21/02/2012
097- Carlo Mattogno e la “religio” olocaustica
Intervista sul revisionismo storico al saggista italiano che dagli anni settanta ha iniziato ad occuparsi della storia dell`Olocausto
Carlo Mattogno e la “religio” olocaustica
Febbraio 2012
D: E’ appena passata l’ennesima “giornata della memoria”, un altro 27 gennaio di un'unica memoria …
R: Non è mia consuetudine guardare i polpettoni che ci vengono periodicamente imbanditi, con intensità crescente nel periodo “memorialistico”, a scopo olo-rieducativo. Minoli cominciò la sua serie con un penoso “Speciale Mixer” il 21 giugno 1989 (che pertinacia!), sul quale scrissi un articolo nel libro La soluzione finale. Problemi e polemiche (1991).
D: Le sue ricerche e i suoi studi in questo momento dove stanno giungendo? Una storiografia revisionista potrà esporre le proprie idee sui giornali e in tv?
R: Dei temi fondamentali della storiografia olocaustica, resta ancora da trattare dal punto di vista revisionistico soltanto quello dell’attività degli Einsatzgruppen, i reparti operativi che agirono nei territori orientali occupati, a volte in cooperazione con unità di polizia o militari, effettuando numerose fucilazioni di Ebrei. Al riguardo è in cantiere uno studio, che vedrà impegnati anche J. Graf e T. Kues. Lo scopo è quello di chiarire i problemi fondamentali della vicenda:
se le fucilazioni rientravano in un piano generale di sterminio e furono attuate in base ad un ordine specifico,
se le vittime furono fucilate in quanto Ebrei e
se le cifre ufficiali sono attendibili.
Inoltre prevedo di pubblicare edizioni ampliate di scritti già apparsi in rete, ad esempio, su Hilberg, Vidal-Naquet, Pisanty, Venezia, Wiesel.
L’Olocausto è ormai una religione, con i suoi dogmi intangibili e una con copertura storiografica, e al tempo stesso il mito fondatore (nel senso che sorregge) dello stato di Israele, sicché in tale contesto un dibattito pubblico di carattere storiografico è inconcepibile.
D: Di questo infinito omaggio ad una memoria, cosa pensa?
R: I giovani sono protetti dalle comuni pratiche di lavaggio del cervello da una loro naturale indifferenza rispetto alla tematica olocaustica. Perciò nei loro confronti viene impiegata la tattica del bastone e della carota: le “visite” di intere scolaresche ad Auschwitz e la musica, appunto. Con la vana speranza che essa sia il veicolo delle idee, cioè della olopropaganda.
D: Dopo il suo lavoro su Auschwitz vi è ancora qualcosa da “scoprire” su questo campo di concentramento? Se si cosa?
R: Con la recente uscita del mio studio su I forni crematori di Auschwitz (Edizioni Effepi, Genova), ho quasi concluso la mia più che ventennale ricerca su questo campo, ma ho ancora in progetto un paio di libri: uno, sugli interrogatori da parte dei Sovietici degli ingegneri della ditta Topf, costruttrice dei forni crematori di Auschwitz, è già a buon punto. Si può dire che ho raggiunto il limite massimo consentito dalla documentazione esistente. Si potrebbe scoprire qualcosa di importante soltanto in base a nuovi documenti, di cui però non c’è alcun sentore. Neppure la tanto propalata apertura degli archivi della Croce Rossa Internazionale ha apportato un contributo storico di rilievo, perché i documenti ivi custoditi sono già noti da anni.
D: Cos’è oggi il revisionismo dal punto di vista di uno studioso “laico” come lei? Ce ne può dare una sua visione? Può indicarne le maggiori linee (anche ai più giovani) in modo che anche noi “profani”, che seguono questo filone di ricerca, possano riportare tra il popolo?
R: Nel 1995 definii il revisionismo “una metodologia storiografica, la normale metodologia storiografia ordinariamente applicata da tutti gli storici a tutte le branche della storia, coll’unica eccezione della tematica olocaustica. La negazione della realtà storica delle camere a gas omicide ne è la logica conclusione, in quanto questa storia è basata su prove che non resistono a una critica storica seria”.
Negli ultimi anni la guerra delle parole ha trasformato il revisionismo in “negazionismo”, perciò, per evitare equivoci, è bene aggiungere qualche commento.
Alla fine della Seconda guerra mondiale gli Alleati vollero schiacciare ideologicamente, politicamente, culturalmente e moralmente la Germania nazionalsocialista e a tale scopo organizzarono una serie di processi-farsa in cui i “crimini” erano già dati come dimostrati a priori e la difesa doveva cercare i propri documenti tra quelli già selezionati dall’accusa. Le risultanze processuali, che avevano lo scopo di criminalizzare la Germania e di coprire pudicamente i crimini degli Alleati, furono poi travasate nella nascente storiografia olocaustica, che nacque dunque come strumento culturale, come i processi furono uno strumento giuridico. Questa è la ragione per cui, nel suo ambito, la normale metodologia storiografica non può essere applicata.
Ciò che il revisionismo “nega”, non sono i fatti, o almeno non direttamente i fatti, ma la fallace metodologia olocaustica. Donde l’aspetto critico del revisionismo, che per queste ragioni è stato spesso prevalente. Ma c’è anche un aspetto positivo e costruttivo, perché, quando la documentazione lo consente, vale a dire il più delle volte, una critica seria richiede la spiegazione di ciò che è realmente accaduto e che è stato travisato.
Il fatto che la ricostruzione olocaustica non resista a una critica seria, nel corso degli anni ha avuto conferme sempre maggiori. Per quanto mi riguarda, posso rimandare al mio recente Schiffbruch. Vom Untergang der Holocaust-Orthodoxie (Naufragio. Il declino dell’ortodossia olocaustica), che apparirà tra qualche mese anche in italiano, in cui ho analizzato i risultati del convegno di Oranienburg del 2008, dove i maggiori specialisti hanno esposto i risultati più recenti della storiografia olocaustica sul tema degli “eccidi nazionalsocialisti mediante gas tossico”.
18 Febbraio 2012
Fonte: http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=13244
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20:38 Scritto da: bw5a | Link permanente | Commenti (0) |
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