26/01/2012

81/2- Auschwitz:assistenza sanitaria,”selezione”e “sonderbehandlung”dei detenuti immatricolati

Premessa di BW5a

Pubblichiamo il testo dei primi tre paragrafi del primo capitolo della parte prima dell'ultimo studio di Carlo Mattogno

"Auschwitz:assistenza sanitaria,”selezione”e “sonderbehandlung”dei detenuti immatricolati"

Particolare interesse rivestono le disposizioni sul miglioramento delle condizioni di vita ed alimentari degli internati, miglioramento in aperto contrasto con la pretesa sterminazionista di identificare il lager di Auschwitz come un "centro di sterminio”. Risulta è incomprensibile un miglioramento della  vita degli internati ( tra cui MOLTISSIMI  INABILI al lavoro,VECCHI, BAMBINI ,quindi "bocche inutili" da sfamare) con la contemporanea volontà di sterminio.

Il libro di  254 pagine + appendice documentaria (Effepi Edizioni, 2010. Euro 32,00)  può essere ordinato presso:

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La presente pubblicazione avviene con l'autorizzazione dell'Autore

Foto_Luglio 2010 012.JPGAuschwitz: assistenza sanitaria,”selezione”e .“sonderbehandlung”dei detenuti immatricolati

di Carlo Mattogno

parte II^

 

1.2. La selezione dei detenuti all'arrivo

Nella summa storiografica del Museo di Auschwitz in cinque volumi, Tadeusz Iwaszko1 scrive:

«L'accoglimento dei trasporti in massa di Ebrei deportati ad Auschwitz nel quadro della “soluzione finale” fu attuato secondo un' altra procedura. Anche in questi trasporti gli uomini furono scaricati in condizioni simili a quelle dei trasporti di detenuti, però dopo seguiva la “selezione” e alla fine solo una parte dei deportati veniva ammessa al campo. “Selezione” significava che i trasporti erano ripartiti sulla rampa e il criterio di questa “selezione” era l'abilità al lavoro degli uomini sopraggiunti. I responsabili delle selezioni erano i medici del campo SS. Queste selezioni venivano eseguite in fretta e accadeva anche che per di più ci fossero cattive condizioni di luce. Il membro delle SS che effettuava la selezione, per la sua decisione, si basava soltanto sull'aspetto [delle persone]. Il tutto si svolgeva così rapidamente che non sarebbe stata possibile neppure una visita superficiale. Dopo che, di norma, avevano viaggiato per parecchi giorni in vagoni sovraffollati, dopo che per giorni non avevano ricevuto nulla da bere, gli uomini, coi loro vestiti puzzolenti e la barba lunga non facevano un'impressione positiva. In queste circostanze, essere classificati come abili al lavoro dipendeva dal caso. Solo dopo la fine della selezione gli uomini classificati come abili al lavoro e necessari al campo venivano condotti al campo sotto sorveglianza»2.

 Sulla scelta dei detenuti da immatricolare non esiste alcun documento, tutto è lasciato alle testimonianze, perciò non si sa in base a quali criteri i Lagerärzte operassero. Tuttavia una serie di documenti mai menzionati prima d'ora da nessuno storico di Auschwitz ci permette di affermare con certezza che il lavoro dei Lagerärzte era molto più serio di quanto volesse far credere Iwaszko. Secondo questi documenti, che risalgono al 1943 e si riferiscono ai detenuti del campo maschile, il Lagerarzt, dopo la selezione iniziale, doveva visitare tutti i detenuti immatricolati e redigere, ogni cinque giorni, un rapporto sui risultati della visita che era inviato «al comando. Primo capo del campo di detenzione preventiva del KL» (an Kommandantur 1.Schutzhaftlagerführer des K.L.). Questi rapporti, che menzionano anche vari trasporti ebraici, sono redatti secondo un modello prestabilito. Il primo è datato 7 febbraio 1943.

 Traduco il rapporto del 12 febbraio:

 

« Copia.

 Il medico del campo Auschwitz, 12 febbraio 1943.

 KL Auschwitz

 A

 Comando

 I Capo del campo di detenzione preventiva del KL Auschwitz

 A u s c h w i t z

 

I 408 detenuti internati dal 6 al 10 febbraio 1943 sono stati visitati dal medico del campo.

 389 detenuti sono sani e abili al lavoro

 16 detenuti sono abili al lavoro leggero

 3 detenuti sono inabili al lavoro.

 I nuovi arrivati:

 N. da 100444 a 100497 da Kattowitz (prigione)

 100498 " 100522 ” Vienna (prigione)

 100523 " 100805 ” Residenza ebraica Bialystok

 100806 " 100839 ” Kattowitz (prigione)

 100840 " 100851 ” KL Stutthof

 devono sottostare a una quarantena di 3 settimane qui al campo prima di poter essere impiegati per il lavoro.

 Possono essere impiegati direttamente per il lavoro soltanto quei detenuti che non provengono da una prigione, un campo di raccolta o simili.

 

Il medico del campo del KL

 Auschwitz

 firmato: firma

 SS-Untersturmführer

 Per copia conforme

 (Mulka)

 SS-Hauptsturmführer e aiutante Timbro con la scritta:

 Waffen-SS

 Comando KL

 Auschwitz»3.

 

Nella tabella che segue riassumo i dati relativi ai documenti4:

Data del

rapporto

periodo

totale detenuti

abili al lavoro

abili al lavoro leggero

inabili al lavoro

7.2.1943

1-5.2.1943

1.853

1.772

74

7

12.2.1943

6-10.2.1943

408

389

16

3

16.2.1943

11-16.2.1943

1.641

1.572

65

4

8.4.1943

1-5.4.1943

245

234

9

2

18.5.1943

11-15.5.1943

302

286

12

4

23.5.1943

16-20.5.1943

101

97

3

1

28.6.1943

21-25.6.1943

421

390

24

7

19.8.1943

11-15.8.1943

410

376

26

8

6.9.1943

26-31.8.1943

1.196

1.112

64

20

4.12.1943

26-30.11.1943

347

252

66

29

 

 

6.924

6.480

359

85

 Il totale degli inabili al lavoro è dunque di 85 detenuti su 6.924, pari ad una percentuale dell'1,2%. Ciò significa che la selezione iniziale del Lagerarzt non era poi così arbitraria.

 Il Lagerarzt doveva sottoporre a visita medica tutti i trasporti di detenuti che arrivavano ad Auschwitz e quelli inabili al lavoro venivano da lui inviati all' ospedale dei detenuti (Häftlingskrankenbau).

 Come vedremo nel capitolo 4.3, dai documenti che si sono conservati risulta inoltre che le diagnosi del Lagerarzt erano molto accurate.

 

1.3. Il trattamento dei detenuti secondo il regolamento dei campi di concentramento

 Nei campi di concentramento tedeschi nulla era lasciato all’arbitrio. Un regolamento emanato dal Reichssicherheitshauptamt [RSHA] definiva l’ordinamento del campo, delimitava le funzioni e le competenze dei singoli uffici e sanciva le prescrizioni relative ai detenuti. Di tale regolamento esisteva con certezza una edizione del 1941 intitolata «Regolamento per campi di concentramento (ordinamento del campo)» [Dienstvorschrift für Konzentrationslager (Lagerordnung)], di cui ho trovato soltanto la copertina e l’indice. Il volumetto era suddiviso in sedici capitoli che recavano i seguenti titoli:

 I. Zweck und Gliederung des Konzentrationslagers/ Scopo e organizzazione del campo di concentramento

 II. Betreten des Konzentrationslagers/ Accesso al campo di concentramento

 III. Der Lagerkommandant/ Il comandante del campo

 IV. Der Adjutant/ L'aiutante

 V. Die Politische Abteilung/ La Sezione Politica

 VI. Das Schutzhaftlager/ Il campo di detenzione preventiva

 VII. Die Lagerverwaltung/ L'amministrazione del campo

 VIII. Der Lagerarzt/ Il medico del campo

 IX. Der Führer vom Sicherheitsdienst, der Unterführer vom Tagesdienst und die Lagerpolizei/ L'ufficiale del Servizio di Sicurezza, il sottufficiale del servizio diurno e la polizia del campo

 X. Der Postenbegleitdienst/ Il servizio di scorta delle sentinelle

 XI. Aufnahmen, Entlassung und Verschiebung/ Accettazione, rilascio e smistamento

 XII. Häftlingsgeldverwaltung/ Amministrazione del denaro dei detenuti

 XIII. Die Postzensur/ La censura postale

 XIV. Allgemeine Lagerordnung/ Regolamento generale del campo

 XV. Strafordnung/ Regolamento delle punizioni5.

 Un estratto di questo regolamento, firmato SS-Hauptscharführer Jung, fu trascritto da Jan Sehn e allegato agli atti del processo della guarnigione del campo di Auschwitz. Su questo documento ritornerò successivamente. Esiste anche un «Regolamento per il campo di concentramento femminile di Ravensbrück (ordinamento del campo)» [Dienstvorschrift für das Fr. K.L. Ravensbrück (Lagerordnung)] che presenta le varianti necessarie per un campo femminile6.

 Le disposizioni generali per le guardie che prestavano servizio nei campi di concentramento vietavano espressamente di maltrattare i detenuti. Un formulario con domande e risposte intitolato «Istruzione sui compiti e doveri delle sentinelle in un campo di concentramento» (Unterricht über Aufgaben und Pflichten der Wachposten in einem Konzentrationslager) dichiara al riguardo:

 «Domanda: Che deve fare la sentinella quando osserva pigrizia, negligenza e ozio?

 Risposta: Deve riferirlo al caposquadra o al capo del campo di detenzione preventiva indicando il numero del detenuto.

 Domanda: Che cosa non può fare in nessun caso?

 Risposta: È vietato punire fisicamente un detenuto».

 Frage: Was hat der Posten zu tun, wenn er Faulheit, Nachlässigkeit und Schlenderei beobachtet?

 Antwort: Er hat dies unter Angabe der Häftlingsnummer dem Vorarbeiter oder dem Schutzhaftlagerführer zu melden.

 Frage: Was darf er in keinem Fall tun?

 Antwort: Es ist verboten, einen Häftling körperlich zu züchtigen»]7.

 Il «Regolamento per il campo di concentramento femminile di Ravensbrück» intimava:

 «Bisogna far presente in modo particolare la severa punizione in caso di maltrattamento dimostrato di detenuti» [(Auf die schwere Bestrafung bei nachgewiesener Mißhandlung von Häftlingen ist besonders hinzuweisen) »]8,

 e indicava anche la punizione:

 «Qualunque maltrattamento di detenuti in detenzione preventiva è vietato (congedo senza preavviso»[«Jede Mißhandlung von Schutzhäftlingen ist verboten (fristlose Entlassung)»]9.

 Esso considerava punibile anche il detenuto che avesse «ingannato, derubato o maltrattato» (belügt, bestiehlt oder mißhandelt) un altro detenuto10.

 E nei «Promemoria per l'istruzione degli ufficiali SS in servizio nel campo di concentramento» (Merkblätter für Unterricht an die SS-Führer im K.L.Dienst) si legge:

 «Bisogna fare particolare attenzione al fatto che la sicura dell'arma sia in ogni caso inserita, per non mettere inutilmente in pericolo sé stessi, i camerati, i civili o anche i detenuti, la cui forza lavorativa deve essere conservata. Ogni sentinella ha inoltre il dovere di sollecitare i detenuti a lavorare e in caso di pigrizia, negligenza ecc., di segnalarli indicando il loro numero.

 Alle sentinelle è vietata qualunque punizione arbitraria di detenuti».

 Es ist besonders darauf zu achten, daß die Waffe in jedem Falle gesichert getragen wird, um nicht unnötig sich selbst, Kameraden, Zivilpersonen oder auch Häftlinge, deren Arbeitskraft erhalten werden muß, zu gefährden. Pflicht jedes Postens ist es ferner, Häftlinge zur Arbeit anzuhalten und sie bei Faulheit, Nachlässigkeit usw. unter Angabe der Nummer zur Meldung zu bringen.Jede eigenmächtige Züchtigung von Häftlingen ist den Posten verboten»]11.

 Il regolamento di Auschwitz proibiva tassativamente alle SS sia di uccidere, sia di maltrattare arbitrariamente un detenuto. Le SS che venivano trasferite al campo dovevano firmare la seguente «Obbligazione»(Verpflichtung):

 «Mi è noto che soltanto il Führer decide sulla vita e sulla morte di un nemico dello Stato. Io non posso ledere fisicamente o uccidere nessun avversario dello Stato (detenuto). Qualunque uccisione di un detenuto in un campo di concentramento richiede l'autorizzazione personale del Reichsführers-SS [Himmler].

 Sono anche consapevole che in caso di trasgressione contro questa obbligazione ne renderò conto inesorabilmente.

 KL Auschwitz, ...novembre 1943.

 Andreas Lang

 SS-Sturmmann».

 Mir ist bekannt, daß nur der Führer allein über Leben und Tod eines Staatsfeindes entscheidet. Ich darf keinen Staatsgegner (Häftling) körperlich schädigen oder zu Tode bringen. Jede Tötung eines Häftlings in einem Konzentrationslager bedarf der persönlichen Genehmigung des Reichsführers-SS.

 Ich bin mit bewußt, daß ich bei Zuwiderhandlung gegen diese Verpflichtung unnachsichtig zur Rechenschaft gezogen werde.

 K.L. Auschwitz, den 11.43.

 Andreas Lang,

 SS-Sturmmann»]12.

 

L’impegno del firmatario veniva poi confermato da una «Deliberazione» (Verhandlung) che riassumeva tutti i doveri delle SS. Ecco quella dell’ SS-Schütze Anton Wessenhöfner:

 « D e l i b e r a z i o n e

 sull'obbligazione dell’SS-Schutzen Anton Wessenhöfner.

 Sono stato istruito il 7 dicembre 1943 dall' SS-Hauptsturmführer Schemmel13 sui miei doveri in generale, in particolare sull'obbligo di mantenere il silenzio sulle faccende di cui possa venire a conoscenza nel mio servizio.

 Sono stato inoltre istruito sul fatto che il dovere di mantenere i segreti di servizio continua anche dopo il mio congedo dalle SS.

 Sono consapevole che [altrimenti] mi rendo colpevole di disubbidienza nei confronti di un ordine di servizio, che una violazione di quest'ordine significa alto tradimento.

 Inoltre mi è noto che soltanto il Führer decide sulla vita e sulla morte di un nemico dello Stato. Nessun membro delle SS e nessuno che sia obbligato al servizio nelle Waffen-SS ha dunque il diritto di mettere le mani su un nemico dello Stato o di maltrattarlo fisicamente. Il detenuto viene punito soltanto dal comandante [del campo]. Allo stesso modo le esecuzioni da effettuare nei campi di concentramento vengono effettuate soltanto su ordine del Reichsführer-SS e dagli ufficiali SS da lui incaricati.

 Rendo la seguente dichiarazione con una stretta di mano:

 “Prometto solennemente in luogo di giuramento che svolgerò sempre puntualmente e coscienziosamente i miei compiti di servizio nel campo di concentramento di Auschwitz e manterrò il segreto di servizio”.

 A conferma di quest'atto di obbligazione firmo dopo lettura questa deliberazione.

 Auschwitz, 8 dicembre 1943.

 Anton Wessenhöfner

 SS-Schütze»14.

 Il divieto di maltrattare i detenuti non era una norma puramente formale che si potesse infrangere arbitrariamente. Dopo la constatazione medica dei maltrattamenti subiti da un detenuto, l’ SS-Standortarzt inviava un breve rapporto allo Schutzhaftlagerführer con preghiera di indagare e punire il colpevole. Ciò risulta dai due documenti che seguono. Il primo si riferisce al campo di Monowitz [Buna]:

 «Il medico della guarnigione Auschwitz, 6.7.1943

 Auschwitz

 S/numero di protocollo: h (KL)/7.43/Dr.W.Ri.

  Oggetto: maltrattamento del detenuto 115385 Richard Jedrzejkiewicz

 Riferimento: comunicazione del medico del campo di Buna del 5.7.1943

 Allegati: nessuno.

 Al 1° Capo del campo di detenzione preventiva

 Auschwitz

 Il medico del campo di Buna comunica al medico della guarnigione del campo che il detenuto 115385, Richard J e d r z e j k i e w i c z è stato ricoverato all'ospedale dei detenuti con ematomi all'occhio sinistro, sul cuoio capelluto, contusione del dorso della mano sinistra e lividi sulle natiche.

 J.[edrzejkiewicz] è stato maltrattato con un tubo di gomma dal Blockälteste [capo Block] del Block 24 (Buna), detenuto 113932 Otto Osterloh.

 Il medico della guarnigione di Auschwitz prega di indagare e di punire il colpevole.

 

Per informazione al Il medico della guarnigione

 Comandante del KL Auschwitz (firma)

 Sezione IIIa SS-Hauptsturmführer»15.

 

 Il secondo documento riguarda invece il campo di Auschwitz:

 « Il medico della guarnigione Auschwitz, 30 giugno 1943

 Auschwitz

 S/numero di protocollo: 4 h (KL)/6.43/Dr.W/Ri.

  Oggetto: maltrattamento del detenuto Z 4684, Jaroslaus M u r k a

 Riferimento: comunicazione del medico del campo del 29 giugno 1943

 Allegati: nessuno.

 Al 1° Capo del campo di detenzione preventiva Auschwitz

 Il medico del campo di Auschwitz I comunica al medico della guarnigione SS che il detenuto Jaroslaus M u r k a è stato ricoverato all'ospedale dei detenuti con numerosi ematomi al cranio, al volto, su entrambe le parti superiori delle braccia e sul petto, con disturbi della vista e commozione cerebrale.

 M[urka] è stato maltrattato dal Blockälteste 5a e dallo Stubenälteste [capo camerata] 6, che gli ha impedito per un giorno di andare all'ospedale.

 Il medico della guarnigione di Auschwitz prega di indagare e di punire il colpevole.

 Per informazione al Il medico della guarnigione

 Comandante del KL Auschwitz (firma)

 Sezione IIIa SS-Hauptsturmführer»16.

 I due documenti seguono un modello fisso e fanno riferimento ad uno specifico “numero di protocollo”: 14 h. Inoltre essi venivano mandati per conoscenza al comandante del campo e alla Abteilung IIIa, l'impiego lavorativo. Da ciò si desume da un lato che rapporti di tal fatta erano frequenti, dall'altro che i maltrattamenti di detenuti erano considerati fatti tanto gravi che i Lagerärzte ne dovevano informare l'SS-Standortarzt e questi addirittura il comandante del campo.

 Nel Kommandaturbefehl (ordine del comando) n.4/44 del 22 febbraio 1944 il comandante del campo di Monowitz, SS-Hauptsturmführer Heinrich Schwarz17, nel paragrafo «Maltrattamento dei detenuti» (Häftlingsmißhandlung) scrisse:

 «In un campo esterno è accaduto che dei detenuti sono stati picchiati e in parte maltrattati da civili, con i quali erano occupati nel medesimo luogo di lavoro, a tal punto che è stato necessario ricoverarli temporaneamente all'ospedale. Nei casi in cui il lavoro insieme ai civili è inevitabile, i capi dei campi [settori] sono responsabili di fronte a me dell'ordine e devono far istruire di nuovo i civili dalla [loro] impresa sui rapporti con i detenuti. D'altra parte mi deve essere riferito immediatamente su ogni maltrattamento di un detenuto da parte di un civile. In questa occasione ancora una volta richiamo espressamente l'attenzione sull'ordine vigente che nessun SS può mettere le mani su un detenuto. Nel quinto anno di guerra, bisogna far di tutto per conservare la capacità lavorativa dei detenuti».

 In einem Außenlager ist es vorgekommen, daß Häftlinge von Zivilisten, mit denen sie auf der gleichen Arbeitsstelle beschäftigt waren, geschlagen und z. T. mißhandelt wurden, so daß sie vorübergehend in den Krankenbau aufgenommen werden mußten. In den Fällen, in denen ein Zusammenarbeiten mit Zivilisten unvermeidlich ist, sind mir die Lagerführer für Ordnung verantwortlich und haben die Zivilisten nochmals durch das Werk über den Umgang mit Häftlingen belehren zu lassen. Andererseits ist mir jede Mißhandlung eines Häftlings durch einen Zivilisten umgehend zu melden.

 Bei dieser Gelegenheit mache ich nochmals ausdrücklich auf den bestehenden Befehl aufmerksam, daß kein SS-Mann Hand an einen Häftling legen darf. Im 5. Kriegsjahr ist alles daran zu sezten die Arbeitskraft der Häftlinge zu erhalten»18.

 Le uccisioni erano ovviamente fatti ancora più gravi.

 Il regolamento dei campi di concentramento attribuiva alla Sezione Politica (Politische Abteilung), tra gli altri, il compito di occuparsi di

 a) Casi di morte naturale (Natürliche Sterbefälle)

 b) Casi di morte non naturale e suicidi (Unnatürliche Sterbefälle und Selbstmorde).

 Circa il secondo punto, il regolamento prescriveva:

 «Riguardo ai casi di morte non naturale e ai suicidi, viene inviato l’avviso al RSHA o al RKPA19, nonché agli uffici che attuano l’internamento, parimenti mediante telescritto. I parenti vengono avvisati mediante telegramma – ad es. “Marito fucilato durante la fuga” o “ha commesso suicidio” ecc. – . Nell’indicazione del tempo nel telescritto non si dice “alle”, ma “verso” le 16,40 ecc. Il capo dell’ Amtgruppe D viene informato tramite posta rapida o telescritto. Inoltre deve essere informato mediante telescritto lo stato maggiore personale del Reichsführer-SS. L’ufficiale giudiziario competente in rappresentanza del competente tribunale delle SS e della Polizia dev’essere avvisato immediatamente. Egli esegue un’ispezione della salma e del luogo del fatto. In ogni caso bisogna effettuare due interrogatori e uno schizzo o una fotografia – servizio riconoscimento. Il Tribunale delle SS e della Polizia competente deve essere informato per iscritto. Bisogna allegare:

 1 verbale di interrogatorio per ciascuno dei testimoni

 1 rapporto dell’ufficiale giudiziario

 1 rapporto medico.

 Al capo dell’ Amtsgruppe D bisogna inoltrare regolarmente rapporti finali in duplice copia con i seguenti allegati:

 a) nei casi di morte naturale (in duplice copia)

 1 raporto di necroscopia medico-legale

 1 rapporto del comando

 1 certificato di morte del medico

 1 rapporto sui risultati dall'autopsia

 1 certificato di sepoltura del Tribunale delle SS e della Polizia

 Se nel campo di concentramento in questione c'è un crematorio, ad esso, dopo il rilascio della salma da parte del tribunale delle SS e della Polizia o del Pubblico Ministero, viene inviato un ordine di cremazione firmato dal comandante del campo o dal suo rappresentante. [...]. Entro il 3 di ogni mese bisogna inoltrare in duplice copia con lettera di accompagnamento all' Amtgruppenchef D, secondo l'ordine dell'Ispettore dei campi di concentramento Pol./Az. 14 f 1/ö 3/L./F., liste nominative con numerazione consecutiva, ordinate secondo le date di morte, con cognome, nome, età (anno di vita completo), causa della morte, tipo di detenzione e precedenti penali, e precisamente nella successione seguente:

 b) nei casi di morte non naturale e di suicidio (in duplice copia)

 un verbale di interrogatorio per ciascuno dei testimoni

 un rapporto del comando

 un certificato di morte del medico

 un rapporto dei risultati dell’autopsia

 un certificato di inumazione del tribunale delle SS e  della Polizia

 una disposizione di archiviazione del Tribunale delle  SS e della Polizia.

 I – Casi di morte naturali nel KL dal ... al ...

 II – Suicidi nel KL dal ... al ...

 III – Disgrazie mortali nel KL dal ... al ...

 IV – Fucilazioni nel KL dal ... al ...

 Le esecuzioni vengono comunicate al competente ufficio di stato civile per la registrazione e il rilascio dei certificati di morte. I certificati di morte che devono essere inviati dall’ufficio di stato civile al comando vengono inoltrati con i verbali di esecuzione al RSHA, all'attenzione dell’ SS-Gruppenführer Müller. L’ordine di cremazione viene impartito dal comandante del campo o dal suo rappresentante»20.

 Nella lettera del 17 settembre 1942, che aveva come oggetto «Comunicazioni di casi di morte non naturale di detenuti» (Meldungen von unnatürlichen Todesfällen von Häftlingen), il capo dell’Amtsgruppe D dell'SS-WVHA informò i comandanti dei campi di concentramento che in futuro tali comunicazioni non dovevano più essere inviate al RSHA, Dienstelle IV C, ma soltanto al Reichsführer-SS e all’Amtsgruppe D21. er die Auswirkung desselben bis zum

 Note:

1 T.Iwaszko è morto nel 1988.

2 T. Iwaszko, «Haftgründe und Häftlingskategorien», in: W. Długoborski e F. Piper (a cura di), Auschwitz 1940-1945. Studien zur Geschichte des Konzentrations- und Vernichtungslagers Auschwitz. Verlag des Staatlichen Museums Auschwitz-Birkenau. Oświęcim, 1999, vol. II, pp.18-19.

3 RGVA, 502-1-68, p. 119. Vedi Documento 2.

4 RGVA, 502-1-68, pp. 20-20a, 42-42a, 53-53a, 71-71a, 91, 94, 107, 117, 119, 121.

5 GARF, 7445-2-96, pp. 2-3

6 NA, T-1021. Record Group No. 242/338, vol. 3, . Roll No. 18, Frames n.627-671.

7 RGVA, 1367-1-2, p. 3.

8 Dienstvorschrift für das Fr. K.L. Ravensbrück (Lagerordnung). NA, T-1021. Record Group No. 242/338, vol. 3, Roll No. 18, Frame 632 (p. 6).

9 Idem, Frame 650 (p. 22).

10 Idem, Frame 669 (p. 41).

11 AMS, I-IB6, p. 18.

12 GARF, 7021-107-11, p. 30. Vedi Documento 3.

13 Alfred Schemmel, comandante della 7. SS-Wachkompanie dalla fine di maggio del 1944 al settembre 1944.

14 RGVA, 502-4-50, p. 3. Vedi documento 4 e Trascrizione 4.

15 RGVA, 502-1-68, p. 63. Vedi Documento 5 e Trascrizione 5.

16 RGVA, 502-1-68, p. 70. Vedi Documento 6 e Trascrizione 6.

17 In precedenza Schwarz era stato capo dell’sezione IIIa-Impiego lavorativo dei detenuti (Abteilung IIIa-Arbeitseinsatz) a Birkenau.

18 Standort- und Kommandanturbefehle des Konzentrationslagers Auschwitz 1940-1945. A cura di Norbert Frei, Thomas Grotum, Jan Parcer, Sybille Steinbacher e Bernd C. Wagner. K.G. Saur, Monaco, 2000, p. 413.

19 Reichskriminalpolizeiamt: Ufficio di polizia criminale del Reich.

20 AGK, NTN, 131, pp.186-187. Vedi Trascrizione 7 .

21 NO-3677.

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N.B.: Evidenziazione, sottolineatura, grassetto, immagini, NON sono presenti nel testo originale. Per contattarci: sturevcm@libero.it.

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81/1 - Auschwitz:assistenza sanitaria,”selezione”e “sonderbehandlung”dei detenuti immatricolati

Premessa di BW5a

Pubblichiamo il testo dei primi tre paragrafi del primo capitolo della parte prima dell'ultimo studio di Carlo Mattogno

"Auschwitz:assistenza sanitaria,”selezione”e “sonderbehandlung”dei detenuti immatricolati"

Particolare interesse rivestono le disposizioni sul miglioramento delle condizioni di vita ed alimentari degli internati, miglioramento in aperto contrasto con la pretesa sterminazionista di identificare il lager di Auschwitz come un "centro di sterminio”. Risulta è incomprensibile un miglioramento della  vita degli internati ( tra cui MOLTISSIMI  INABILI al lavoro,VECCHI, BAMBINI ,quindi "bocche inutili" da sfamare) con la contemporanea volontà di sterminio.

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Auschwitz:

assistenza sanitaria, ”selezione”e “sonderbehandlung” dei detenuti immatricolati

 

di Carlo Mattogno

parte I^

 

I DETENUTI

 

CAPITOLO 1

LE CONDIZIONI DI VITA DEI DETENUTI

 

1.1 Le disposizioni relative al miglioramento delle condizioni di vita dei detenuti

A partire dalla fine di marzo del 1942, nei campi di concentramento nazionalsocialisti l'aspetto ecomico della detenzione cominciò a prevalere su quello strettamente “rieducativo”. Il 31 marzo 1942 l'SS-Brigadeführer Richard Glücks, capo dell'Amtsgruppe D-Konzentrationslager (Gruppo di uffici D – Campi di concentramento) dell' appena costituito SS-Wirtschafts-Verwaltungshauptamt, mandò ai comandanti di tutti i campi di concentramento una lettera segreta nella quale comunicò:

«Per ordine del Reichsführer-SS in parecchi campi si lavora all'interno del campo di detenzione preventiva per l'industria degli armamenti. Questi lavori sono d'importanza militare e perciò particolarmente urgenti. Con i detenuti nuovi arrivati devo anzitutto riempire questi campi, poi, secondo l'urgenza, saranno soddisfatte le esigenze degli altri campi»1.

 

Un mese dopo la svolta era ormai decisa. Il 30 aprile l'SS-Gruppenführer Oswald Pohl, capo dell'SS-WVHA, inviò a Himmler una lettera con oggetto «Incorporamento dell'Ispettorato dei campi di concentramento nell'SS-WVHA» (Eingliederung der Inspektion der Konzentrationslager in das SS-Wirtschafts-Verwaltungshauptamt) nella quale rilevò:

«La guerra ha portato un evidente cambiamento strutturale dei campi di concentramento e ha cambiato radicalmente i loro compiti per quanto riguarda i detenuti. L'aumento di detenuti solo per ragioni di sicurezza, di rieducazione o di prevenzione non è più in primo piano. Il baricentro si è spostato verso il lato economico. La mobilitazione di tutte le forze lavorative dei detenuti anzitutto per compiti bellici (incremento dell'armamento) e successivamente per i compiti della pace si spinge sempre più in primo piano.

Da questo riconoscimento risultano provvedimenti necessari che richiedono un graduale passaggio dei campi di concentramento dalla loro precedente forma unilateralmente politica ad una organizzazione rispondente ai compiti economici»2.

Questi nuovi compiti di importanza bellica richiedevano la salvaguardia della manodopera dei detenuti.

Il 15 dicembre 1942, Himmler, preoccupato per l’alta mortalità dei detenuti dei campi di concentramento, scrisse al capo dell’ SS-WVHA la seguente lettera:

«Caro Pohl, ritorno sul nostro colloquio a Hegewaldheim. Nel 1943 cerchi di acquistare in larghissima misura per il sostentamento dei prigionieri verdura cruda e cipolle. Nel periodo della verdura distribuisca in grande quantità carote, cavoli rapa, rape bianche e quante altre verdure simili ci sono e ne immagazzini per i detenuti per l'inverno un quantitativo sufficiente, in modo che i prigionieri ogni giorno ne possano ricevere in quantità soddisfacente. Credo che in tal modo innalzeremo notevolmente [il loro] stato di salute. Heil Hitler. Suo Himmler».

Lieber Pohl! Ich komme auf unser Gespräch im Hegewaldheim zurück. Versuchen Sie doch im Jahre 1943 für die Gefangenenernährung im grössten Umfang rohes Gemüse und Zwiebeln zu erwerben. Geben Sie in der Gemüsezeit Karotten, Kohlrabi, weisse Rüben und was es sonst an derartige Gemüse gibt, in grosser Menge aus und lagern Sie für die Gefangenen für den Winter eine genügende Menge ein sodass die Gefangenen jeden Tag in ausreichendem Masse davon bekommen könnten. Ich glaube, wir werden damit den Gesundheitszustand wesentlich heben. Heil Hitler. Ihr (Himmler)3.

Il 28 dicembre 1942 Himmler ordinò di abbassare a tutti i costi la mortalità dei detenuti dei campi di concentramento. Lo stesso giorno l’ SS-Brigadeführer Glücks inviò ai medici dei campi di concentramento (Lagerärzte) una lettera relativa all’«Attività medica nei campi di concentramento» (Ärztliche Tätigkeit in den Konz.-Lagern). A questa era allegato un riepilogo delle variazioni della forza dei campi, dal quale risultava che, su 136.000 internati, ne erano morti 70.000. Glücks continua:

«Con un tasso di morte così alto non si potrà mai portare il numero dei detenuti al livello che il Reichsführer SS ha ordinato. I medici primari dei campi si devono impegnare con tutti i mezzi a loro disposizione affinché il tasso di mortalità nei singoli campi diminuisca considerevolmente. Il miglior medico in un campo di concentramento non è quello che crede di attirare l'attenzione con una durezza inopportuna, bensì quello che mantiene la capacità lavorativa più alta possibile con la sorveglianza e le turnazioni nei singoli luoghi di lavoro. I medici dei campi devono sorvegliare più di prima il vitto dei detenuti e presentare proposte di miglioramento ai comandanti dei campi in accordo con le amministrazioni. Queste però non devono restare soltanto sulla carta, ma devono essere controllate regolarmente dai medici dei campi. Inoltre i medici dei campi si devono preoccupare che le condizioni di lavoro nei singoli luoghi di lavoro vengano migliorate per quanto è possibile. A questo scopo è necessario che i medici dei campi nei luoghi di lavoro si convincano personalmente sul posto delle condizioni di lavoro. Il Reichsführer SS ha ordinato che la mortalità debba assolutamente diminuire. Per questa ragione viene ordinato quanto sopra e ogni mese bisogna riferire al capo dell'Ufficio D II su ciò che si è disposto. La prima volta il 1° febbraio 1943».

Mit einer derartig hohen Todesziffer kann niemals die Zahl der Häftlinge auf die Höhe gebracht werden, wie es der Reichsführer SS befohlen hat. Die 1.Lagerärzte haben sich mit allen ihnen zur Verfügung stehenden Mitteln dafür einzusetzen, dass die Sterblichkeitsziffer in den einzelnen Lagern wesentlich herabgeht. Nicht derjenige ist der beste Arzt in einem Konz.-Lager, der glaubt, dass er durch unangebrachte Härte auffallen muss, sondern derjenige, der die Arbeitsfähigkeit durch Überwachung und Austausch an den einzelnen Arbeitsstellen möglichst hoch hält. Die Lagerärzte haben mehr als bisher die Ernährung der Häftlinge zu überwachen und in Übereinstimmung mit den Verwaltungen den Lagerkommandanten Verbesserungsvorschläge einzureichen. Diese dürfen jedoch nicht nur auf dem Papier stehen, sondern sind von den Lagerärzten regelmässig nachzukontrollieren. Ferner haben sich die Lagerärzte darum zu kümmern, dass die Arbeitsbedingungen auf den einzelnen Arbeitsplätzen nach Möglichkeit verbessert werden. Zu diesem Zweck ist es nötig, dass die Lagerärzte sich auf den Arbeitsplätzen an Ort und Stelle von den Arbeitsbedingungen persönlich überzeugen. Der Reichsführer SS hat befohlen, dass die Sterblichkeit unbedingt geringer werden muss. Auf diesem Grund wird obiges befohlen und es ist monatlich über das Veranlasste an der Chef des Amtes D II zu berichten. Erstmalig am 1. Februar 1943»]4.

Il 20 gennaio 1943 Glücks ritornò sull’ordine di Himmler scrivendo ai comandanti dei campi di concentramento quanto segue:

«Invio per conoscenza la copia allegata. Come ho già fatto presente, il tasso di mortalità al campo dev'essere abbassato con ogni mezzo. Ciò è anche possibile con la piena utilizzazione e la preparazione appetitosa del vitto disponibile e con la ricezione ben avviata di pacchi.

Rendo il comandante del campo e il capo dell'amministrazione del campo di concentramento personalmente responsabili dell'esaurimento di ogni possibilità per conservare la forza lavorativa dei detenuti e controllerò in futuro nei giudizi personali che devono essere dati da qui se anche in questo caso gli ufficiali SS responsabili abbiano adempiuto completamente il loro dovere».

Anliegende Abschrift übersende ich zur Kenntnisnahme. Wie ich bereits darauf hingewiesen habe, ist mit allen Mitteln zu versuchen, die Sterblichkeitsziffer im Lager herunterzumindern. Durch volle Ausnutzung und schmackhafte Zubereitung der zur Verfügung stehender Verpflegung und durch den gut angelaufenen Paketempfang ist dies auch möglich.

Ich mache den Lagerkommandanten und den Leiter der Verwaltung des Konzentrationslagers für die Erschöpfung jeder Möglichkeit zur Erhaltung der Arbeitskraft der Häftlinge persönlich verantwortlich und werde in Zukunft bei den von hier vorzulegenden Personalbeurteilungen überprüfen, ob auch in diesen Falle die verantwortlichen SS-Führer restlos ihre Pflicht erfüllt haben»]5.

In conseguenza di queste disposizioni di Himmler, nella prima metà del 1943 la mortalità nei campi di concentramento si abbassò in modo rilevante. Nel relativo rapporto di Pohl a Himmler, datato 30 settembre 1943, si legge:

«Reichführer,

dopo che nel mese di dicembre 1942 la mortalità ha raggiunto ancora circa il 10%, già nel mese di gennaio 1943 è scesa all'8%, per poi diminuire costantemente. In sostanza, questa diminuzione della mortalità viene attribuita al fatto che le misure igieniche già a lungo richieste sono state attuate almeno in gran parte. Inoltre nell'ambito del vitto si è ordinato che un terzo del nutrimento poco prima della distribuzione venga aggiunto crudo, spezzettato a dovere, al cibo cotto ».

Reichführer!

Nachdem im Monat Dezember 1942 die Sterblichkeit noch rd. 10% betrug, ging sie bereits im Monat Januar 1943 auf 8% herunter, um dann ständig abzusinken. In der Hauptsache wird dieses Absinken der Sterblichkeit darauf zurückgeführt, daß schon lange geforderten hygienischen Maßnahmen nunmehr wenigstens zu einem grossen Teil durchgeführt wurden. Ferner wurde auf dem Gebiete der Ernährung angeordnet, daß ein Drittel der Nahrung kurz vor der Ausgabe in rohem Zustand in der nötigen Zerkleinerung dem gekochten Essen zugesetzt wird»].

Gli altri provvedimenti concernevano il miglioramento del vestiario invernale, la minore durata degli appelli, la concessione di ricevere pacchi viveri e un corso di cucina a Dachau per i detenuti cucinieri6.

Il 26 ottobre 1943 Pohl emanò una importante direttiva segreta che riguardava il miglioramento delle condizioni di vita dei detenuti. Riporto, nonostante la sua lunghezza, il testo integrale di questa direttiva, che fu inviata ai comandanti di 19 campi di concentramento, tra cui Auschwitz:

«Nel quadro della produzione bellica tedesca i campi di concentramento, grazie al lavoro di costruzione che è stato eseguito nei due anni passati, rappresentano un fattore di importanza strategica determinante. Dal nulla abbiamo creato fabbriche di armamenti che non hanno pari.

Ora dobbiamo fare in modo con tutte le forze che le realizzazioni già raggiunte siano non soltanto mantenute, ma anche costantemente accresciute in futuro.

Poiché le officine e le fabbriche in sostanza restano quelle, ciò per noi è possibile solo conservando la forza lavorativa dei detenuti e accrescendola ulteriormente.

Negli anni scorsi, nel quadro dei compiti di rieducazione allora vigenti, poteva essere indifferente se un detenuto poteva o non poteva prestare un lavoro utile. Ma ora la forza lavorativa dei detenuti è importante e tutti i provvedimenti dei comandanti, dei capi dell'Ufficio V7 e dei medici devono riguardare soprattutto il mantenimento della salute e della produttività dei detenuti. Non per ipocrita sentimentalismo, ma perché abbiamo bisogno delle loro braccia e delle loro gambe, perché essi devono contribuire a che il popolo tedesco consegua una grande vittoria, per questo dobbiamo prenderci a cuore il benessere dei detenuti.

Come primo obiettivo pongo questo: al massimo il 10% di tutti i detenuti possono essere inabili al lavoro in conseguenza di una malattia. Quest'obiettivo deve essere raggiunto con un lavoro comune di tutti i responsabili.

Per questo è necessario:

1) un'alimentazione corretta e appropriata,

2) un vestiario corretto e appropriato

3) l'impiego di tutti i mezzi sanitari naturali

4) evitare tutti gli sforzi inutili, non direttamente indispensabili per la capacità lavorativa,

5) premi di produttività.

1) Alimentazione.

Già più volte ho richiamato l'attenzione sulla necessità di un vitto per i detenuti corretto e appropriato. Ricordo i seguenti princìpi:

a) Immagazzinare verdura e patate in modo da evitare il più possibile perdite di magazzino. Impianti di stoccaggio ineccepibili.

b) Quando si puliscono patate e verdura tenere gli scarti al livello più basso possibile. Sorvegliare costantemente le squadre di sbucciatori.

c) Lavare le patate il più brevemente possibile, non lasciarle all'acqua corrente per ore. Se un lavaggio è inevitabile, tenerle appena coperte dall'acqua intere e non spezzettate. Distribuire per quanto possibile patate lesse con la buccia.

d) Mescolare dal 10 al 50% di tutta la verdura cruda ai cibi cotti poco prima della distribuzione del rancio.

e) Mescolare ai cibi circa il 10% delle patate crude e grattugiate.

f) Buttare via l'acqua di cottura delle verdure solo quando presenta un cattivo odore o sapore.

g) Distribuire verdura accanto ai pasti anche cruda, come l'insalata, o non cucinata (carote, crauti).(Cantina!). La raccolta di verdura selvatica e di spezie dev'essere fatta come prima con grandissima cura.

h) Non fare scuocere i cibi caldi!

i) La quantità del rancio di mezzogiorno dev'essere di un litro e un quarto–un litro e mezzo, ma non una zuppa acquosa, bensì una pietanza densa, ricca di contenuto.

j) I cuochi devono rivolgere la loro attenzione principalmente al buon condimento. Niente quantità eccessive di sale, comunque non possono essere somministrati 20–30 grammi al giorno. La provvista di spezie, nella misura in cui non siano razionate, dev' essere attuata energicamente.

k) I detenuti cuochi devono essere sorvegliati costantemente e sostituiti immediatamente in caso di negligenza nel servizio.

i) Al contrario di quanto avviene per la cucina dei soldati, nella cucina dei detenuti il cibo dev'essere spezzettato e cotto insieme. Solo i lavoratori addetti ai lavori pesanti ricevono in mano il loro supplemento di salsiccia.

m) Bisogna sfruttare completamente tutte le possibilità di procurare generi alimentari supplementari (ad es. lievito, cagliata).

n) Nei campi di concentramento non ci devono essere rifiuti di cibo.

o) Le pietanze e le bevande calde devono essere somministrate e consumate calde.

p) Il pane dev'essere immagazzinato. Dove possibile, distribuire pane integrale.

q) Bisogna provvedere con grande attenzione ad una distribuzione in parti uguali del vitto. Il detenuto che senza colpa riceve il cibo in ritardo ha diritto alla stessa quantità di coloro che lo hanno preceduto. Le porzioni di cibo in eccedenza devono essere distribuite in parti uguali o equamente a turno.

r) I detenuti devono essere incoraggiati a pelare con cura le patate lesse con la buccia.

s) Bisogna favorire la ricezione di pacchi supplementari.

t) Mangiare e digerire bene richiedono tranquillità. Perciò pause sufficienti quando si riceve il cibo. Niente marce inutili: portare il cibo agli uomini, non gli uomini al cibo.

Non gravare le pause per mangiare con un ulteriore servizio.

u) Nelle cucine, nelle sale di soggiorno, nelle stoviglie deve regnare la massima pulizia.

v) Se un malato può raggiungere una guarigione più rapida grazie a una dieta particolare, bisogna somministrargliela, ma soltanto nelle infermerie.

2) Vestiario.

Il vestiario, insieme al vitto caldo, ha il compito di tenere caldo il corpo e di proteggerlo da infreddature. Ciò è di particolare importanza proprio per i detenuti che lavorano all'aperto.

Ordino che d'inverno, se ci sono, si portino copricapi, cappotti, polsini di lana, calzini. Più vestiti leggeri tengono più caldi di uno pesante, perciò d'inverno in mancanza di un cappotto dev'essere consentito di indossare due camicie o simili.

I giornali sono una efficace protezione contro il freddo (perché mantengono il calore). Perciò, se necessario, far portare parecchi strati di giornali sul petto, sulla pancia e sulla regione renale. Bisogna preoccuparsi di procurare sufficienti quantità di carta.

I detenuti eventualmente si possono confezionare da soli panciotti di carta. Anche la carta tagliuzzata nelle calze costituisce una buona protezione contro il freddo. Se non c'è un copricapo, permettere parimenti di confezionare berretti di carta attillati. In questo caso lasciare anche i capelli lunghi per mantenere il calore.

Premierò le proposte utili per ogni tipo di vestiario che mantenga il calore.

3) Mezzi sanitari naturali.

D'inverno bisogna badare che i detenuti non subiscano congelamenti. Perciò in caso di lavoro all'aperto fare ripetutamente brevi pause per energici movimenti corporei. Utilizzare per esercizi di riscaldamento anche gli appelli per il conteggio [dei detenuti].

Le bevande e i cibi caldi favoriscono l'irrorazione sanguigna e il riscaldamento del corpo dall'interno. Distribuire cibo freddo sempre insieme a una bevanda calda.

Il giaciglio non si deve raffreddare; perciò nelle baracche non riscaldate far mettere di giorno coperte distese sui pagliericci. Bisogna controllare costantemente che i pagliericci siano ben riempiti.

Bisogna provvedere ad un riposo notturno indisturbato di almeno 7– 8 ore.

I detenuti che di giorno lavorano in locali bui, se possibile, durante la pausa di mezzogiorno devono essere esposti alla luce del giorno col busto nudo.

4) Evitare gli sforzi inutili

Gli appelli per il conteggio devono durare il meno possibile, bisogna evitare lo stare in piedi a lungo. Se fa freddo permettere brevi esercizi battendo i piedi, se il tempo è bello far sedere [a terra].

Organizzare per quanto possibile i luoghi di lavoro riguardo a disposizione e illuminazione in modo tale che tutta la forza disponibile torni a vantaggio del processo lavorativo.

In futuro premierò (facilitazioni, sigarette) le proposte utili e facilmente realizzabili che possano essere fatte dai detenuti a tale riguardo.

5) Premi di produttività.

Un altro mezzo fondamentale per aumentare le prestazioni dei detenuti è la concessione di premi. La procedura è fissata nel disegno di legge “Regolamento di servizio per la concessione di facilitazioni ai detenuti” del 15 maggio 1943. Questo disegno di legge viene di nuovo allegato a questa lettera. Il suo contenuto dev'essere dettagliatamente noto a tutti gli incaricati dell'impiego dei detenuti. I comandanti dei campi devono personalmente aver cura continuamente e coscienziosamente che anche questa possibilità venga esaurita completamente.

Sulla concessione di premi, soprattutto sulla loro efficacia per l'accrescimento della produttività, bisogna riferire dettagliatamente il 15 gennaio 1944. A questi rapporti bisogna allegare eventuali proposte di miglioramento.

Mi aspetto che queste norme in breve tempo influiscano positivamente sull'accrescimento della produttività dei campi di concentramento.

In caso che i lavori (ad es. la confezione di panciotti di carta) siano necessari in misura piuttosto grande, devono essere eseguiti nelle infermerie soltanto dai detenuti bisognosi di convalescenza. Questi devono essere radunati qui.

Bisogna mettere a disposizione i locali necessari.

Ogni comandante di campo che riceve questa lettera la deve trasmettere immediatamente per conoscenza al primo ufficiale del servizio amministrativo e al medico del campo. Questi due ufficiali devono attestare con la loro firma sulla lettera che l'hanno letta con attenzione.

Mi preoccuperò personalmente di controllare i provvedimenti esposti di nuovo in questa lettera»8.

Per quanto riguarda Auschwitz, l'eco di questa direttiva si può cogliere nel Sonderbefehl (Ordine speciale) del comandante del campo, SS-Obersturmbannführer Arthur Liebehenschel, del 14 febbraio 1944, che contiene, tra l'altro, queste disposizioni:

«D'altra parte, come è stato ordinato ripetutamente, bisogna fare di tutto per conservare la capacità e la forza lavorativa dei detenuti. Per questo occorre che il detenuto, dopo aver eseguito in modo accurato il lavoro, venga anche trattato in modo adeguato. Si dica di nuovo l'essenziale.

1) C'è un solo appello al giorno per il conteggio, che non dura più di 10– 15 minuti.

2) Il tempo libero serve al recupero delle forze lavorative consumate; per questo occorre sonno sufficiente. L'affaticamento inutile e addirittura vessatorio dei detenuti durante il tempo libero è abolito. Le violazioni a ciò devono essere punite con pene severissime.

3) Bisogna prestare la massima attenzione al cibo, cioè ogni detenuto deve ricevere anche realmente ciò che gli spetta (supplementi per lavori duri e durissimi). L'arrivo dei pacchi svolge anche qui un ruolo importante. Ad Auschwitz in due mesi e mezzo sono arrivati oltre un milione di pacchi. I destinatari di molti pacchi che contengono cose deperibili e che, come mi sono convinto, non possono consumare da soli, con adeguata istruzione, se non lo fanno già da soli, li consegneranno ad altri detenuti che sono in condizioni relativamente cattive.

4) Lo stato del vestiario deve essere controllato costantemente, soprattutto le calzature.

5) Ritirare tempestivamente i detenuti malati. Meglio un breve periodo all'ospedale sotto adeguato trattamento medico e poi di nuovo sani al posto di lavoro che lasciare a lungo sul posto di lavoro senza capacità lavorativa.

6) Al detenuto diligente ogni tipo possibile di facilitazioni, incrementate fino al riacquisto della libertà; al detenuto pigro, incorreggibile, la durezza di tutte le pene possibili secondo le disposizioni»9.

In una lettera «ai comandanti del K.L. Auschwitz I-III» sull’impiego lavorativo dei detenuti in data 8 marzo 1944, Pohl, ribadendo che la forza lavorativa dei detenuti apparteneva al Reich (die Arbeitskraft der Häftlinge dem Reich gehört), ordinava tra l’altro ai comandanti di fare in modo di

«assicurare un sonno indisturbato ai detenuti che sono impiegati in un turno di lavoro. In nessun caso questi detenuti devono essere svegliati dal loro sonno, ad esempio per accertare la completezza dei Kommandos in un appello» [«den Häftlingen die in Schichtarbeit eingesetzt sind, ungestörten Schlaf zu sichern. Keinesfalls dürfen diese Häftlinge aus ihrem Schlaf geweckt werden, um zum Beispiel bei einem Appell die Vollzähligkeit der Kommandos festzustellen»]10.

Il 26 ottobre 1944 Glücks, in una lettera «ai comandanti del KL Auschwitz III» (evidentemente destinata ai comandanti del KL Auschwitz I-III) ribadì:

«Ogni detenuto deve poter dormire almeno 7 ½ -8 ore, se il giorno dopo deve essere al 100%. Bisogna inoltre badare in modo particolare che anche i detenuti impiegati nel turno di notte, dopo il rientro dal turno, possano dormire indisturbati durante il giorno il numero di ore necessario e non debbano interrompere il loro sonno a causa di appelli per il conteggio».

Jeder Häftling muß mindestens 7 ½ bis 8 Stunden schlafen können, wenn er am nächsten Tag wieder 100%ig seinen Mann stellen soll. Dabei ist besonders zu beachten, daß auch die zur Nachtschicht eingesetzten Häftlinge während des Tages nach Rückkehr von der Schicht ungestört die erforderliche Stundenzahl schlafen können und nicht durch Zählappelle ihren Schlag [Schlaf] unterbrechen müssen»]11

Nello Standortbefehl (Ordine della guarnigione) n.6/44 del 7 febbraio 1944 Liebehenschel diede disposizioni anche sui «trasporti di detenuti»:

«Quando dobbiamo trasportare uomini (detenuti) ad un altro impiego di lavoro, anche per il trasporto bisogna porre tutti i presupposti necessari per conservare la forza lavorativa, affinché la capacità lavorativa accertata prima della partenza non soffra a causa del trasporto. Per questo ordino di nuovo quanto segue:

a) Il comandante del campo è personalmente responsabile di ogni trasporto che parte.

b) La selezione (ispezione) viene eseguita, come ordinato, dal medico del campo, dal capo del campo di detenzione preventiva e dal capo dell'impiego dei detenuti; in caso di consegna da un campo a un altro, eventualmente anche alla presenza dei relativi comandanti del nuovo campo.

Il capo del campo di detenzione preventiva è responsabile di fronte al comandante del campo soltanto della regolare preparazione del trasporto fino alla partenza del treno. Per questo occorre:

approntamento di una scorta sufficiente, armamento (pistole mitragliatrici) e vitto sufficiente per essa; in caso di trasporti più grandi (più di 4 vagoni) bisogna sempre designare un ufficiale SS come capo del trasporto. Allo stesso modo bisogna portare, come ordinato, regolare vestiario e sufficiente vitto per i detenuti. Quando si porta il vitto bisogna considerare le condizioni di traffico del momento, dunque portarne sempre in più!

Il vitto del trasporto non dev'essere consegnato ai detenuti tutto insieme. Il treno per il trasporto dev'essere guarnito di cartone di lana di legno per sdraiarsi.

In ogni vagone c'è un recipiente con acqua bollita o tè, un secchio latrina e luce di sicurezza (lanterne da stalla). In caso di freddo molto intenso i vagoni ferroviari devono essere equipaggiati dalle Ferrovie del Reich con stufe. In caso di freddo moderato, per la protezione contro il freddo bastano il rivestimento del pavimento già indicato e l'avvolgimento dei piedi e del petto con carta di giornale.

Prego l'amministrazione del campo di procurare il necessario corredo per il trasporto, se non è presente, e di consegnarlo al capo del campo di detenzione preventiva.

Il capo del campo di detenzione preventiva affida per iscritto l'equipaggiamento del trasporto al capo del trasporto responsabile, questo provvede dopo la consegna del trasporto a riportare indietro l'intero equipaggiamento. Prima del caricamento del treno per il trasporto i vagoni devono essere controllati con grandissima attenzione per [ragioni di] sicurezza dal capo del campo di detenzione preventiva e dal capo del trasporto. Le mancanze accertate a questo riguardo devono essere immediatamente eliminate da artigiani idonei»12.

La selezione menzionata al punto b) del documento era prassi ordinaria. Ad esempio, nel Kommandanturbefehl (Ordine del comando) n. 64 del KL Stutthof del 28 settembre 1944 si legge:

«Secondo telescritto del 15.9.1944 dell’ Amtsgruppenchef D (capo del gruppo di uffici D) dell’SS-Wirtschafts-Verwaltungshauptamt, il 29.9.1944 1.000 detenuti ebrei e 1.500 detenuti ariani vengono trasferiti dal KL Stutthof alla stazione ferroviaria di Schömberg a disposizione del KL Natzweiler. La selezione [Auswahl] di questi detenuti è stata eseguita secondo comunicazione verbale dal primo Schutzhaftlagerführer (capo del campo di detenzione preventiva), dall’SS-Standortarzt (medico SS della guarnigione) e dall’ Arbeitseinsatzführer (capo dell’impiego lavorativo). […].

Secondo telescritto n. 9485 dell’8.9.1944 dell’ Amtsgruppenchef D dell’SS-Wirtschafts-Verwaltungshauptamt, il 29.9.1944 500 detenute ebree vengono trasferite alla stazione ferroviaria di Hannover-Vinnhorst, binario di raccordo 2, a disposizione del KL Neuengamme per i Brinkerwerke Hannover. I detenuti da trasferire sono stati selezionati [ausgewählt] secondo comunicazione verbale dal primo Schutzhaftlagerführer, dall’SS-Standortarzt e dall’ Arbeitseinsatzführer»13.

 

Note:

1 Wirtschafts-Verwaltungshauptamt, Amtsgruppenchef D - Konzentrationslager, 31 marzo 1942. AGK, NTN, 172, p. 38.

2 R-129.

3 Der Reichsführer-SS. Feld-Kommandostelle, 15.12.1942. BAK, NS 19/1542.

4 AGK, NTN, 94, pp. 142-143.

5 NO-1523.

6 PS-1469.

7 L'Abteilung V-Standortarzt (Sezione V-Medico della guarnigione) dei campi di concentramento.

8 AMS, I-IB 8, pp. 53-57. Vedi Documento 1 e Trascrizione 1 nell’Appendice.

9 GARF, 7021-108-32, p. 80. Vedi Trascrizione 2.

10 NA, T-1021. Record Group No. 242/338, vol. 3, Roll No. 18, Frame n. 581.

11 Idem, Frame 598.

12 AGK, NTN, 121, p. 97. Vedi Trascrizione 3.

13 AMS, I-IB-3, pp.196-197.


Parte 2^

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N.B.: Evidenziazione, sottolineatura, grassetto, immagini, NON sono presenti nel testo originale. Per contattarci: sturevcm@libero.it.

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25/01/2012

088 - Ancora su Fred Leuchter e il “denigratore” Mattogno


Aggiornamento della controversia Faurisson-Mattogno sul rapporto Leuchter

 

carlo-mattgno-dilettanti-allo-sbaraglio
di Carlo Mattogno

 In un articolo su Fred Leuchter, autore della famosa perizia sulle presunte camere a gas di Auschwitz-Birkenau e di Majdanek, Robert Faurisson scrive:

 «Quanto al revisionista Carlo Mattogno, egli ha denigrato (dénigré) il “Rapporto Leuchter” non senza riprendere egli stesso i fiacchi argomenti di un Jean-Claude Pressac che però, anni dopo, si sarebbe reso conto, da parte sua, di aver difeso coll’aiuto e col denaro dei Klarsfeld un dossier “marcio” e buono solo per i “bidoni delle immondizie della storia”»[1].

 Spiace dover ritornare su questa vecchia querelle, ormai chiusa da oltre un decennio, ma è necessario, e non tanto per la questione in sé, bensì per le sue implicazioni.

 Del “Rapporto Leuchter” mi occupai dettagliatamente nel 1996 nel libro Olocausto: Dilettanti allo sbaraglio.Pierre Vidal-Naquet, Georges Wellers, Deborah Lipstadt, Till Bastian, Florent Brayard et alii contro il revisionismo storico (Edizioni di Ar), il cui capitolo quinto, intitolato “Rapporto Leuchter: La parola agli “esperti”, si apre questa mia presa di posizione sulla questione:

«In questo capitolo non mi propongo di difendere il rapporto Leuchter – che,  personalmente, considero tecnicamente infondato, tranne per l'aspetto chimico, che richiede a mio avviso un ulteriore approfondimento – ma di esporre le principali critiche dei suoi oppositori, onde mostrare con quali argomentazioni insulse costoro, per imperizia o malafede, pretendono di aver demolito il rapporto in questione. Il fatto che esso sia stato attaccato e continui ad essere attaccato in massima parte con argomenti pseudoscientifici dimostra tutta la prevenzione – e il dilettantismo  – di questi oppositori. Non c'è bisogno di precisare che il mio giudizio sul rapporto Leuchter non deve nulla alle argomentazioni fallaci di  questi incompetenti, ma proviene dallo studio della letteratura tecnica relativa alla disinfestazione con acido cianidrico, dallo studio dei documenti d'archivio e dall'ispezione diretta dei luoghi. A titolo di esempio, alla fine del capitolo espongo una mia obiezione al rapporto Leuchter» (p. 181).
 
Indi confutai le insulse critiche di Georges Wellers, Brigitte Bailer-Galanda, Josef Bailer, Werner Wegner e Till Bastian, senza risparmiare Pressac, riguardo al quale rilevai che, sebbene si situasse su un altro livello rispetto a questi olopropagandisti, «tuttavia  non si può non rilevare che  tanto sono esatti i suoi rilievi architettonici, altrettanto sono inesatte le sue obiezioni tecniche, a cominciare dalla sua confutazione della prova chimica di Leuchter», obiezioni che confutai (pp. 204-207).

 Il capitolo in questione si chiude con un paragrafo in cui esponevo a titolo di esempio una obiezione scientifica al del  “Rapporto Leuchter”, che riporto senza note:

«Leuchter  ha messo in evidenza i pericoli dell'impiego di acido cianidrico nei crematori di Auschwitz-Birkenau con  questa argomentazione:
“Non solo il gas non è immediato, ma esiste sempre un rischio di esplosione. La miscela gassosa totale è generalmente al di sotto del limite inferiore di esplosività della miscela gas-aria di 0,32% (poiché la miscela normalmente non dovrebbe superare le 3.200 ppm), ma la concentrazione del gas nel generatore (o, nel caso dello Zyklon B, nel supporto inerte) è molto più grande e può anche essere del 90-99% in volume. Questo è quasi acido cianidrico puro e in questa condizione può esistere  in certi momenti in sacche nella camera”.
 
Jean-Claude Pressac obietta:
 
I limiti di infiammabilità nell'aria per l'HCN sono dal 5,6% (minimo) al 40% (massimo) in volume. Ciò significa che al contatto con una fiamma  c'è esplosione se la concentrazione di acido cianidrico con l'aria è compresa tra 67,2 g/m3 e 480 g/m3. Al di sotto di 67,2 g/m3 non c'è alcun rischio; al di sopra di 480 g/m3 neppure, perché non resta abbastanza ossigeno per provocare una infiammazione. Le SS utilizzavano dosi di 5g/m3  per disinfestare e di 12 g/m3  per uccidere, dosi largamente al di sotto del limite di 67,2 g/m3. I loro crematori e le loro camere a gas non potevano perciò esplodere”.
 
Ma questo è appunto ciò che ha detto Leuchter. Resta da vedere se queste eventuali sacche di miscela esplosiva avrebbero rappresentato  un reale pericolo.
 
A questo argomento si possono opporre almeno quattro obiezioni:
 
1) I massimi specialisti tedeschi della disinfestazione con acido cianidrico hanno sempre escluso nell'uso pratico il pericolo di esplosione. Ad esempio, Gerhard Peters, una delle massime autorità tedesche degli anni Trenta e Quaranta in questo campo, scrive al riguardo in un manuale tecnico.
 
“Infatti, dal fatto che una miscela gas-aria sia esplosiva, non si deve  dedurre senz'altro che il suo impiego comporti in ogni caso rischi di esplosione. Non appena la concentrazione necessaria è notevolmente al di sotto del limite inferiore di esplosività, non si parla più di un rischio di esplosione, come risulta nel caso dell'acido cianidrico” .
 
Egli rileva che l'acido cianidrico era usato a scopo di disinfestazione in concentrazioni di 10-20 g/m3 e conclude:
 
“Il limite inferiore di esplosività dell'acido cianidrico è già sufficientemente alto per escludere qualunque pericolo di esplosione nei lavori pratici di gasazione”.
 
2) Se l'impiego di un gas comportava un rischio di esplosione, il gas veniva usato ugualmente. Alcuni gas, come il T-Gas, venivano impiegati normalmente a scopo di disinfestazione in concentrazioni prossime al limite inferiore di esplosività, altri, come il solfuro di carbonio (Schwefelkohlenstoff) in concentrazioni addirittura superiori (50-100 g/m3; il limite inferiore di esplosività è di 34 g/m3). In questi casi il rischio di esplosione esisteva concretamente, ma le gasazioni venivano eseguite ugualmente. C'erano infatti delle norme di sicurezza molto rigorose che, nella prassi delle gasazioni, consentivano di scongiurare qualunque rischio di esplosione. Nel caso del T-Gas, ad esempio, queste norme si articolavano in 19 punti. Per l'acido cianidrico non esisteva nessuna normativa di sicurezza di questo tipo.
 
3) Il progetto di una “camera a gas semplice” (einfache Gaskammer) prevedeva la presenza di una stufa elettrica all'interno del locale. Nelle camere a gas a Zyklon B degli impianti di disinfestazione BW5a e 5b di Birkenau  erano installate tre stufe a carbone, che sono ancora visibili nella camera a gas del BW5b.
 
4) Durante una gasazione, le stufe potevano essere accese senza rischio di esplosione. Un altro esperto di acido cianidrico, R.Queisner, scrive testualmente sulla base di esperimenti pratici eseguiti presso la  Scuola per disinfettori delle Waffen-SS di Oranienburg:
 
“Quando ci sono temperature esterne fredde, è meglio lasciare bruciare le stufe durante la gasazione (die Öfen während der Vergasung brennen zu lassen) e accollarsi le perdite di acido cianidrico causate da una parziale aspirazione del gas nel camino, oppure si devono far spegnere le stufe  per chiuderle ermeticamente e rinunciare così all'alta temperatura del locale  durante la gasazione? Dalle nostre osservazioni risulta che è meglio lasciar bruciare le stufe, purché non ci sia vento”.
 
Questo è appunto un esempio di argomentazione scientifica che si può opporre al rapporto Leuchter, ma perfino in questo caso relativamente semplice né Pressac né i suoi emuli sono stati capaci di andare al di là di una superficialità dilettantistica.
 
Una critica scientifica del rapporto Leuchter attende ancora di essere scritta» (pp. 212-215).
 
Tutto ciò  riguardava la parte del  “Rapporto Leuchter” dedicata ad Auschwitz-Birkenau.

Nel 1998 fu pubblicato il libro KL Majdanek. Eine historische und technische Studie(Castle Hill Publisher, Hastings, Gran Bretagna), scritto da Jürgen Graf e da me, in cui dedicai un paragrafo al tema “Le camere a gas di Majdanek nella letteratura revisionistica”. In tale contesto esposi  anche le seguenti considerazioni sul “Rapporto Leuchter”:
 
«Nel corso della sua visita a Majdanek il 2 marzo 1988, Leuchter ha ispezionato le installazioni del nuovo crematorio e del Bad- und Desinfektion I [bagno e disinfezione I]; nel relativo rapporto egli è giunto alla conclusione che esse erano “incapaci di adempiere lo scopo addotto”, cioè non potevano essere usate a scopo omicida. A sostegno di questa affermazione egli ha portato una serie di argomentazioni sulle quali Jean-Claude Pressac ha espresso il seguente giudizio:
 
“Qui l’incompetenza storica di Leuchter appare parimenti alla luce del giorno. […]. Essendosi privato della sua unica base valida, Leuchter sminuisce ancora di più i suoi commenti fondandoli sullo stato attuale dei luoghi senza tener conto delle risistemazioni che le costruzioni hanno subìto dalla liberazione per salvaguardarle dal deterioramento prodotto dal tempo. Irretendosi nei suoi falsi calcoli, Leuchter continua a far esplodere i crematori non appena vi suppone l’impiego di acido cianidrico in una camera mortuaria. Infine, essendo incapace di effettuare una visista completa del campo, egli si disinteressa di una camera a gas del blocco che ne contiene 3 situato a nord-est della baracca 42 (bagno e disinfezione 1), omette di studiare il plastico del campo, che gli avrebbe fatto comprendere la disposizione originaria delle installazioni che doveva “periziare”e non vede uno dei due forni mobili Kori del primo crematorio, conservato nella baracca 50 dell’esposizione del Museo. Essendo gravate da queste carenze, da questi errori, da queste omissioni, gli apprezzamenti di Leuchter sulle camere a gas e sul nuovo crematorio di Majdanek, perduta ogni base seria, non hanno alcun valore”.
 
Le accuse di J.-C. Pressac sono pienamente giustificate.
 
Leuchter ritiene che nel nuovo crematorio “le sole parti dell’edificio che esistevano prima della [sua] ricostruzione erano i forni crematori”, sicché anche la presunta camera a gas sarebbe stata ricostruita successivamente, il che è inesatto. Egli crede inoltre che, se in tale locale fosse stata eseguita una gasazione con Zyklon B, “il gas avrebbe raggiunto i forni e, dopo aver ucciso tutti i tecnici, avrebbe causato un’esplosione e distrutto l’edificio”, il che è tecnicamente impossibile.
 
Egli esclude poi la funzione criminale della baracca 42 – che non è mai stata asserita da nessuno – con questa motivazione: “Per [la baracca] Bagno e disinfezione 2, sebbene fosse chiusa, un’ispezione attraverso le finestre conferma che la sua funzione era solo quella di un impianto di disinfestazione simile a quelli di Birkenau”. Tuttavia, guardando attraverso quelle finestre, nulla permette di giungere a questa conclusione.
 
Riguardo alla camera IV, Leuchter rileva le macchie blu di ferrocianuro ferrico presenti nelle pareti e nel soffitto ed ipotizza che essa potesse essere «un locale di disinfestazione o un magazzino per materiale disinfestato», respingendo categoricamente la possibilità di gasazioni omicide. Gli argomenti addotti a sostegno di questa affermazione – mancanza di un camino di ventilazione, sistema di circolazione dell’aria mal concepito, porte non ermetiche –  sono però inconcludenti, essendo diretti contro l’uso stesso di Zyklon B nel locale, anche a scopo di disinfestazione, sicché essi sono smentiti proprio dalla presenza delle macchie suddette, che sono la prova inequivocabile di un uso intenso di Zyklon B nel locale.Nella sua discussione sulla camera III (che egli denomina n.1), Leuchter presenta argomentazioni ancora più fallaci: pur avendo osservato “la caratteristica colorazione blu del ferrocianuro ferrico” nelle pareti di questo locale, egli pretende tuttavia che esso “non era progettato per HCN” ed esclude che risponda ai criteri richiesti non solo per una camera a gas omicida, ma perfino per un semplice impianto di disinfestazione (delousing facility): ma allora come si sono formate nelle sue pareti le macchie di ferrocianuro ferrico?
 
Secondo Leuchter la camera III non poteva essere usata per gasazioni con CO, “per la necessità di produrre 4.000 ppm (la concentrazione mortale) alla pressione richiesta di 2,5 atmosfere”, il che è tecnicamente insensato. Ma poi, in contraddizione con ciò, afferma che il locale in questione “è operativo per ossido di carbonio”.
 
Per quanto concerne la camera I (che egli denomina n.2), Leuchter esclude la possibilità di gasazioni omicide con CO perché “la tubatura è incompleta”, con HCN, in particolare, perché “non è mai stata praticata un’apertura sul tetto”. Il primo argomento non è chiaro, il secondo è privo di valore, perché l’attuale tetto è stato costruito dopo la fine della guerra. Leuchter rileva ancora che il blocco contenente le camere I, II e III è circondato da tre parti da un canaletto di cemento per i deflusso dell’acqua piovana e dichiara: “Questo è del tutto incompatibile con un progetto intelligente di impiego del gas perché in questo canale si sarebbero accumulate infiltrazioni di gas e, essendo al riparo del vento, non si sarebbe dissipato. Ciò avrebbe reso l’intera area una trappola mortale, specialmente con [l’impiego di] HCN”. In realtà  questo canaletto di deflusso  fu costruito  per proteggere dall’umidità le fondamenta dell’impianto di disinfestazione su proposta della perizia tecnica dell’ingegnere architetto T. Makarski del giugno 1965. Comunque, considerata la grande volatilità dell’HCN, non si vede come  un tale canaletto avrebbe potuto costituire un pericolo» (pp. 154-157).
 
Questi sono i fatti da cui è sorta la querelle.
 
Ora c’è da chiedersi: la critica documentata di uno scrittore revisionista nei confronti di un altro scrittore revisionista costituisce di per sé una denigrazione?  Se fosse così, il revisionismo avrebbe lavorato per decenni invano, anzi, in modo nefasto, soltanto per sostuituire una dogmatica olocaustica con una dogmatica revisionistica.
 
Pretendere che Fred Leuchter, in virtù delle ingiustificate persecuzioni da lui subìte,  non sia criticabile ma solo denigrabile, è un’aggravante, perché esattamente ciò gli olocultori affermano riguardo ai loro testimoni, ogni critica ai quali, per quanto documentata, viene da essi considerata appunto una denigrazione.
 
Non si può reclamare la libertà di critica all’esterno e praticare l’intolleranza all’interno, perché ciò costituirebbe il suicidio del revisionismo.

 

                                                                                                        Carlo Mattogno.

 8 gennaio 2011


1) http://robertfaurisson.blogspot.com/2011/01/sur-fred-leuchter.html.

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 N.B.: Evidenziazione, sottolineatura, grassetto, immagini, NON sono presenti nel testo originale. Per contattarci: sturevcm@libero.it.

 

Pagina iniziale

 

055- I "GASPRÜFER" DI AUSCHWITZ

 

I "GASPRÜFER" DI AUSCHWITZ

 


 

1) L'interpretazione di Jean-Claude Pressac.

 telegramma topf x GASPRUFER26febbraio1943.jpgLo studio di un documento può portare a conclusioni storicamente certe soltanto a condizione che esso venga ricollocato nel suo contesto, non solo storico, ma anche documentario, burocratico ed eventualmente tecnico. Una insufficiente conoscenza del contesto o un'errata contestualizzazione portano inevitabilmente al travisamento del significato effettivo del documento e al disconoscimento delle problematiche che esso comporta.

 Un caso esemplare di questa carenza metodologica è offerto da Jean-Claude Pressac nella sua interpretazione dei due documenti relativi ai "Gasprüfer" di Auschwitz.

 Nel libro "Die Krematorien von Auschwitz" egli scrive:

 "Sobald Messings Montagearbeiten weit genug vorangeschritten waren, sandte die Bauleitung am 26. Februar ein Telegramm an die Topf, in dem sie um die sofortige Zusendung von zehn Gasprüfern für das Bauwerk 30 (Krematorium II) bat. Die SS wollte prüfen, ob die neue Lüftungsleistung im Leichenkeller 1 die ursprünglich für einen Leichenraum vorgesehene Ausstattung - d.h. eine hohe Belüftungsleistung und eine niedrige Entlüftungsleistung - ausgleichen würde. Denn bei einer Verwendung als Gaskammer musste diese Ausstattung umgekehrt sein, also eine niedrige Belüftungs- und eine hohe Entlüftungsleistung"1.

 Prima di continuare è necessaria una precisazione, sia per rendere giustizia a Pressac, sia per rendere comprensibile la sua argomentazione: le frasi insensate che ho sottolineato sono il frutto di una grave incomprensione delle due traduttrici del testo francese; Pressac parla in effetti di "aération haute et désaération basse" e viceversa2 nel senso di aerazione o disaerazione dall'alto o dal basso del locale. Tornerò successivamente su questo punto.

 Pressac continua:

 "Sander und Prüfer schickten am 2. März folgendes Antwortschreiben:

Erfurt, den 2. 3. 43
Betrifft: Krematorium [II]
Gasprüfer
Wir bestätigen den Eingang Ihres Telegramms, lautend:
»Absendet sofort 10 Gasprüfer wie besprochen Kostenangebot später nachreichen&laqno;.
Hierzu teilen wir Ihnen mit, dass wir bereits vor 2 Wochen bei 5 verschiedenen Firmen die von Ihnen gewünschten Anzeigegeräte für Blausäure-Reste angefragt haben. Von 3 Firmen haben wir Absagen bekommen und von 2 weiteren steht eine Antwort noch aus.

 Wenn wir in dieser Angelegenheit Mitteilung erhalten, kommen wir Ihnen sofort näher, damit Sie sich mit einer Firma, die diese Geräte baut, in Verbindung setzen können.

Heil Hitler!

 J.A.Topf & Söhne

 per prokura i. V.

 Sander Prüfer».

 Die Bauleitung erhielt den Brief am 5. März. Dieses Dokument beweist eindeutig das Vorhandsein einer Gaskammer in Krematorium II"3.

 

Kurt Prüfer,topf, in Soviet custody, undated.jpg[Kurt Prüfer,della ditta Tpf, durante il suo internamento in URSS]

E'importante rilevare che qui Pressac, nel testo originale, parla esplicitamente di una "chambre à gas homicide"4.

 Nella sua prima opera Pressac, che aveva già interpretato il significato del termine "Gasprüfer" nel telegramma della Zentralbauleitung del 26 febbraio 1943 come "gas detectors" per acido cianidrico, solleva al riguardo una questione molto importante:

"Since Topf's production consisted essentially of brewery equipment (cauldrons, vats, etc.) metal conduits and containers (ventilation, ducting, grain silos, etc), together with the associated components (fans, valves and cocks) and , of course, incineration furnaces, they did not manufacture gas detectors, objects associated with systems totally foreign to their spheres of activity, so they must necessarily have had to order them from another civilian firm. Why did the SS use Topf as an intermediary instead of directly approaching a specialist supplier?

 The answer must be that in this was they avoided awkward questions or the putting of two and two together that might have occurred if some civilian firm not knowing the "special activity" of the Auschwitz camp have received and such an order. On the other hand there were no such worries in dealing with Prüfer, who was after all technical advisor for the Krematorien"5.

 La conclusione della vicenda, secondo Pressac, fu la seguente:

"Am 10. März testeten Schultze und Messing etwa 16 Stunden lang die Be- und Entlüftung der Gaskammer von Krematorium II. Offensichtlich funktionierte die Anlage noch nicht einwandtfrei, da Messing dort am 11. weitere elf Stunden und am 13. noch einmal fünfzehn Stunden arbeitete. Es wurden Versuche nach vorherigem Einwurf von Zyklon B gemacht. Das Messen der Blausäure-Rückstände wurde anscheinend durch ein chemisches Verfahren und nicht mit den Gasprüfern ermittelt, da diese zu spät bestellt worden waren, um noch rechtzeitig geliefert werden zu können"6.

 Nella discussione che segue - che riprende e completa quella che ho già presentato nello studio Auschwitz: Fine di una leggenda7 - mi prefiggo da un lato di dimostrare che l'interpretazione di Pressac è storicamente infondata e tecnicamente insensata, dall'altro di fornire una spiegazione alternativa che si concili con il contesto storico-tecnico nel quale si inquadrano i documenti.

 2) La destinazione d'uso dei "Gasprüfer".

 La spiegazione di Pressac è tecnicamente errata e storicamente infondata. L'idea che un sistema di Entlüftung dal basso sia inadatto per una camera a gas ad acido cianidrico non ha alcun fondamento tecnico e infatti negli schemi delle Entlausungskammern mit DEGESCH-Kreislaufanordnung l' Ansaugöffnung era collocata indifferentemente sia nella parte alta sia nella parte bassa della camera a gas8: ciò che conta per una buona ventilazione è soltanto la portata dei ventilatori (premente e aspirante). Ma anche se una Entlüftung dall'alto fosse realmente indispensabile per il corretto funzionamento di una camera a gas ad acido cianidrico, la spiegazione di Pressac sarebbe comunque infondata, perché il sistema di ventilazione del Leichenkeller 1 fu montato al contrario, cioè con Belüftung dal basso ed Entlüftung dall'alto: la decisione di invertire i ventilatori fu presa dalla Topf nel maggio 1942 9, dunque alcuni mesi prima della presunta decisione della Zentralbauleitung di trasformare il Leichenkeller 1 in camera a gas omicida. Pertanto, poiché i ventilatori erano stati invertiti e la Zentralbauleitung lo sapeva bene, la spiegazione di Pressac resta priva di fondamento. Ma allora per quale ragione la Zentralbauleitung ordinò i "Gasprüfer"? Per che cosa dovevano servire?

 La spiegazione di Pressac che "das Messen der Blausäure-Rückstände wurde anscheinend durch ein chemisches Verfahren und nicht mit den Gasprüfern ermittelt" è parimenti infondata sia dal punto di vista storico, sia da quello tecnico. In effetti, da un lato nessun documento menziona mai un "Messen der Blausäure-Rückstände", dall'altro la prova del gas residuo (Gasrestprobe) per l'acido cianidrico si poteva eseguire esclusivamente "durch ein chemisches Verfahren", ossia con il procedimento elaborato da Pertusi e Gastaldi e perfezionato da Sieverts e Hermsdorf10. Se dunque, secondo Pressac, la prova del gas residuo fu eseguita "durch ein chemisches Verfahren" invece che "mit den Gasprüfern", questi non funzionavano secondo un procedimento chimico, ma allora non potevano essere utilizzati per la prova del gas residuo.

[Kit di analisi dell'HCN (Acido cianidrico) denominato ufficialmente Gasrestnachweisgerät. BW5a] FIG 3_ Gasrestnachweisgerät für Zyklon.jpg

Con la "bavure" segnalata sopra, Pressac demolisce involontariamente tutta la sua argomentazione: in effetti il termine tecnico che indicava l'apparato per la prova del gas residuo per l'acido cianidrico non era né "Gasprüfer" né "Anzeigegerät für Blausäure-Reste", bensì Gasrestnachweisgerät für Zyklon11.

 Questo Gerät non era uno strumento, ma una cassettina contenente vari prodotti chimici12. Una pubblicazione ufficiale delle Waffen-SS fornisce al riguardo dettagliate spiegazioni:

 " Gasrestnachweis.

 Die Prüfung erfolgt durch den Durchgasungsleiter oder seinen Beauftragten mittels der vorgeschriebenen Gasrestnachweisausrüstung (nach Pertusi und Gastaldi).

 Diese enthält:

 1 helles Fläschchen mit Lösung I (2,86 g Kupferazetat in 1 Liter Wasser),

 1 braunes Fläschchen mit Lösung II (475 ccm bei Zimmertemperatur gesättigte Benzidinazetatlösung mit Wasser auf 1 Liter aufgefüllt),

 1 Röhrchen mit Calciumcyanid und Korkstopfen (Prüfröhrchen),

 3 Röhrchen mit Korkstopfen zur Aufbewahrung angefeuchteter Papierstreifen,

 1 helles Röhrchen mit Pulver für ½ Liter Lösung I,

 1 braunes Röhrchen mit Pulver für ½ Liter Lösung II,

 1 amtlich abgestempeltes Farbtäfelchen, Fliesspapierstreifen Nr. 597 von Schleicher-Schüll, Düren.

 Gebrauchanweisung für das Gasrestnachweisgerät.

 Mischgefäss mit gleichen Teilen der Lösung I und II füllen, Stopfen aufsetzen und durchschutteln. Einige Fliesspapierstreifen bis zur Hälfte in die Mischflüssigkeit eintauchen. Durch Eintauchen in das Prüfröhrchen mit Calciumcyanid überprüfen, ob die Mischflüssigkeit auf Blausäure reagiert (Blaufärbung!). Falss Blaufärbung eintritt, ist mit weiteren getränkten Fliesspapierstreifen der bereits gelüftete Raum durchzuprüfen. Diese Arbeit wird mit Gasmaske ausgeführt. Tritt jeweils nach zehn Sekunden keine stärkere Blaufärbung als der untere (schwächste) Farbton in der Farbtafel ein, so kann der Raum unbedenklich freigegeben werden. Arndernfalls ist erneut zu lüften und die Prüfung anschliessend zu wiederholen.

 Die Herstellung der Lösungen I und III erfolgt auf folgende Weise: Der Inhalt eines braunen (für Lösung I) und eines hellen Röhrchen (für Lösung II) wird in je einem halben Liter destillierten Wasser aufgelöst und die Lösung abfiltriert. Lösungen, in denen sich ein Bodensatz zeigt, sind unbrauchbar und wegzugiessen. Die Mischung der Lösungen I und III darf erst unmittelbar vor der Prüfung stattfinden.

 Die Farbetäfelchen sind nach fünf Jahren zu erneuern.

 Wenn nach sorgfältiger Durchführung der Gasrestprobe auch zwischen übereinandergelegenen Gegenständen keine Spuren von Blausäure mehr festgestellt werden können, so darf das Gebäude endgültig freigegeben werden, im andern Fall ist wieder zu lüften und die Probe zu wiederholen"13

 

3) Il contesto storico.

 Il telegramma della Zentralbauleitung si colloca in un periodo di forte recrudescenza dell'epidemia di febbre petecchiale (Fleckfieber) che era scoppiata ad Auschwitz all'inizio di luglio del 1942.

 L'8 febbraio 1943 lo Standortältetste del campo, SS-Obersturmbannführer und Kommandant Rudolf Höss, promulgò lo Standortbefehl Nr.2/43 nel quale comunicò a tutti i suoi subalterni quanto segue:

 &laqno;Auf Befehl des Amtsgruppenchefs D, SS-Brigadeführer und Generalmajor der Waffen-SS Glücks ist über das K.L. Auschwitz erneut eine vollständige Lagersperre verhängt. Der mit FS übermittelte Befehl des Amtsgruppenchefs lautet u.a. wie folgt:

 "Wegen erhönten Auftretens von Fleckfieberfällen bei SS-Angehörigen müssen die bisher genehmigten Loekerungen in der Urlaubserteilung wieder aufgehoben werden"»14.

 Il 12 febbraio l' SS-Sturmbannführer Karl Bischoff, Leiter der Zentralbauleitung, inviò una lettera all' Amtsgruppenchef C dell' SS-WVHA, l' SS-Brigadeführer und Generalmajor der Waffen SS Hans Kammler, per informarlo del provvedimento ordinato da Glücks. Bischoff scrisse:

 "Jnfolge starken Ansteigens von Fleckfiebererkrankungen bei der Wachtruppe wurde am 9. Februar 1943 durch SS-Brigadeführer und Generalmajor der Waffen-SS Glücks die totale Lagersperre über das K.L. Auschwitz verhängt.Jm Zusammenhang damit werden seit dem 11.2.43 sämtliche Häftlinge entwest und dürfen das Lager nicht verlassen, was zur Folge hat, dass die Bauwerke, an denen vorwiegend Häftlinge eingesetzt waren, stillgelegt werden mussten.

Die Wiederaufnahme der Arbeiten wird durch die Zentralbauleitung gemeldet"15.

 Il 13 febbraio Bischoff, a integrazione della lettera del giorno prima, comunicò al capo della Hauptabteilung C/VI dell' SS-WVHA, l' SS-Standartenführer Eirenschmalz che

 "sich immer mehr die Fälle häufen, da auch Zivilarbeiter am Fleckfieber erkranken. Über diejenigen Zivilarbeiter, die mit den Erkrankten beisammen wohnten, wird regelmässig vom Standortarzt eine dreiwöchige Quarantäne verhängt"16.

 Nello Standortbefehl Nr.3/43 del 14 febbraio, Höss definì esattamente i limiti dello Sperrgebiet e comunicò le disposizioni dell' SS-Standortarzt:

 "Entlausungen werden im unmittelbaren Einvernehmen mit dem SS-Standortartz durchgeführt.[...]. Die Anordnungen des SS-Standortarztes hinsichtlich der Entwesung der Bereitschaft bei Transporten sind genauestens durchzuführen"17.

 Il 18 febbraio Bischoff, con riferimento alla lettera del giorno 12, informò Kammler che

 "die Entwesung der Häftlinge durchgeführt und die Arbeiten am 16. II.1943 wieder aufgenommen wurden"18.

 Il 25 febbraio l' SS-Standortarzt di Auschwitz, in una lettera al Chef des Amtes D III dell' SS-WVHA, riassunse così la situazione che esisteva al campo:

 "Wie bereits berichtet, ist, nachdem in den Monaten November und Dezember die Fleckfieberepidemie im K.L. Auschwitz praktisch erloschen war, durch die aus dem Osten eingetroffenen Transporte erneut eine Anstieg der Fleckfiebererkrankungen sowohl bei den Häftlingen des K.L. Auschwitz, als auch bei den SS-Truppenangehörigen erfolgt. Trotz der sofort erfolgten Bekämpfungsmassnahmen liess sich bis heute ein restloses Erlöschen der Fleckfiebererkrankungen nicht erreichen".

 L' SS-Standortarzt intendeva adottare dei provvedimenti drastici per eliminare una volta per sempre l'epidemia, il più importante dei quali era una disinfestazione generale:

 "Mit Ausnahme der wenigen lebenswichtigen Kommandos (Ernährungsbetriebe, landwirtschaftliche Arbeiter in der Viehversorgung und Büropersonal) wäre der gesamte Arbeitseinsatz in den grossen Lagern des K.L. Auschwitz, nämlich Stammlager, MKL und FKL- Birkenau und KGL, Bauabschnitt 2, für die Dauer von 3 Wochen zu sperren. In dieser Zeit wird zweimalige gründliche Entlausung und Entwesung dieser Lager durchgeführt, sodass nach Beendigung der 3-wöchigen Quarantänezeit von einer Verlausung des Lagers nicht mehr gesprochen werden kann und die Gefahr neuerlicher Fleckfiebererkrankungen beseitigt ist"19.

 Il giorno dopo, il 26 febbraio 1943, la Zentralbauleitung inviò alla ditta Topf il noto telegramma:

 "Absendet sofort 10 Gasprüfer wie besprochen. Kostenangebot später nachreichen"20.

 Se questi "Gasprüfer" fossero stati realmente degli "Anzeigegeräte für Blausäure-Reste", la richiesta della Zentralbauleitung rientrerebbe più nel contesto storico reale di una epidemia di tifo combattuta in tutto il campo con l'impiego di Blausäure (Zyklon-B) che nel contesto puramente ipotetico dell' installazione di una camera a gas omicida nel Leichenkeller 1 del crematorio II. Parlo di contesto puramente ipotetico perché la lettera della Topf del 2 marzo 1943, in sé e per sé, non dimostra nulla: come ho rilevato altrove21, Pressac presenta qui un classico esempio di petitio principii: i "Gasprüfer" hanno una funzione criminale perché nel crematorio II esiste una camera a gas omicida, e inversamente nel crematorio II esiste una camera a gas omicida perché i "Gasprüfer" hanno una funzione criminale!

 Il contesto storico avvalorerebbe dunque l'interpretazione di Robert Faurisson secondo la quale questi - presunti, aggiungo io - Anzeigegeräte servivano per le normali disinfestazioni del crematorio22. A sostegno di questa interpretazione si potrebbe aggiungere che, secondo le disposizioni generali dell' SS-Standortartz, i 200 detenuti che lavoravano alla fine di febbraio 1943 nel crematorio II23 avrebbero potuto riprendere la loro attività solo dopo una disinfestazione personale e del luogo di lavoro, ossia del crematorio II.

 In conclusione, anche se le premesse di Pressac fossero vere, le sue conclusioni sarebbero storicamente insostenibili e il contesto storico darebbe ragione a Faurisson.

 Ma le premesse di Pressac sono vere? Per rispondere a questa domanda bisogna esaminare il contesto burocratico dei documenti.

 

3) Il contesto burocratico.

 Nel gennaio 1943 la Zentralbauleitung aveva raggiunto l'apice del suo sviluppo organizzativo ed era articolata in 14 Abteilungen e 5 Bauleitungen. Le Abteilungen erano le seguenti: 1) Sachgebiet Hochbau, 2) Sachgebiet Tiefbau, 3) Sachgebiet Bewässerung, 4) Sachgebiet Meliorationen und Vermessung, 5) Sachgebiet Planung, 6) Rohstoffstelle und Einkauf, 7) Verwaltung, 8) Fahrbereitschaft, 9) Technische Abteilung, 10) Arbeitseinsatz, 11) Werkstätten, 12) Zimmereibetrieb und Dachdeckerbetrieb, 13) Gartengestaltung, 14) Sachgebiet Statistik. Le 5 Bauleitungen erano queste:

 I - Bauleitung der Waffen-SS und Polizei Auschwitz. K.L. Auschwitz und Landwirtschaft Auschwitz;

 II - Bauleitung des Kriegsgefangenenlagers;

 III - Bauleitung Industriegelände Auschwitz;

 IV - Bauleitung Hauptwirtschaftslager der Waffen-SS und Polizei Auschwitz und Truppenwirtschaftslager Oderberg;

 V - Bauleitung Werk und Gut Freudenthal und Gut Partschendorf24.

 La Zentralbauleitung svolgeva esclusivamente compiti costruttivi, perciò essa dipendeva dall' Amtsgruppe C (Bauwesen) dell' SS-WVHA diretto dall' SS-Brigadeführer und Generalmajor der Waffen-SS Hans Kammler. Le questioni finanziarie - tra le quali il pagamento delle fatture delle ditte private - erano trattate dall' Amt V/2a (Haushalt und Rechnungslegung).

 I compiti medico-sanitari - tra cui l' acquisto e l'impiego di acido cianidrico (Zyklon B) - erano invece di esclusiva pertinenza dell' SS-Standortarzt, che dipendeva dall' Amtsgruppe D III dell' SS-WVHA, diretto dall' SS-Obersturmbannführer Dr. Lolling. Nel febbraio 1943 l' SS-Standortarzt di Auschwitz era l' SS-Hauptsturmführer Eduard Wirths, il suo sostituto era l' SS-Hauptsturmführer Krebsbach. Dall' SS-Standortarzt dipendevano il Truppenarzt, che si occupava dell' assistenza medica della truppa, i Lagerärzte, che si occupavano dei detenuti, e i Sanitätsdienstgrade (SDG), personale ausiliario costituito da SS-Unterführer o SS-Männer specificamente addestrati. Ogni Lager e ogni Lagerabschnitt aveva un Lagerarzt. Il Lagerarzt des KGL-Birkenau era l' SS-Obersturmführer Vetter.

 Uno dei compiti più importanti dell' SS-Standortarzt era la prevenzione e la lotta contro le ricorrenti epidemie di Flecktyphus con tutte le misure medico-sanitarie che essa comportava, incluse le disinfestazioni. Egli era il responsabile diretto sia degli impianti di disinfezione e disinfestazione del campo, sia delle disinfestazioni di singoli edifici o di interi Bauabschnitte del campo. Quest'ultima attività veniva svolta da un servizio dei Sanitätsdienstgrade, il Desinfektionskommando diretto dall' SS-Oberscharführer Joseph Klehr. Lo Zyklon B utilizzato dai Desinfektoren e tutto l'altro materiale occorrente per le disinfestazioni venivano procurati per questa via: l' SS-Standortarzt faceva una richiesta scritta al Leiter der Verwaltung adducendo la motivazione; questi inoltrava la richiesta all' Amt D IV dell' SS-WVHA. Ricevuta l'approvazione dal capo di questo ufficio, l' SS-Sturmbannführer Burger, il Leiter der Verwaltung inviava la richiesta alla ditta Tesch und Stabenow insieme ai necessari Wehrmacht-Frachbriefe per la spedizione del carico; questo poteva anche essere prelevato dalla Verwaltung direttamente a Dessau, dopo che la Dessauer Werke für Zucker und chemische Industrie aveva informato tramite telegramma che lo Zyklon B era "abholbereit"25. Il pagamento delle fatture della ditta Tesch und Stabenov veniva effettuato dall' Amt D IV/1 dell' SS-WVHA. In questo modo ai Desinfektoren di Auschwitz pervenivano non solo lo Zyklon B, ma anche l'intero armamentario per eseguire le disinfestazioni, parimenti fornito dalla ditta Tesch und Stabenow, cioè i congegni per aprire i barattoli di Zyklon B (Schlageisen), i coperchi di gomma (Gummiklappen), le maschere antigas (Gasmasken), i filtri speciali "J" (Atemeinsätze "J") e gli apparati di prova del gas residuo (Gasrestnachweisgeräte für Zyklon). Lo Standortarzt o, per sua delega, il Lagerarzt era responsabile della custodia, dell'uso e della manutenzione di tutto questo materiale.

 E' importante rilevare che questo iter burocratico valeva anche nell'ipotesi che lo Zyklon B fosse usato a scopo criminale. In pratica ad Auschwitz non era possibile impiegare Zyklon B senza l' autorizzazione e all' insaputa dell' SS-Standorarzt.

 

4) I problemi lasciati insoluti da Pressac.

 Da ciò che si è detto sopra risulta chiaro che i due documenti sui "Gasprüfer", secondo l'interpretazione di Pressac, presentano gravi problemi interpretativi davanti ai quali lo storico francese ha preferito chiudere gli occhi.

 Cominciamo dal più importante, quello da lui già sollevato nel 1989 e rimasto senza soluzione: poiché gli apparati di prova del gas residuo:

 a) erano di pertinenza dell' SS-Standortarzt,

 b) erano distribuiti dalla ditta Tesch und Stabenow,

 c) si chiamavano Gasrestnachweisgeräte für Zyklon e non "Gasprüfer",

 d) erano necessariamente disponibili ad Auschwitz nel febbraio 1943,perché mai essi:

 a) furono richiesti dalla Zentralbauleitung e non dall' SS-Standortarzt

 b) alla ditta Topf e non alla ditta Tesch und Stabenow

 c) con il nome di "Gasprüfer" invece di Gasrestnachweisgeräte für Zyklon

 d) sebbene fossero disponibili ad Auschwitz?

 Esaminiamo in dettaglio ciascuna di queste obiezioni.

 a) La Zentralbauleitung non aveva alcuna competenza per l'ordinazione di apparati di prova del gas residuo, come non aveva alcuna competenza per l'ordinazione dello Zyklon B. Se essa avesse realmente fatto una tale ordinazione, non avrebbe potuto emettere il mandato di pagamento, in quanto tali apparati non rientravano nel campo amministrativo dell' Amt V/2a dell' SS-WVHA; in altre parole, sarebbe mancato il capitolo di spesa - e chi conosce la documentazione della Zentralbauleitung sa quanto fosse importante questo problema burocratico -, a meno che Bischoff non avesse voluto pagare i "Gasprüfer" di tasca propria!

 Pressac elude inoltre un altro problema fondamentale: un eventuale controllo del sistema di ventilazione del Leichenkeller 1 del crematorio II per accertare la sua idoneità all'uso di acido cianidrico a scopo omicida avrebbe richiesto necessariamente il seguente materiale:

 1) lo Zyklon B,

 2) le maschere antigas

 3) gli Atemeinsätze "J"

 4) gli Schlageisen

 5) il Gasrestnachweisgerät für Zyklon;

 ma allora perché la Zentralbauleitung avrebbe ordinato soltanto i "Gasprüfer"? Evidentemente perché non aveva bisogno del materiale restante, ma altrettanto evidentemente non ne aveva bisogno perché poteva procurarselo facendone richiesta all' SS-Standortarzt. Ma allora poteva procurarsi nello stesso modo anche i Gasrestnachweisgeräte für Zyklon, per cui, in conclusione, che necessità c'era di chiederli alla ditta Topf?

 In questo contesto, l'affermazione di Pressac "es wurden Versuchen nach vorherigem Einwurf von Zyklon B gemacht" suscita ulteriori problemi: se essa fosse vera, a chi la Zentralbauleitung avrebbe chiesto lo Zyklon B? Alla ditta Topf o all' SS-Standortarzt? Questo problema è tuttavia puramente ipotetico, perché l'affermazione in questione non soltanto non ha alcun fondamento documentario, ma è in evidente contrasto con i resoconti dei lavori di Messing e perfino con i relativi commenti di Pressac stesso. Messing eseguì i seguenti lavori:

 10 e 11 marzo 1943:"Be u.Entlüftungs Anlagen für L.Keller I versuchweise einprobiert": rispettivamente 16 e 11 ore di lavoro.

 12 marzo 1943: "Entlüftungs-Anlagen Auskleidekeller gearbeitet": 11 ore di lavoro.

 13 marzo 1943:"Be u. Entlüftungsanlagen Keller I in Betrieb genommen": 15 ore di lavoro26.

 Pressac commenta:

 " Offensichtlich funktionierte die Anlage noch nicht einwandfrei, da Messing dort am 11. weitere elf Stunden und am 13. noch einmal fünfzehn Stunden arbeitete".

 Dunque i giorni 10, 11 e 13 marzo Messing eseguì semplicemente esperimenti di ventilazione meccanica. Ma allora quando furono eseguiti questi "Versuchen" con lo Zyklon B visto che la prima gasazione omicida sarebbe stata eseguita "in der Nacht vom 13. Auf den 14. März 1943"27? E perché Messing non accenna mai ad essi? La cosa è tanto più strana in quanto egli, secondo Pressac, in questa Arbeitszeit-Bescheinigung volle rivelare parzialmente la "verità" usando il termine "Auskleidekeller" invece di "Leichenkeller28.

 Passiamo al punto b): supponendo per ipotesi che l' SS-Standortarzt fosse momentaneamente sprovvisto di Gasrestnachweisgeräte für Zyklon, per quale ragione la Zentralbauleitung li avrebbe dovuti richiedere alla Topf - una ditta che non li produceva né li vendeva - piuttosto che alla Tesch und Stabenow, la ditta che sicuramente li vendeva?

lettera 2marzo1943topf,J.A. Topf & Söhne, Erfurt. Letter of 2 March 1943 to the Zentralbauleitung der Waffen-SS und Polizei Auschwitz.gif[Lettera della J.A. Topf & Söhne, Erfurt. Del2 Marzo 1943 alla Zentralbauleitung der Waffen-SS und Polizei di Auschwitz.BW5a]

La spiegazione di Pressac a questo problema è decisamente puerile: secondo la lettera del 2 marzo 1943, la Topf non avrebbe fatto da intermediaria per coprire i presunti segreti di Auschwitz, ma avrebbe semplicemente messo la Zentralbauleitung in contatto con le ditte fornitrici di questi Geträte:

 " Wenn wir in dieser Angelegenheit Mitteilung erhalten, kommen wir Ihnen sofort näher, damit Sie sich mit einer Firma, die diese Geräte baut, in Verbindung setzen können".

 In altre parole, la Topf avrebbe dovuto chiedere i Gasrestnachweisgeräte für Zyklon alla Tesch und Stabenow, e se questa ne avesse avuto disponibilità, la Topf avrebbe messo in contatto con essa la Zentralbauleitung! Questo insensato giro vizioso avrebbe avuto l'effetto contrario di quello supposto da Pressac: la ditta Tesch und Stabenow, vedendosi fare un'ordinazione di Gasrestnachweisgeräte für Zyklon dalla Zentralbauleitung, invece che dalla Verwaltung del campo, come era prassi normale, avrebbe sì avuto fondati motivi di sospetto!

 Passiamo al punto c). Se si accettasse l'interpretazione di Pressac, ne risulterebbe un'altra conseguenza che lo storico francese non ha preso in considerazione: una eventuale verifica del sistema di ventilazione del Leichenkeller 1 per le gasazioni omicide con Zyklon B sarebbe rientrata nelle competenze dell' SS-Standortarzt e sarebbe stata conseguentemente organizzatata ed eseguita dai Desinfektoren, mentre Messing si sarebbe limitato al suo campo specifico di competenza, la meccanica della ventilazione. Se dunque la Zentralbauleitung non poteva eseguire tale verifica se non tramite i Desinfektoren, che conoscevano bene la terminologia tecnica della loro specializzazione, come si spiega la richiesta di "Gasprüfer" in luogo di Gasrestnachweisgeräte für Zyklon?

Lettera TESTA Gasrestnachweisgerät für Zyklon.jpg[Lettera della TESTA riguardo la fornitura ,al lager di Lublino-Majdanek, del "corretto" kit  Gasrestnachweisgerät für Zyklon,per la determinazione, per via chimica del residuo di HCN (Acido cianidrico). BW5a]

Con ciò siamo giunti all' ultimo punto. L'ipotesi che ho prospettato al punto b), che l' SS-Standortarzt fosse momentaneamente sprovvisto di Gasrestnachweisgeräte für Zyklon è poco credibile perché la prova del gas residuo non era soltanto normativa29, ma anche legalmente obbligatoria30: poiché questa prova era un complemento necessario e indispensabile dell'impiego di acido cianidrico, dall'impiego di acido cianidrico ad Auschwitz nel febbraio 1943 si desume con sufficiente grado di certezza anche la disponibilità di Gasrestnachweisgeräte für Zyklon31. Ma allora che ragione c'era di chiederli alla ditta Topf?

 

5) Che cos'erano i "Gasprüfer"?

 Dimostrata l'infondatezza dell' interpretazione di Pressac, è giunto il momento di fornire una spiegazione alternativa che risolva nel contempo tutti i problemi segnalati sopra che lo storico francese ha lasciato insoluti.

 Comincio con il rilevare che "Gasprüfer" era il termine tecnico che indicava uno strumento per la Rauchgasanalyse che funzionava "nach physikalischen Methoden"32. All'inizio degli anni Quaranta esistevano vari strumenti per l'analisi dei gas combusti, dai Rauchgasanalyse-Anlagen ai Geber für die % CO2, agli Anzeiger für % CO2 e für % CO+H233.

 I forni crematori erano normalmente dotati di uno di questi strumenti; l'ing. Richard Kessler, uno dei massimi esperti tedeschi nel campo della cremazione degli anni Venti e Trenta, raccomandava come "unbedingt notwendig", per il corretto funzionamento dei forni crematori, l'installazione di una serie di "Apparate" tra cui

 " eines gut arbeitenden CO- und CO2 - Messers, um eine wirtschaftliche Verbrennung zu gewährleisten und hierbei gleichzeitig die Rauchentwicklung zu beobachten"34.

 Ancora all'inizio degli anni Settanta l'ing Hans Kraupner consigliava:

 " Wichtig ist, dass zur raschen Beseitigung der Rauchbildung Messgeräte unmittelbar hinter dem Ofen angeordnet sind, die dem Oferwärter sofort bei Beginn der Rauchentwicklung ein entsprechendes Signal geben"35.

 L'ipotesi più ragionevole è dunque che la Zentralbauleitung avesse ordinato dei "Gasprüfer" per i forni crematori di Birkenau. Vediamo ora se questa ipotesi risolve tutti i problemi che ho segnalato sopra.

 Il telegramma del 26 febbraio 1943 reca la seguente indicazione dattiloscritta del mittente: "Zentralbauleitung Auschwitz gez. Pollok SS-Untersturmführer"; esso presenta inoltre tre annotazioni manoscritte: nella parte alta, a destra, la sigla "BW 30" (Bauwerk 30 = crematorio II); in basso a destra la sigla "Jäh", le iniziali dell'impiegato civile Jährling; infine in basso a sinistra, accanto alla data e all'ora di invio del telegramma, il nome di Kirschnek preceduto dall'abbreviazione del suo grado "Unstuf." (= Untersturmführer)36. La lettera della Topf del 2 marzo 1943(37) ha il timbro della Registratur del 5 marzo e presenta inoltre due sigle manoscritte: quella di Jährling (a sinistra) seguita dalla data 8 marzo 1943 e quella di Janisch (a destra) preceduta dalla data 6 marzo. Vediamo anzitutto chi erano questi personaggi e quale mansione svolgevano all'interno della Zentralbauleitung.

 L' SS-Untersturmführer Josef Pollok era il Bauleiter della Bauleitung Hauptwirtschaftslager der Waffen-SS und Polizei Auschwitz und Truppenwirtschaftslager Oderberg; l' SS-Untersturmführer Hans Kirschnek era il Bauleiter della Bauleitung der Waffen-SS und Polizei Auschwitz. K.L. Auschwitz und Landwirtschaft Auschwitz; l' SS-Untersturmführer Josef Janisch era il Bauleiter della Bauleitung des Kriegsgefangenenlagers; infine l'impiegato civile Rudolf Jährling, di professione Heizungs-Techniker, faceva parte della Technische Abteilung.

 Il telegramma del 26 febbraio 1943 fu redatto dall' SS-Untersturmführer Pollok perché le sue competenze - riguardo, sia, in generale, alle Hochbauangelegenheit, sia, in particolare, alle questioni relative a Bauwirtschaft, Baupolizei, Bauanträge, Kontingentierungsunterlagen ecc. - si estendevano anche alla Bauleitung des Kriegsgefangenenlagers38. L' SS-Untersturmführer Kirschnek non aveva invece alcuna competenza sul Kriegsgefangenenlager di Birkenau e probabilmente egli provvide soltanto a far spedire il telegramma. Il suo nome manoscritto che appare in questo documento non è la sua firma.

 Il personaggio più importante menzionato nel telegramma era proprio Jährling che, per la sua specializzazione termotecnica, si occupava di tutti gli impianti di riscaldamento e di combustione del campo, il più grande dei quali era il Fernheizwerk, per il quale si prevedeva un consumo giornaliero di carbone di 45-50 tonnellate39. Jährling si occupava anche delle questioni termotecniche relative ai forni crematori, ad esempio, egli fu l'autore dell' Aktenvermerk del 17 marzo 1943 riguardante la valutazione del consumo di coke dei crematori di Birkenau40. Nel 1944 Jährling era a capo della Heiztechnische Abteilung della Zentralbauleitung. Il fatto che Jährling - un Heizungs-Techniker - fosse interessato alla richiesta dei "Gasprüfer" è dunque un'ulteriore conferma del fatto che questi erano dei semplici strumenti per l'analisi dei gas combusti dei forni crematori.

 Questa interpretazione, inoltre, si concilia bene anche con il contesto storico.

 Il 29 gennaio 1943 l'ing. Prüfer ispezionò i cantieri dei crematori e redasse al riguardo un rapporto nel quale, circa il crematorio II, rilevò:

 " Die 5 Stück Dreimuffel-Einäscherungsöfen sind fertig und werden z.Z. trockengeheizt"41.

 Nel suo Tätigkeitsbericht del 29 marzo 1943 Kirschnek annotò quanto segue riguardo al crematorio II:

 "Gesamtes Mauerwerk fertiggestellt und zum 20.2.43 in Betrieb genommen"42.

 E' dunque chiaro che la Zentralbauleitung, ordinando dei Rauchgasprüfer, voleva assicurarsi una combustione ottimale nei forni crematori. Ed è altrettanto chiaro per quale ragione la Zentralbauleitung, per avere questi strumenti termotecnici, si rivolte alla ditta Topf, una "Maschinenfabrik und feuerungstechnisches Baugeschäft"43.

 Resta da chiarire un' ultima questione che Pressac, come al solito, ha preferito eludere: perché l'ordinazione della Zentralbauleitung riguardava proprio 10 "Gasprüfer"? La risposta è semplice: essi erano destinati ai 10 Rauchkanäle dei crematori II e III, oppure alle 10 canne fumarie (Schronsteinröhre) dei crematori II-V44.

 Ricapitolando, se i "Gasprüfer" erano dei semplici analizzatori dei gas combusti si comprende perfettamente:

 a) perché furono ordinati dalla Zentralbauleitung (e non dall' SS-Standortarzt);

 b) perché furono ordinati alla ditta Topf (e non alla ditta Tesch und Stabenow);

 c) perché furono ordinati con il nome di "Gasprüfer" (e non di Gasrestnachweisgeräte für Zyklon);

 d) qual era la loro destinazione d'uso;

 e) perché ne furono ordinati proprio 10.

 f) perché, oltre ai "Gasprüfer", non furono ordinati Zyklon B, maschere antigas, Atemeinsätze "J" e Schlageisen.

 Passiamo infine alla lettera della Topf del 2 marzo 1943. Come ho già rilevato, essa reca la sigla di Janisch, Bauleiter della Bauleitung des Kriegsgefangenenlagers, e di Jährling, il che si concilia perfettamente con l'interpretazione fornita sopra.

 Per quanto riguarda il testo della lettera, osservo anzitutto che la richiesta di informazioni della Topf ("bereits vor 2 Wochen") aveva preceduto di almeno 10 giorni telegramma della Zentralbauleitung, il quale fa riferimento ad una conversazione anteriore ("wie besprochen") della quale però nei documenti non esiste traccia. Il testo del telegramma -"Absendet sofort 10 Gasprüfer wie besprochen" - fa pensare che la Topf avesse già a disposizione i "Gasprüfer".

 La successiva menzione del Kostenangebot e la risposta della Topf sollevano un altro problema: secondo la prassi burocratica, su richiesta della Zentralbauleitung, la Topf, come tutte le altre ditte, presentava un'offerta (Angebot) sotto forma di Kosten-Anschlag; se l'offerta era accettata, la Zentralbauleitung eseguiva l'ordinazione, anche verbale, che veniva sempre confermata per iscritto (Auftragerteilung). In questa prassi burocratica il termine Kostenangebot è raro e designa sicuramente il Kostenanschlag. Nei documenti in questione la prassi normale appare dunque invertita: l'ordinazione della Zentralbauleitung precede l' Angebot e il Kostenanschlag della ditta. Secondo la normale prassi burocratica, invece, da un lato la Zentralbauleitung non poteva ordinare una merce prima che la ditta le avesse inviato il relativo Angebot con Kostenanschlag, dall'altro la Topf non poteva presentare un Angebot con Kostenanschlag di una merce che non produceva né vendeva.

 In secondo luogo, poiché i Gasrestnachweisgeräte für Zyklon erano regolarmente distribuiti dalla ditta Tesch und Stabenow, dalla ditta Heerdt und Lingler e dalla Degesch, la difficoltà della Topf a reperirli risulta incomprensibile.

 In terzo luogo, non si comprende neppure per quale ragione la Zentralbauleitung avrebbe dovuto chiedere queste informazioni alla Topf invece che all' SS-Standortarzt.

 Infine, come ho rilevato sopra, gli "Anzeigegeräte für Blausäure-Reste" non esistevano affatto; il termine "Anzeiger" non si applica del resto ad un Gerät chimico, ma piuttosto ad uno strumento, esso designa sia l'intero strumento (Anzeigeinstrument), sia il Zeiger des Anzeigeinstrumentes, ad esempio si può riferire agli strumenti di misurazione für % CO2 e für % CO+H2. Il punto cruciale della lettera è proprio questo: se infatti al posto di "Anzeigegeräte für Blausäure-Reste" si legge "Anzeigegeräte für Rauchgasanalyse" tutti i problemi segnalati sopra si dissolvono istantaneamente.

 Le mie conclusioni sono pertanto le seguenti:

 1) i "Gasprüfer" del telegramma del 26 febbraio 1943 erano dei semplici analizzatori di gas combusti per i forni crematori;

 2) la lettera della Topf del 2 marzo 1943 è stata falsificata da un falsario sprovveduto che ha creato un neologismo ibrido:" Anzeigegeräte für Blausäure-Reste".

 Questa conclusione comporta a sua volta dei problemi, che sono stati messi in risalto da un commentatore anonimo che tradisce fin troppo chiaramente la penna di Pressac:

 "Les révisionnistes, pour s'en débarasser, ont dit que c'était un faux. Le faussaire était un historien remarquable car il connaissait les griffes ou les signatures du chef de la Zentralbauleitung SS d'Auschwitz, le commandant SS Karl Bischoff, d'un de ses adjoints, le SS sous-lieutenant SDS Hans Kirschneck, de l'employé civil chargé des questions techniques pour les SS, Rudolf Jährling, du responsable des divisions D de la Topf, l'ingénieur principal Fritz Sander et du chef de la division D IV de la Topf (construction de crématoires), l'ingénieur principal Kurt Prüfer. Le faussaire disposait de papier à en-tête de la firme Topf anterieur à mars 1943, d'un de ses cachets et du cachet dateur de la Zentralbauleitung SS d'Auschwitz avec son registre complet de correspondance afin d'attribuer un numéro de réception du courrier exact. Il était aussi ai courant des habitudes administratives de la Topf et savait qui avait procuration (Sander) et qui ne l'avait pas (Prüfer)"45.

 Nel complesso, questa critica è piuttosto ingenua. Nessun revisionista serio considera il documento in questione falso, ma falsificato, e, aggiungo, nessun revisionista serio considera il documento in questione falsificato "pour s'en débarasser", ma per i gravi problemi storici, tecnici e burocratici che esso comporta.

 Falsificazione significa alterazione di un documento originale, ad esempio, nel caso in oggetto, sostituzione di "Anzeigegeräte für Rauchgasanalyse" con "Anzeigegeräte für Blausäure-Reste". Per quanto concerne il problema della carta intestata della Topf e del timbro della Zentralbauleitung, il KGB ne poteva disporre facilmente, perché i Sovietici avevano sequestrato sia gli archivi della ditta Topf ad Erfurt, sia gli archivi della Zentralbauleitung, con annessi e connessi, compreso il materiale di cancelleria.

 Per concludere, a mio avviso i problemi suscitati dalla eventuale falsificazione del documento sono del tutto irrilevanti irrilevanti rispetto a quelli, insolubili, che il documento comporta se si considera autentico.

 Pressac respingerà sicuramente queste conclusioni, ma allora dovrà anche risolvere seriamente tutti i problemi che ho segnalato.

 Abbreviazioni:

 TCIDK = Tsentr Chranenija Istoriko-dokumental'nich Kollektsii (Centro di custodia della collezione storico-documentale), Mosca

 APMO = Archiwum Panstwowego Muzem w Oswiecimiu (Archivio del Museo di Stato di Auschwitz)

 APMM = Archiwum Panstwowego Muzeum na Majdanku (Archivio del Museo di Stato di Majdanek)

 

Note:

 1 Jean-Claude Pressac, Die Krematorien von Auschwitz. Die Technik des Massenmordes. Piper, München Zürich 1994, p.92.

 2 Jean-Claude Pressac, Les crématoires d'Auschwitz. La machinerie du meurtre de masse. CNSR Editions, Paris 1993, pp.71-72.

 3 Jean-Claude Pressac, Die Krematorien von Auschwitz, pp.92-93.

 4 Jean-Claude Pressac, Les crématoires d'Auschwitz, p.72.

 5 Jean-Claude Pressac, Auschwitz: Technique and operation of the gas chambers.The Beate Klarsfeld Foundation, New York, 1989, p.218 e 223.

 6 Jean-Claude Pressac, Die Krematorien von Auschwitz, p.94.

 7 Edizioni di Ar, Padova 1994.

 8 Per il secondo caso vedi ad esempio lo schema che appare nell' articolo di G.Peters e E.Wünstiger Sach-Entlausung in Blausäure-Kammern in: "Zeitschrift für hygienische Zoologie und Schädlingsbekämpfung", Heft 10/11, 1940, p.193.

 9 Lettera della Topf alla Bauleitung di Auschwitz del 21 maggio 1942. TCIDK, 502-1-312, p.63 ("Von uns war geplant, die Frischluft aus dem Bodenraum abzusaugen, wir halten es aber für richtiger, die Frischluft von über Dach zu entnehmen und dem Gebläse durch einen besonderen Kanal zuzuführen").

 10 A.Sieverts, A.Hermsdorf, Der Nachweis gasförmiger Blausäure in Luft in: "Zeitschrift für angewandte Chemie", 34. Jg., 1921, pp.4-5; F.Puntigam, H.Breymesser, E. Bernfus, Blausäuregaskammern zur Fleckfieberabwehr. Grundlagen, Planung und Betrieb. Sonderveröffentlichung des Reichsarbeitsblattes. Berlin 1943, p.21 e 111.

 11 Vedi documento 3.

 12 Vedi documento 4.

 13 Arbeitsanweisungen für Klinik und Laboratorium des Hygiene-Institutes der Waffen-ss, Berlin. Herausgegeben von SS-Standartenführer Dozent Dr. J. Mrugowsky. Heft 3. Entkeimung, Entseuchung und Entwesung. Von Dr. Med. Walter Dötzer, SS-Hauptsturmführer d. Res. Verlag von Urban und Schwarzenberg. Berlin und Wien 1943, pp.124-125.

 14 APMO, Standort-Befehl, D-AuI-1, p.46.

 15 TCIDK, 502-1-332, p.108.

 16 TCIDK,502-1-28, p.221.

 17 APMO, Standort-Befehl, D-AuI-1, pp. 48-49.

 18 TCIDK, 502-1-332, p.106.

 19 TCIDK, 502-1-68, pp.115-116.

 20 APMO, BW 30/34, p.48.

 21 Intervista sull' Olocausto. Edizioni di Ar, 1995, p.42.

 22 Robert Faurisson, Antwort an Jean-Claude Pressac, in: Auschwitz: Nackte Fakten, p.76.

 23 Lettera della Zentralbauleitung an die Kommandantur - Abteilung IIIa (Häftlingseinsatz) del 20 febbraio 1943:"Bei Krematorium II war das Kommando am 18.2.43 statt 200 Häftlinge nur 40 Häftlinge stark, und am 19.2.43 statt 200 nur 80 Häftlinge stark". APMO, BW 30/34, p.74.

 24 Vedi al riguardo il mio recente studio La "Zentralbauleitung der Waffen-SS und Polizei Auschwitz". Edizioni di Ar, 1997.

 25 APMM, sygn. I d 2, vol.1; cfr. Adela Toniak, Korespondencja w sprawie dostawy gazu cyklonu B do obozu na Majdanku, Zeszyty Majdanka, t.II (1967), pp.138-170.

 26 Arbeitszeit-Bescheinigung di Messing per la settimana 8-14 marzo 1943. APMO, BW 30/41, p.28.

 27 Ibidem, pp.94-95.

 28 Die Krematorien von Auschwitz, pp.95-96.

 29 Vedi il punto XII delle Richtlinien für Anwendung von Blausäure (Zyklon) zur Ungeziefervertilgung (Entwesung) (documento NI-9912; testo in Auschwitz: Nackte Fakten, p.94).

 30 Runderlass des Reichsministers für Ernährung und Landwirtschaft und des Reichsministers des Innern del 4 novembre 1941, in: Blausäuregaskammern zur Fleckfieberabwehr, p.111.

 31 I Gasrestnachweisgeräte für Zyklon erano disponibili perfino nel gennaio 1945: i Sovietici ne trovarono alcuni nella Aufnahmebaracke mit Entlausung (BW 28) e li fotografarono (vedi documento 4).

 32 Vedi documento 5.

 33 Vedi documento 6.

 34 Richard Kessler, Rationelle Wärmewirtschaft in den Krematorien nach Massgabe der Versuche im Dessauer Krematorium. In: "Die Wärmewirtschaft", 4.Jg., Heft 8, 1927, pp.137-138.

 35 Hans Kraupner, Neuere Erkenntnisse und Erfahrungen beim Betrieb von Einäscherungsöfen. Sonderdruck: Städtehygiene 8/1970, p.4.

 36 Vedi documento 1.

 37 Vedi documento 2.

 38 TCIDK, 502-1-57, p.306 (note caratteristiche di alcuni membri della Zentralbauleitung redatte da Bischoff nel gennaio 1943).

 39 Lettera della ditta F.Boos alla Zentralbauleitung del 27 giugno 1942 con oggetto:" Heizwerk K.L. Auschwitz". TCIDK, 502-1-138, p.513.

 40 APMO, BW 30/7/34, p.54.

 41 Prüfbericht des Ing. Prüfer del 29 gennaio 1943. APMO, BW 30/34, p.101.

 42 TCIDK, 502-1-26, p.61.

 43 Nel campo termotecnico la Topf produceva: Topf-Spezial-Feuerungen, Vollmechanische Topf-Roste, Halbmechanische Topf-Feuerungen, Topf-Wurfbeschicker "Ballist", Topf-Spezial-Roststäbe, Ölfeuerungen, Vorwärmer, Lufterhitzer, Dampfüberhitzer, Flugasche-Ausblase-Vorrichtungen, Zugverstärkungsanlagen, Industrie-Schornsteinbau, Feuerbestattungs-Einrichtungen. Kosten-Anschlag della Topf del 24 febbraio 1941. TCIDK, 502-1-327, p.195.

 44 I Rauchkanäle erano accessibili attraverso le apposite Fuchseinsteigeschachtverschlüsse, i camini attraverso le apposite Reinigungstüre.

 La sigla "BW 30" del telegramma del 26 febbraio 1943 non significa necessariamente che i "Gasprüfer" fossero destinati al crematorio II; essa, come in altri casi, può significare che la competenza amministrativa dell'acquisto spettava alla Registratur del BW 30. Ad esempio, il Bericht di Bischoff del 23 gennaio 1943, pur riferendosi a tutti e quattro i crematori, fu protocollato nella Registratur del BW 30. TCIDK, 502-1-313, p.53.

 45 Une critique sur le fond. Par un abonné de l'Autre histoire. In: L'Autre histoire, N.6, 16 Octobre 1996, p.13.

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 N.B.: Evidenziazione, sottolineatura, grassetto, immagini, NON sono presenti nel testo originale. Per contattarci: sturevcm@libero.it.

 

Pagina iniziale

 

23/01/2012

072 - GIAN ANTONIO STELLA E IL REVISIONISMO

 

di Carlo Mattogno


auschwitz-piscina.jpg[La piscina di Auschwitz, al giorno d'oggi, costruita nei primi mesi del 1944, confermato il suo uso da parte degli internati dall'ebreo klein marc,internato in quel lager.BW5a ]

Riprendo l’esame del capitolo dedicato al revisionismo da Gian Antonio Stella nel libro Negri, froci, giudei e Co. L’eterna guerra contro l’“altro” (Rizzoli, 2009).


Il titolo –Macché gas, Auschwitz aveva la piscina.La cancellazione dell’Olocausto e la rinascita dell’antisemitismo –,nella sua insulsa formulazione, tradisce già quantomeno l’incompetenza dell’autore.

Incompetenza confermata dal suo incredibile abbaglio proprio sulla piscina di Auschwitz(1). Incompetenza ribadita dalla sua bibliografia, che menziona appena tre libri revisionistici, per di più alquanto datati e assolutamente marginali: uno di Dietlieb Felderer (del 1978!), il secondo di Roger Garaudy (del 1995) e l’ultimo di David Hoggan (la cui prima edizione risale al 1969!).

Egli infatti attinge tutte le sue scarne conoscenze sull’argomento nientemeno che da Valentina Pisanty, l’esperta in Cappuccetto Rosso prestata alla critica storiografica (si fa per dire).
Enpassant, qualcuno trova che il mio tono nei confronti di questa dottoressa sia un po’ sferzante. Si può rispondere che ognuno ha il tono che merita, e la dottoressa Pisanty, quello che le ho riservato, lo merita abbondantemente, già soltanto per il fatto di essersi sfrontatamente appropriata di molte mie critiche al revisionismo e di averle poi brandite come sue contro di esso; e non solo delle mie, ma anche di quelle di Deborah Lipstadt e Pierre Vidal-Naquet, da lei saccheggiate in modo inverecondo senza il minimo riferimento alle fonti. Plagio e malafede.

Senza contare la lunga serie di menzogne, travisamenti, sofismi, ecc. ecc. che ho messo in evidenza nel mio studio a lei dedicato(2). Ma quando si ha la ventura di stare dalla parte dei padroni del vapore, non c’è confutazione che tenga.

Ci saranno sempre dei Gian Antonio Stella che prenderanno sul serio le sue scempiaggini.Egli infatti espone incautamente lo stupidario della Pisanty.

Prima di ritornare sulla questione, è opportuno soffermarsi su questa informazione:

«Lidia Beccaria Rolfi e Bruno Maida hanno scritto un libro sconvolgente Il futuro spezzato. I nazisti contro i bambini, su quei piccoli ebrei sequestrati e assassinati nei lager. Raccontando, per esempio, la storia dei sei fratellini Bondì:

“Ad Auschwitz solo Fiorella si salva, passando la “selezione”. Un anno dopo, nel novembre 1944, viene evacuata da questo campo e trasferita a Belgen-Belsen. Sarà l’unica bambina ebrea italiana a sopravvivere a 18 mesi nei campi di sterminio» (pp. 194-195).

Una buona notizia.

Liliana Picciotto,wiesenthalsimonhoaxer,truffa,olocaustofurto.jpgFiorella Bondì, nel Libro della Memoria è infatti registrata come «uccisa all’arrivo a Auschwitz il 23.10.1943»(3).

E poiché era nata il 30.6.1932, passò la “selezione” all’età di 11 anni. Un fatto singolare per un preteso campo di sterminio in cui i bambini al di sotto dei 14 anni venivano inesorabilmente “gasati”.

E passarono la “selezione” anche altri bambini che Liliana Picciotto Fargion (nella foto sopra,in compagnia del noto FALSARIO e MENTITORE del "sapone fatto con 900.000 ebrei" wiesenthal simon, ebreo.BW5a) dichiara assassinati all’arrivo? Per questo bisognerà attendere altre rivelazioni.

Stella passa poi in rassegna le “prove” dell’Olocausto:

«Direte: come è possibile che qualcuno ci creda, nonostante i filmati girati nei lager all’arrivo degli Alleati con quelle figure che si aggirano incapaci perfino di gioire? Nonostante i racconti del premio Nobel Elie Wiesel (“L’angelo della morte ha attraversato troppo presto la mia infanzia marcandola con il suo sigillo”) e altri sopravvissuti? Nonostante le centinaia di libri di memorie, tra i quali capolavori come quello di Primo Levi?» (pp. 195-196).

BelsenTyphus-Bergen-Belsen-lager-1945.jpgArgomenti insulsi. I filmati in questione non dimostrano nulla circa l’Olocausto, come ho spiegato in un altro scritto, nel quale ho mostrato statisticamente che nei campi di concentramento i detenuti cominciarono a morire in massa, per le tragiche condizioni sanitarie e alimentari, dopo la fine del presunto sterminio in massa, cioè nei primi mesi del 1945(4).[Lager di Bergen-Belsen 1945,dopo la liberazione imperversava ancora l'epidemia di tifo! BW5a]
Quanto valgano poi «i racconti del premio Nobel Elie Wiesel» si può giudicare dal suo vero curriculum(5). Infine «le centinaia di libri di memorie», senza riscontri documentari e materiali, sul piano storico valgono poco o nulla, come ammettono anche importanti personaggi olocaustici.
Maurice Bardèche ,a destra,con Karel Dillen.jpgIndi Stella attinge imprudentemente a piene mani alle scemenze pisantyane. Apprendiamo così che Maurice Bardèche

[Maurice Bardèche (a dex) con Karel Dillen. BW5a]

era «un fascista che già nel ’48 teorizzava che i campi di sterminio fossero un’invenzione della propaganda alleata»(p. 196), mentre all’epoca egli credeva alla realtà di essi, come ho documentato altrove(6); o che David Hoggan «nel libro The Myth of the Six Million rifiutò le testimonianze di Kurt Gerstein (esperto di camere a gas [Stella dimentica di aggiungere: di disinfestazione]) e dello stesso Rudolf Höss (il comandante SS [precisazione indispensabile!] di Auschwitz) perché “estorte” dagli inquisitori di Norimberga» (p. 196). Ma nel libro in questione non appare alcun riferimento a testimonianze «estorte» a Gerstein. Anzi, il relativo paragrafo è intitolato “Le esagerazioni di Kurt Gerstein screditano il mito dello sterminio”(7). Giudizio lungimirante, perché nel 2000, Michael Tregenza, uno dei massimi esperti mondiali olocaustici del campo di Belzec (quello presuntamente visitato da Gerstein) asserì che

«secondo lo stato attuale delle ricerche, bisogna dichiarare anche il materiale-Gerstein come fonte dubbia, anzi, in alcuni punti, bisogna considerarlo fantasticheria»,

sicchè questo testimone oculare dev’essere considerato «inattendibile»(8). È vero invece che nel libro summenzionato si accenna in due righe alle torture subìte da Rudolf Höss dopo la sua cattura(9),ma questo ormai

è un fatto notorio,

dichiarato da Höss stesso,

ammesso dal suo principale torturatore, Bernard Clarke,

e riconosciuto da scrittori insospettabili come Jean-Claude Pressac e Fritjof Meyer(10).

Sorvolo per magnanimità su ciò che Stella dice su Faurisson e passo direttamente al «succo del negazionismo, da Faurisson a Felderer, da Hoggan a David Irving»(p. 197). Incredibile ma vero: per Stella il «succo» del revisionismo si riduce a questi quattro autori! Per redigere il libro sul quale mi soffermerò alla fine di questo scritto, Thomas Dalton ha esaminato oltre 90 scritti revisionistici di oltre venti autori. Ma egli voleva anzitutto conoscere e capire; i pisantyani, invece, vogliono soltanto condannare in modo inappellabile, ideologicamente, senza conoscere e senza capire.
Per quanto riguarda Irving, il quale, al massimo, è stato un simpatizzante del revisionismo, non certo un revisionista, affermare che egli «dopo una condanna a tre anni di carcere in Austria fece atto di contrizione per poi tornare alle sue posizioni»(p. 197) denota una totale ignoranza della questione. Con la sua accettazione dei presunti campi di sterminio orientali, egli ora è diventato più un simpatizzante della teoria olocaustica (11).
Dopo la parodistica esposizione dei prìncipi fondamentali del revisionismo inventati dalla dottoressa Pisanty (p. 197), Stella sentenzia:
«Si sono incaponiti in tanti, negli anni, sul negazionismo. Indifferenti a tutti i documenti, le testimonianze, le foto» (p. 198).
Ma di questi «tanti» passa frettolosamente in rassegna soltanto personaggi – musulmani –assolutamente insignificanti. Indi conclude:

«Insomma: sono decenni che una piccola ma callosa minoranza di storici, pseudo-storici, hitleriani e maneggioni vari si è accanita a mettere in forse la mattanza degli ebrei. Ma internet ha consentito che questi schizzi diventassero un melmoso acquazzone»(p. 199).

E che cosa trae da questo copiosissimo «melmoso acquazzone»? Solo questo:

judea-declares-war-on-germany.jpg«Su molti siti neofascisti, per dare un’idea, c’è un articolo intitolato La Dichiarazione di guerra ebraica alla Germania nazista» (p. 199), che, lascia intendere, è pieno di sciocchezze. L’articolo in questione(12) sarà pure stato ripreso da siti neofascisti, ma proviene da una rivista che di certo non lo è: The Barnes Revue. Qui, a onor del vero, non si può imputare a Stella, semplice saggista, una grave mancanza che appartiene alla storiografia olocaustica. In sintesi, il 24 marzo 1933 il Daily Express pubblicò in prima pagina un articolo titolato Judea Declares War On Germany. Jews Of All The World Unite In ActionFatto indiscutibile. La pagina, tra l’altro, è riprodotta proprio nell’articolo summenzionato. La reazione tedesca si fece sentire dopo qualche giorno. Il 28 marzo 1933 Hitler rivolse un Appello a tutte le organizzazioni del Partito del NSDAP per il boicottaggio contro gli Ebrei in cui fissò le linee operative in 10 punti. L’azione doveva cominciare il 1° aprile(13). Il 29 marzo fu istituito un Comitato centrale per la difesa contro la campagna denigratoria di atrocità e boicottaggio(14). Al processo di Norimberga furono esibiti documenti relativi alla reazione tedesca(15), ma non quelli riguardanti l’azione degli Ebrei americani. E gli storici olocaustici hanno seguito l’esempio dei magistrati. Ecco che cosa scrive al riguardo il più rappresentativo, Raul Hilberg:

«Ciò non dissuase i nazisti a giudicare venuto il momento, agli inizi del 1933, per lanciare una campagna di violenze individuali contro certi Ebrei e di chiamare al boicottaggio generale. Un movimento di boicottaggio, diretto contro le esportazioni tedesche, fu appoggiato sia da non Ebrei che da Ebrei. Il 27 marzo, il vice Cancelliere von Papen si vide costretto a scrivere alla Camera di Commercio tedesco-americana…»(16).

Il testo, in aperta malafede, è congegnato in modo tale da far credere che il «movimento di boicottaggio» fosse stato una semplice reazione alla «campagna di violenze individuali contro certi Ebrei».
Dopo quest’altro abbaglio madornale, Stella presenta un patetico florilegio di fonti olocaustiche:
– Rudolf Höss (pp. 199-200), le cui “confessioni” persino uno storico olocaustico rinomato come Christopher Browning giudica «confuse, contraddittorie, interessate e non credibili»(17).
– Elie Wiesel (p. 200), di cui ho già detto.
– Franz Ziereis (p. 200), comandante del campo di Mauthausen.

Austria, Commander of Mauthausen camp Franz Ziereis interrogated in a medical clinic after he was captured, May 1945. 2400347369662515674.jpg [Nelle 4 foto allegate  Franz Ziereis mentre viene interrogato, benchè morente. Didascalia originale della foto: Austria, Commander of Mauthausen camp Franz Ziereis interrogated in a medical clinic after he was captured, May 1945.BW5a ]

La vicenda della sua “confessione” è praticamente sconosciuta e merita qualche parola. Ziereis fu colpito da un soldato americano il 22 maggio 1945.

Mauthausen, Austria, 1945, Franz Ziereis, Camp Commender of Mauthausen Investigation in the clinic. - 17799746573601313549.jpgPur essendo «gravemente ferito», con tre pallottole in corpo, egli fu «interrogato per circa 6-8 ore» in tedesco da Hans Marsalek, ex detenuto del campo, dopo di che si affrettò a morire.

Le “confessioni” di Ziereis sono in realtà una “dichiarazione giurata di Hans Marsalek” resa a Norimberga l’8 aprile 1946 (documento PS-3870), quasi un anno dopo. Marsalek non dichiarò di aver stenografato o annotato in qualche modo le presunte dichiarazioni di Ziereis e al riguardo non è mai stato esibito alcuno scritto . Il documento in oggetto non è un “interrogatorio” in senso stretto, con domande e risposte, ma una presunta “confessione”, evidentemente redatta da Marsalek.

Il comandate del campo non avrebbe mai potuto “confessare” assurdità come questa:

«Lì [a Mauthausen] furono uccise circa un milione-un milione e mezzo di persone»(Dortwurdenungafähr1 –1-1/2MillionenMenschenumgebracht),

dato che, come Marsalek stesso ci informa in un libro da lui scritto parecchi anni dopo, per il campo passarono poco meno di 192.000 detenuti, di cui morirono poco meno di 69.000(18).

Mauthausen, Austria, Franz Ziereis, commander of KL Mauthausen, Investigation in the clinic, 1945. - 16989539580993776208.jpgNon meno ridicola è la “confessione” di aver ucciso personalmente 4.000 detenuti (non 400, come scrive Stella).

Franz Ziereis Mauthausen, Austria, 1945, Investigation of a former guard in the clinic. - 16963663288686547003.jpg Qui non mi posso soffermare sull’idea strampalata che nei campi di concentramento qualunque SS potesse uccidere impunemente qualunque detenuto (o farlo uccidere dal… figlio, come riporta Stella). Mi limito soltanto a riferire che il regolamento dei campi di concentramento vietava rigorosamente alle SS non solo di uccidere, ma persino di malmenare un detenuto. Ma ogni cosa a suo tempo.
– «Le deportate che lavoravano al Revier, l’infermeria di Auschwitz», spalleggiate da Lucie Adelsberger, che, ci si dice, «sopprimevano i bambini con il veleno per salvare la vita alle madri» (p. 200), crimine nefando se fosse vero, ma è falso.

È noto a tutti (tranne che ai pisantyani) che ad Auschwitz i bambini, anche ebrei, nati al campo venivano regolarmente immatricolati.

Ad esempio Danuta Czech, la redattrice del “Calendario” di Auschwitz, sotto la data del 25 giugno 1944 scrive: «Il numero A-7261 è attribuito ad una bambina ebrea che è nata al KL Auschwitz II, Birkenau»(19). Ma anche di ciò mi occuperò in altra sede.





Ruth Elias.jpgRuth Elias [foto.BW5a] (p. 201), autrice del libro La speranza mi ha tenuto in vita. Da Theresienstadt e Auschwitz a Israele (20), in cui, come nel testo citato da Stella, dichiara di aver ucciso la propria figlioletta: «Uccisi mia figlia. Sì, Mengele ha fatto di me un’assassina»(21), un’altra azione nefanda… se fosse vera. In realtà questa poco edificante storiella serve soltanto a spiegare il fatto che questa detenuta ebrea avesse regolarmente dato alla luce una creatura ad Auschwitz. Una storiella anche dozzinale, soprattutto riguardo all’ “astuzia” che le permise di superare la “selezione” «nuda e all’ottavo mese di gravidanza»(22), con un bel pancione che ben difficilmente sarebbe passato inosservato. Ma forse Mengele era un imbecille e poteva essere turlupinato con “astuzie” puerili.



Hans Münch.jpgHans Münch (p. 201), ex SS-Untesturmführer, prestò servizio dal settembre 1943 al gennaio 1945 all’Istituto di Igiene delle Waffen-SS di Rajsko, qualche chilometro a sud di Auschwitz. Egli non era affatto, come riferisce Stella, «braccio destro di Mengele all’Istituto di Igiene do Auschwitz-Birkenau»(p. 201), perché egli prestava servizio a Rajsko, mentre Mengele era Lagerarzt (medico del campo) del campo zingari di Birkenau (settore BIIe). Münch, l’unico SS, e non a caso, ad essere stato assolto al processo della guarnigione del campo di Auschwitz celebrato dai Polacchi a Cracovia dal 25 novembre al 16 dicembre 1947, si pretende, sarebbe poi divenuto sostenitore ed esaltatore del presunto sterminio ad Auschwitz, come nell’intervista di Bruno Schirra citata da Stella. Ma sulla sua attendibilità esistono serissimi dubbi(23).
Ricapitolando, per Stella i revisionisti sarebbero «indifferenti a tutti i documenti, le testimonianze, le foto». Niente di più falso.
È recente la notizia che degli olo-bloggers hanno “scoperto” un “nuovo” documento sul caso Gerstein(24).

Questo documento (un manoscritto in olandese) l’avevo già tradotto e commentato fin dal 1985(25).

Sicché costoro sono arrivati con 25 anni di ritardo. E allo stesso modo hanno “scoperto” testimonianze che io avevo già tradotto e commentato nello stesso anno, come la lettera del barone von Otter in svedese del 23 luglio 1945 o le dichiarazioni del vescovo Dibelius(26). Nel dibattito storiografico, per restare a quell’epoca, ho inoltre introdotto la testimonianza in polacco di Rudolf Reder e varie altre fonti prima ignote. Nel complesso, i documenti e le testimonianze ignoti o ignorati che ho analizzato nei miei studi e in quelli redatti con Jürgen Graf, si contano a decine.
Niente male per uno che dovrebbe essere del tutto indifferente a documenti e testimonianze!
La realtà è che la forza del revisionismo è inversamente proporzionale alla debolezza dell’olocaustismo, e, che questo sia debole, viene ormai riconosciuto da più parti.
Nel 1992 il prof, Gerhard Jagschitz, incaricato dal Landesgericht di Vienna di redigere una perizia su Auschwitz nel processo contro Gerd Honsik, rilevò:

«Ho inoltre accertato che nella letteratura ricorrono un gran numero di contraddizioni, plagi e omissioni. Contraddizioni, plagi e omissioni: che significa ciò? Significa che sulle cose generali, grandezze, date non c’è concordanza.
C’è un rimprovero principale che sollevo nel campo della letteratura, se ci si riferisce alla letteratura scientifica, cioè che una gran parte delle opere scientifiche non ha considerato la necessaria critica delle fonti – vi ritorno ancora nel capitolo fonti –, e soprattutto c’è un numero notevole di opere che non indicano affatto da dove traggono le loro informazioni. […]. Vorrei soltanto dire che una discussione scientifica talvolta è molto difficile e talvolta quasi impossibile con questo genere di letteratura. Falsificazioni, non nel senso di falsi, ma nel senso di inesattezze, possono essere lo scambio di avvenimenti. Direi anche che il problema delle esagerazioni è importante, anche nelle testimonianze. Qui ci troviamo esattamente nella problematica centrale che ricorre continuamente nella letteratura revisionistica, cioè il numero delle vittime – ci ritornerò esattamente in un punto specifico. Singoli avvenimenti vengono descritti come accaduti più volte. Di tanto in tanto viene affermata una testimonianza oculare quando questa non c’è, ma proviene da terzi, e – ne parlerò ancora un po’ in relazione ai testimoni – c’è il problema degli stereotipi. […].
Un altro problema è che un numero di istituti di raccolta [di documenti] riguardo a nazionalsocialismo, guerra mondiale, crimini nazionalsocialisti, di regola hanno lavorato secondo criteri non scientifici. […].
Bisogna dunque pur sapere che tutte le testimonianze nei procedimenti giudiziari non hanno espresso la verità, bensì la ricerca della verità del tribunale e ciò significa che spesso qualcuno, se non gli è stato chiesto, non ha parlato»(27).

Ma già nel 1989 Jean-Claude Pressac aveva definito la storiografia olocaustica di allora

«una storia basata in massima parte su testimonianze raccolte secondo l'umore del momento, troncate per formare verità arbitrarie e cosparse di pochi documenti tedeschi di valore disparato e senza connessione reciproca»(28).

Nel 1996 lo storico e romanziere francese Jacques Baynac scrisse(29):

«Per lo storico scientifico, la testimonianza non è realmente la Storia, è un oggetto della Storia. E una testimonianza non ha molto peso, e pesa ancora meno se nessun solido documento la conferma. Il postulato della storia scientifica, si potrebbe dire forzando appena la mano, è: niente documento/i, niente fatto accertato. Questo positivismo che conferisce una tale importanza al documento ha i suoi aspetti positivi e negativi. Quello positivo, è che la storia deve a questo metodo rigoroso di non essere una pura fiction, ma una scienza. In quanto tale, essa è revisionista per natura, ossia negazionista. La Terra è stata ritenuta a lungo piatta, ora lo si nega. Ne consegue che decretare l’arresto delle ricerche su un punto qualunque del campo scientifico è negare la natura stessa della scienza. Si vede dunque già apparire ciò che mette gli storici in una situazione insostenibile ponendo i negazionisti in buona posizione: dal momento in cui si è sul terreno scientifico, è vietato vietare di rivedere o negare. Farlo, significa uscire dal campo scientifico. Significa abbandonarlo. Abbandonarlo a chi? Ai negazionisti.
L’aspetto negativo della storia scientifica consiste nel fatto che, in mancanza di documenti, di tracce o di altre prove materiali, è difficile, se non impossibile, stabilire la realtà di un fatto, anche se non c’è alcun dubbio che sia esistito, anche se è evidente. Il dramma è qui».

«Si potrebbero moltiplicare le citazioni di storici, ma a che pro? Tutte dicono: non disponiamo degli elementi indispensabili per una pratica normale del metodo storico. Infine – e questa è la cosa più penosa da dire e da ascoltare, quando si sappia quale dolore e quale sofferenza sono così non negate, ma sospese – dal punto di vista scientifico non esiste testimonianza accettabile come prova indiscutibile. Non è una questione di legittimità o di credibilità. Dipende dalla natura stessa della testimonianza, natura di cui lo storico non può non tener conto senza negare la metodologia della sua disciplina. La vera trappola tesa dai negazionisti è qui, in questo dilemma davanti al quale hanno spinto a porsi gli storici. Volendo contraddirli sul terreno scientifico, li si induce a gridare: “Storici, i vostri documenti!” - e bisogna stare zitti per mancanza di documenti. Ma volendo opporsi ad essi adducendo delle testimonianze, li si sente sogghignare: “Niente documenti? Niente fatti. Voi fate della fiction, del mito, del sacro”»(30).

Nella sentenza dell'11 aprile 2000 del processo Irving-Lipstadt, al punto 13.71, il giudice Gray scrisse:

«Devo confessare che, come – immagino – la maggior parte della gente, avevo supposto che le prove dello sterminio in massa di Ebrei nelle camere a gas di Auschwitz fossero convincenti. Tuttavia, quando ho valutato le prove addotte dalle parti in questa causa, ho messo da parte questo pregiudizio»(31).

Thomas Dalton,libro.jpgIn un libro apparso di recente, un ricercatore indipendente, Thomas Dalton, ha messo a confronto per la prima volta gli argomenti fondamentali degli storici olocaustici e revisionisti cercando di mantenersi il più possibile neutrale. Egli riferisce:

«Quando ho cominciato le ricerche per questo libro, mi aspettavo di trovare una descrizione dell’Olocausto ben documentata, chiara e coerente, come si racconta nella visione tradizionale [cioè olocaustica]. Mi aspettavo di trovare rigorose prove documentali e materiale forense che la confermasse. Mi aspettavo di trovare una solida giustificazione per il tributo di morti (inclusi i “6 milioni”) e una solida base per l’uccisione e l’eliminazione dei corpi. Naturalmente ci sarebbero stati alcuni aspetti incompleti del quadro generale, ma questo era inevitabile, date le tremende circostanze. D’altra parte mi aspettavo di trovare che queste mancanze fossero sfruttate decisamente da un manipolo di zeloti fanatici, i “negazionisti”, larghi di insulti e corti di cervello. Mi aspettavo di trovare forti controargomenti tradizionalisti che rispondessero direttamente e confutassero recisamente le affermazioni revisionistiche. Di fatto non ho trovato nulla di tutto ciò. Invece ho trovato una storia dell’Olocausto a brandelli. Ho trovano che molti aspetti della visione tradizionale presentano seri, irrisolti problemi. Ho trovato che la grande maggioranza degli scrittori olocaustici hanno completamente ignorato le sfide revisionistiche – una situazione che si può spiegare soltanto o con la totale ignoranza o, peggio, coll’inganno deliberato. Nei pochi casi in cui si sono rivolti ai revisionisti, ho trovato aspre polemiche e insulti, piuttosto che controargomenti ragionati. Ho trovato uno schivamento delle obiezioni più forti e delle critiche più appropriate. Ho trovato un tradizionalismo che non aveva paura di dispiegare il suo considerevole potere, i suoi contatti e le sue risorse per prevalere. Ho trovato, in base a ciò che dice, un movimento che ha qualcosa da nascondere.
Da parte revisionista, ho trovato solide obiezioni e relazioni ben argomentate e articolate. Le ho trovate pubblicate da un piccolo numero di individui fortemente e crescentemente sofisticati che si sono prodigati in un impegno instancabile per la ricerca della verità – spesso ad un alto costo personale. Ho anche trovato un movimento revisionistico altamente argomentativo e combattivo, disunito, poco propenso ai compromessi, e troppo fiducioso nelle sue conclusioni. Li ho trovati un po’ troppo specializzati e privi del loro “grande quadro” degli eventi. […].
Su questi pretesi crimini contro gli Ebrei c’è una mancanza di materiale di prova pressoché totale, specialmente per i campi della morte, i corpi e gli strumenti di uccisione.

Il numero totale degli Ebrei morti, o uccisi, è ignoto con certezza. Altri pochi punti devono inoltre essere accettati da chiunque voglia considerare razionalmente i fatti: i “6 milioni” hanno una esigua base fattuale e sembra piuttosto che siano stati invocati come numero simbolico; le “camere a gas” di Auschwitz furono usate molto meno spesso di quanto comunemente si descrive; l’eliminazione in massa di corpi, in particolare in fosse di cremazione all’aperto, è improbabile che sia avvenuta nel modo descritto; e le fotografie aeree di Auschwitz mostrano una calma imbarazzante per un preteso campo di morte al culmine della sua attività.
I punti principali della disputa, dunque, sono davvero pochissimi:
– il numero totale di Ebrei morti
– il numero di Ebrei morti per causa di morte in ogni luogo o campo
– l’uso di camere a gas a Zyklon B per uccisione in massa
– l’uso di gas di scarico di motore diesel per uccisione in massa
– la veridicità delle “testimonianze oculari” e delle testimonianze del dopoguerra
– il metodo e la quantità di corpi incinerati (crematori e fosse all’aperto). […].
Il lettore nutre forse la preoccupazione che gli argomenti presentati qui favoriscano il revisionismo e che ciò in qualche modo comprometta la mia neutralità. Mi permetto di essere in disaccordo. Gli argomenti sono ciò che sono. Spetta agli esperti tradizionalisti rispondere. Se non hanno buone risposte, gli argomenti revisionisti sono validi. La situazione presentata in questo libro è soltanto una conseguenza del fatto che entrambe le parti espongono le loro accuse e controaccuse. Ho fatto del mio meglio per presentare gli argomenti più forti di ogni parte. Se sembra che ci siano vincitori e perdenti, la lode (o il rimprovero) va alle parti stesse, non a me» […].

Egli espone poi questi suggerimenti per un proficuo dibattito:

«Mettere fine all’insulto, alla censura e alla vessazione di revisionisti.
Affrontare gli ultimi e più forti argomenti revisionistici, in modo chiaro e obiettivo.
Utilizzare una contestualizzazione dei morti, o una tecnica simile, per mostrare chiaramente l’intero quadro.
Effettuare studi scientifici su larga scala sulla cremazione di carcasse di animali nelle condizioni dei campi di morte; analizzare consumo di combustibile, tempo di cremazione, contenuto di ceneri e massa.
Eseguire scavi scientifici ad Auschwitz, Sobibor, Treblinka e Chelmno, prelevando campioni di terreno e analizzandoli per accertare contenuto di ceneri e resti umani.
Ammettere le debolezze nella visione consueta.
Ammetterlo quando si ha torto, e revisionare la storia di conseguenza»(32).

Il libro, sia perché l’autore non è uno specialista, sia per la necessità di esporre in modo divulgativo gli argomenti, non è esente da imperfezioni nella rappresentazione di entrame le parti in causa, ma nel complesso rispecchia lo stato attuale del dibattito (o del non-dibattito).
Ma solo gli olo-bloggers inveiscono rabbiosamente, indubbiamente perché sono stati considerati da Dalton per ciò che sono: gente senza alcuna formazione e competenza, che non viene minimamente presa in considerazione dagli storici olocaustisti, ma ha l’arroganza di “correggerli”.
E anche per il giudizio da lui espresso su di me, che è andato senza dubbio di traverso a questi poveri mentecatti, la cui pervicace malafede ho del resto già documentato ad abundantiam(33)
«Un ricercatore italiano, Mattogno, è forse il principale scrittore di opere serie»(34).

Carlo Mattogno

17 febbraio 2010

Note:

[1] Gian Antonio Stella e la piscina di Auschwitz, in:
http://olo-dogma.myblog.it/archive/2010/02/09/gian-antoni...
[2] L'“irritante questione” delle camere a gas ovvero da Cappuccetto Rosso ad... Auschwitz. Risposta a Valentina Pisanty. Riedizione riveduta, corretta e aggiornata. 2007: http://vho.org/aaargh/fran/livres7/CMCappuccetto.pdf Edizione 2009: http://civiumlibertas.blogspot.com/2007/11/slomo-in-grand...
[3] Liliana Picciotto Fargion, Il Libro della memoria. Gli Ebrei deportati dall’Italia (1943-1945). Mursia, Milano, 1992, p. 151.
[4] Negare la storia? Olocausto: la falsa “convergenza delle prove”. Effedieffe Edizioni, Milano, 2006, pp. 74-75.
[5] Elie Wiesel: «Il più autorevole testimone vivente» della Shoah? In: http://ita.vho.org/056_Elie_Wiesel.htm
[6] Olocausto: Dilettanti allo sbaraglio. Edizioni di Ar, Padova, 1996, p. 148.
[7] Anonymous, The Myth of the Six Million. The Noontide Press, Torrance, California, 1978 (terza edizione), pp. 75-76.
[8] Vedi il mio Belzec. Propaganda, testimonianze, indagini archeologiche e storia. Effepi, Genova, 2006, pp. 69-70.
[9] The Myth of the Six Million, p. 53.
[10] Vedi la mia opera Le camere a gas di Auschwitz. Studio storico-tecnico sugli “indizi criminali” di Jean-Claude Pressac e sulla “convergenza di prove” di Robert Jan van Pelt. Effepi, Genova, 2009, cap. 11.3, “Le torture inflitte a Höss”, pp. 395-397.
[11] Sulla attuale posizione di Irving vedi l’articolo di Jürgen Graf David Irving e i campi dell’azione “Reinhardt”, in: http://ita.vho.org/048_Irving_Campi.htm.
[12] Vedi ad es. http://olo-dogma.myblog.it/archive/2009/07/22/la-dichiara...
[13] Max Domarus, Hitler. Reden und Proklamationen 1932-1945. R. Löwitt, Wiesbaden, 1973, Vol. I, Parte Prima, pp. 248-251.
[14] PS-2156.
[15] Ad es. PS-2153, PS-2156, PS-2156, PS-2409, PS-2410.
[16] R. Hilberg, La distruzione degli Ebrei d’Europa. Einaudi, Torino, 1995, p. 32.
[17] C. Browning, The Origins of the Final Solution. University of Nebraska, 2004, p. 544. Traggo la citazione da Thomas Dalton.
[18] H. Marsalek, Mauthausen.La Pietra, Milano, 1977, p. 113 e 115.
[19] D. Czech, Kalendarium der Ereignisse im Konzentrationslager Auschwitz-Birkenau 1939-1945. Rowohlt Verlag, Reinbek bei Hamburg, 1989, p. 806.
[20] Edizione CDE, Milano, 1995.
[21] Idem, p. 165.
[22] Idem, p. 138.
[23] Si veda l’articolo Just another Auschwitz Liar, in: http://www.vho.org/VffG/1997/3/Kor.html
[24] Vedi Kurt Gerstein 1943: l’inizio del delirio, in: http://andreacarancini.blogspot.com/2010/02/kurt-gerstein...
[25] Il Rapporto Gerstein: Anatomia di un falso. Sentinella d’Italia, Monfalcone, 1985, cap. V, “Totungsanstalten in Polen”, pp. 99- 107.
[26] Idem, pp. 87-
[27] Landesgericht Wien, Az. 20e Vr 14184/86 Hv 5720/90, 3a udienza, pp. 28-31, 39.
[28] J.-C. Pressac, Auschwitz: Technique and operation of the gas chambers. The Beate Klarsfeld Foundation, New York, 1989, p. 264. Testo disponibile in: http://www.holocaust-history.org/auschwitz/pressac/technique-and-operation/.
[29] Vedi al riguardo il mio studio L'“irritante questione” delle camere a gas ovvero da Cappuccetto Rosso ad... Auschwitz. Risposta a Valentina Pisanty, pp. 3-6 (del testo in PDF).
[30] J. Baynac, «Faute de documents probants sur les chambres à gaz, les historiens ésquivent le débat», in: Le Nouveau Quotidien, 3 settembre 1996, p. 14; «Comment les historiens délèguent à la justice la tâche de faire taire les révisionnistes», in: Le Nouveau Quotidien, 2 settembre 1996, p. 16.
[31] In: http://www.holocaustdenialontrial.org/ieindex.html sub “The Judgement”, § XIII.
[32] T. Dalton, Debating the Holocaust: A New Look at Both Sides.Theses & Dissertations Press, New York, 2008, pp.255-267 e 261-262.
[33] Olocausto: dilettanti nel web. Effepi, Genova, 2005.
[34] T. Dalton, Debating the Holocaust: A New Look at Both Sides, p. 28.

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 N.B.: Evidenziazione, sottolineatura, grassetto, immagini, NON sono presenti nel testo originale. Per contattarci: sturevcm@libero.it.

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093 - LO SCANDALOSO "SCANDALO ROQUES"


 LO SCANDALOSO "SCANDALO ROQUES"

Henri Roques,.jpg


[La copertina del libro di Henri Roques " The ' confessions' of Kurt Gerstein
Henri Roques" ;pubblicato nel 1989 dall' Institute for Historical Review in Costa Mesa, California. BW5a]

Da qualche mese in Francia Henri Roques è oggetto di una violenta campagna di stampa diffamatoria la cui eco è giunta anche in Italia. In una corrispondenza da Parigi apparsa su "La Repubblica" del 24 maggio c.a. col titolo "Si laurea con una tesi che difende i lager nazi", si legge infatti:

  • "Henri Roques, sessantasei anni, si è laureato con lode nel giugno 1985 all'università di Nantes sostenendo una tesi di storia, in cui pretende di dimostrare che le camere a gas di Auschwitz o di Treblinka servivano soltanto alla disinfestazione. Nega l'olocausto, il genocidio di sei milioni di ebrei".

 Non riuscendo a trattenere la sua virtuosa indignazione, l'articolista conclude:

 "Lo scandalo infatti non è che un pensionato occupi i suoi ozi in elucubrazioni aberranti: è che abbia potuto trovare ben cinque universitari, evidentemente acquisiti alle sue teorie, per consacrare tali aberrazioni. E dargli la lode per giunta".

Ricapitoliamo brevemente gli antefatti dello "scandalo" a beneficio del lettore italiano, che non dispone di informazioni dirette.

 Il 15 giugno 1985 Henri Roques, ingegnere in pensione, ha sostenuto all'università di Nantes una tesi di laurea intitolata "Le "confessioni" di Kurt Gerstein. Studio comparativo delle differenti versioni" (1), meritando la menzione "très bien".

 Si tratta di un eccellente studio di critica testuale imperniato sull'analisi critica e comparativa dei documenti (alcuni dei quali assolutamente inediti) che costituiscono le "confessioni" (più note come "rapporto") di Kurt Gerstein, universalmente considerato il "testimone oculare" fondamentale del "campo di sterminio" di Belzec. La conclusione di questa tesi di laurea è che Kurt Gerstein non può essere considerato un testimone attendibile, e questo è tutto.

 La stampa francese, pur essendo stata informata tempestivamente della tesi di laurea di Henri Roques, all'inizio ha ritenuto più prudente tacere, ad eccezione di "Rivarol", che nel numero del 25 ottobre 1985 gli ha dedicato un articolo di una pagina intitolato "Un passo in più verso la verità" a firma Robert Poulet.

 Improvvisamente, all'inizio del 1986, è apparso su "Le Monde Juif", rivista del "Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea" di Parigi, un articolo intitolato "A proposito di una tesi di laurea "esplosiva" sul "Rapporto Gerstein"" (2), in cui Georges Wellers, direttore della rivista suddetta, pretendeva di liquidare in diciotto pagine insulse la tesi di laurea di Henri Roques. Ora, tutte le obiezioni mosse dal Wellers trovano puntuale e anticipata confutazione nella nostra opera "Il rapporto Gerstein.Anatomia di un falso" (3), che, naturalmente, egli si è guardato bene dal menzionare nell'articolo in questione, sebbene una copia dell'opera sia stata da noi inviata al "Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea" di Parigi già nel dicembre 1985 !

 Quest'articolo ha costituito la bomba a scoppio ritardato che ha fatto esplodere lo "scandalo Roques". A partire da aprile e maggio, a supino rimorchio delle accuse ingiuste e ingiustificate del Wellers, la stampa francese si è scatenata in una vera e propria campagna diffamatoria contro Henri Roques, la cui tesi di laurea, opportunamente deformata, è diventata quella che tende a "negare l'esistenza delle camere a gas"! (4).

 Risparmiamo al lettore la penosa rassegna degli articoli più o meno squallidi dedicati allo "scandalo" Roques", soffermandoci soltanto su due casi che attestano una mancanza totale di senso del ridicolo.

 Anzitutto,

"un centinaio di professori universitari e di intellettuali della Germania occidentale, ai quali si è unito lo scrittore [ebreo] americano Elie Wiesel, hanno condannato solennemente (!) la discussione della tesi di Henri Roques" (5).

 In secondo luogo, incredibile dictu, la vicenda è finita addirittura all'Assemblea nazionale, nella cui seduta del 27 maggio Roger Combrisson ha dichiarato:

  • "Ho appreso con emozione e stupore come la maggior parte dei miei concittadini che una tesi discussa all'università di Nantes aveva ottenuto la menzione "très bien", tesi che proponeva la contro-verità che non c'erano state camere a gas nei campi di concentramento".

 Egli ha poi chiesto all'Assemblea di osservare un minuto di silenzio in onore dei milioni di uomini "gasati nei campi di sterminio di Auschwitz-Birkenau e di Bergen-Belsen"(6), ignorando dunque persino che a Bergen-Belsen, secondo la storiografia ufficiale, non ci sono mai state "camere a gas"!

 Le conoscenze in fatto di "sterminio" ebraico dei vari giornalisti che riversano i loro insulti su Henri Roques rispecchiano pienamente quelle del signor Combrisson.

 A tutti questi sagaci intellettuali vorremmo consigliare almeno di leggere la tesi di laurea incriminata, invece di passarsi l'un l'altro notizie (false) di seconda mano venendo meno così ad un preciso dovere professionale di un giornalista e, soprattutto, invece di sentenziare idiozie come quelle apparse su "La Repubblica".

 In effetti, la tesi di Henri Roques non "difende i lager nazi", non si riferisce minimamente ad Auschwitz, non asserisce affatto che "le camere a gas di Auschwitz o di Treblinka servivano soltanto alla disinfestazione" e infine non "nega l'olocausto".

 Disinformazione o malafede?

 Quanto agli universitari francesi, ci auguriamo soltanto che accolgano la severa lezione di metodologia e in pari tempo di savoir-faire impartita loro da un modesto lettore, che ha rilevato:

"E' certamente evidente che una tesi universitaria non dev'essere una professione di fede.

L'antitesi neppure.

Se c'è dunque materia di contestazione, questa, per gli universitari degni di questa qualifica, non può consistere che nel riprendere l'analisi degli stessi documenti onde opporre alla tesi incriminata non già grida di indignazione, ma argomenti inconfutabili i quali dimostrino che un procedimento non scientifico abbia condotto ad una conclusione errata"(7).

 E veniamo al Wellers.

Di costui ci siamo già occupati nello studio "Come si falsifica la storia: Georges Wellers e i "gasati" di Auschwitz " (Verifica e confutazione dello studio di Georges Wellers "Essai de détermination du nombre de morts au camp d'Auschwitz", Le Monde Juif, No 112, octobre-décembre 1983, pp. 125-159), in cui dimostriamo che, prendendo per buone le sue fonti, egli ha inventato come minimo 594.191 "gasati" sulla base di una metodologia capziosa, superficiale e dilettantesca che non rifugge neppure dalla falsificazione.

 Più recentemente, prendendo posizione a favore di Henri Roques, abbiamo rincarato la dose con uno studio dal titolo "Come si falsifica la storia: Georges Wellers e le "camere a gas" di Belzec" (8), che costituisce una confutazione radicale e sistematica di tutto ciò che costui ha scritto a sostegno del "rapporto Gerstein" e contro i suoi critici: Paul Rassinier prima, Henri Roques poi.

 In tale studio, in primo luogo, ribadiamo l'assoluta inattendibilità del "rapporto Gerstein" opponendogli 72 assurdità, contraddizioni e falsificazioni inattaccabili; in secondo luogo, dimostriamo l'assoluta insulsaggine delle argomentazioni di Wellers sia per quanto concerne la difesa di Kurt Gerstein, sia per quanto riguarda la critica di Rassinier e soprattutto di Roques; in terzo luogo, analizziamo i metodi di lavoro del Wellers, metodi dilettanteschi e subdoli assolutamente privi di valore scientifico, dimostrando per di più che egli stesso utilizza proprio quella metodologia storica capziosa che attribuisce ingiustamente ai suoi avversari !

 Questi studi ci consentono di qualificare il Wellers, senza il minimo timore di smentita, un dilettante della storia contemporanea con pretese scientifiche, e poiché questo dilettante è il maestro incontrastato di quegli storici che "giudicano "assolutamente nulla" la tesi del sig. Roques sulle camere a gas" (9), si può facilmente immaginare quale sia la serietà e la dignità scientifica di questi "storici"!

 [Redatto nel luglio 1986].

 Pubblicato in: ORION, n.23, agosto 1986, pp. 189-190.

 Note:

1/ Henri Roques, Les "confessions" de Kurt Gerstein. Etude comparative des différentes versions. Edition critique. Doctorat d'Université. Rapporteur: Monsieur le Professeur Jean-Claude Rivière. Université de Nantes, 15 juin 1985. Dattiloscritto di 373 pagine in due tomi.
2/ Georges Wellers,
A propos d'une thése de doctorat "explosive" sur le Rapport "Gerstein", in: "Le Monde Juif", No 121, janvier-mars 1986, pp. 1-18.
3/ Carlo Mattogno,
Il rapporto Gerstein. Anatomia di un falso. Sentinella d'Italia, Monfalcone 1985.
4/
Le Figaro, 26 maggio 1986, p. 11.
5/
Presse-Océan, 4 giugno 1986, p. 7.
6/
J.O. de la R. F., Débats parlementaires, Assemblée nationale, 2e séance du 27 mai 1986, p. 1255.
7/
Le Figaro, 5 giugno 1986, p. 10, "Dialogue avec nos lecteurs".
8/ L'opera è rimasta inedita.
9/
Le Monde, 3 giugno 1986, p. 14.

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22/01/2012

092 - Oranienburg: il tracollo dell'anti"negazionismo" internazionale

 

Il tracollo dell’anti”negazionismo” internazionale

 

sarfatti_monteleone_Odino.jpg(Nella foto Michele Sarfatti direttore della  Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea. BW5a)

Nel 2008 si è tenuto a Oranienburg, in Germania, un convegno internazionale diretto essenzialmente contro il revisionismo storico. Gli atti relativi sono stati pubblicati solo di recente, in un volume di oltre 400 pagine intitolato “Neue Studien zu nationalsozialistischen Massentötungen durch Giftgas. Historische Bedeutung, technische Entwicklung, revisionistische Leugnung” (Nuovi studi sulle uccisioni in massa nazionalsocialiste mediante gas tossico. Significato storico, sviluppo tecnico, negazione revisionistica), a cura di Günter Morsch e Betrand Perz con la collaborazione di Astrid Ley, Metropol, Berlino, 2011.

 Al revisionismo è dedicata interamente l’ultima parte dell’opera, che si intitola DieGaskammer-Lügein der internationalen revisionistischen Propaganda” (La “menzogna delle camere a gas” nella propaganda revisionistica internazionale), e contiene otto contributi in circa novanta pagine.

 Per commentarla sarebbe necessario un libro specifico. Per il momento mi limito a tre considerazioni generali.

 1) All’opera non ha partecipato alcun ricercatore olocaustico italiano, il che conferma che i nostri “esperti”, a cominciare da quelli del Centro di Documentazione Ebraica di Milano, sono considerati a livello internazionale dei dilettanti indegni di essere invitati ad un convegno “serio”.

 2) Non viene fatta alcuna menzione di olo-blogger alla Romanov o alla Muhlenkamp, il che conferma, come ho già scritto, che nessuno storico olocaustico li prende sul serio.

 3) La confutazione dei miei scritti è assolutamente devastante: sono citato ben due volte, la prima a p. 275, in un elenco di revisionisti: «… in Italia Carlo Mattogno e Claudio Moffa…»; la seconda volta, a p. 390. Hajo Funke, autore di uno scritto intitolato “La ‘menzogna delle camere a gas’ nella propaganda revisionistica in Germania e Austria”, vi afferma:

 «Già nel 2003 nella rivista revisionistica e spesso negatrice dell’Olocausto “Vierteljahreshefte für freie Geschichtsforschung” [Quaderni trimestrali per la libera ricerca storica] (n. 2, luglio 2003) apparve un articolo di Carlo Mattogno sul campo di concentramento di Sachsenhausen “KL Sachsenhausen. Stärkemeldung und ‘Vernichtungsaktionen’ 1940 bis 1945” (KL Sachsenhausen. Comunicazioni della forza e “azioni di sterminio” 1940-1945). Nella nota introduttiva viene chiaramente menzionato lo scopo revisionistico; tra l’altro vi si dice che “il caso di Sachenhausen è chiarificatore per i metodi degli Alleati, in questo caso specifico della propaganda nera sovietica nell’immediato dopoguerra”; vi si afferma che “in quel campo sarebbero stati uccisi numerosi detenuti con gas tossico; inoltre i Tedeschi vi avrebbero assassinato molte migliaia di prigionieri di guerra sovietici in un impianto di fucilazione”. L’Autore spiega che quest’affermazione sarebbe priva di qualunque fondamento storico e rimanda al riguardo tra l’altro alla letteratura revisionistica».

 Qui è necessaria qualche precisazione. Anzitutto la nota introduttiva non è mia, ma della redazione della rivista. In secondo luogo, essa non menziona semplicemente uno «scopo revisionistico», perché comincia così:

«Il campo di concentramento di Sachsenhausen – chiamato occasionalmente anche Oranienburg –, situato non lungi da Berlino, svolge un ruolo scarso nella discussione sull’ “Olocausto”. Se Carlo Mattogno nel contributo che segue si occupa di questo campo, ciò ha due motivazioni. Anzitutto i documenti relativi a Sachsenhausen da lui trovati insieme a Jürgen Graf nell’Archivio di Stato della Federazione Russa a Mosca rendono possibile la determinazione estremamente precisa della forza del campo, nonché della mortalità durante la guerra. La pubblicazione di questi documenti è un atto di storiografia positiva, in quanto essi non solo contraddicono menzogne storiche e miti, ma permettono di accertare il più esattamente possibile che cosa accadde realmente. In secondo luogo il caso di Sachsenhausen è straordinariamente chiarificatore…»[1].
 
Segue il testo citato da H. Funke, che dunque non brilla certamente per correttezza.

 Günter Morsch.jpgLa confutazione scientifica del mio articolo dovrebbe pertanto essere rimandata al contributo di Günter Morsch [foto] “Uccisioni mediante gas tossico nel campo di concentramento di Sachsenhausen” (pp. 260-276), tanto più in quanto si chiude con un paragrafo piuttosto pretenzioso dal titolo “Strategie negatorie revisionistiche” (pp. 274-276).

 Qui però l’autore si mostra molto cauto, limitandosi ad una vaga allusione al mio articolo:

«Negli ultimi anni, revisionisti di primo piano hanno cercato in modo crescente di confutare l’esistenza di una camera a gas nel campo di concentramento di Sachsenhausen in riviste specifiche come i “Vierteljahreshefte für freie Geschichtsforschung” e in altre pubblicazioni, soprattutto in internet. In ciò gli autori utilizzano argomentazioni apparentemente scientifiche, avendo esaminato a lungo i documenti degli archivi russi e l’archivio del memoriale [di Sachsenhausen], per presentarsi poi in modo particolareggiato e dettagliato con le loro fonti di valore. Spesso non si tratta affatto di tentativi di negazione grossolani, facilmente comprensibili, ma di strategie di negazione che cercano di apparire come catene argomentative oggettive che possono essere difficilmente confutate persino da storici che non siano esperti in materia. Questi tentativi di negazione perciò, a mio avviso, devono essere presi assolutamente sul serio, tanto più in quanto possono trovare ampia diffusione via internet e sono stati accolti perfino al processo britannico contro Irving».

 Indi passa alla critica di vari argomenti revisionistici, ma senza neppure accennare a quelli che ho esposto nell’articolo summenzionato. Donde la conseguenza che o l’autore non è esperto in materia (ma allora perché ha scritto su questo campo?), oppure le mie «catene argomentative» sono tanto «oggettive» che egli non è riuscito a confutarle e ha preferito glissare.

 Quanto ai molteplici studi che ho dedicato, sia da solo, sia in collaborazione con Jürgen Graf, a molti dei temi trattati nella parte “costruttiva” dell’opera – su Auschwitz, su Belzec, su Treblinka, su Stutthof, su Majdanek – questo consesso internazionale di specialisti ha mantenuto il più rigoroso silenzio.

Quelli, successivi, su Chelmno e Sobibor, saranno invece senza dubbio taciuti al prossimo convegno.

 Un’ultima osservazione.

 Hajo Funke.jpg Hajo Funke [foto] lascia intendere che il presunto “impianto di fucilazione” di Sachenhausen contestato nella nota introduttiva summenzionata in realtà esistette. E in effetti Günter Morsch a p. 276 ne parla.

Ma con riferimento esclusivo a una “perizia” dei Sovietici.

Quelli stessi che a Norimberga osarono affermare che a Sachenhausen erano stati giustiziati 840.000 (ottocentoquarantamila) prigionieri di guerra russi!

Poveri specialisti dell’Olocausto: una immensa falange internazionale incapace di confutare un pugno di revisionisti. Ecco perché si invocano le leggi repressive.(Fonte)

 

Carlo Mattogno

 8 marzo 2011

 [1] Vierteljahreshefte für freie Geschichtsforschung, anno 7, n. 2, luglio 2003, p. 173.

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090 - “Osservatorio sul pregiudizio antiebraico” della Fondazione CDEC» (Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea di Milano)...che non osserva


 “Osservatorio” (del CDEC) che non osserva

 Nella foto un chiarissimo esempio di VERO Antisemitismo : la carbonizzazione di un bambino semita palestinese del lager- ghetto di Gaza, ad opera degli "eletti" sionisti di Palestina! BW5a

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 Carlo Mattogno si propone come consulente del CDEC

“Osservatorio” che non osserva



«La Relazione quadriennale sull'antisemitismo in Italia a cura dell' “Osservatorio sul pregiudizio antiebraico” della Fondazione CDEC» intitolata  «Alcune considerazione sull’antisemitismo  2007-2010»[1]

dimostra, come ho già dichiarato altrove e qui ripeto, la totale incapacità del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea di Milano di opporsi in qualche modo al revisionismo sul piano storiografico.

La “relazione”, per la sua superficialità e la sua insulsaggine, è indegna persino di un gruppo di studio di Scuola Media Inferiore, e ancora più indegna se si considerano i copiosi contributi statali che il CDEC riceve per legge (n. 155 del 15 ottobre 2009):

«A decorrere dall'anno 2009, è concesso un contributo pari a 300.000  euro annui in favore della Fondazione Centro di documentazione ebraica  contemporanea – CDEC –organizzazione non lucrativa di utilità  sociale, con sede in Milano, allo scopo di sostenere l'azione di  perseguimento dei fini istituzionali della medesima Fondazione»  [2  ].

Ecco infatti il paragrafo relativo al “negazionismo”:

«Il negazionismo in Italia è simile nei temi a quello diffuso negli altri paesi europei, e si muove principalmente su due linee: il tentativo di smontare le prove sulla funzione omicida delle camere a gas nei campi di sterminio, e quello di diffondere sospetto e sfiducia sugli studi che hanno portato a determinare l’effettivo numero dei morti nei campi di concentramento. Le tematiche negazioniste vengono divulgate principalmente attraverso internet, e continuano ad essere un tema centrale negli ambienti della destra radicale, di alcune frange dell’integrismo cattolico e di alcuni noti docenti universitari. Ed è proprio in quest'ambito che, negli ultimi anni, il negazionismo italiano s'è espresso con maggiore forza e capillarità.
A maggio del 2007 il professor Claudio Moffa ha inviato il negazionista francese Robert Faurisson a tenere una lezione all'interno del suo master universitario presso l'università di Teramo. Sempre Moffa, il 25 settembre del 2010, nel corso della sua ultima lezione del master “Enrico Mattei in Vicino e Medio Oriente”, di cui è coordinatore, ha tenuto una contestatissima lezione dal titolo “Il tema-tabù del mondo accademico, la questione della Shoah, della difesa del suo dogma da parte della Inquisizione del III millennio”. Moffa ha spesso invitato come conferenzieri al suo master universitario i principali esponenti della 'pensée' negazionista internazionale.
Ad ottobre del 2009, Antonio Caracciolo, ricercatore di filosofia del diritto presso l'università La Sapienza di Roma, è stato al centro dell'interesse dei principali giornali italiani poiché dalle pagine di uno dei suoi blog ha ripetutamente espresso sostegno alle teorie negazioniste»
.


E il “negazionista” Carlo Mattogno?

L’unica  menzione appare nel paragrafo “Siti internet”, dove si parla dei siti «“negazionisti” (Andrea Carancini, Auschwitz I Indagini sulla truffa olocaustica, Civium Libertas, La destra.info, OLODOGMA, Studi di Carlo Mattogno, 21 e 33 Libertà di espressione, di insegnamento e di ricerca, AAARGH, CODOH)».
Collocazione quantomeno curiosa.

Su “Libri e case editrici” i nostri acuti osservatori rilevano:

«Effepi edizioni è una piccola casa editrice genovese dell'editore Francesco Pitzus. Il catalogo della Effepi è composto – quasi esclusivamente – da testi antisemiti, negazionisti e nazisti. Tra tutte le case editrici di settore, Effepi è quella che – ogni anno – pubblica il maggior numero di volumi, ma è anche la meno accurata nelle traduzioni, nella scelta dei testi e nella cura dei testi.
Tuttavia, nel 2009 con I complici di Dio. Genesi del mondialismo e nel 2010 Dietro la bandiera rossa. Il comunismo creatura ebraica ha editato due enormi volumi rilegati (il primo addirittura diviso in quattro tomi) di circa 1300 pagine ognuno, a firma Gianantonio Valli»
.


E i miei libri?

Dal 2007 al 2010 L’Editore Effepi ne ha pubblicati sette, quattro opuscoli e tre libri:

– Un nuovo libro olocaustico su Belzec e la sua fonte. Considerazioni storico-critiche. 2007.
– La deportazione degli Ebrei ungheresi nel maggio-luglio 1944. 2007.
– “Azione Reinhard” e “Azione 1005”. 2008.
– Il dottor Mengele e i gemelli di Auschwitz. 2008.
– Le camere a gas di Auschwitz. Studio storico-tecnico sugli “indizi criminali” di Jean-Claude Pressac e sulla “convergenza di prove” di Robert Jan van Pelt. 2009. (715 pagine, 51 documenti).
– Il campo di Chełmno tra storia e propaganda. 2009. (228 pp., 27 documenti).
– Auschwitz: assistenza sanitaria, “selezione” e “Sonderbehandlung” dei detenuti immatricolati. 2010 (333 pagine, 60 documenti).

Questa omissione ammette solo due spiegazioni:

o i sagaci osservatori del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea non ritengono questi libri “negazionistici”, ipotesi a dir poco improbabile,

oppure li temono a tal punto da non osare neppure nominarli.

Che cosa infatti potrebbe controbattere cotanto consesso di luminari?

Pienamente consapevoli della loro impotenza sul piano storico, documentario e soprattutto critico, non possono far altro che tacere.

Magari cercando di affibbiare la patata bollente alla giustizia.

Considerata la sua palese inettitudine, mi propongo come consulente del CDEC per il “negazionismo”:

in cambio della centesima parte di ciò che percepisce dallo Stato, sono pronto a fornire una rapporto cento volte più lungo (e più accurato) del suo.

Almeno questa Fondazione «di utilità sociale» eviterebbe di fare figure grame come questa.

                                                                                      Carlo Mattogno.           


4.2.2011

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089 - Auschwitz: la perizia necessaria

 

LEUCHTER, RUDOLF E UNA NUOVA PERIZIA CHIMICA AUSPICATA

   di Carlo Mattogno


 Foto_Luglio 2010 014.JPGPrendo spunto dalla puntualizzazione di Andrea Carancini “Zyklon B: l’enormità di James Roth e di Franco Rotondi[1] per qualche ulteriore puntualizzazione.

 Non voglio infierire sul povero Rotondi; dopo la pubblicazione dei miei recenti studi

 – Le camere a gas di Auschwitz. Studio storico-tecnico sugli “indizi criminali” di Jean-Claude Pressac e sulla “convergenza di prove” di Robert Jan van Pelt. Effepi, Genova, 2009, 715 pagine,

 –Auschwitz: assistenza sanitaria, “selezione”e “Sonderbehandlung” dei detenuti immatricolati. Effepi, Genova, 2010, 333 pagine,

 avrà modo di meditare sulla fondatezza degli argomenti revisionistici su Auschwitz e sulla totale inconsistenza delle sue fonti.

 Passo perciò subito al nocciolo della questione. La penetrazione dei cianuri nelle pareti di mattoni è un fatto assodato, visibilmente assodato. A Birkenau il pigmento blu di ferrocianuro ferrico è presente in modo intenso nella parete esterna sud della camera a gas di disinfestazione a Zyklon B del Bauwerk 5b (quella che si vede nella fotografia di G.Rudolf), inoltre altre macchie, molto più piccole ma ben visibili, si trovano nel muro esterno dell’ex camera a gas dell’antistante  Bauwerk 5a, la quale nel 1943 fu trasformata in camera di disinfestazione ad aria calda. Un altro caso eclatante è quello della camera di disinfestazione di Stutthof, che mostra una intensa colorazione blu sia nelle pareti interne, sia nei muri esterni, come risulta da queste due fotografie che scattai nel 1997. Che vi sia un fenomeno di diffusione di cianuri dalla parete interna a quella esterna è pertanto un fatto indubitabile; che invece questo processo di diffusione non abbia lasciato alcuna traccia di cianuri all’interno dei mattoni è quantomeno dubbio. La risposta decisiva potrebbe venire solo dall’analisi chimica di mattoni che presentino il pigmento blu sia sul lato rivolto all’interno sia su quello rivolto all’esterno.

 Il metodo della perizia chimica di Fred Leuchter, e poi di Germar Rudolf, consiste notoriamente nel confronto tra campioni prelevati nelle due suddette camere a gas di disinfestazione dei BW 5a e 5b e nelle presunte camere a gas omicide, da cui è risultata una sproporzione enorme: i valori massimi trovati da Rudolf sono dell’ordine di 13500 mg/kg  nelle prime contro 7,2 nelle altre[2]. A questo metodo sono state opposte varie obiezioni, alcune delle quali non del tutto infondate, soprattutto quelle relative alla struttura architettonica e al grado di conservazione degli edifici.

 Per superare queste obiezioni è necessario un metodo diverso, consistente nel confrontare locali diversi della medesima struttura architettonica.

 Dopo aver letto il rapporto Leuchter, pensai che, se il Leichenkeller 1 dei crematori II e III di Birkenau era stato una camera a gas omicida e il Leichenkeller 2 uno spogliatoio per le vittime, il primo locale avrebbe dovuto presentare nelle sue pareti interne contenuti di cianuri enormemente superiori a quelli eventualmente presenti nel secondo locale, perciò, all’inizio degli anni Novanta, nel corso di una visita a Birkenau, prelevai vari campioni di muratura e di calcestruzzo all’interno del Leichenkeller 1  e del Leichenkeller 2 del crematorio II (le cui rovine sono meglio conservate), indi consegnai i campioni al compianto ing. Franco Deana, che li fece analizzare nel  laboratorio Ecolab di Genova. Il referto analitico (15 gennaio 1993) fu il seguente:

 – Leichenkeller 1, soffitto: ‹ 1 mg/kg

 – Leichenkeller 1, interno, parete ovest: ‹ 1 mg/kg

 – Leichenkeller 2, interno, parete nord: 1,15 mg/kg

 – Leichenkeller 2, interno, parete ovest: 1,32 mg/kg.

 L’ordine di grandezza dei cianuri contenuti nei campioni risultò praticamente uguale (con una leggerissima prevalenza a favore del  Leichenkeller 2). Secondo Robert Jan van Pelt, nel Leichenkeller 1 sarebbero state gasate 500.000 persone[3],  in – si può ipotizzare – 400-500 gasazioni.

 Le pareti interne di questa presunta camera a gas dovrebbero pertanto presentare contenuti di cianuri immensamente superiori a quelli riscontrabili nel presunto spogliatoio, dove potrebbero derivare soltanto da sporadiche disinfestazioni.

 Espongo questi dati soprattutto per indicare quella che a mio avviso è la soluzione del problema chimico di Auschwitz. E a questa soluzione si potrebbe pervenire unicamente con una nuova perizia chimica che segua il metodo del confronto tra Leichenkeller 1 e Leichenkeller 2.

 Invece di dissipare risorse enormi in insulse celebrazioni memorialistiche, i sostenitori della realtà dell’Olocausto, a parole amanti della verità, dovrebbero eseguire una tale perizia.

 E finché non l’avranno eseguita, la mia perizia, per quanto modesta, conserverà il suo valore.

 

27 gennaio 2011

 

                                                                                                                                    Carlo Mattogno

Stutthof: camera a gas di disinfestazione. Interno. Copyright di Carlo Mattogno.
 
 
Stutthof: camera a gas di disinfestazione. Esterno. Copyright di Carlo Mattogno.
 

 Note:

[2]Das Rudolf Gutachten. Gutachten über die “Gaskammern” von Auschwitz, Castle Hill Publishers, Hastings, Gran Bretagna, 2001, pp. 156-157.

[3]R. J. van Pelt, The Case for Auschwitz. Evidence from the Irving Trial. Indiana University Press, Bloomington and Indianapolis, 2002, p. 68, 458, 469.

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086 - Carlo Mattogno: Considerazioni sul reato di “Negazione della Shoah”

 

di Carlo Mattogno

 

$$$_ qui camera a gas.MATTOGNO.jpgLa  recente proposta di Pacifici ha riportato in primo piano, dopo il tentativo abortito della “legge Mastella”, la questione del reato di “negazione della Shoah”.

La discussione che ne è seguita è palesemente monca, perché si affrontano da un lato ignoranti presuntuosi e forcaioli che non hanno la più pallida idea di che cosa sia il revisionismo storico, dall’altro paladini della libertà di espressione che non ne sanno parimenti nulla...

Gli uni e gli altri sono però concordi nello svilire il revisionismo a mero “negazionismo”, che ne è una semplice parodia denigratoria.


Il primo punto da chiarire è perché gli elementi più estremisti dell’ebraismo italiano vogliono una legge contro il revisionismo. Le motivazioni addotte, penosamente puerili, tradiscono la loro funzione di facciata.

Il motivo vero èche

in Italia non esiste una storiografia olocaustica;

non esiste un libro olocaustico degno di figurare in una bibliografia estera[1];

non esiste un solo storico di rilevanza internazionale (di grazia, non si tiri in ballo il presunto “esperto” mondiale Marcello Pezzetti, le cui conoscenze su Auschwitz sono appena appena superiori a quelle dei liceali che accompagna in visita al campo);

non esiste un centro di studi olocaustici serio

In pratica, in Italia non esiste nessuno che possa contrastare in modo efficace il revisionismo.

E  il Centro di Documentazione ebraica di Milano (che,  al massimo, è capace di catalogare atti, scritte e siti “antisemiti”) è il simbolo di questa impotenza.

La situazione è tanto tragica che, a tenere una lezione  “riparatrice” all’Università di Teramo, per rimediare ai presunti nefasti del prof. Claudio Moffa, è stata invitata nientemeno che Valentina Pisanty[2], la nota esperta in Cappuccetto Rosso, che all’estero sarebbe chiamata al massimo negli asili per raccontare le favole ai bimbetti.

En passant, sono dodici anni che aspetto la sua risposta al mio studio L' “irritante questione” delle camere a gas ovvero da Cappuccetto Rosso ad Auschwitz. Risposta a Valentina Pisanty (Graphos, Genova, 1998)[3], la replica al suo tanto (ingiustamente) decantato L’irritante questione delle camere a gas (Bompiani, Milano, 1998). È davvero deprimente vedere come la nostra dottoressa si ostini ancora a ripetere ossessivamente per ogni dove le sue fantasiose congetture ormai arciconfutate da oltre un decennio.

Tempo fa ho lanciato agli “esperti” di La Repubblica questo invito:

«Agli olo-sproloquiatori di casa nostra, che non sanno neppure com’è fatto un archivio e non hanno mai visto un documento tedesco originale, rinnovo l’ invito:

Il mio studio di 715 pagine Le camere a gas di Auschwitz. Studio storico-tecnico sugli “indizi criminali” di Jean-Claude Pressac e sulla “convergenza di prove” di Robert Jan van Pelt. (Effepi, Genova, 2009), fresco frutto della mia “sconfitta” culturale, è a disposizione di tutti. Se è pseudostorico, se imbroglia le carte, se contiene deliranti bugie, se è insensato, dimostratelo.

Se avete ragione, sarà semplicissimo sbugiardarmi pubblicamente, in più otterrete anche la vostra “vittoria” definitiva.  Ma se non lo fate, dimostrerete, altrettanto pubblicamente, di essere soltanto degli emeriti buffoni»[4].

Nel frattempo è uscito un altro mio studio importante, che aggiungo al dossier sulle camere a gas: Auschwitz: assistenza sanitaria, “selezione” e “Sonderbehandlung” dei detenuti immatricolati (Effepi, Genova, 2010)[5], 333 pagine, 60 documenti.
Rinnovo l’invito a tutti gli anti-“negazionisti” italiani: invece di proporre leggi assurde, confutate questi due libri:

se non lo farete, dimostrerete di essere soltanto degli emeriti cialtroni.
 
Per istituire il reato di “negazione” della Shoah bisognerebbe anzitutto chiarire che cosa si intende per Shaoh. La definizione comunemente accettata è quella esposta da Michael Shermer e Alex Grobman: «l’uccisione di sei milioni di persone, le camere a gas e l’intenzionalità»[6].

L’eventuale legge dovrà allora assume i 6 milioni come dato “innegabile”?

In questo caso, tra l’altro, sarebbero fuori legge non solo Gerald Reitlinger, che postulò da un minimo di 4.194.200 a un massimo di 4.581.000 vittime[7], ma perfino lo storico olocaustico per eccellenza, Raul Hilberg, che ne assunse 5.100.000[8]. Risulta perciò evidente che la cifra dei “sei milioni” è tutt’altro che “innegabile”.
 
La situazione non è migliore per quanto riguarda il secondo punto, le camere a gas. Nella tabella che segue riassumo  lo stato delle conoscenze olocaustiche al riguardo:
 

campo di sterminio Numero delle camere a gas
 
numero delle vittime
secondo l’Enzyklopädie des Holocaust
prove documentarie e/o materiali
Chelmno 2 o 3 “Gaswagen” 152.000-320.000 nessuna
Belzec 3, poi 6 600.000 nessuna
Sobibor 3 250.000 nessuna
Treblinka 3, poi 6 o 10 738.000 nessuna
                totale 23 o 28 1.740.000-1.908.000 nessuna

 
In pratica la storiografia olocaustica afferma  che nei suddetti campi di sterminio siano esistite da 23 a 28 camere a gas (fisse o mobili), in cui sarebbero stati gasati da 1.740.000 a 1.908.000 Ebrei senza che sussista la minima prova documentaria o materiale. Tutto è rimesso a testimonianze contrastanti del dopoguerra, spesso palesemente false.
Passiamo al campo di Auschwitz. Ecco il quadro della situazione relativo alle camere a gas provvisorie:

impianto numero delle
camere a gas
prove documentarie e/o
materiali
«indizi criminali»
crematorio I 1 nessuna nessuno
“Bunker 1” 2 nessuna nessuno
“Bunker 2” 4 nessuna nessuno

 
Con queste, le camere a gas per le quali non esiste nessuna prova documentaria o materiale salgono a 30-35.

Per i crematori di Birkenau, Pressac nel 1989[9] annunciò la scoperta di 39 «indizi criminali» (criminal traces), non «prove», si badi bene, così ripartiti:
crematorio II: 11
crematorio III: 7
crematori IV e V: 15.
Al numero summenzionato Pressac era giunto sommando anche le varie menzioni del medesimo indizio. In realtà, raggruppando nelle singole voci le numerose ripetizioni, gli «indizi criminali» si riducevano a 9. Nel 1993 egli aggiunse altri 6 indizi[10] e uno fu trovato successivamente da Robert Jan van Pelt[11].
Curiosamente (si fa per dire), nessun indizio relativo al crematorio II è posteriore alla data della deliberazione di consegna dell'impianto da parte della Zentralbauleitung all'amministrazione del campo (31 marzo 1943). Secondo Pressac, questo crematorio avrebbe funzionato
«come camera a gas omicida e impianto di cremazione dal 15 marzo 1943, prima della sua entrata in servizio ufficiale il 31 marzo, al 27 novembre 1944, annientando un totale di circa 400.000 persone, in massima parte donne, vecchi e bambini ebrei»[12].
È vero che Pressac in seguito ha drasticamente ridimensionato questa cifra, ma è anche vero che van Pelt attribuisce a questo impianto ben 500.000 vittime.
La presunta camera a gas omicida del crematorio II avrebbe dunque funzionato per oltre 20 mesi, sterminando 500.000 persone, senza lasciare neppure un misero «indizio criminale»!
Per il crematorio III, nessun indizio è posteriore alla data della deliberazione di consegna dell'impianto (24 giugno 1943). In questo crematorio, secondo Pressac, furono gasate e cremate  350.000 persone. Per i crematori IV e V l'indizio più tardo risale ad appena un paio di settimane dopo la deliberazione di consegna dell'impianto (4 aprile 1943). In questi due crematori, secondo Pressac furono gasate e cremate 21.000 persone. Dunque nei quattro crematori sarebbero state gasate 771.000 persone in oltre 20 mesi senza che al riguardo nell'archivio della Zentralbauleitung sia rimasto un solo «indizio criminale», mentre invece numerosi documenti attestano i guasti frequenti che si verificarono agli impianti di cremazione.
Nello studio già menzionato Le camere a gas di Auschwitz. Studio storico-tecnico sugli «indizi criminali» di Jean-Claude Pressac e sulla «convergenza di prove» di Robert Jan van Pelt ho esposto una critica totale e radicale delle posizioni di questi due storici.
Ma, a parte ciò, “negare” le camere a gas di un singolo campo di sterminio significa “negare la Shoah”? E “negare” una singola camera a gas di Auschwitz? Ciò, per quanto riguarda i primi quattro campi e i primi tre impianti di Auschwitz, significherebbe dare rilevanza di “innegabilità” a semplici  testimonianze (per di più contrastanti); per i crematori di Birkenau, elevare al rango di dogma indiscutibile interpretazioni personali errate, spesso fantasione e qualche volta perfino in aperta malafede.
E come la mettiamo col numero delle vittime?

Il tribunale di Norimberga sancì la favola sovietica dei 4 milioni; dopo il crollo dell’Unione Sovietica, il Museo di Auschwitz lo ridimensionò a 1.100.000[13], ma stranamente sulle  targhe marmoree che prima  recavano la cifra dei 4 milioni fu poi iscritta quella di un milione e mezzo.
Qual è allora la cifra “innegabile”?

Un milione e cento mila?

Oppure un milione e mezzo?

In entrambi i casi sarebbero fuori legge sia Jean-Claude Pressac, che dichiarò da 611.000 a 711.000 vittime[14], sia Fritjof Meyer, all’epoca caporedattore di Der Spiegel (Amburgo), che parlò di 510.000[15].

E che dire dell’attività degli Einsatzgruppen?

A questo riguardo il revisionismo contesta:
1) che gli Einsatzgruppen avessero l’ordine di sterminare gli Ebrei in quanto Ebrei;
2) l’entità delle fucilazioni realmente effettuate.

Nessuno dei due punti può essere storicamente “innegabile”.

Al congresso di Stoccarda (3 a 5 maggio 1984) Helmut Krausnick si occupò  in modo specifico «delle testimonianze e degli indizi esistenti circa l'eventuale impartizione di un ordine di fucilazione degli Ebrei». Su questo tema egli dichiarò:

«Riguardo alle questioni relative a quando, dove, da chi e per quale cerchia di persone un tale ordine fosse stato trasmesso agli Einsatzgruppen, le deposizioni rese dopo la guerra non concordanoo non concordano più».

Indi aggiunse che

«più importante della questione di chi abbia trasmesso l'ordine di uccisione, è indubbiamente quella di sapere se e quando sia stato impartito, e a quale cerchia di persone»[16].

Se, da chi, quando, a chi!

La storiografia olocaustica al riguardo brancola nel buio totale.
Per quanto riguarda la cifra delle vittime, nel libro edito da W. Benz Dimensione del genocidio appare una statistica comparata dei dati di G. Wellers, di G. Reitlinger, di R. Hilberg e dell’Enciclopedia dell’Olocausto. Riguardo  all’Unione Sovietica (attività degli Einsatzgruppen) in essa figura una cifra minima di 750.000 (G. Reitlinger) e una cifra massima di 2.100.000 (W. Benz)[17].

La “negazione” di quale cifra costituirebbe allora reato?
 
Il terzo elemento che definisce la Shoah è l’intenzionalità, ossia una volontà omicida concretizzatasi in un ordine di sterminio, il fantomatico Führerbefehl. Anche qui si naviga nelle tenebre. Come è noto, la corrente funzionalista o strutturalista ha fatto scempio delle ipotesi intenzionaliste propugnate a Norimberga, riducendo il presunto ordine di sterminio a un «cenno della testa» di Hitler o a

una «lettura di pensieri concordanti» tra Hitler e i suoi gerarchi![18].

Sarà dunque reato “negare” qualcosa che, per ammissione di una corrente della storiografia olocaustica, non è mai esistito?
 
Il caso francese della famigerata legge Fabius-Gayssot (13 luglio 1990) illustra bene le acrobazie funamboliche in cui i giuristi locali si sono esibiti per tentare di sostanziare in qualche modo la legge antirevisionista.

L’articolo 9 afferma infatti che «saranno puniti con le pene previste dalla sesta riga dell’articolo 24  coloro che avranno contestato, con uno dei mezzi enunciati all’articolo 23, l’esistenza di uno o più crimini contro l’umanità quali sono definiti dall’articolo 6 dello statuto del tribunale militare internazionale allegato all’accordo di Londra dell’9 agosto 1945 e che sono stati commessi sia dai membri di una organizzazione dichiarata criminale in applicazione dell’articolo 9 del suddetto statuto, sia da una persona riconosciuta colpevole di tali crimini da una giurisdizione francese o internazionale»[19].

Ma l’articolo 6 dello statuto di Londra si limita semplicemente a definire formalmente i tre tipi di crimini da attribuire ai nazisti (crimini contro la pace, crimini di guerra e crimini contro l’umanità)[20].

Si potrebbe allora pensare che i giudici francesi si basino sul dibattimento e sulla sentenza del processo di Norimberga.

Se ciò fosse vero,

dovrebbero condannare anche chi nega che l’eccidio di Katyn fu commesso dai Tedeschi,

chi nega che a Belzec l’uccisione avvenisse mediante corrente elettrica e a Treblinka per mezzo di “camere a vapore”,

chi nega che le vittime di Auschwitz furono 4 milioni e quelle di Majdanek un milione e mezzo (la cifra ufficiale attuale è 78.000) e  anche

chi nega che i Tedeschi usassero il grasso umano per fabbricare sapone.

Tutte “verità” sancite a Norimberga.

Il riferimento al processo di Norimberga è fin troppo chiaramente pretestuoso, in quanto con esso si finge di introdurre un criterio di giudizio storico oggettivo, mentre invece l’interpretazione della legge è lasciata all’arbitrio del giudice.
 
Concludendo, “negare la Shoah” storicamente non significa nulla, perché, contrariamente a quanto credono gli ignoranti, essa non è un fatto,

meno che mai un fatto univoco e innegabile,

bensì una congerie straordinariamente complessa di interpretazioni di fatti reali, di affermazioni

indimostrate e di supposizioni aleatorie.
Il reato di “negazione della Shoah”,

senza un elenco preciso di tutti i suoi aspetti “innegabili”, sarebbe pertanto giuridicamente aberrante; esso costituirebbe per di più un becero atto di vero negazionismo:

la negazione della libertà di opinione in campo olocaustico, l’unico campo storico che, negli intendimenti degli intolleranti fautori della legge,  dovrebbe essere sottratto a suon di galera alla critica.
 
 
                                                                                                                 Carlo Mattogno
 
 
23 ottobre 2010
 

[1] Coll’unica eccezione dell’opera di Liliana Picciotto Fargion Il libro della memoria(Mursia, Milano, 1991), che però è un semplice elenco di nomi.
[2] Teramo, contro le tesi negazioniste spunta una lezione “riparatrice”, in:
http://www.universita.it/teramo-lezione-riparatrice-tesi-....
[3] In rete: edizione riveduta, corretta e aggiornata (2009): http://vho.org/aaargh/fran/livres7/CMCappuccetto.pdf.
[4] La “Repubblica” del Delirio o i Teppisti della Disinformazione, in:
http://andreacarancini.blogspot.com/2010/02/la-repubblica...
[5] La Prima Parte del libro presenta, sulla base di documenti ignoti alla storiografia ufficiale o da essa volutamente ignorati, una trattazione sulle condizioni di vita dei detenuti ad Auschwitz, con particolare riferimento all’assistenza sanitaria; dunque non solo non “nega” nulla, ma “afferma” aspetti  della vita del campo “negati” dalla storiografia ufficiale.
[6] Negare la storia. L’Olocausto non è mai avvenuto: chi lo dice e perché. Editori Riuniti, Roma, 2002, p. 28.
[7]La soluzione finale. Il tentativo di sterminio degli ebrei d’Europa 1939-1945. Casa Editrice Il Saggiatore, Milano, 1965, p. 612.
[8] La distruzione degli ebrei d’Europa. Einaudi, Torino, 1995, pp. 1318-1319.
[9]J.-C. Pressac, Auschwitz: Technique and operation of the gas chambers. The Beate Klarsfeld Foundation, New York, 1989
[10]J.-C. Pressac, Le macchine dello sterminio. Auschwitz 1941-1945. Feltrinelli, Milano, 1994.
[11]R.J. van Pelt, The Case for Auschwitz. Evidence from the Irving Trial. Indiana University Press, Bloomington and Indianapolis, 2002.
[12]J.-C. Pressac, Auschwitz: Technique and operation of  the gas chambers, op. cit., p. 183.
[13]Franciszk Piper, Die Zahl der Opfer von Auschwitz. Verlag des Staatliches Museum in Oświęcim, 1993.
[14] Le macchine dello sterminio. Auschwitz 1941-1945. Feltrinelli, Milano, 1994, p. 173
[15]«Die Zahl der Opfer von Auschwitz. Neue Erkenntnisse durch neue Archivfunde», in: Osteuropa. Zeitschrift für Gegenwartsfragen des Ostens, n. 5, 2002, pp. 631-641.
[16]Eberhard Jäckel, Jürgen Rohwer (a cura di), Der Mord an den Juden im Zweiten Weltkrieg. Entschlußbildung und Verwirklichung. Deutsche Verlags-Anstalt, Stoccarda, 1985, p. 91.
[17]Dimension des Völkermords. Die Zahl der jüdischen Opfer des Nationalsozialismus”. R. Oldenbourg Verlag, Monaco, 1991, p. 16.
[18] Vedi al riguardo il mio studio Hitler e il nemico di razza. Il nazionalsocialismo e la questione ebraica. Edizioni di Ar, 2009.
[20] Atti del processo di Norimberga, edizione tedesca, vol. I, pp. 11-12.
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