorrictung è una parola composta (fatto comune in lingua tedesca) costituita da der Draht: filo di ferro, das Netz: rete, einschieben: inserire e die [V]orrichtung: meccanismo».
In tal modo egli conferma che questo dispositivo serviva per «inserire» (einschieben) qualcosa, non per «versare» (einwerfen) lo Zyklon B.
Rotondi inoltre finge di non sapere che tali dispositivi si trovavano soltanto nel Leichenkeller 2 del crematorio II, ma non nel Leichenkeller 1 dei crematori II e III, cioè non si trovavano in nessuna delle due presunte camere a gas: allora come può pretendere seriamente che la congettura dei dispositivi di introduzione di Zyklon B in queste due presunte camere a gas sia «l’ipotesi più logica»?
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(97) Il Leichenkeller 2 era collegato al Leichenkeller 1 da un breve corridoio e da un vestibolo, in cui si trovavano il montacarichi e lo scivolo per i cadaveri.
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Le “fosse di cremazione”
A p. 85 Rotondi scrive:
«Sulla presunta incapacità di cremazione dei forni, argomento che sarà ripreso in maniera assai più puntigliosa da Mattogno, Pressac cita una lettera del 28 giugno 1943 che il tecnico del riscaldamento Jährling inviò a Berlino a Kammler, responsabile dell’Amtsgruppe C del WVHA (Ufficio centrale economico e amministrativo) per informarlo del rendimento quotidiano dei 5 crematori in base alla quale è desumibile una capacità complessiva di cremazione di 4.756 cadaveri al giorno, numero in accordo con la testimonianza resa da Tauber nel Maggio del 1945), sottolineando tuttavia come la presenza tra le vittime di bambini e di persone di peso corporeo e di sesso differente rendesse aleatoria la valutazione sulla capacità di cremazione».
[35] Rilevo anzitutto gli errori. La lettera in questione non fu inviata a Berlino da Jährling, per l’esattezza non c’è nessuna prova che sia mai stata spedita. Essa reca in calce l’incarico (capo della Zentralbauleitung) e il grado (SS-Sturmbannführer) di Erich Bischoff,ma non la sua firma.
Rotondi presenta la questione come se io avessi fatto un’affermazione infondata e Pressac mi avesse opposto questo documento (di cui conosceva solo una trascrizione)(98) e io non avessi replicato nulla. In realtà sono io che ho chiesto conto a Pressac delle assurdità contenute in tale documento, che ho analizzato in fotocopia dell’originale e spiegato in un articolo che, tanto per cambiare, Rotondi ha passato sotto silenzio(99).
Risposta di Rotondi: nessuna risposta sugli errori segnalati.
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(98) J.-C. PRESSAC, Auschwitz: Technique and operation of the gas chambers,op. cit., p. 247.
(99) «“Schlüsseldokument” – eine alternative Interpretation. Zum Fälschungsverdacht des Briefes der Zentralbauleitung Auschwitz vom 28.6.1943 betreffs der Kapazität der Krematorien», in: Vierteljahreshefte für freie Geschichtsforschung, anno 4., n. 1, giugno 2000, pp. 50-56.
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Quanto al resto:
a)«Esiste un documento con una capacità di cremazione dei 5 forni di 4.756 cadaveri al giorno: Mattogno scrive “Rotondi presenta la questione come se io avessi fatto un’affermazione infondata e Pressac mi avesse opposto questo documento (di cui conosceva solo una trascrizione) e io non avessi replicato nulla”.
Avrà letto distrattamente il mio libro perché io ne parlo, non come risposta di Jean-Claude Pressac a Carlo Mattogno ma a Fred Leuchter, anche perché il farmacista francese, che io sappia, non ha mai polemizzato pubblicamente con il revisionista italiano».
È appunto ciò che ho detto.
L’argomento di Pressac è addotto da Rotondi nel paragrafo dedicato a Leuchter, ma al riguardo non chiama in causa Leuchter,ma me.
b)«Ci informa di aver “chiesto conto a Pressac delle assurdità contenute in tale documento”, come se a scriverlo sia stato Pressac che, fra l’altro, definì la cifra di 4.756 corpi “grossolanamente esagerata”…, non ci fornisce altre spiegazioni e ci rimanda all’ennesimo articolo che avrei avuto il torto di non citare».
Ancora sciocca ironia. Se uno storico utilizza un documento tecnicamente assurdo, qualunque storico serio gli deve chiedere conto di questo utilizzo. Ma queste cose Rotondi, che è un dilettante, non le può capire.
Quanto alle «altre spiegazioni», se dovessi ripetere ad ogni olopolemista tutte le dimostrazioni storiche e tecniche, anch’io dovrei scrivere ogni volta una Treccani.
La cosa paradossale è che Rotondi si comporta allo stesso modo,rimandando con una grande mole di riferimenti bibliografici a libri che espongono le tesi della storiografia olocaustica.
[36] Alle pp. 106-107 Rotondi riporta sei mie argomentazioni sulla cremazione tratte da un libro del 1994, che scrissi un anno prima della mia prima visita agli archivi moscoviti. Egli ignora completamente tutti i miei scritti successivi.
In tale enumerazione ci sono due errori. Egli scrive:
«La durata media di ogni cremazione era di 60 minuti, rispetto ai 40 minuti riportati dalla testimonianza di Tauber e accettati da Pressac».
Qui egli si riferisce alle pagine 481-502 del libro già citato di Pressac Auschwitz: Technique and operation of the gas chambers, che è appunto il capitolo in cui espone la testimonianza di Tauber. Dove avrà mai letto Rotondi che il testimone adduce una durata di 40 minuti? Mistero.
Risposta di Rotondi: nessuna risposta.
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[37] Egli poi riporta la mia affermazione relativa alla durata normale dell’impiego di 20 ore, il che è corretto, ma la presenta come se io avessi voluto obiettare la durata addotta da Pressac («e non per 21, come citato da Pressac»)(p. 107), il che è errato.
Risposta di Rotondi: nessuna risposta.
[38] Il primo argomento trattato da Rotondi è quello della incapacità dei crematori di cremare tutte le vittime. Egli mi obietta che però a Birkenau c’erano «due zone destinate alle cremazioni all’aperto: una vicina al Bunker 2 e l’altra posta dietro al Krematorium V» (p. 108).
Egli poi incredibilmente dedica tre pagine intere (pp. 109-111) a confutare le 9 righe del 1994 in cui avevo ricordato il fallimento dei tentativi di cremazione dei cadaveri dei soldati in fosse dopo la battaglia di Sedan. Con una metodologia a dir poco curiosa, Rotondi non menziona affatto l’ultimo capitolo (intitolato, guarda caso, «The “Burning Pits” of Birkenau») dell’articolo sui forni crematori di Auschwitz che cita in versione web in inglese nella nota 132 a p. 116!(100).
Invece di perdere tempo dietro a Zimmerman, Rotondi avrebbe fatto meglio a riferirsi al mio articolo «Esperimenti di combustione di carne e grasso animale. La questione delle fosse di cremazione nei presunti campi di sterminio del Terzo Reich», apparso sulla rivista Vierteljahreshefte für freie Geschichtsforschung nel 2003(101), in cui ho riportato i risultati di una serie di esperimenti di combustione di carne da macello e di grasso animale da me effettuati tra la fine del 1994 e l’inizio del 1995, dopo la pubblicazione del libro criticato da Rotondi e cinque anni prima delle “critiche” di Zimmerman.
In quest’articolo ho riportato anche schemi e prestazioni di varie fosse di cremazione veterinarie per la combustione di carogne animali infette, inoltre i risultati di un mio esperimento di cremazione in una piccola fossa.
Risposta di Rotondi: nessuna risposta.
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(100) L’articolo apparve nel 1994 nell’opera a cura di E. GAUSS (pseud. di Germar. Rudolf) Grundlagen zur Zeitgeschichte, Grabert-Verlag, Tubinga,1994, Die Krematoriumsöfen von Auschwitz-Birkenau, pp. 281-320.
(101) «Verbrennungsexperimente mit Tierfleisch und Tierfett. Zur Frage der Grubenverbrennungen in den angeblichen Vernichtungslagern des 3.Reiches», anno 7, n. 2, luglio 2003, pp. 185-194.
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[39] Sebbene la questione sia ormai irrilevante, non posso resistere alla tentazione di riportare il relativo passo della mia risposta supplementare a Zimmerman per fornire un esempio della ciarlataneria di questo olo-propagandista e per mostrare quale credibilità meriti chi a lui si appella.
«A p. 44 Zimmerman, con riferimento ad una mia citazione tratta dall’articolo di H. Fröhlich “Zur Gesundheitspflege auf den Schlachtfeldern” (“L’igiene sui campi di battaglia”), scrive che Mattogno “ha citato uno studio di H. Frolich [sic] in una rivista militare tedesca del 1872 secondo il quale il tentativo di eliminare i corpi di soldati aprendo le fosse comuni e riempiendole di catrame “ebbero come risultato la carbonizzazione dello strato superiore di cadaveri,l’arrostimento di quello intermedio e nessun effetto sullo strato inferiore”.
Egli ha ignorato il fatto che l’autore di questo studio ha fornito direttive (guidelines) per una eliminazione effettiva di corpi in fosse usando benzina (gasoline). Frolich scrisse che la tomba doveva essere innaffiata di benzina in una fossa riempita di catrame.
Dopo tre ore venivano eliminati 250-300 corpi”.
Nelle pagine citate il medico militare Fröhlich espone una critica della procedura di disinfezione dopo la battaglia di Sedan attuata dal chimico belga Créteur e soprattutto dei risultati che egli pretendeva di aver ottenuto. Créteur apriva le fosse comuni, le riempiva di catrame liquido che poi incendiava. Fröhlich obietta che,con tale procedimento, i cadaveri che stavano sul fondo della fossa restavano praticamente intatti.
Uno dei due passi menzionati da Zimmerman (riferimento nella sua nota 278) riguarda una citazione di Fröhlich tratta da uno scritto di Créteur, ma le “direttive” che questi vi espone sono proprio quelle criticate dal medico militare. Questo passo non contiene comunque alcuna menzione alla “benzina”. L’unico combustibile liquido di cui parla Créteur (oltre al catrame) è l’olio minerale (Steinöl), che serviva però soltanto ad incendiare il catrame:
“Poi incendiavo il catrame per mezzo di uno straccio imbevuto di olio minerale”(102).
L’altro passo è la citazione di una lettera apparsa sulla stampa belga nella quale si dice che i cadaveri venivano imbevuti di catrame e di olio minerale (Steinöl) che poi venivano incendiati(103).
Nell’articolo di Fröhlich la “benzina” non viene mai menzionata.
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(102) H. FRÖHLICH, «Zur Gesundheitspflege auf den Schlachtfeldern», in:Deutsche Militärärtzliche Zeitschrift, I, 1-4, gennaio-aprile 1872, p. 101.
(103) Idem, p. 100.
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A questa menzogna Zimmerman aggiunge subito un altro inganno,scrivendo:
“Nel 1887 il dott. Hugo Erichsen, uno dei principali esperti mondiali nell’eliminazione dei cadaveri a cavallo tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, scrisse sugli sforzi del governo belga secondo queste direttive in una battaglia del 1814. L’uomo incaricato dell’eliminazione dei corpi si chiamava Creteur [sic]”.
In pratica, egli presenta la stessa fonte – le affermazioni di Créteur – come se fossero due fonti diverse! Ciò facendo, il povero professore prende anche un grossolano abbaglio cronologico: le attività di Créteur, infatti, si riferiscono alla guerra franco-prussiana, cioè al 1871, non al 1814!
Ma non basta. Riferendo sulle attività di Créteur, questo presunto esperto mondiale di cremazione – secondo la citazione di Zimmerman – dichiara che i cadaveri dei soldati venivano “impregnati di kerosene” (p. 44), il che, è falso, perché Créteur parla soltanto di “olio minerale”. Dunque Zimmerman si è affidato a un “esperto”mondiale incapace di distinguere l’olio minerale dal kerosene!»(104).
Risposta di Rotondi: nessuna risposta.
[40] Rotondi vi aggiunge addirittura del suo, scrivendo che «è evidente come ci si prenda la briga di scovare un articolo di due secoli fa, estrapolandone un brano dal contesto generale e di fatto rendendo problematica la completa comprensione del testo»(p. 111).
Ma poi egli stesso, si prende la briga di “scovare” (si fa per dire)(105) un altro articolo di due secoli fa, di appena tre anni posteriore a quello da me citato, la cui data – 1875 – evidenzia addirittura con un punto esclamativo, per oppormi una obiezione sulla durata del processo di cremazione (p. 116), sul quale ritornerò sotto (vedi punto [46]). Ma il relativo brano estrapolato dal contesto generale non gli suscita evidentemente alcun patema d’animo.
Risposta di Rotondi: vedi punto [45].
[41] Per dimostrare la realtà delle cremazioni in massa all’aperto,Rotondi si appella alle fotografie aeree, di cui, a quanto pare, cono-
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(104) G. RUDOLF, C. MATTOGNO, Auschwitz Lies. Legends, Lies and Prejudices on the Holocaust, op. cit., pp. 91-92.
(105) In realtà egli si è semplicemente appropriato, senza citare la fonte, di un’affermazione di Zimmerman.
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sce soltanto quella del 31 maggio 1944 e quella del 23 agosto e le due famose fotografie terrestri che mostrano una cremazione all’aperto. Rotondi “confuta” le poche righe che scrissi nel 1995 in un libretto divulgativo, di cui cita con indicazione della pagina la traduzione americana (nota 118 a p. 113) ma non l’originale italiano(106) (che però appare nella Bibliografia, p. 166): la sua Zimmerman-dipendenza arriva fino a questo punto!
Ho già risposto a dovere alle ciarlatanerie di Zimmerman riprese da Rotondi, perciò mi limito ad un semplice rimando(107).
Confermo pienamente che le suddette fotografie costituiscono la prova inconfutabile della irrealtà di una cremazione in massa all’aperto nell’estate del 1944, come ho dimostrato irrefutabilmente nel libro Auschwitz: Open Air Incinerations(108). In questo studio,nel quale ho presentato in appendice 48 fotografie e documenti vari, ho anzitutto analizzato le relative testimonianze di:H. Tauber,H. Mandelbaum, S. Jankowski, S. Dragon, S. Bendel, M. Nyiszli,D. Paisikovic, J. Rosenblum, F. Müller, J. Sackar, S. Chasan, J.Gabai, S. Venezia(109), dimostrando che esse sono talmente contraddittorie su tutti i punti essenziali(110) che è impossibile trarne dati oggettivi storicamente validi, sicché la storiografia ufficiale non è in grado di precisare né le dimensioni, né la posizione, né la capacità di cremazione, né il numero di queste presunte fosse di cremazione in massa, cioè, in pratica, non è in grado di precisare nulla a loro riguardo. Indi ho analizzato sia le fotografie terrestri(111), sia quelle aere (ben più numerose di quanto ritengano gli storici olocaustici), confutando in dettaglio le interpretazioni di Dino A. Brugioni e Robert G. Poirier, di Mark van Alstine, di Carroll Lucas e di Nevin Bryant(112).
Invito Rotondi a leggere il libro. Per il momento mi limito a riportare una delle mie conclusioni, verificabili da chiunque sulla base dei documenti che ho pubblicato nell’appendice:
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(106) Si tratta di Intervista sull’Olocausto, Edizioni di Ar, Padova, 1995.
(107) G. RUDOLF, C. MATTOGNO, Auschwitz Lies. Legends, Lies and Prejudices on the Holocaust, op. cit., pp. 169-187.
(108) Auschwitz: Open Air Incinerations, Theses & Dissertations Press,Chicago, 2005.
(109) Idem, pp. 13-23.
(110) Idem, p. 23, tavole riassuntive contenenti i dati desunti dalle testimonianze.
(111) Idem, pp. 34-42.
(112) Idem, pp. 43-68.
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Se la storia della cremazione in massa a Birkenau nel 1944 fosse vera, le fotografie aeree, secondo le testimonianze, mostrerebbero:
– fosse di cremazione con superficie totale di almeno 5.900 metri quadrati, sia nell’area del “Bunker 2”, sia nell’area del crematorio V;
– mucchi di terra estratta dalle fosse con volume totale di almeno 6.500 metri cubi;
– una scorta di almeno 1.570 tonnellate di legna per la cremazione del 31 maggio, equivalente a una catasta lunga 50 metri, larga 35 e alta 2 metri, con una superficie superiore a quella dei crematori IV e V messi insieme;
– decine di autocarri per il trasporto della legna e per l’evacuazione delle ceneri;
– una ferrovia campale con vagoncini piatti per il trasporto dei cadaveri dalle camere a gas alle fosse di cremazione;
– una piattaforma di cemento di m 60 x 15 (= 900 metri quadrati),con una superficie più grande del crematorio V, nel cortile di questo stesso crematorio;
– una siepe di rami a sud e a ovest del crematorio V lunga circa 150 metri;
– i camini dei crematori fumanti.
Ma in realtà le fotografie aeree mostrano:
– una superficie fumante di circa 50 metri quadrati nell’area del crematorio V e nessuna traccia di fosse e di fumo nell’area del “Bunker 2”;
– nessuna traccia di mucchi di terra estratta dalle presunte fosse;
– nessuna traccia di mucchi di legna per la cremazione;
– nessuna traccia di autocarri;
– nessuna traccia di una ferrovia campale;
– nessuna traccia della piattaforma di cemento di m 60 x 15;
– nessuna traccia della siepe di rami a sud e a ovest del crematorio V lunga circa 150 metri;
– un pennacchio di fumo soltanto sul camino del crematorio III e soltanto nella fotografia del 20 agosto 1944.
Con ciò chiudo la questione.
Risposta di Rotondi
«Inizialmente le fosse di cremazione non esistevano (“nessuna traccia di fumo, nessuna traccia di fosse, di cremazione o no, ardenti o no, nessuna traccia di terra estratta dalle fosse (…) nelle zone cruciali del crematorio V”) e le cremazioni all’aperto erano ritenute tecnicamente impossibili; quando in quelle stesse foto è apparso finalmente il fumo si è detto che le cremazioni all’aperto – prima,
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non solo inesistenti, ma addirittura impossibili – erano state rese necessarie dalla carenza di coke o dal malfunzionamento dei forni e non dalla mole di cadaveri da eliminare; e infine in quelle stesse foto, con “nessuna traccia di fumo”, si è arrivati finanche a valutare superficie fumante e forma per dimostrare “irrefutabilmente” che “la storia delle cremazioni di massa a Birkenau nel 1944” è falsa. Aristotelicamente “chiusa la questione”».
Rotondi riprende come al solito i sofismi del ciarlatano Zimmerman,al quale ho risposto a dovere nella mia Risposta supplementare che il nostro cardiologo ha ritenuto prudente non citare.
Ma qui voglio dargli la soddisfazione della mia risposta, senza rimandare all’articolo in questione, se non altro a beneficio dei miei futuri critici usa e getta.
Premetto che non sono e non ho mai dichiarato di essere un esperto di fotogrammetria aerea, né posseggo gli strumenti tecnici per tentare un’analisi di questo tipo.
Le fotografie aere di Birkenau sono stampe a contatto in bianco e nero da lastre di vetro di cm 25 x 25 e anche in quelle migliori il campo occupa una piccola parte della superficie della fotografia.
Perciò non è facile, a occhio nudo, distinguere particolari estremamente piccoli, soprattutto se, come nel caso in questione, intorno cè vegetazione.
Quanto ciò sia vero, risulta dal fatto che lo specialista di Zimmerman,Carroll Lucas, «esperto di immagini fotografiche con 45 anni di esperienza», nel suo “rapporto”, parla di «“possibili” (“possible”) linee di persone che si muovono tra le fosse aperte scavate a mano verso il crematorio V»(113); dunque nonostante i suoi 45 anni di esperienza, nonostante la sua sofisticata strumentazione tecnica, egli non è riuscito a stabilire con certezza che cosa siano queste “linee”.
Nella mia prima analisi del documento, quella cui si riferisce Rotondi, ho cercato – e non ho trovato – ciò che doveva risultare dalle testimonianze “oculari”, come quella di Nyiszli. Costui, con riferimento al periodo dello “sterminio” degli Ebrei ungheresi, ha scritto:
«Ci dirigiamo verso la spessa colonna di fumo turbinoso. Questa colonna di fumo può essere vista da tutti coloro che la disgrazia ha scaraventato in questo luogo. È visibile da ogni punto del KZ.
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(113) J. C. ZIMMERMAN, Holocaust Denial. Demographics, Testimonies and Ideologies, University Press of America, Lanham, New York, Oxford,2000, p. 243 e 245.
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Ognuno l’ha vista fin dal momento in cui, sceso dal treno, si è allineato per la selezione. La si vede a ogni ora del giorno e della notte. Di giorno il fumo nascondeva il cielo di Birkenau come una fitta nuvola; di notte, accendeva i dintorni d’una luce sinistra e infernale »(114) (corsivo mio).
Se si considera che il campo di Birkenau misurava m 1.657,01 x720, nelle fotografie aeree doveva apparire più di un chilometro quadrato coperto di fumo!
Per avere un punto di riferimento oggettivo, ho confrontato le fotografie del 31 maggio con quella del 13 settembre 1944 in cui sono perfettamente riconoscibili le nuvole di fumo provocate dalle esplosioni delle bombe. Tuttavia nulla di simile appariva nelle fotografie del 31 maggio, perciò ho concluso che esse non presentavano tracce di fumo.
Successivamente Ball, dotato di una adeguata strumentazione tecnica, mi segnalò la presenza di una colonna di fumo nel cortile nord del crematorio V in alcune fotografie. Allora feci eseguire degli ingrandimenti che confermarono il fatto. Come ho spiegato sopra, da questi ingrandimenti risulta una superficie fumante di circa 50 metri quadrati, che è in totale contrasto con tutte le testimonianze.
Rotondi, invece di confutarmi, dimostrando ad esempio che le fotografie mostrano una superficie fumante di 5.700 metri quadrati (come si desume dalle testimonianze), riporta semplicemente le mie conclusioni, come se avessi fatto affermazioni contraddittorie o indimostrate.
Aspetto allora che sia Rotondi a «chiudere la questione», aristotelicamente o platonicamente, come preferisce, indicandoci dove sono, nelle fotografie aeree, le 2 (Jankowski) o 3 (Bendel) o 4 (Tauber) o 5 (Dragon) “fosse di cremazione” nel cortile del crematorio V e la fossa o le 2 (Nyiszli) o le 4 (Müller) fosse nell’area del cosiddetto “Bunker 2”.
4) I forni crematori
Anche su tale questione Rotondi ripete pedissequamente le ciarlatanerie di Zimmerman che ho demolito ad una ad una nella mia
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(114) MIKLOS NYISZLI, Medico ad Auschwitz, Longanesi, Milano,1977, p.71.
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seconda risposta. E anche su tale questione egli basa la sua “confutazione” sul mio studio summenzionato del 1994!
Qui non è il caso di perdere troppo tempo su cose che ho esposto dettagliatamente in un altro articolo, tanto per cambiare, ignorato da Rotondi(115). Tanto più in quanto è ormai prossima la pubblicazione del mio studio in due volumi sui forni crematori di Auschwitz.
In breve:[42]
Prima obiezione
«Va chiarito che le deduzioni tecniche fornite da Mattogno sono in buona parte estrapolate da dati provenienti da forni per cremazioni ad uso funerario con modalità di utilizzazione non paragonabili alla “catena di montaggio” delle cremazioni simil-industriali di Auschwitz» (p. 114)
Rotondi non ha la minima idea di ciò di cui parla.
Chiarisco a mia volta che in massima parte le mie «deduzioni tecniche» derivano dallo studio del forno Topf a due muffole di Gusen, del forno Kori di Westerbork e dei forni Ignis-Hüttenbau di Terezín (all’epoca Theresienstadt), liste di cremazioni incluse.
Risposta di Rotondi: nessuna risposta.[43]
Seconda obiezione
Zimmerman e Keren
«fanno notare che nel documento relativo alle cremazioni effettuate nel crematorio di Güsen [sic], dal 26 settembre al 12 novembre 1941, il giorno 7 novembre 1941 furono cremati 94 corpi nel forno a doppia muffola in 19 ore e 45 minuti, dato corrispondente a una durata di cremazione di soli 25,2 minuti per muffola» (p. 115).
L’affermazione di Zimmerman si basa su due presupposti non solo congetturali, ma anche errati, che la invalidano completamente(116).
Confermo che la durata media della cremazione di un singolo cadavere nel forno di Gusen era di circa 40 minuti; la minore durata rispetto ai forni di Auschwitz, sui quali Rotondi ironizza a p.114, dipendeva sia dalla presenza di un impianto di tiraggio aspira-
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(115) The Crematoria Ovens of Auschwitz and Birkenau, in: G. RUDOLF (a cura di), Dissecting the Holocaust. The Growing Critique of “Truth” and “Memory”, Theses & Dissertations Press, Chicago, 2003, pp. 373-412.
(116) G. RUDOLF, C. MATTOGNO, Auschwitz Lies. Legends, Lies and Prejudices on the Holocaust, op. cit., «Duration of Cremation Process», pp.129-134.
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to che serviva due sole muffole (invece di sei) sia dalla diversa conformazione della griglia della muffola.
Risposta di Rotondi
a)«[Mattogno] Non spiega quali siano i “presupposti congetturali ed errati” sulle cremazioni a Gusen di 25,2 minuti per muffola,rimandandoci alla solita nota,…»
L’ho spiegato alle pp. 396-397 dell’articolo già citato «The Crematoria Ovens of Auschwitz-Birkenau». Lo spiego di nuovo per Rotondi, nella speranza che vada a leggersi almeno la dimostrazione che adduco.
I due “presupposti congetturali ed errati” di Zimmerman sono:
1) che la prima indicazione della colonna “Uhr” della lista delle cremazioni di Gusen si riferisca all’inizio delle cremazioni;
2) che il numero dei carrelli di coke che nel medesimo documento appare accanto alle ore si riferisca al coke “aggiunto” (added) o “introdotto” (introduced), cioè al coke versato nei gasogeni del forno.
b)«[Mattogno] non dice perché abbia usato, per la stima del consumo di coke, un forno che, essendo a “tiraggio aspirato”, consumava più coke, forno poi sostituito nel calcolo della durata delle cremazioni con uno molto più vecchio».
Per la semplice ragione che l’unica lista di cremazioni in un forno Topf per i campi di concentramento che indichi il consumo di coke si riferisce al forno di Gusen, appunto dotato di tiraggio aspirato.
Se Rotondi avesse letto il mio articolo del 2003 «The Crematoria Ovens of Auschwitz and Birkenau» saprebbe anche che non ho affatto «sostituito nel calcolo della durata delle cremazioni» il forno di Gusen «con uno molto più vecchio», ma, tenendo debito conto delle differenze, ho applicato i dati di esercizio del forno Topf a 2 muffole di Gusen al forno Topf a 2 muffole di Auschwitz e ai forni Topf a 3 e a 8 muffole di Birkenau.
c) «[Mattogno] non accenna alla possibilità di usare la legna presente in abbondanza nel bosco vicino».
Un’altra sciocchezza.
Nell’articolo summenzionato, p. 408, ho considerato il quantitativo reale di legna da ardere che, secondo i documenti, fu consegnato ai crematori insieme al coke.
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[44] Terza obiezione
«la durata della muratura refrattaria [di 3.000 cremazioni] rifacendosi ai calcoli dell’Ing. Jacobskötter relativi a forni a riscaldo elettrico,nonostante i forni di Auschwitz fossero riscaldati a coke»(p. 115).
Anche qui Rotondi non sa quel che dice. A parte il fatto che la durata di 3.000 cremazioni non ha nulla a che fare con «calcoli», ma era un dato sperimentale (nel secondo forno crematorio di Erfurt furono eseguite 2.910 cremazioni, poi il forno fu demolito e ricostruito),il riferimento al sistema di riscaldo elettrico è soltanto un aggravante, perché il riscaldo con coke provocava un’usura maggiore della muratura refrattaria rispetto al riscaldo elettrico(117).
Risposta di Rotondi
«…né perchè, “aggravante” o non “aggravante”, per la durata della muratura refrattaria si rifaccia a un forno elettrico».
Perché questo è l’unico dato che appare nella letteratura specialistica.
Al riguardo rimando all’articolo citato sopra, p. 406.[45]
Quarta obiezione
«Per confutare la tesi ufficiale di più cadaveri inseriti nella stessa muffola [Mattogno] fa infine riferimento a forni per la combustione di carogne animali, citando un lavoro di Heepke, addirittura del 1905» (p. 115).
Qui Rotondi inaugura un nuovo metodo di “confutazione”, quello per “data”: tutta la sua “dimostrazione” si riduce ad un avverbio:
«addirittura». Egli però non ha nulla da eccepire sul fatto che l’obiezione di Zimmerman che riporto al punto [46], come ho già anticipato, si basa su un articolo “addirittura” del 1875!
La meraviglia di Rotondi è del tutto fuori luogo. Zimmerman, che non ha la più pallida idea di come fosse fatto e come funzionasse un forno crematorio a coke, ignora necessariamente – e Rotondi con lui – che gli impianti per la combustione delle carogne animali erano molto più simili ai forni di Birkenau di quanto si possa credere, sicché i relativi risultati di esercizio si possono a buon diritto prendere come punti di riferimento per una valutazione tecnica di tali forni.
Risposta di Rotondi
a)«[Mattogno] accusa Zimmerman, e indirettamente me che l’ho
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(117) Idem, The Durability of the Oven’s Refractory Masonry, pp. 142-147.
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citato, di riferirsi ad un lavoro del 1875 dopo averlo criticato per averne citato uno del 1927. Non si tratta di applicare due pesi e due misure: il lavoro del 1875 non è usato per estrapolare dati da applicare a forni più moderni ma solo per evidenziare che, già mezzo secolo prima di Auschwitz, il cadavere di un adulto poteva essere cremato in 50’ e quello di un bambino in 25’; Mattogno di contro usa dati relativi a forni più vecchi, peraltro usati per le carogne animali, e li applica a forni più moderni e con diversa destinazione d’uso»
In realtà Rotondi qui applica proprio il sistema dei due pesi e delle due misure. La sua “evidenziazione” è infatti del tutto inconcludente,perché egli mette a confronto impianti tecnici strutturalmente diversi (vedi punto seguente).[46]
Quinta obiezione
«A quanto sopra va aggiunto come Zimmerman facesse notare che: “Già nel 1875 (!), con i forni di gran lunga più rudimentali di quelli concepiti dall’ingegner Prüfer più di mezzo secolo dopo, un corpo poteva essere cremato in 50 minuti e quello di un bambino in soli 25 minuti”» (pp. 115-116).
Un’altra obiezione che tradisce la tenebrosa ignoranza di Zimmerman e di chi lo cita come fonte autorevole.
Tanto per cominciare, il primo crematorio europeo fu eretto a Milano nel 1875; esso era dotato di un forno Polli-Clericetti che fu inaugurato il 22 gennaio 1876, con la cremazione del cadavere di Alberto Keller. Il primo crematorio tedesco entrò in funzione a Gotha il 10 dicembre 1878(118).
Ma allora dove furono eseguite le cremazioni menzionate da Zimmerman-Rotondi?
Risposta di Rotondi: nessuna risposta.
D’altra parte i forni di fine ottocento erano tutt’altro che «rudimentali »: è vero proprio il contrario: erano i forni di Auschwitz-Birkenau ad essere strutturalmente rudimentali rispetto a tali impianti.
Secondo la letteratura tecnica, nel forno R. Schneider (installato ad Amburgo nel 1892) la durata di una cremazione variava da 45-90 minuti, con un consumo di coke di 250-300 kg per una singola cremazione, 50-100 kg per ogni cremazione successiva.
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(118) G. RUDOLF, C. MATTOGNO, Auschwitz Lies. Legends, Lies and Prejudices on the Holocaust, op. cit., p. 191.
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Ma si trattava di una struttura mastodontica con una massa refrattaria enorme, che funzionava normalmente a una temperatura di 1.000°C e nel quale i cadaveri venivano ovviamente cremati con la bara. È ovvio che questi dati non si possono attribuire sic et simpliciter ai forni di Auschwitz-Birkenau. Rilevo di nuovo la singolare logica di Rotondi, che mi rimprovera di aver utilizzato dati relativi ad esperimenti di cremazione eseguiti nel 1927 in un forno «ad uso funerario» per poi utilizzare a sua volta contro di me dati simili, ma (pretesamente) relativi al 1875!
Risposta di Rotondi
«[Mattogno] assicura che gli impianti di inizio secolo per le carogne animali erano “molto più simili ai forni di Birkenau di quanto si possa credere” (reputando evidentemente che la struttura corporea delle vittime fosse simile a quella di vitelli e maiali) e i forni funerari dell’‘800 tecnologicamente più avanzati di quelli di Auschwitz che, pur progettati per eliminare migliaia di corpi al giorno,erano più “rudimentali” sia di quelli “ultramoderni attuali” che di quelli ottocenteschi: un’evoluzione tecnologica a singhiozzo…».
Ancora sciocca ironia. Ho scritto chiaramente che «gli impianti per la combustione delle carogne animali erano molto più simili ai forni di Birkenau di quanto si possa credere».
Ho anche scritto che essi si possono per questo prendere «come punti di riferimento per una valutazione tecnica di tali forni», cioè per la questione delle presunte cremazioni multiple, ovviamente perché nei crematori civili queste non erano praticate e non esistono perciò dati sperimentali. È chiaro che Rotondi non ha la più pallida idea di come erano strutturati e come funzionavano tali impianti.
Rotondi ovviamente ignora che nei crematori civili le carogne animali erano prese come punto di riferimento per la cremazione di prova, che serviva a giudicare se il forno crematorio soddisfaceva tutti i requisiti legali richiesti.
Al riguardo, uno specialista della cremazione dell'inizio del secolo scorso scriveva:
«Per la cremazione si può usare qualche carogna animale, per esempio un cavallo, la cui grossezza generale e la cui percentuale in peso di carne, ossa e anche di altre parti che bruciano piuttosto difficilmente, come cuore, polmoni, fegato, corrispondano approssimativamente alle proporzioni di un cadavere umano adulto.
La carogna viene posta in una cassa a forma di bara di legno secco con tavole non piallate di circa 15-18 mm di spessore, corrispondente a quello di una bara, con dimensioni di metri 1,90 di lun-
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ghezza, 0,60 di larghezza e 0,50 di altezza. È meglio usare direttamente una bara costruita secondo le prescrizioni generali. Il peso della carogna, la sua qualità e percentuale delle singole parti,come ossa, carne, cuore, polmoni, grasso ecc., nonché della bara,deve essere verbalizzato e si devono controllare anche le singole fasi della combustione durante l’intera durata del processo di cremazione»(119).
Confermo che i forni di Auschwitz-Birkenau, paragonati, ad esempio,al forno Schneider di fine Ottocento, erano rudimentali.
Tanto per fare un esempio, essi erano privi di recuperatore, sicché l’aria di combustione insufflata nelle muffole era fredda, non preriscaldata come nel forno Schneider. Anche in questo caso Rotondi parla per luoghi comuni, senza cognizione di causa.
Per quanto riguarda i forni di Auschwitz, per Rotondi «progettati per eliminare migliaia di corpi al giorno», un articolo da lui citato riporta le dichiarazioni del loro ideatore, l’ing. Kurt Prüfer, agli inquirenti del controspionaggio sovietico:
«I crematori normali [civili] funzionano con aria preriscaldata…sicché il cadavere brucia più rapidamente e senza fumo. Poiché i crematori nei campi di concentramento erano progettati diversamente, questo procedimento non si poteva impiegare. I cadaveri bruciavano più lentamente, si formava più fumo»(120)(corsivo mio).
Prüfer dichiarò inoltre:
«Domanda: Quanti cadaveri venivano cremati ad Auschwitz in un’ora? Risposta: In un crematorio con 5 forni e 15 muffole [il crematorio II/III]venivano cremati 15 cadaveri»(121).
Dunque la cremazione di un cadavere in una muffola durava un’ora, come ho sempre sostenuto, anche in Auschwitz: Fine di una leggenda, e la capacità teorica di ciascuno di questi due crematori era di 360 cadaveri al giorno, non di migliaia.
[47] Sesta obiezione
«Nelle istruzioni della Topf si raccomandasse la cremazione simultanea di più corpi nella stessa muffola, come sostenuto da Tauber, e si consigliasse di inserire il secondo corpo accanto a un altro, già in precedenza introdotto, negli ultimi 20 minuti di cre-
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(119) E. BEUTINGER, Handbuch der Feuerbestattung, Carl Scholtze Verlag,Lipsia, 1911, pp. 127-128.
(120) «Protokolle des Todes», in: Der Spiegel, 4 ottobre 1993, p. 158.
(121) Idem.
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mazione, così da accelerare i tempi e ridurre il consumo di combustibile» (p. 116).
Ciò è completamente falso.
Nelle istruzioni di servizio della Topf menzionate da Rotondi si dice esattamente il contrario, ossia che i cadaveri dovevano essere introdotti nelle muffole «uno dopo l’altro» (hintereinander, nacheinander),non uno «accanto a un altro» e non c’è il più vago accenno alla «cremazione simultanea di più corpi nella stessa muffola».
Quanto ai 20 minuti menzionati nel documento, essi si riferiscono alla postcombustione (Nachbrennen) dei residui del primo cadavere caduti nel cenerario attraverso le barre di argilla refrattaria della muffola. Da ciò si desume quale sia la competenza e l’onestà dei miei critici!
Risposta di Rotondi: nessuna risposta.
[48] Settima obiezione
«Il fatto che alcuni crematori civili americani praticassero illegalmente cremazioni multiple, rischiando gravi sanzioni penali, dimostra che tale sistema è economicamente vantaggioso ossia comporta un ridotto consumo di coke» (p. 116).
C’è da trasalire! Ma dove vive Rotondi? Crede davvero che negli anni Novanta in America si usassero ancora forni crematori a coke?
O non ha letto bene la sua fonte, l’altro ciarlatano Keren, che fa riferimento,in un libro del 1994, ai forni crematori ultramoderni?(122)
E che senso ha una tale obiezione? È come se per “confutare” chi affermasse che negli anni Quaranta le automobili non potevano raggiungere i 300 km orari, si obiettasse che la Ferrari 2005 “dimostra” che tale affermazione è falsa!
Risposta di Rotondi: nessuna risposta.[49]
Ottava obiezione
«Daniel Keren, ipotizza che non fosse da escludere una utilizzazione dei forni 24 [ore] su 24 e che un tale uso non avrebbe necessariamente causato danni alla muratura refrattaria»» (p. 116).
Prodigiosa ignoranza! Ma che cosa c’entra la muratura refrattaria con i limiti del funzionamento continuativo dei forni crematori?
Tali limiti erano determinati dalla fusione delle scorie del coke sul-
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(122) G. RUDOLF, C. MATTOGNO, Auschwitz Lies. Legends, Lies and Prejudices on the Holocaust, op. cit., p. 191.
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le griglie dei focolari e dalla necessità di rimuoverle per liberare le fessure e consentire l’afflusso dell’aria di combustione.
Risposta di Rotondi
a) «Sull’ipotesi di poter usare i forni a ciclo continuo, cita parte delle mie riflessioni, omettendone le conclusioni: “Un uso dei forni a ciclo continuo appare effettivamente improbabile”…».
Non ho citato le conclusioni di Rotondi perché non hanno alcuna relazione con il mio argomento, con il quale ho soltanto messo in evidenza l’ignoranza tecnica di chi attribuisce alla muratura refrattaria i limiti di funzionamento quotidiano di un forno a coke,che erano determinati dalla griglia del focolare.
[50] Nona obiezione
In due pagine abbondanti (pp. 117-120), che risparmio al lettore,Rotondi si occupa del «brevetto T58240 Kl24», che è in realtà una semplice richiesta di brevetto – PA(123) 760198 –, relativo a un «forno per la cremazione di cadaveri a ciclo continuo per uso intensivo », cioè a un «forno crematorio per cadaveri con funzionamento continuo per uso di massa» (Kontinuierlich arbeitender Leichen-Verbrennungsofen für Massenbetrieb) progettato dall’ingegnere della Topf Fritz Sander, domanda di brevetto definitiva presentata il 5 novembre 1942.
Egli qui mi “confuta” riportando un argomento di van Pelt. Non mi voglio privare del piacere di smantellare le sue fantasie termotecniche nella sede opportuna, perciò qui mi limito allo stretto indispensabile.
Van Pelt si appella ad una “perizia” datata 24 aprile 1985 e redatta da un tale Rolf Decker, all’epoca direttore delle vendite della ditta Ruppmann di Stoccarda, costruttrice di forni crematori. Tanto per rendere l’idea delle profonde conoscenze e della competenza tecnica di questo “perito”, egli nel disegno del forno Sander prese la griglia del focolare a coke per dei «canali di apporto dell’aria»!
(Luftzuführungskanäle)(124).
Secondo il nostro “perito”, la capacità di cremazione del forno Sander era di 4.800 cadaveri in 24 ore, capacità straordinaria che poteva arrivare addirittura a 7.200!
Per giungere a questo risultato “olocausticamente corretto” egli stravolse ridicolmente i dati ricavabili dal disegno del forno.
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(123) Patentanmeldung, domanda di brevetto.
(124) APMO, Akta Zentralbauleitung BW 30/44, didascalia di R. Decker del disegno di F. Sander.
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Egli partì infatti dal presupposto che ciascuno dei tre piani inclinati del forno fosse lungo 25 metri e potesse accogliere 50 cadaveri alla volta. Ora è vero che il disegno in questione non contiene alcuna misura, ma esso è realizzato in scala e tutte le parti sono proporzionate.
Se dunque i tre piani inclinati del forno fossero stati lunghi 25 metri, il forno sarebbe stato alto 100 metri e largo 40! Non solo,ma l’apertura di introduzione dei cadaveri sarebbe stata alta oltre 7 metri!
Pressac, commentando il disegno del forno Sander, scrisse:
«Le dimensioni del forno mancano, ma si può stimare che era largo 2 metri, lungo 2,5 alla sommità e 3 alla base e alto 6 metri »(125).
In effetti, misure più o meno simili si ricavano dall’altezza dello sportello di introduzione dei cadaveri, che non poteva certo essere alto 7 metri, ma al massimo come la porta di una normale muffola (60 centimetri), dato che i cadaveri vi dovevano essere introdotti rotolandoli dentro dal pavimento.
Il “perito” suppone inoltre una durata del processo di essiccamento del cadavere di 15 minuti, del tutto contrario alle esperienze pratiche (la durata era almeno il doppio).
Come si può credere ad un errore in buona fede da parte del nostro “perito”? Con questo sistema, partendo dal disegno del forno Topf a 2 muffole, si può calcolare che anche questo impianto poteva cremare 4.800 cadaveri al giorno: basta solo dichiarare che le sue dimensioni erano 200 volte maggiori di quelle reali!
Riportato alle sue dimensioni effettive, il forno Sander avrebbe potuto cremare non più di 360 cadaveri in 24 ore, come 5 forni a 3muffole in 24 ore.
Risposta di Rotondi
b)[Mattogno] ironizza sul fatto che mi sia dilungato “in due pagine abbondanti” su un brevetto di un forno, per poi rispondere limitandosi “allo stretto indispensabile” ovvero due pagine abbondanti con relative note, riservandosi di fornire anche ulteriori spiegazioni…».
Nelle due pagine in questione ho esposto gli argomenti che dimostrano l’infondatezza delle affermazioni di van Pelt e di Rotondi
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(125) J.-C. PRESSAC, Auschwitz: Technique and operation of the gas chambers,op. cit., p. 101.
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che le ripete. Le spiegazioni che ho fornito qui sono più che sufficienti.
Se Rotondi le ritiene false, lo dimostri.
[51] Sulla base delle assurdità della “perizia” di Decker, Rotondi afferma che la domanda di brevetto di Sander dimostra che «un processo di cremazione analogo a quello descritto nella testimonianza di Tauber era teoricamente possibile» (p. 119).
«Analogo»? Ma che cosa aveva di «analogo» un tipo di forno progettato esplicitamente «per uso di massa» e costituito da tre scivoli a zig zag, su ciascuno dei quali trovavano posto contemporaneamente circa dieci cadaveri che scendevano pian piano per forza di gravità verso il focolare, con un forno progettato esplicitamente per cremazioni singole in cui l’essiccamento e la combustione principale del cadavere avvenivano in una piccola muffola?
Il ragionamento è simile a quello di chi volesse “confutare” l’affermazione che una Cinquecento non può contenere venti persone obiettando che un pullman ne può contenere ottanta, sicché l’affermazione relativa alla Cinquecento diventa «teoricamente possibile»!
Risposta di Rotondi
«[Mattogno] cita ancora parzialmente una mia frase (“… un processo di cremazione analogo a quello descritto nella testimonianza di Tauber era teoricamente possibile”) che letta completamente acquista un senso completamente diverso (“È improbabile che un enorme forno del genere, il cui progetto viene definito idiota da Pressac, abbia mai funzionato ma è importante tener presente che anche questo brevetto dimostri che un processo di cremazione analogo a quello descritto nella testimonianza di Tauber era teoricamente possibile”)».
Ma quale «senso completamente diverso», di grazia, fornisce tale contesto? Rotondi qui riprende l’argomento di van Pelt secondo il quale il «procedimento di cremazione» del forno Sander «conferma » le dichiarazioni dei testimoni, soprattutto quelle di Tauber:
«Un’indicazione finale che le testimonianze di Tauber e di Höss possono essere affidabili e che i forni Topf avevano una capacità dell’ordine di grandezza menzionato da Bischoff si può trovare nella domanda di brevetto T 58240 Kl. 24 per un “Forno cremato-
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rio a funzionamento continuo per uso intenso” archiviata dalla Topf il 5 novembre 1942»(126).
Egli conclude asserendo che «una domanda di brevetto del tempo di guerra da parte dei costruttori dei forni corrobora il procedimento di cremazione descritto in queste testimonianze»(127).
Il fatto che il forno sia stato costruito o no, abbia funzionato o no, per van Pelt non ha nessuna importanza, perché egli si riferisce appunto al «procedimento di cremazione» del progetto.
Al che obietto (anch’io nel modo più elementare possibile):
1) che il documento in questione non conferma affatto l’«ordine di grandezza» della capacità di cremazione addotta dai testimoni;
2) che il «procedimento di cremazione» che vi viene descritto non è assolutamente applicabile ai forni di Auschwitz, perché il progetto del forno Sander ha un sistema costruttivo completamente diverso.
[52] Dulcis in fundo: alla fine di questo tormentato capitolo Rotondi scrive (forse ironicamente):
«Germar Rudolf obietterà che tale forno era destinato alla cremazione “delle carcasse degli animali e dei rifiuti di macelleria” e non dei cadaveri umani» (p. 120),per poi “confutare” abilmente questa “obiezione” asserendo che «però» la domanda di brevetto in questione non parla di «carcasse animali (Kadavers [sic])», ma di «corpi umani (Leichen)»(128).
Ma perché mai Germar Rudolf dovrebbe fare questa sciocca obiezione?
Come me e come tutti i “negazionisti”, egli sa bene che i rifiuti venivano bruciati nell’incineritore (Müllverbrennungsofen) che si trovava in ciascuno dei crematori II e III.
Risposta di Rotondi: nessuna risposta.
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(126) R. J. VAN PELT, The Case for Auschwitz. Evidence from the Irving Trial, Indiana University Press, Bloomington-Indianapolis, 2002, p. 348.
(127) Idem, p. 386.
(128) Questo maledetto tedesco! “Kadavers” è genitivo singolare; il plurale è “Kadaver”; “Leichen” significa cadaveri, non corpi (Körper, Leiber).
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5) Le camere a gas ad ossido di carbonio di Majdanek(129)
A p. 83 Rotondi afferma quanto segue:
«Graf e Mattogno riferiscono di aver trovato a Majdanek su una delle bombole l’iscrizione CO2 (anidride carbonica) e non CO (monossido di carbonio). Tale spiegazione non è convincente, essendo inverosimile che i nazisti, così meticolosi nell’occultamento dei loro crimini, potessero essere tanto imprudenti da lasciare bombole contrassegnate dalla formula dell’ossido di carbonio. Sarebbe stato come scrivere bombole per gassazioni omicide; inoltre i contenitori per il CO trovati dopo la liberazione del campo erano 5 mentre Graf e Mattogno riportano tale iscrizione soltanto su una di queste bombole. Il fatto che su una bombola ci sia scritto CO2 non dimostra che non potesse esserci stato all’interno monossido di carbonio o che tale bombola, precedentemente usata per contenere CO2, non potesse essere stata successivamente riempita con CO. Quello che conta non è evidentemente la denominazione del contenitore quanto il suo contenuto e fino a prova contraria esiste una perizia effettuata da un comitato polacco-sovietico che evidenziò la presenza in quei locali di un filtro per CO della AUER Company AG di Berlino, di 5 contenitori vuoti per CO e di oltre 135 barattoli di Zyklon B; i periti effettuarono dei test chimici che confermarono la presenza sia di HCN che di CO».
Premetto che tutto ciò che Rotondi scrive nel testo citato sopra è tratto dal libro da me scritto in collaborazione con J. Graf che cita nella nota 43 a p. 83.
Si tratta dell’edizione tedesca(130) che Rotondi non ha letto direttamente,ma di cui conosce solo qualche stralcio tramite la critica di qualche olo-propagandista americano(131). Almeno preferisco credere così, altrimenti dovrei pensare a malafede deliberata.
Come sempre, rispondo punto per punto.
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(129) Per un inquadramento generale in italiano della questione rimando all’Appendice I «Le camere a gas di Majdanek» del mio libro Negare la storia? Olocausto: la falsa “convergenza delle prove”, op. cit.
(130) J. GRAF, C. MATTOGNO, KL Majdanek. Eine historische und technische Studie, Castle Hill Publisher, Hastings, 1998.
(131) Rotondi cita infatti, in inglese, la “AUER Company AG”, dove nel nostro libro appare ovviamente “AUER Gesellschaft A.G. Berlin”, con l’avvertenza che si tratta di una ritraduzione dal russo in tedesco. J. GRAF,C. MATTOGNO, KL Majdanek. Eine historische und technische Studie, op.cit., p. 123.
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[53] Rilevo anzitutto che la scritta “CO2” (per l’esattezza:“Dr. Pater Victoria Kohlensäurefabrik Nußdorf Nr 6196 Full. 10 kg […] und Fluid Warszawa Kohlensäure […] Fluid Warszawa Likowski.Pleschen 10,1 kg CO2 Gepr.”)(132) non è una «spiegazione», ma un “fatto”, come è un fatto che essa appare non «su una delle bombole » ma su entrambe le bombole che si trovano attualmente nella cella antistante le due presunte camere a gas ad ossido di carbonio:
esse, come chiarirò successivamente, costituiscono l’unica “prova” del fatto che i due locali fossero camere a gas omicide a ossido di carbonio, una prova smentita dalle suddette iscrizioni.
Risposta di Rotondi: nessuna risposta
[54] Rotondi si stupisce che le SS di Majdanek «potessero essere tanto imprudenti da lasciare bombole contrassegnate dalla formula dell’ossido di carbonio», ma non si stupisce minimamente dell’imprudenza madornale di aver lasciato intatte ai Sovietici le presunte camere a gas con le tubature metalliche per il “CO”.
Risposta di Rotondi: nessuna risposta
[55] Egli obietta poi che lasciare bombole con la scritta CO «sarebbe stato come scrivere bombole per gassazioni omicide», ma non si stupisce affatto dell’altra imprudenza madornale da parte delle SS di aver lasciato ai Sovietici queste bombole: era così difficile farle sparire? Ed era così difficile far saltare in aria le presunte camere a gas omicide? E non mi si venga a dire che non c’era tempo: le bombole potevano essere caricate su un autocarro e portate via e la piccola struttura delle presunte camere a gas omicide si sarebbe potuta far saltare in aria in meno di un’ora.
Risposta di Rotondi: nessuna risposta.
[56] Rotondi obietta ancora che i Sovietici a Majdanek trovarono cinque bombole, «mentre Graf e Mattogno riportano tale iscrizione soltanto su una di queste bombole».
Come ho già spiegato, tale iscrizione appare su entrambe le bombole messe in bella mostra nel presunto impianto di gasazione omicida.
Da dove venivano queste due bombole? Vale la pena di approfondire questo punto. I periti polacco-sovietici riferirono di aver trovato nel magazzino delle sostanze chimiche del campo cinque
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(132) I puntini si riferiscono a parole illeggibili.
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bombole con incisa la scritta “Kohlenoxid” ossido di carbonio, a 150 atmosfere(133).
Al tempo del processo sommario che i Polacchi allestirono contro le poche guardie del campo catturate (27 novembre-2 dicembre 1944) le cinque bombole esistevano ancora ed erano state repertoriate e fotografate. Una di queste fotografie mostra cinque bombole con l’iscrizione a vernice bianca “KOHLENOXYD 150 ATU” (Ossido di carbonio 150 atmosfere)(134), corrispondente a quella pretesamente trovata incisa sulle bombole dai periti polaccosovietici.
Se ciò fosse vero, bisognerebbe credere che i Polacchi, pur disponendo di cinque “armi del delitto” autentiche e originali, le avrebbero fatte sparire (al Museo di Majdanek nessuno sa che fine abbiano fatto) per sostituirle con due falsi (le bombole contenenti anidride carbonica) nella “vera” ricostruzione del presunto sistema di gasazione omicida: un machiavellismo decisamente incomprensibile!
Risposta di Rotondi: nessuna risposta.
[57] Rotondi dice ancora che la presenza dell’iscrizione “CO2” su una bombola non esclude la possibilità che essa abbia contenuto “CO”: ciò, evidentemente, perché a suo avviso è «inverosimile che i nazisti, così meticolosi nell’occultamento dei loro crimini, potessero essere tanto imprudenti da lasciare bombole contrassegnate dalla formula dell’ossido di carbonio».
Ma allora tanto valeva cancellare dalle etichette dei 535 barattoli di Zyklon B trovati a Majdanek dai Sovietici la scritta “Giftgas!”(Gas tossico!) e sostituirla con un più innocuo “Zucker” (zucchero).
O riempire di Zyklon B dei barattoli di zucchero!
Risposta di Rotondi
«Mattogno mi chiede sarcasticamente perché non “cancellare dalle etichette dei 535 barattoli di Zyklon B trovati a Majdanek dai sovietici la scritta “Giftgas!” (Gas tossico) e sostituirla con un più innocuo “Zucker” (zucchero). O riempire di Zyklon B dei barattoli di zucchero”: perché una bombola riempita con CO non poteva avere altro scopo di quello omicida mentre lo Zyklon era usato
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(133) J. GRAF, C. MATTOGNO, KL Majdanek. Eine historische und technische Studie, op. cit., p. 123.
(134) Majdanek. Rozprawa przed Specyalnym Sadem Karnym w Lublinie (Majdanek. Dibattimento davanti al Tribunale penale speciale di Lublino),Editrice “Czytelnik”, 1945, fotografia fuori testo tra le pagine 48 e 49.
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anche come semplice disinfestante. Se lo scopo degli “inattendibili periti” fosse stato di creare prove contro i nazisti, sarebbe stato certamente molto più facile usare le 5 bombole fotografate, e quindi esistenti, con la scritta “Ossido di carbonio 150 atmosfere” anzicchè farle sparire».
Evidentemente Rotondi non coglie l’assurdità della situazione che prospetta. Le SS avrebbero usato a scopo omicida le bombole di ossido di carbonio trovate dai Sovietici; indi ne avrebbero contrassegnate altre «con la formula dell’anidride carbonica per celarne l’utilizzazione», ma poi, invece di celare ai Sovietici queste prove compromettenti, le avrebbero lasciate tranquillamente al campo.
Quale astuzia diabolica! Inoltre i Sovietici o i Polacchi avrebbero fatto sparire le vere prove (le cinque bombole con inciso CO), lasciando al campo le presunte prove (le due bombole con inciso CO2).
[58] Il riferimento ad una perizia polacco-sovietica (effettuata tra il 4 e il 23 agosto 1944) introdotto da Rotondi con un reboante «fino a prova contraria» è gustosamente comico, perché tale perizia, redatta in russo, è stata scoperta a Mosca da J. Graf e da me, è stata tradotta in tedesco dal mio collega e questa traduzione appare proprio nel libro menzionato da Rotondi!(135)
La cosa più incredibile è che egli ha copiato il nostro riferimento d’archivio moscovita nella sua nota 44 a p. 83 come se ci opponesse un documento originale a noi ignoto («…fino a prova contraria…») che confuterebbe le nostre tesi!
La sua fonte ha inoltre letto male il nostro testo, perché i barattoli di Zyklon B trovati dai Sovietici, come ho già detto, erano 535,di cui 135 da 500 grammi e 400 da 1.500 grammi.
Risposta di Rotondi
«Che io mi sia riferito a un documento, pare scoperto da Mattogno,non mi sembra così scandaloso; non sapevo che “scoprire”un documento ce ne rendesse titolari del diritto di citazione».
Ancora insulsa ironia. Ciò che ho rimproverato a Rotondi è di aver preso un documento da un mio libro, nel quale lo analizzo e ne spiego il significato, e di avermelo opposto come una prova contraria ai miei argomenti a me ignota, e pavoneggiandosi per di più col mio riferimento d’archivio.
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(135) Idem, pp. 119-128.
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È come se io opponessi a Pressac la pianta del campo ospedale per i detenuti del settore di costruzione III di Birkenau (in evidente contrasto con la tesi dello sterminio in massa), che egli pubblica e discute a p. 512 di Technique and operation of the gas chambers,senza citare la fonte, anzi, adducendo come fonte il suo riferimento d’archivio: «PMO neg. no. 20943/18».
In questo contesto Rotondi menziona un documento sui cosiddetti “Gaswagen”, senza spiegare però che cosa c’entrino con le presunte camere a gas di Majdanek.
[59] È certamente vero che, nella perizia in questione, è scritto che le cinque bombole trovate a Majdanek furono analizzate e dall’analisi risultò che contenevano ossido di carbonio, ma qual è l’attendibilità di questi periti?
È presto detto. Essi “accertarono” che a Majdanek erano morte 1.500.000 (un milione e mezzo) di persone!(136) I Polacchi ridussero successivamente la cifra prima a 360.000(137), poi a 235.000(138), infine, recentemente, a 78.000!(139).
La base essenziale della revisione sono i registri dei decessi che si sono conservati (con alcune lacune), proprio quelli trovati a Majdanek dai periti polacco-sovietici e proprio quelli che io ho utilizzato per calcolare il numero reale delle vittime: circa 42.000(140).
Ma non basta.
Nella loro “perizia tecnica” sui forni crematori del campo i periti polacco-sovietici “accertarono” una capacità di cremazione del forno Kori a 5 muffole di 1.920 cadaveri in 24 ore, 16 volte maggiore della capacità teorica(141): bisognava pur “dimostrare” tecnicamente la realtà delle 1.500.000 vittime! Esattamente come accadde poi per Auschwitz.
Risposta di Rotondi: nessuna risposta
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(136) Idem, p. 79.
(137) Idem, p. 82.
(138) Idem, p. 88.
(139) Junge Freiheit (settimanale tedesco), 13 gennaio 2006, p. 21. La revisione è stata effettuata da Tomasz Kranz, direttore della sezione scientifica del Museo di Majdanek nel n. 23 dei Zeszyty Majdanka (Quaderni di Majdanek).
(140) J. GRAF, C. MATTOGNO, KL Majdanek. Eine historische und technische Studie, op. cit., p. 79.
(141) Idem, pp. 110-114.
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Aggiungo che le cinque bombole di “CO” sono provvidenzialmente sparite, perciò nessuno potrà più verificare l’attendibilità della perizia sovietica.
[60] Naturalmente anche il riferimento al filtro AUER per CO è tratto dal nostro libro(142), nel quale però ho anche spiegato che il filtro per CO era un filtro polivalente che poteva essere utilizzato anche per altri gas, come ammoniaca, benzolo, cloro, fosgene, anidride solforosa, idrogeno solforato, tetracloruro di carbonio; esso poteva essere usato anche per l’acido cianidrico(143).
Risposta di Rotondi: nessuna risposta.
[61] Il ragionamento di Rotondi è inficiato da un circolo vizioso,perché parte dal presupposto che a Majdanek siano esistite camere a gas omicide a ossido di carbonio per concludere che tali camere esistettero.
Ma che dicono i testimoni, tanto stimati da Rotondi? Il giornalista Costantino Simonov visitò il campo di Majdanek subito dopo l’arrivo dei Sovietici e redasse un rapporto che fu pubblicato in forma di opuscolo nel 1944(144).
Questo rapporto è particolarmente significativo perché l’autore ebbe la possibilità di parlare con gli ex detenuti, che gli raccontarono la storia del campo e gli spiegarono il funzionamento delle sue installazioni; esso è dunque basato su testimonianze e, da questo punto di vista, rappresenta la versione storica “ufficiale” che circolava tra gli ex detenuti del campo nel luglio-agosto 1944. A proposito delle presunte camere a gas ad ossido di carbonio, Simonov scrisse:
«Di qua(145), attraverso il finestrino, si vede tutto quello che avviene nella prima camera. Sul pavimento vi sono alcuni barattoli rotondi, turati ermeticamente, con l’iscrizione “zyclon” e in caratteri minuti:“ad uso speciale per le regioni orientali”. Il contenuto dei barattoli si spargeva attraverso i tubi nella camera vicina,quand’essa era piena zeppa di gente. […].
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(142) J. GRAF, C. MATTOGNO, KL Majdanek. Eine historische und technische Studie, op. cit., p. 123.
(143) Idem, p. 146.
(144) C. SIMONOV, Il campo dello sterminio, Edizioni di lingue estere, Mosca,1944.
(145) Simonov parla della cella dove attualmente si trovano le due bombole che ho menzionato sopra.
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Lo “zyclon” veniva introdotto per i tubi; l’SS che dirigeva l’operazione girava l’interruttore; la camera si illuminava e attraverso il finestrino, dal suo posto di osservazione, l’SS sorvegliava il processo d’asfissia che, stando alle diverse deposizioni, durava da 2 a 10 minuti»(146).
Come ha rilevato J.-C. Pressac, i barattoli di Zyklon B osservati da Simonov furono collocati nello stanzino davanti alle presunte camere a gas omicide per far credere che il loro contenuto potesse essere versato nei tubi: questa sceneggiata, la quale non poteva che essere opera degli ex detenuti, dimostra che essi non avevano alcuna conoscenza diretta di gasazioni omicide, né con Zyklon B né con CO. Infatti da un lato la tecnica del versamento dello Zyklon B nei tubi è insensata, dall’altro nessun testimone parlò mai dell’impiego di CO in bombole(147).
Che ne pensa Rotondi di queste testimonianze “concordanti” e “indipendenti” su una cosa assurda?
Aggiungo che al processo summenzionato un testimone (un tale Tadeusz Budzyn) dichiarò sotto giuramento che le SS ai tubi delle camere in questione collegavano un motore Diesel!(148)
Risposta di Rotondi: nessuna risposta.
[62] Un’ultima osservazione. Nel libro in questione scritto da J.Graf e da me viene delineata su base documentaria la storia delle presunte camere a gas omicide, che in realtà furono progettate, costruite e usate come camere a gas di disinfestazione a Zyklon B(149). Dico anche “usate” perché ciò è attestato dall’ampio e intenso pigmento di blu di Prussia ancora presente sulle sue pareti.
Ma ecco che all’improvviso le SS, che in precedenza, secondo Rotondi, avevano rinunciato all’ossido di carbonio a favore del «più “pratico” acido cianidrico», perché, rispetto ad esso, «consentiva […] di uccidere un maggior numero di persone in minor tempo » (p. 49), fanno marcia indietro e trasformano due vere camere a gas di disinfestazione ad acido cianidrico in una camera e mezza ad ossido di carbonio.
Mi spiego meglio.
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(146) Idem, p. 8.
(147) Sull’intera questione vedi J. GRAF, C. MATTOGNO, KL Majdanek. Eine historische und technische Studie, op. cit., cap. VII, pp. 161-193.
(148) Majdanek. Rozprawa przed Specyalnym Sadem Karnym w Lublinie,op. cit., p. 52.
(149) Idem, pp. 129-137
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Le due camere a gas di disinfestazione della Baracca 41 furono trasformate in questo modo: la camera sinistra fu semplicemente dotata di una tubazione con diffusore, la camera destra(150) fu suddivisa in due locali di m 4,50 x 3,80 (= 17,1 m2), di cui solo il primo fu equipaggiato con una tubazione.
Ciò non solo impediva la ventilazione naturale del locale, ma,come J.-C. Pressac stesso non ha potuto fare a meno di rilevare, creava un inutile “spazio morto” (il secondo locale privo di tubazione risultante dalla tramezzatura).
Risposta di Rotondi: nessuna risposta
[63] Ma non basta ancora. Nel libro in questione ho documentato che nella camera III fu usato acido cianidrico dopo che vi era stata installata la tubatura. Dunque due camere a gas omicide (secondo la storiografia olocaustica) furono trasformate in impianti funzionanti col meno “pratico” CO: perché? Non certo per mancanza di Zyklon B, che a Majdanek non mancò mai, come ho ampiamente dimostrato su base documentaria(151). E perché poi nella camera più grande si continuò ad impiegare Zyklon B?
Ricapitolando, la storia delle camere a gas ad ossido di carbonio non trova riscontro nelle testimonianze, non trova riscontro nei documenti, non trova riscontro nei reperti; l’impiego di CO costituisce un regresso tecnico rispetto al più “pratico” Zyklon B e la sua realizzazione è tecnicamente errata (mancanza di ventilazione,“spazio morto”): ma allora su quale base Rotondi può pretendere che tale storia sia vera? Sulla base di una “perizia chimica” pretesamente eseguita da propagandisti polacco-sovietici? Ma ammesso e non concesso che tale perizia fosse stata davvero effettuata e che avesse davvero rilevato tracce di CO nelle 5 bombole rinvenute nel magazzino delle sostanze chimiche (baracca 52), che cosa dimostra che le bombole furono impiegate a scopo omicida nell’impianto di disinfestazione? Nulla. A sostegno di questa ipotesi non c’è il minimo indizio, neppure uno straccio di testimonianza.
Ma allora a che cosa servivano le tubazioni summenzionate? A questa domanda ho risposto nel libro in oggetto(152).
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(150) Rispetto alle due porte di entrata di ciascun locale.
(151) J. GRAF, C. MATTOGNO, KL Majdanek. Eine historische und technische Studie, capitolo VIII, Die Zyklon-B Lieferungen an das KL Majdanek,pp. 195-210, nel quale ho appunto delineato il quadro delle forniture di Zyklon B al campo.
(152) Idem, pp. 148-149.
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Risposta di Rotondi: nessuna risposta
[64] Concludo con un ultimo riferimento. A pagina 100, nota 80,Rotondi scrive:
«Una foto in cui si vede un soldato dell’armata sovietica che posa vicino ad un sistema di introduzione per lo Zyklon B posto sul tetto di una camera a gas a Majdanek fu pubblicata nel 1944 (“The Illustrated London News 14 ottobre 1944, p. 442”).
La cosa più curiosa è che la fotografia in questione, proveniente dall’Archivio di Stato di Mosca, è stata da me pubblicata proprio nel libro citato ma non letto da Rotondi(153).
Qui ho anche spiegato che si trattava di una delle due aperture di ventilazione del Trockungsanlage, l’asciugatoio della baracca 28 vicino alla lavanderia del campo, dotato di camino di disaerazione con coperchio per fare uscire l’aria calda-umida dopo che il vestiario si era asciugato(154).
Risposta di Rotondi: nessuna risposta.
Osservazione finale. Invece di rispondere alle mie obiezioni, Rotondi si limita semplicemente a riconfermare le sue, affermando:
«Mattogno ribadisce che le gassazioni con ossido di carbonio a Majdanek non sono esistite anche perché le bombole presenti nel campo recano l’iscrizione CO2 (anidride carbonica) e non CO (ossido di carbonio). Avevo obiettato che:
1. potessero essere state contrassegnate con la formula dell’anidride carbonica per celarne l’utilizzazione;
2. ne erano state trovate anche altre;
3. l’iscrizione CO2 non dimostrava che non avessero potuto contenere CO o che esse, prima usate per contenere CO2, non potessero essere state poi riempite con CO;
4. contava il contenuto e non la denominazione del contenitore;
5. una perizia aveva evidenziato in quei locali un filtro per CO,contenitori vuoti per CO e barattoli di Zyklon;
6. dei test avevano confermato la presenza sia di HCN che di CO».
Come dire, egli ha ragione a priori indipendentemente da ogni argomentazione che si possa opporre alle sue tesi. Si noti poi con
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(153) J. GRAF, C. MATTOGNO, KL Majdanek. Eine historische und technische Studie, op. cit., p. 307.
(154) Idem, p. 137.
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quale eleganza egli riduce ad unum le mie molteplici argomentazioni con un semplice «anche»!
Bisogna essere comprensivi. Si tratta di un dilettante dichiarato.
Premetto che i materiali suddetti non furono trovati «in quei locali », cioè nelle presunte camere a gas ad ossido di carbonio, ma nel magazzino delle sostanze chimiche e rilevo a mia volta che:
1. ammesso e non concesso che Rotondi abbia ragione, manca sempre l’elemento essenziale: la connessione tra le bombole di ossido di carbonio e le presunte camere a gas, infatti:
2. al riguardo non esiste alcun documento e nessun testimone, come ho esposto nel punto [61], sapeva di gasazioni omicide con bombole di ossido di carbonio, sicché, allo stato dei fatti, l’unica presunta prova di gasazioni con ossido di carbonio è la presenza davanti alle presunte camere a gas omicide di due bombole con inciso anidride carbonica!
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III – L’ANTINEGAZIONISMO «SCIENTIFICO»
Il capitolo sesto del libro di Rotondi è dedicato all’«antinegazionismo scientifico», che sarebbe rappresentato dai famosi «indizi criminali» di Pressac, dalle obiezioni chimiche di Richard J. Green e dal «Rapporto Pelt».
1) L’“antinegazionista scientifico” J.-C. Pressac
[65] Per quanto riguarda Pressac, non voglio occuparmi ogni volta delle stesse cose, perciò mi limiterò a semplici rimandi bibliografici,a cominciare dalla confutazione totale della sua opera da parte di vari autori revisionisti contenuta in Auschwitz: Plain Facts. A Response to Jean-Claude Pressac(155), a cura di G. Rudolf.
Sulla questione del telegramma della Topf del 26 febbraio 1943 e lettera della Topf del 2 marzo 1943 (pp. 125-127) rimando a: «I Gasprüfer di Auschwitz», in: I Gasprüfer di Auschwitz. Analisi storico-tecnica di una «prova definitiva». I Quaderni di Auschwitz,n. 2, marzo 2004, pp. 13-39; «Gasprüfer e prova del gas residuo», idem, pp. 40-53.
Articoli ovviamente ignorati da Rotondi.
Qui Rotondi riprende ancora una volta la mia vecchia ipotesi della falsificazione del secondo documento (p. 128) che ho ormai lasciato cadere da anni. Quando non si sa a che cosa appigliarsi…
Per quanto riguarda la questione della presunta modificazione criminale dei crematori (Vergasungskeller, Auskleideraum, Brausen,ecc. ecc.)(pp. 128-138), rinvio all’articolo: «The Morgues of the Crematoria at Birkenau in the Light of Documents», in: The Revisionist, vol. 2, n. 3, agosto 2004, pp. 271-294.
Articolo ovviamente ignorato da Rotondi.
Per quanto riguarda la Durchführung der Sonderbehandlung rimando al libro già citato “Sonderbehandlung” ad Auschwitz. Genesi e significato.
Libro ovviamente ignorato da Rotondi.
Aggiungo una sola osservazione. Per sostenere seriamente la tesi delle camere a gas omicide, gli storici olocaustici devono sostenere seriamente che gli ingegneri e gli architetti della Zentralbau-
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(155) Theses & Disertations Press, Chicago, 2005.
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leitung erano dei perfetti imbecilli. Mi limito ai casi più lampanti relativi alla progettazione dei presunti impianti di sterminio:
– essi decisero di creare nel crematorio II una camera a gas omicida sul modello di quella del crematorio I ma dimenticarono le aperture di introduzione dello Zyklon B!
– essi ordinarono un soffiante di legno temendo che uno metallico potesse essere corroso dall’acido cianidrico della presunta camera a gas (p. 133), ma subito dopo si resero conto che, in fondo, «l’acido cianidrico non era così corrosivo come si supponeva»(p.133)!
In realtà l’ordinazione in questione non aveva nulla a che vedere con il timore della presunta “corrosione”, ma piuttosto con questioni burocratiche di assegnazione dei materiali metallici, come si desume dai documenti di questo periodo(156);
– essi eliminarono lo scivolo per i cadaveri salvandosi poi all’ultimo momento perché il presunto progetto con questa modifica «arrivò sui cantieri quando gli scivoli erano già stati realizzati» (p. 132), il che, cronologicamente, potrebbe essere vero per il crematorio II ma è sicuramente falso per il crematorio III.
Risposta di Rotondi: nessuna risposta.
[66] Un altro caso clamoroso di questa presunta idiozia è quello relativo al «progetto di preriscaldamento del Leichenkeller 1 del Krematorium II, utilizzando l’eccesso di calore prodotto dai forni crematori, proposto il 19 febbraio 1943 dall’ingegner Prüfer della Topf»(p. 133).
Preciso soltanto che l’impianto doveva funzionare grazie all’«aria viziata» (Abluft) calda prelevata dai tre locali in cui si trovavano gli impianti di tiraggio aspirato del camino.
Rotondi continua così:
«Consigliare una soluzione del genere, accettata peraltro il 6 marzo dalla Zentralbauleitung rappresenta un grosso lapsus: è un controsenso riscaldare un obitorio che invece deve rimanere freddo per ritardare la decomposizione dei cadaveri. La necessità di “preriscaldare” indica chiaramente un cambio di destinazione d’uso del locale da obitorio a camera a gas perché una temperatura più
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(156) Cito per tutti la lettera del 27 febbraio 1943 con oggetto “Richieste di metallo per l’impianto di aerazione e disaerazione e per l’impianto di tiraggio aspirato del crematorio II nel KGL Auschwitz”, Archivio del Museo di Auschwitz, BW 30/34, p. 72.
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calda (! casomai PIU' ALTA,MAGGIORE,nota di BW5a) è in grado di accelerare l’evaporazione dello Zyklon B» (pp.133-134).
Indi Rotondi presenta la replica “negazionista”, alla quale fa immediatamente seguire la sua risposta “scientifica”:
«Rudolf afferma invece che il riscaldamento nell’obitorio avrebbe evitato il congelamento dei cadaveri nei mesi invernali. Van Pelt fa notare come si parli di preriscaldamento e non di riscaldamento:
si preriscalda in previsione di una prossima gassazione mentre un obitorio semplicemente si riscalda» (p. 134).
Anzitutto non è affatto un «controsenso riscaldare un obitorio» perché la temperatura di una camera mortuaria deve essere compresa tra 2 e 12°C, «non inferiore, perché il gelo dilata i cadaveri e può farli scoppiare»(157).
In secondo luogo, per Rotondi, se i “negazionisti” disquisiscono sul significato di un termine tedesco «si arrampicano sugli specchi », se invece lo fa van Pelt adduce un’argomentazione “scientifica”.
Circa il significato del termine, senza entrare troppo nei dettagli,è ben vero che nella lettera summenzionata del 6 marzo 1943 appare il verbo «vorwärmen», «preriscaldare», ma la stessa fonte citata da Rotondi nella nota 27 a p. 133 (la p. 454 di Auschwitz: Technique and operation of the gas chambers) specifica anche che il nome del dispositivo era Warmluftzuführungsanlage, impianto per l’apporto di aria calda. Anche la relativa fattura, sulla quale ritornerò subito, menziona una Warmluftzuführung für Krema II.
Eccoci così giunti al nocciolo della questione. Per confutare «un goffo tentativo di difesa del Rapporto Leuchter» da parte dell’ing.Walter Lüftl, Rotondi scrive:
«In primis, 1,8 KW è l’equivalente del calore sviluppato da sole 18 persone; sarebbe stato sufficiente considerare che mediamente per ogni litro di ossigeno consumato (cioè per ogni 5 litri di aria respirati) l’organismo a riposo produce circa 5 Kcal. Poiché a riposo si consumano circa 0,3 litri di ossigeno, ogni minuto il calore prodotto da una persona è di circa 1,5 Kcal (5 Kcal x 0,3 lt). Le 1500-2000 persone accalcate in una camera a gas producevano circa 2250-3000 Kcal al minuto (1,5 Kcal x 1500 o 2000 persone),sufficienti per raggiungere, in una camera delle dimensioni di circa 200 m2 e del volume di circa 500 m3, la temperatura di ebolli-
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(157) ERNST NEUFERT, Bau-Entwurfslehre, Bauwelt-Verlag, Berlino, 1938,p. 271. Una copia di questo manuale si trovava nell’archivio della Zentralbauleitung di Auschwitz.
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zione dell’HCN, partendo da una temperatura ambientale iniziale di 0 gradi, in circa due minuti. Questo senza considerare che il calore prodotto dall’organismo aumenta moltissimo in situazione di stress (come nelle condizioni delle vittime delle camere a gas)»(pp. 90-91).
Già nel 1994 avevo elaborato un calcolo simile(158) proprio per dimostrare l’assurdità della spiegazione olocaustica dell’impianto per l’apporto di aria calda: esso, per uno scopo omicida, era assolutamente superfluo, come sarebbe stata superflua una stufa per la sala forni.
Chi può credere seriamente che i tecnici della Zentralbauleitung non fossero neppure capaci di fare questi due conticini? Cosa tanto più assurda in quanto questo inutile dispositivo costò alla Zentralbauleitung la bellezza di 1.070 Reichsmark, più del montacarichi Demag-Elektrozug (908 RM). Essa infatti ricevette l’impianto e la relativa fattura (datata 11 giugno 1943) e dovette sborsare la cifra summenzionata(159), ma, a causa dell’eliminazione degli impianti di tiraggio aspirato, esso non poté essere installato.
Se allora si abbandona l’idiota ipotesi dell’idiozia dei tecnici della Zentralbauleitung, se essi erano disposti a spendere 1.070 RM per un dispositivo che non poteva essere utile per le gasazioni omicide, è chiaro che esso era destinato ad un altro uso non criminale.
Ad esempio, proprio per evitare che i cadaveri depositati nel Leichenkeller 1 si congelassero. E se si considera che secondo le disposizioni del medico della guarnigione del campo i cadaveri dovevano essere portati nelle camere mortuarie dei crematori due volte al giorno, la mattina e la sera(160), ha senso anche parlare di “preriscaldamento”.
Il documento in questione dimostra pertanto esattamente il contrario di ciò che pretendono gli “antinegazionisti scientifici”.
Ma c’è una cosa ancora più incredibile: i tecnici della Zentralbauleitung avrebbero progettato e realizzato un sistema di disaerazione per lo “spogliatoio” più efficiente di quello per la “camera a gas”!
Su questo argomento ritornerò sotto nel punto [70].
Risposta di Rotondi: nessuna risposta.
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(158) Auschwitz: fine di una leggenda, op. cit., nota 86 a p. 59.
(159) Archivio russo di Stato della guerra, Mosca, 502-1-313, p. 26.
(160) «The Morgues of the Crematoria at Birkenau in the Light of Documents », in: The Revisionist, vol. 2, n. 3, agosto 2004, pp. 280-281.
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Aggiungo che Rotondi si contraddice vistosamente insistendo sul fatto che, nelle presunte camere a gas, le «2000 persone accalcate una sull’altra producevano 3000 Kcal al minuto, sufficienti a far superare la temperatura di ebollizione dell’HCN in pochi minuti » (vedi sopra, punto [19d]): ma allora che bisogno c’era di ordinare un impianto di preriscaldo dell’aria per le camere a gas?
2) L’«antinegazionista scientifico» R. J. Green
Non essendo un chimico, non posso valutare la fondatezza delle osservazioni chimiche del dott. Green, ma posso valutare senz’altro quelle storiche. D’altra parte, il fatto che per mettere a tacere Germar Rudolf sia stato necessario estradarlo arbitrariamente dagli Stati Uniti (!) in Germania (novembre 2005) – dove il 15 marzo 2007 è stato condannato a trenta mesi di carcere – è rivelatore di quale ostacolo rappresentasse per gli olo-chimici.
Per il primo aspetto, mi limito a riportare l’esempio che Germar Rudolf adduce per mostrare quale sia la competenza (o l’onestà) di questo critico.
Nella lunga citazione presentata da Rotondi, Green critica il valore assunto da Rudolf di uno dei parametri determinanti nel processo di formazione del blu di Prussia sulle pareti: il pH:
«Rudolf si riferisce ad un pH di circa 10. Se questo valore di acidità fosse esatto le concentrazioni di ioni cianuro sarebbero circa l’80% della concentrazione iniziale di HCN. Ma se il pH fosse invece compreso tra 6 e 7, rappresenterebbe solo l’1% della concentrazione iniziale di HCN. Poiché la concentrazione di HCN acquosa prima del lavaggio con acqua è 0,1M, l’1% di questa concentrazione è uguale a 10-3M. Alich et al. hanno dimostrato che concentrazioni di ioni cianuro inferiori a 3,3 x 10-4M non formano “Blu di Prussia”.
Sapendo che le camere a gas erano lavate con acqua non è strano che non si siano trovate tracce di blu di Prussia […].
Va rimarcato che, mentre il valore di pH utilizzato da Rudolf è solo ipotetico, quello riportato da Markiewicz, compreso tra 6 e 7, è invece il risultato delle misurazioni effettuate sui campioni» (p.143).
[67] In pratica il basso valore di acidità delle pareti delle presunte camere a gas omicide avrebbe diminuito di 80 volte la concentrazione degli ioni cianuro, fattore che, sommato a quello del lavaggio
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dei locali con acqua, avrebbe reso estremamente difficile, se non impossibile, la formazione di blu di Prussia.
Rudolf rileva che il materiale da costruzione resta alcalino per mesi, se non per anni, ma non in eterno e il valore del pH fu misurato dai periti polacchi cinquant’anni dopo la costruzione delle strutture in cui effettuarono i prelievi di muratura. Rudolf adduce poi un esempio ironico: l’argomento di Green è come quello di chi pretendesse smentire che una pizza esce calda dal forno misurando la sua temperatura dopo una settimana!(161).
Rudolf elenca tra l’altro le ragioni per cui le presunte camere a gas omicide erano più predisposte a formare blu di Prussia sulle pareti delle camere di disinfestazione(162), contrariamente a ciò che sostiene Green.
Risposta di Rotondi
a)«Mattogno dice che, non essendo chimico, non può valutare la fondatezza delle osservazioni di Richard J. Green, a cui però il chimico Germar Rudolf replicherà ammettendo “Chemistry is not the science which can prove or refute any allegations about the Holocaust rigorously”».
Verissimo, ma ho aggiunto che posso valutare la fondatezza delle sue osservazioni storiche. Non vedo che cosa c’entri con questo fatto la dichiarazione di Rudolf riportata da Rotondi.
b)«Riproponendo una sgradevole parabola su forni e pizze, decide nondimeno di ritornare sull’acidità delle pareti che avrebbe contribuito a ridurre la concentrazione di cianuri, pareti che Rudolf rende prima alcaline e poi acide, per rendere possibile la formazione del Bleu di Prussia, pigmento che può formarsi dopo esposizione ai cianuri».
Non capisco che cosa ci sia di «sgradevole» nel raffreddamento di una pizza. Rotondi elude la risposta a questa semplice affermazione di Rudolf: il valore del pH del materiale da costruzione non può restare invariato per cinquant’anni.
Se essa è falsa, Rotondi lo dimostri.
[68] Green afferma tra l’altro, a favore della sua tesi, che le camere di disinfestazione, a differenza delle camere a gas omicide, «non
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(161) Vedi la più recente risposta di Rudolf a Green in: G. RUDOLF, C.MATTOGNO, Auschwitz Lies. Legends, Lies and Prejudices on the Holocaust,op. cit., Green sees Red, pp. 69-85. Rotondi fa riferimento a uno scritto di Rudolf del 2000.
(162) Idem, p. 81.
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erano lavate con acqua dopo le disinfestazioni» (p. 142), cosa sciocca(163), oltre che falsa, essendo le camere di disinfestazione di Birkenau (Bauwerke 5a e 5b) dotate proprio per questo di una fognatura coperta con mattoni fessurati che attraversava le camere a gas e si scaricava all’esterno.
Alla questione del lavaggio, come abbiamo visto sopra, Green attribuisce grande importanza, perché lo considera uno dei fattori che concorrono ad impedire la formazione di blu di Prussia.
Risposta di Rotondi: nessuna risposta.
[69] La conclusione di Green sulla questione del blu di Prussia è la seguente:
«Il blu di Prussia non è pertanto un buon marker di esposizione all’HCN perché la sua assenza non è in grado di dimostrare, con sufficiente affidabilità, la mancata esposizione all’HCN» (p. 146).
A p. 96 Rotondi aggiunge:
«Green sostiene che, diversamente dalle camere di disinfestazione,in quelle a gas la formazione di blu di Prussia è estremamente improbabile».
C’è allora da chiedersi perché le altre presunte camere a gas omicide originali in cui, secondo la storiografia olocaustica, furono eseguite soltanto gasazioni omicide (Stutthof, Majdanek) presentano sulle pareti interne e perfino su quelle esterne una vasta e intensa pigmentazione di blu di Prussia: ma non furono “lavate” anch’esse?
E i tempi di gasazione non furono “esigui”, anzi, per l’irrisorio numero delle pretese gasazioni omicide – immensamente più esigui che a Birkenau?
Risposta di Rotondi
a)«[Mattogno] parla “delle conclusioni di Green”, riportando una mia frase, e chiede “perché le altre presunte camere a gas omicide originali in cui, secondo la storiografia olocaustica, furono eseguite soltanto gasazioni omicide (Stutthof, Majdanek) presentino sulle pareti interne e perfino su quelle esterne una vasta e intensa pigmentazione di blu di Prussia: ma non furono “lavate” anch’esse? E i tempi di gasazione non furono “esigui”,anzi, per l’irrisorio numero delle pretese gasazioni omicide, immensamente più esigui che a Birkenau ?”.
Ripeto che il bleu di Prussia è un marker specifico ma poco sensi-
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(163) Come venivano rimossi i parassiti morti che restavano sul pavimento?
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bile ossia la sua presenza dimostra con una certa attendibilità l’esposizione ai cianuri ma la sua assenza non la esclude: può comparire nelle camere di disinfestazione e non nelle camere a gas, entrambe esposte allo Zyklon ma con tempi e concentrazioni diversi.
Non è poi vero, come ben sa Mattogno, che per tutta la “storiografia olocaustica” quelle camere siano state solo camere a gas omicide; dovrebbero piuttosto essere Rudolf e Leuchter a dirci perché i cianuri non siano stati dosati a Majdanek e a Stutthof, visto che anche lì si ritiene esistessero camere a gas: forse perchè avrebbero trovato alte concentrazioni non in linea con le loro argomentazioni?».
Sta di fatto che nelle camere a gas di disinfestazione normali (non standard, ossia non funzionanti col sistema Degesch-Kreislauf),sulle pareti interne e esterne, si sono formate abbondanti macchie di blu di Prussia. Se questo è «un marker specifico ma poco sensibile ossia la sua presenza dimostra con una certa attendibilità l’esposizione ai cianuri ma la sua assenza non la esclude» è curioso il fatto che a Stutthof e a Majdanek esso si sia formato malgrado l’esiguo numero di presunte gasazioni omicide.
La frase che segue è un capolavoro di sottile malafede: «Non è poi vero, come ben sa Mattogno, che per tutta la “storiografia olocaustica” quelle camere siano state solo camere a gas omicide».
Io ho scritto «secondo la storiografia olocaustica»,
Rotondi invece scrive: «per tutta la “storiografia olocaustica”».
La sottigliezza sta nel fatto che in effetti «ben so» che ci sono due autori olocaustici (due, in tutto il panorama mondiale!), Michael Shermer e Alex Grobman, i quali hanno messo in dubbio l’uso omicida di una camera a gas di disinfestazione a Zyklon B di Majdanek. Infatti, come ben sa anche Rotondi (vedi sotto, punto c),per giungere a questa conclusione essi si sono ispirati alla mia analisi del libro più volte citato su tale campo che ho scritto con Jürgen Graf. E l’ho anche debitamente sottolineato(164).
Se infine Rotondi desidera spiegazioni da Rudolf e da Leuchter,le chieda a loro.
b) «Reputa Mattogno che i crematori di Auschwitz, demoliti con la dinamite, si trovino nelle stesse condizioni di quelli di Majdanek?
È possibile che a Majdanek, proprio per l’esiguo numero di gasati e la minore esperienza, venissero usati tempi e dosaggi ana-
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(164) Negare la storia? Olocausto: la falsa “convergenza delle prove”, op.cit., pp. 60-68.
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loghi a quelli delle disinfestazioni, data “l’enorme disponibilità”di Zyklon».
È ovvio che non reputo questo, ma è anche vero che la presunta camere a gas del crematorio II è soltanto crollata su sé stessa, che la sua copertura (a prescindere da buchi e fratture varie prodotte da questa caduta) è rimasta compatta e che è accessibile un’area interna del locale. Perciò come punto di riferimento “chimico” vale essenzialmente il crematorio II.
Di quale «“enorme disponibilità” di Zyklon» parla Rotondi? Ho scritto semplicemente (punto [63]) che lo Zyklon «a Majdanek non mancò mai», che è tutt’altra cosa.
c)«I muri di Majdanek sono inoltre protetti da una tettoia che li ripara dalle intemperie, tettoia che non è quella “già in fase di smantellamento alla liberazione del campo” cui fa riferimento Mattogno ma un’altra installata successivamente in sostituzione della precedente».
Un altro capolavoro di ipocrisia. La frase citata da Rotondi non è tratta dalla mia risposta al suo libro, bensì dal libro Negare la storia?, che egli furbescamente(165) utilizza senza menzionarlo,dove ho scritto (p. 34):
«È inoltre falso che il muro in questione fu protetto – per decenni,lasciano intendere gli autori, altrimenti il loro argomento sarebbe insulso – da una tettoia. Questa tettoia era infatti già in fase di smantellamento alla liberazione del campo (luglio 1944) e il muro in questione era già esposto alle intemperie, e così è rimasto fino ad oggi».
Il «muro in questione» è quello esterno. Rotondi, che segue ciecamente Shermer e Grobman, non ha la più pallida idea di ciò che dice.
Io mi riferivo alla tettoia di m 18 x 60 costruita dalle SS sopra all’impianto di disinfestazione (Entwesungsanlage) – le presunte camere a gas omicide a CO – per proteggere dalle intemperie gli oggetti da trattare. Questa tettoia fu smantellata dopo l’arrivo dei Sovietici. Una foto d’epoca ne mostra una parte già demolita(166).
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(165) Uso questo avverbio perché Rotondi ben sa che in tale libro ho confutato documentariamente le sue affermazioni su Majdanek, e non solo quelle.
(166) Majdanek. Krajowa Agencja Wydawnicza. Lublino, 1985, fotografia67.
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Rotondi confonde con la tettoia costruita successivamente dai Polacchi a scopo di protezione museale, la quale però non copre il muro esterno, che è esposto alle intemperie.
Rotondi cita poi Deana, che «non credeva al valore dei prelievi di Leuchter e Rudolf». Ciò dimostra semmai che il revisionismo non è un dogmatismo come quello olocaustico. Rilevo comunque che Deana era ingegnere navale, Rudolf è chimico.
[70] Chiudo con una vera chicca che dimostra quale sia la competenza e, soprattutto, l’onestà della cricca Green-Zimmerman e soci.
Nella mia critica a Pressac (alla quale egli non ha risposto mai nulla) del 1994, presa qua e là in esame da Rotondi (tramite Zimmerman),sulla base di documenti originali allegati in appendice relativi al tipo e alla portata dei soffianti installati nelle camere mortuarie dei crematori II e III in funzione del volume dei locali,ho dimostrato che per la presunta camera a gas omicida gli ingegneri e architetti della Zentralbauleitung avevano previsto 9,48 ricambi d’aria all’ora, per il presunto spogliatoio 11 ricambi d’aria,
sicché la “camera a gas” risultava meno ventilata dello “spogliatoio”!(167)
Ho inoltre dimostrato che, nella letteratura tecnica, 10 ricambi d’aria all’ora erano previsti per una normale camera mortuaria e che per le camere di disinfestazione “normali” (Degesch-Kreislauf) si prevedevano 72 ricambi d’aria all’ora!(168)
Inutile aggiungere che Rotondi non dice una parola su questo fatto a dir poco singolare. Cosa tanto più strana in quanto questo punto è stato “confutato” da Green nel suo Report citato da Rotondi nella nota 64 a p. 154(169), e da Green e McCarthy nello scritto Chemistry is not the science, citato da Rotondi nella nota 42 a p.138. L’articolo è stato pubblicato nel sito Holocaust-History(170) Il copyright è del 1999, ma l’ultima revisione dell’articolo risale al 28 luglio 2000.
Cominciamo da quest’articolo. I due autori scrivono a proposito dei crematori II e III di Birkenau:
«Le camere a gas erano lunghe 30 metri e larghe 7: 210 metri quadrati. Esse erano alte m 2,40, per un volume di 504 metri cu-
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(167) Auschwitz: fine di una leggenda, op. cit., pp. 54-56 e riproduzione dei documenti originali alle pp. 81-84.
(168) Idem, pp. 56-57 e relativi documenti alle pp. 85-88.
(169) Report of Richard J. Green , PhD, pp. 5-8.
(170) http://www.holocaust-history.org/auschwitz/chemistry/not-the-science/.
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bi(171). Queste stesse camere avevano un sistema di ventilazione con ventilatori aspiranti e prementi, capaci di ricircolare 8.000 metri cubi [d’aria] all’ora nel locale. A ciò ci si riferisce normalmente come 8.000 : 504 = 15,8 “ricambi d’aria all’ora”.
Si noti che il negazionista Carlo Mattogno ha travisato [misrepresented] queste cifre nel suo studio Auschwitz: The End of a Legend»(172).
Nella nota 41 i due autori aggiungono:
«Mattogno, Carlo, Auschwitz: The End of a Legend, Newport Beach: IHR, 1994, pp. 60-62. Disponibile in traduzione tedesca col titolo Auschwitz: das Ende einer Legende, http://www.codoh.com/inter/intnackt/intnackausch3.html.
Mattogno travisa [misrepresents] la capacità di ventilazione progettata che a un certo punto fu progettata, come se fosse vera:
“Di conseguenza, per la presunta camera a gas omicida le SS avevano previsto (4.800 : 506 =) 9,48 ricambi d’aria all’ora,mentre per il presunto spogliatoio (10.000 : 902,7 =) 11 ricambi d’aria all’ora: dunque la camera a gas era meno ventilata dello spogliatoio!”(173)
Tuttavia egli è almeno abbastanza onesto [troppa grazia!] da precisare (due pagine prima) che si sarebbe finito con l’adottare una capacità più grande:
“J.C. Pressac afferma che il Leichenkeller 1 dei crematori II e III fu effettivamente equipaggiato con ventilatori con portata di 8.000 m3/h d’aria (p. 74 e 118) e menziona perfino la fattura dell’impianto di ventilazione per il crematorio III: fattura n.729 del 27 maggio 1943 (p. 105, nota 184)”(174)».
Dunque io sarei un imbecille almeno quanto gli ingegneri e gli architetti della Zentralbauleitung e mi sarei contraddetto così stupidamente!
Il fatto è invece che i due autori sono “abbastanza disonesti” da far finta di non capire che io ho semplicemente citato i dati riportati da Pressac a p. 30 del suo libro(175). Nella pagina seguente ho infatti esposto i dati reali risultanti dai documenti:
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(171) Senza calcolare il volume occupato dal trave centrale e dai sette pilastri di sostegno.
(172) La traduzione americana di Auschwitz: fine di una leggenda.
(173) Idem, p. 56.
(174) Idem, p. 55.
(175) Les crématoires d’Auschwitz. La machinerie du meurtre de masse,CNRS Éditions, Paris 1993.
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«Lo studio degli impianti di ventilazione dei crematori II e III fornisce effettivamente una prova definitiva, la prova che il Leichenkeller 1 non fu trasformato in una camera a gas omicida. Anzitutto,la fattura della Topf n. 729 del 27 maggio 1943 citata da J.C.Pressac prevede per il “B-Raum”, la presunta camera a gas omicida,un ventilatore con portata di 4.800 m3/h, per il “L-Raum”, il presunto spogliatoio, un ventilatore con portata di 10.000 m3/h.
Le stesse portate sono indicate nella fattura 171 del 22 febbraio 1943 per il crematorio II»(176).
Se si considera che nell’appendice documentaria del mio libro in questione, anche nell’edizione americana, ho riprodotto in fotocopia il testo completo delle due fatture summenzionate, la n. 729 del 27 maggio e la n. 171 del 22 febbraio 1943(177), è evidente che Green e McCarthy hanno mentito sapendo di mentire. Ma non basta ancora. Essi aggiungono perfino un piccolo trucco, scrivendo che io menziono «perfino» la fattura n. 729 del 27 maggio 1943 come se da essa risultasse una capacità del ventilatore di 8.000 m3/h!
Non c’è bisogno di spiegare che le due fatture descrivono i macchinari effettivamente forniti dalla ditta Topf, sicché l’obiezione degli autori, oltre che falsa, è anche puerile: la capacità dei ventilatori del Leichenkeller 1 che ho addotto – 4.800 m3/h – è infatti proprio quella finale e reale, risultante da queste due fatture, per ciascuna delle quali la Zentralbauleitung dovette pagare 7.820 RM.
Come ho già accennato, nel suo rapporto elaborato nel 2001 come perizia per il processo di appello Irving-Lipstadt(178), Richard Green è ritornato sulla questione, scrivendo:
«Il negazionista Carlo Mattogno afferma nel suo studio Auschwitz:
The End of a Legend che la capacità di ventilazione è di 4.800 :506 = 9,48 ricambi d’aria all’ora basandosi su ciò che le SS avevano progettato di adottare all’inizio. Pressac dichiara che, sebbene le SS avessero progettato solo 4.800 m3/h, alla fine installarono una ventilazione con capacità di 8.000 m3/h. John Zimmerman ha recentemente [recently] trovato [riferimento d’archivio] 502-1-327 una fattura della Topf datata 27 maggio 1943 che può [may] riferirsi al crematorio II (tuttavia la prima pagina della sua copia
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(176) Idem, p. 56.
(177) Idem, pp. 81-84 (edizione italiana); pp. 110-113 (edizione americana).
(178) Report of Richard J. Green, PHD. In:http://www.holocausthistory.org/irving-david/rudolf/affweb.pdf.
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manca, perciò non si può essere sicuri); essa può [may] indicare che 4.800 m3/h è corretto».
L’impudenza di questa gente è veramente illimitata!
Green insiste nella menzogna secondo la quale il mio dato di 4.800 m3/h sarebbe basato «su ciò che le SS avevano progettato di adottare all’inizio», ma introduce un fatto nuovo che dimostra una volta di più la totale malafede di questi olo-propagandisti.
Zimmerman avrebbe trovato «recentemente» (cioè, presumibilmente,dopo il 28 luglio 2000, data dell’ultima revisione dell’articolo menzionato sopra) una sola pagina della fattura n. 729 del 27 maggio 1943 di cui io avevo riprodotto in fotocopia il testo completo nel 1994! Quale abile “ricercatore”!
Aggiungo che il documento in questione, conservato all’Archivio russo di Stato della guerra di Mosca(179) col riferimento 502-1-327, pp. 16 e 16a, consta solo di due pagine, ma la data del 27 maggio 1943 appare soltanto nella prima pagina; perciò se nella copia di Zimmerman manca la prima pagina, come può Green affermare che la fattura è «datata 27 maggio 1943»? La sua ipotesi che la fattura possa «riferirsi al crematorio II» è volutamente errata,perché essa riguarda in realtà il crematorio III, come del resto avevo scritto chiaramente nel libro summenzionato.
Se è vero che Zimmerman ha trovato questa pagina, Green sarebbe risalito immediatamente alla data semplicemente confrontandola con il documento originale pubblicato da me nel 1994. Ma come avrebbe potuto sbagliare il mio chiaro riferimento al crematorio III?
Queste stranezze, create ad arte per ingarbugliare la questione,portano ad una sola conclusione: il documento «trovato» da Zimmerman(180) non è affatto incompleto. La storia della pagina mancante (con il riferimento al crematorio volutamente errato come alibi), serve evidentemente a mitigare in qualche modo l’ingloriosa marcia indietro del nostro “perito”, spostando il discorso dal piano della certezza a quello della mera probabilità: il documento non “indica” 4.800 m3/h, ma “può” indicare questa capacità! Perciò Mattogno non “ha”, ma “può” avere ragione!
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(179) In Auschwitz: The End of a Legend, redatto quando non avevo ancora visitato questo archivio, ho utilizzato la fotocopia del documento in possesso del Museo di Auschwitz nel fondo D-Z/Bau, numero di inventario 1967.
(180) Come fonte Green si limita a scrivere (nota 11): “John C. Zimmerman,comunicazione privata”: come a dire: tutto in famiglia!
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E questi miserabili rappresentano la punta di diamante della critica “scientifica” anti-“negazionista”!
Risposta di Rotondi
«Mattogno si trattiene per cinque pagine sulla questione, a mio parere accademica (essendo gli addetti muniti di maschere) della ventilazione delle camere a gas, quando pure il suo coautore che mi vedo obbligato a citare nuovamente, dichiarava “usando questa quantità di acido, necessaria e sufficiente, l’accesso al locale per la rimozione dei cadaveri sarebbe risultata possibile anche senza far azionare gli eventuali ventilatori”, non eventuali perchè esistenti».
Di nuovo Rotondi travisa completamente ciò ho scritto. Qui non si tratta affatto della ventilazione in funzione dell’accesso nelle presunte camere a gas, ma, glielo spiego di nuovo nel modo più elementare possibile:
1. dell’assurdità tecnica del rendere lo “spogliatoio” più ventilato della “camera a gas”;
2. delle imposture dei due assassins de la vérité Green e McCarthy tanto stimati da Rotondi che, pur di negare questa assurdità, mi hanno accusato di aver travisato i documenti, salvo alla fine dover ammettere a denti stretti che i travisatori erano loro.
E Rotondi copre col suo silenzio il loro comportamento vergognoso!
Per lui assurdità e impostura sono una questione «accademica»!
Egli mi lancia infine quest’accusa:
«[Mattogno] non parla dello studio effettuato dall’Istituto di Medicina Legale dell’Università di Cracovia né sull’indifendibile Rapporto Lüftl».
Quale ipocrisia!
Lui, che ha risposto a una minima parte delle mie obiezioni, mi rimprovera perché, nei miei 71 punti di risposta,ho tralasciato due argomenti!
Ho già precisato che non sono un chimico. Come Rotondi ben sa, allo studio chimico polacco summenzionato ha risposto il chimico Germar Rudolf. Quanto all’«indifendibile Rapporto Lüftl», non sono il difensore di nessuno e non ho mai addotto nei miei studi il rapporto Lüftl. Se Rotondi vuole una risposta al riguardo,mandi il suo libro a Lüftl.
Dopo di che mi attendo che egli, con la medesima puntigliosità,risponderà a tutti gli argomenti che ho esposto in questo scritto.
Prima di essere rimproverato di nuovo di omissione di risposta,confesso di aver saltato inavvertitamente un suo argomento. Lo esporrò nel punto [72]
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3) L’«antinegazionista scientifico» R. J. van Pelt
[71] Questa non è la sede per rispondere a questo “antinegazionista scientifico”, il quale del resto, almeno al 95%, si è sfrontatamente appropriato dei documenti e degli argomenti di Pressac senza mai citare la fonte.
Basti dire che uno dei cardini delle sue fantasticherie sui crematori di Birkenau è che, dopo che essi furono terminati, il campo non ebbe più «virtualmente» spazi adibiti permanentemente a camere mortuarie(181), cosa sciocca e falsa, come ho dimostrato in uno studio specifico in cui ho comprovato in base a documenti che van Pelt ignorava o ha finto di ignorare che le camere mortuarie dei crematori di Birkenau furono normalmente impiegate per depositarvi i cadaveri dei detenuti morti al campo fin dal marzo 1943(182).
Un altro cardine è la pretesa gustosamente comica che i forni dei crematori di Birkenau potessero eseguire una cremazione con 3,5 kg di coke!(183) È chiaro che van Pelt ha confuso i forni delle pizzerie con i forni crematori!
Per ora mi limito a rilevare un fatto molto rivelatore: sia nel suo “rapporto” (1999)(184), sia nel libro che da esso ha tratto successivamente (2002)(185) il nostro esperto ha discusso le dichiarazioni di tutti i revisionisti che abbiano scritto qualche pagina su Auschwitz,passandone sotto rigorosissimo silenzio uno solo: Carlo Mattogno!
Cosa ancor più straordinaria in quanto egli si è avvalso della collaborazione della cricca ciarlatanesca Green-Mazal-Keren-McCarthy-Zimmerman!(186)
In fondo la scelta operata dalla cricca è ben comprensibile: dopo tutto, si trattava di portare prove davanti ad un giudice, che, per
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(181) The Pelt Report, p. 210. La relativa frase è riportata addirittura in corsivo.
(182) «The Use of the Morgues of the Crematoria at Birkenau in 1943-
1944», parte II dell’articolo «The Morgues of the Crematoria at Birkenau in the Light of Documents», op. cit., pp. 279-283.
(183) R. J. VAN PELT, The Case for Auschwitz. Evidence from the Irving Trial, op. cit., p. 122.
(184) The Pelt Report, disponibile solo in web in vari siti di propaganda olocaustica.
(185) R. J. VAN PELT, The Case for Auschwitz. Evidence from the Irving Trial, op. cit.
(186) Idem, p. XIV.
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quanto prevenuto, non poteva essere turlupinato con i loro stolidi giochetti di prestigio.
Risposta di van Pelt: nessuna risposta.
[72] A p. 116 Rotondi scrive:
«Mattogno, riportando i risultati presentati dal Dr. Jones, alla conferenza della Cremation Society of Great Britain del 1975, sulla thermal barrier che non poteva essere raggiunta in meno di 63 minuti, dimenticasse di citare quanto sostenuto da un altro conferenziere,nello stesso convegno, secondo cui gran parte dell’incinerimento si verificava invece entro 30 minuti».
Contrariamente a ciò che Rotondi pensa tramite Zimmerman,non ho dimenticato proprio nulla.
Ho infatti citato i risultati degli esperimenti scientifici di cremazione eseguiti in Inghilterra negli anni Settanta per accertare quali siano i fattori più importanti che influiscono sul processo di cremazione, poi resi noti alla conferenza annuale della Cremation Society of Great Britain del luglio 1975, come punto di riferimento, in un contesto più ampio, per la durata di una cremazione nei forni a coke degli anni Trenta e Quaranta. In tale contesto il rilievo di Rotondi non ha alcuna rilevanza.
Preciso che egli ha anche copiato male la sua fonte, perché il suo «altro conferenziere», l’ing. Leonard, della ditta francese TABO,costruttrice di forni crematori, si riferiva «agli ultimi 20 minuti del ciclo di cremazione»(187), senza contestare minimamente i risultati conseguiti dagli Inglesi, cioè a una durata di circa 40 minuti,non di 30. In pratica la durata che (con le opportune precisazioni) ho attribuito al forno di Gusen.
Da tali esperimenti risultò che, nei moderni forni crematori a gas degli anni Settanta, la durata minima di una cremazione (chiamata impropriamente dal dott. Jones “barriera termica” era di 63 minuti.
Ma Rotondi pretende che già nel 1875 «il cadavere di un adulto poteva essere cremato in 50’ e quello di un bambino in 25’» (vedi punto [45]): un’altra «evoluzione tecnologica a singhiozzo», per usare le sue parole.
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(187) Factors which affect the process of cremation - Third Session, by Dr.E. Jones, assisted by Mr. R. G. Williamson. Extract from the Cremation Society of Great Britain’s «Annual cremation conference report»,. 1975,p. 83.
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Conclusione
Penso ormai di aver dimostrato più che abbondantemente con i numerosi argomenti esposti sopra che le obiezioni di Rotondi sono del tutto infondate.
Per non parlare della sua metodologia.
Il bilancio oggettivo della sua “confutazione”, da un punto di vista meramente statistico, è questo. Delle oltre 1.400 pagine che ho dedicato ad Auschwitz nei miei libri e nei miei “Quaderni di Auschwitz”:
– Auschwitz: la prima gasazione;
– Auschwitz: Crematorium I and the Alleged Homicidal Gassing;
– The Bunkers of Auschwitz. Black Propaganda versus History;
– “Sonderbehandlung” ad Auschwitz. Genesi e significato;
– Olocausto: dilettanti nel web.
– Il numero dei morti di Auschwitz. Vecchie e nuove imposture;
– I Gasprüfer di Auschwitz. Analisi storico-tecnica di una “prova definitiva”;
– Auschwitz: trasferimenti e finte gasazioni;
– Auschwitz: nuove controversie e nuove fantasie storiche;
– Auschwitz: 27 gennaio 1945 – 27 gennaio 2005: sessant’anni di propaganda,
Rotondi non menziona una sola riga: non una riga su oltre 1.400 pagine!
E questa, per il prefatore del suo libro, un tale Luigi Parente, sarebbe «un’approfondita obiettiva analisi»! (p. 11). Questa gente ha un’idea molto curiosa di che cosa siano “obiettività” e “approfondimento”!
Quanto al mio “negazionismo”, se il prestigioso Istituto di storia contemporanea di Monaco (Institut für Zeitgeschichte) ha ritenuto di dover inserire nella bibliografia scientifica di uno dei suoi libri su Auschwitz il mio studio “affermativistico” sulla Zentralbauleitung di Auschwitz(188), che resta ancora unico, evidentemente, in fin dei conti, non è così “negativo”.
Concludo con una domanda: perché di “negazionismo”, in Italia e fuori, si occupano soltanto dei dilettanti, veri o falsi che siano?
Dove sono i “professionisti”, più o meno “scientifici”?
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(188) Standort- und Kommandanturbefehle des Konzentrationslagers Auschwitz 1940-1945, a cura di Norbert Frei, Thomas Grotum, Jan Parcer,Sybille Steinbacher und Bernd C. Wagner, Institut für Zeitgeschichte, K. G. Saur, Monaco, 2000, p. 570.
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-E perché i veri professionisti, Pressac, Piper, van Pelt hanno sempre evitato e tuttora evitano di confrontarsi con i miei scritti?
-Se “confutarmi” è così semplice come crede Rotondi, che cosa aspettano gli esperti mondiali?
Domanda retorica: proprio perché sono esperti e quindi in grado di valutare la fondatezza dei miei scritti essi li evitano – una volta si diceva – come la peste, ora bisognerebbe dire come l’influenza aviaria.
Ma, come è noto, dovunque sia possibile in loro soccorso accorre zelante la magistratura, per decidere a suon di galera che cosa sia “storicamente corretto”!
* * *
Alla fine, pienamente consapevole della inconsistenza della sua «Risposta» ad alcuni dei miei argomenti, Rotondi si rifugia nella solita tiritera:
«Al di là di formule e perizie rimane la domanda alla quale nessun negazionista può dare risposta: se non sono stati uccisi, indipendentemente dal sistema usato, che fine hanno fatto i milioni di ebrei, zingari, testimoni di Geova e omosessuali trasportati nei treni, mai registrati nei campi e scomparsi per sempre nel nulla?».
Testimoni di Geova e omosessuali sono sempre stati registrati nei campi, al pari degli zingari.
Per quanto riguarda questi ultimi,ho dimostrato documentariamente dove sono finiti quelli presuntamente gasati a Birkenau il 2 agosto 1944: i maschi a Buchenwald,le femmine a Ravensbrück(189).
Per quanto riguarda gli Ebrei,Rotondi conosce bene la mia risposta, avendola letta nel capitolo III,4, I sei milioni (pp. 77-81)del mio libro Negare la storia? Olocausto: la falsa “convergenza di prove”.
* * *
Nella redazione originaria di questo scritto ho adottato la ripartizione in 71 punti, ciascuno dei quali contiene spesso molteplici argomenti, non solo per esporre sistematicamente le mie obiezioni, ma anche per un’altra ragione. Il revisionismo viene sovente accu-
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(189) «La gasazione degli zingari ad Auschwitz il 2 agosto 1944», in: Auschwitz: trasferimenti e finte gasazioni, I Quaderni di Auschwitz, n. 3, Effepi, Genova, 2004, pp. 37-42 e documenti 3-8 alle pp. 47-49.
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sato di prendere in esame soltanto una parte esigua delle testimonianze e una parte irrilevante di una testimonianza (se non addirittura di scartarle a priori).
Con questa ripartizione ho voluto anche mostrare che questa tattica è in realtà adottata proprio dagli olo-propagandisti. Nel caso specifico il lettore si renderà visivamente conto, oltre che della inconsistenza,dell’esiguità delle risposte di Rotondi, che, con tipica protervia olocaustica, non è disposto ad ammettere neppure uno dei tanti spropositi – perfino in campo olocaustico! – in cui è incorso, anzi, avalla addirittura col suo complice silenzio le menzogne dei due assassins de la vérité Green e Zimmerman nei miei confronti!
Un’altra «approfondita obiettiva analisi», come direbbe il chiarissimo professore Luigi Parente!
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N.B.: L’evidenziazione, la sottolineatura, il grassetto, le immagini, NON sono presenti nel testo originale. Per contattarci usare la mail: sturevcm@libero.it.
14:24 Scritto da: bw5a in Antinegazionismo scientifico Pressac Green Pelt, Auschwitz Bunker 1 - 2, Auschwitz Preriscaldo Leichenkeller 1, Drahtnetzeinschiebvorrichtungen e Holzblenden, Forni crematori, Fosse cremazione, Majdanek Rapporto Simonov, Majdanek bombole con scritta CO, Majdanek camere a gas ad ossido di carbonio, Muratura refrattaria durata, Pressac Jean Claude, SS-Zentralbauleitung Auschwitz | Link permanente | Commenti (0) | Tag: antinegazionismo scientifico pressac green pelt, auschwitz preriscaldo leichenkeller 1, bunker 1 - 2, drahtnetzeinschiebvorrichtungen e holzblenden, forni crematori, fosse cremazione, majdanek rapporto simonov, majdanek bombole con scritta co, majdanek camere a gas ad ossido di carbonio, muratura refrattaria durata, pressac jean claude, ss-zentralbauleitung auschwitz |
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