21/02/2012
097- Carlo Mattogno e la “religio” olocaustica
Intervista sul revisionismo storico al saggista italiano che dagli anni settanta ha iniziato ad occuparsi della storia dell`Olocausto
Carlo Mattogno e la “religio” olocaustica
Febbraio 2012
D: E’ appena passata l’ennesima “giornata della memoria”, un altro 27 gennaio di un'unica memoria …
R: Non è mia consuetudine guardare i polpettoni che ci vengono periodicamente imbanditi, con intensità crescente nel periodo “memorialistico”, a scopo olo-rieducativo. Minoli cominciò la sua serie con un penoso “Speciale Mixer” il 21 giugno 1989 (che pertinacia!), sul quale scrissi un articolo nel libro La soluzione finale. Problemi e polemiche (1991).
D: Le sue ricerche e i suoi studi in questo momento dove stanno giungendo? Una storiografia revisionista potrà esporre le proprie idee sui giornali e in tv?
R: Dei temi fondamentali della storiografia olocaustica, resta ancora da trattare dal punto di vista revisionistico soltanto quello dell’attività degli Einsatzgruppen, i reparti operativi che agirono nei territori orientali occupati, a volte in cooperazione con unità di polizia o militari, effettuando numerose fucilazioni di Ebrei. Al riguardo è in cantiere uno studio, che vedrà impegnati anche J. Graf e T. Kues. Lo scopo è quello di chiarire i problemi fondamentali della vicenda:
se le fucilazioni rientravano in un piano generale di sterminio e furono attuate in base ad un ordine specifico,
se le vittime furono fucilate in quanto Ebrei e
se le cifre ufficiali sono attendibili.
Inoltre prevedo di pubblicare edizioni ampliate di scritti già apparsi in rete, ad esempio, su Hilberg, Vidal-Naquet, Pisanty, Venezia, Wiesel.
L’Olocausto è ormai una religione, con i suoi dogmi intangibili e una con copertura storiografica, e al tempo stesso il mito fondatore (nel senso che sorregge) dello stato di Israele, sicché in tale contesto un dibattito pubblico di carattere storiografico è inconcepibile.
D: Di questo infinito omaggio ad una memoria, cosa pensa?
R: I giovani sono protetti dalle comuni pratiche di lavaggio del cervello da una loro naturale indifferenza rispetto alla tematica olocaustica. Perciò nei loro confronti viene impiegata la tattica del bastone e della carota: le “visite” di intere scolaresche ad Auschwitz e la musica, appunto. Con la vana speranza che essa sia il veicolo delle idee, cioè della olopropaganda.
D: Dopo il suo lavoro su Auschwitz vi è ancora qualcosa da “scoprire” su questo campo di concentramento? Se si cosa?
R: Con la recente uscita del mio studio su I forni crematori di Auschwitz (Edizioni Effepi, Genova), ho quasi concluso la mia più che ventennale ricerca su questo campo, ma ho ancora in progetto un paio di libri: uno, sugli interrogatori da parte dei Sovietici degli ingegneri della ditta Topf, costruttrice dei forni crematori di Auschwitz, è già a buon punto. Si può dire che ho raggiunto il limite massimo consentito dalla documentazione esistente. Si potrebbe scoprire qualcosa di importante soltanto in base a nuovi documenti, di cui però non c’è alcun sentore. Neppure la tanto propalata apertura degli archivi della Croce Rossa Internazionale ha apportato un contributo storico di rilievo, perché i documenti ivi custoditi sono già noti da anni.
D: Cos’è oggi il revisionismo dal punto di vista di uno studioso “laico” come lei? Ce ne può dare una sua visione? Può indicarne le maggiori linee (anche ai più giovani) in modo che anche noi “profani”, che seguono questo filone di ricerca, possano riportare tra il popolo?
R: Nel 1995 definii il revisionismo “una metodologia storiografica, la normale metodologia storiografia ordinariamente applicata da tutti gli storici a tutte le branche della storia, coll’unica eccezione della tematica olocaustica. La negazione della realtà storica delle camere a gas omicide ne è la logica conclusione, in quanto questa storia è basata su prove che non resistono a una critica storica seria”.
Negli ultimi anni la guerra delle parole ha trasformato il revisionismo in “negazionismo”, perciò, per evitare equivoci, è bene aggiungere qualche commento.
Alla fine della Seconda guerra mondiale gli Alleati vollero schiacciare ideologicamente, politicamente, culturalmente e moralmente la Germania nazionalsocialista e a tale scopo organizzarono una serie di processi-farsa in cui i “crimini” erano già dati come dimostrati a priori e la difesa doveva cercare i propri documenti tra quelli già selezionati dall’accusa. Le risultanze processuali, che avevano lo scopo di criminalizzare la Germania e di coprire pudicamente i crimini degli Alleati, furono poi travasate nella nascente storiografia olocaustica, che nacque dunque come strumento culturale, come i processi furono uno strumento giuridico. Questa è la ragione per cui, nel suo ambito, la normale metodologia storiografica non può essere applicata.
Ciò che il revisionismo “nega”, non sono i fatti, o almeno non direttamente i fatti, ma la fallace metodologia olocaustica. Donde l’aspetto critico del revisionismo, che per queste ragioni è stato spesso prevalente. Ma c’è anche un aspetto positivo e costruttivo, perché, quando la documentazione lo consente, vale a dire il più delle volte, una critica seria richiede la spiegazione di ciò che è realmente accaduto e che è stato travisato.
Il fatto che la ricostruzione olocaustica non resista a una critica seria, nel corso degli anni ha avuto conferme sempre maggiori. Per quanto mi riguarda, posso rimandare al mio recente Schiffbruch. Vom Untergang der Holocaust-Orthodoxie (Naufragio. Il declino dell’ortodossia olocaustica), che apparirà tra qualche mese anche in italiano, in cui ho analizzato i risultati del convegno di Oranienburg del 2008, dove i maggiori specialisti hanno esposto i risultati più recenti della storiografia olocaustica sul tema degli “eccidi nazionalsocialisti mediante gas tossico”.
18 Febbraio 2012
Fonte: http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=13244
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N.B.: Evidenziazione, sottolineatura, grassetto, immagini, NON sono presenti nel testo originale. Per contattarci: sturevcm@libero.it.
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11/02/2012
046- Studio storico-tecnico sulle aperture di introduzione per lo zyklon B sulla copertura del leikenkeller 1 del crematorio II di Birkenau
di Carlo Mattogno
marzo 2001
1. INTRODUZIONE
Charles D. Provan è autore di un opuscolo intitolato "No Holes? No Holocaust (1)? A Study of the Holes in the Roof of Leichenkeller 1 of Krematorium 2 at Birkenau" (2).
Egli sottolinea anzitutto l'importanza della questione delle aperture di introduzione dello Zyklon B nella presunta camera a gas omicida del crematorio II sollevata dalla storiografia revisionistica, alla quale l'anno scorso fu dato grande risalto al processo tra David Irving da un lato, Deborah Lipstadt e la casa editrice Penguin Books Limited dall'altro, e che fu discussa anche dal giudice Gray nella sentenza (3).
Nel suo studio Provan analizza poi le cinque serie di prove relative a tali presunte aperture comunemente addotte dai sostenitori della tesi della realtà delle camere a gas omicide ad Auschwitz-Birkenau, ossia:
1. "Witnesses and early historical testimony"
2. "Aerial photographic evidence of the gas chambers roof holes"
3. "The blueprints of Leichenkeller 1, Krematorium 2"
4. "German wartime photographs of Leichenkeller 1 of Krematoria 2 and 3"
5. "Physical evidence".
Nella prima serie Provan adduce 16 testimonianze, 9 di testimoni maggiori e 7 di testimoni minori (pp.3-9).
Egli esamina poi le dichiarazioni dei testimoni minori (pp.10-11) - nell'ordine:
Egon Ochshorn
il dott. Friedmann
Janda Weiss
Rudolf Vrba
Alfred Wetzler
Ota Kraus
Erich Kulka
Werner Krumme
Alfred Franke-Gricksch
e giunge alla conclusione che esse sono inattendibili.
Per quanto riguarda i testimoni maggiori - nell'ordine:
Rudolf Höss
Henryk Tauber
Karl Schultze
Salmen Lewental
Konrad Morgen
Miklos Nyiszli
Paul Bendel
Josef Erber
Filip Müller
che dovrebbero essere tutti testimoni "oculari", Provan non effettua invece alcuna analisi: egli assume a priori che questi testimoni siano attendibili.
Ciò tuttavia è quantomeno dubbio, come vedremo successivamente.
Del resto Provan basa le sue argomentazioni soltanto su quattro testimonianze:
* quella di Henryk Tauber per la disposizione e il numero delle aperture di introduzione per lo Zyklon B (due sul lato est e due sul lato ovest del soffitto del Leichenkeller 1)
* quella di Karl Schultze per le dimensioni delle aperture (cm 25 x 25)
* quella di Konrad Morgen per la rozzezza delle installazioni di sterminio
* quella di Rudolf Höss per la trasformazione dei crematori in strumenti di sterminio in massa
all'insaputa del capo della Zentralbauleitung.
Le altre testimonianze dovrebbero servire da conferma di queste quattro tesi principali.
Prima di esaminare in dettaglio gli argomenti di Provan, verifichiamo quale sia l'attendibilità dei testimoni maggiori da lui citati.
II. I TESTIMONI MAGGIORI ADDOTTI DA PROVAN
Josef Erber
La testimonianza citata da Provan è tratta dal libro di Gerald Fleming "Hitler and the Final Solution" (4). Il testo citato da Fleming è tratto a sua volta da una lettera che Josef Erber gli scrisse il 14 settembre 1981 (5). La dichiarazione del testimone è dunque dubbia già per la data. Nella prima edizione del libro summenzionato, che apparve in tedesco con il titolo "Hitler und die Endlösung" (6), Fleming riporta il testo originale della lettera di Josef Erber:
«In diesen Vergasungsräumen (von Krematorium eins und zwei in Birkenau, G.F.) waren je zwei Einschütten: innen je vier Eisenrohre vom Fussboden bis zum Dach. Dieselben waren mit Stahlnetzdraht umgeben und innen war ein Blech mit niedrigem Rand. Daran war ein Draht, mit dem das Blech bis zum Dach gezogen werden konnte. Auf jeder Einschütte war am Dach ein Eisendeckel angebracht. Wurde der Deckel gehoben, konnte man den Blechbehälter raufziehen und das Gas einschütten. Dann wurde der Behälter runtergelassen und der Deckel geschlossen» (7).
Che cos'è una „Einschütte"? Il verbo "einschütten" significa „versare in", come termine tecnico, „alimentare", "caricare". Se, come sembra, l' "Einschütte" era un congegno, si trattava di un congegno di versamento o di alimentazione. Tuttavia, secondo il testo, in ogni "camera a gas" dei crematori II e III c'erano due "Einschütten" e all'interno di ogni "Einschütte" c'erano quattro "Eisenrohre". Dunque in ogni "camera a gas" c'erano otto "Eisenrohre". Questi congegni sono evidentemente inconciliabili con quelli descritti da Henryk Tauber e, per di più, non è facile immaginare come erano fatti, a tal punto che Provan stesso, per rendere comprensibile il testo, legge "rooms" (nota 24 a p. 7) dove Fleming, traducendo il termine tedesco "Einschütten", ha scritto "ducts". Tuttavia il testo originale esclude categoricamente questa interpretazione.
Concludendo, la testimonianza di Josef Erber è inattendibile.
Konrad Morgen
Provan cita due dichiarazioni rese da questo testimone (p.5). La prima è tratta dall'affidavit di Morgen del 13 luglio 1946, documento SS-65. Il testimone vi dichiara:
«In diesem Augenblick trat ein SS Mann im Gasanzug ueber einen aeusseren Luftschacht und goss eine Buechse mit Blausaeure in den Raum.»
Qui è questione di un solo „pozzo di ventilazione", il che è in contraddizione con la descrizione accolta da Provan. Il termine "Luftschacht" è inoltre improprio, in quanto le presunte aperture di introduzione dello Zyklon B non avevano nulla a che fare con la "ventilazione". Nei crematori II e III esisteva infatti un "Belüftungsschacht" e un "Entlüftungsschacht" che collegavano il "Leichenkeller 1" al soffiante (Gebläse) premente e aspirante situati nella mansarda (Dachgeschoss) degli edifici (8).
La seconda citazione è desunta dalla deposizione di Morgen al processo Pohl. Il testimone vi ribadisce che lo Zyklon B era introdotto nella "camera a gas" attraverso "a special shaft" (p.5), di nuovo, un solo congegno di introduzione.
Quanto questo testimone sia attendibile riguardo alle presunte "camere a gas" di Auschwitz, risulta chiaramente da ciò che egli dichiarò all'udienza dell'8 agosto 1946 del processo di Norimberga:
«Mit "Vernichtungslager Auschwitz", meinte ich nicht das Konzentrationslager. Das gab es dort nicht. Ich meinte ein besonderes Vernichtungslager in der Nähe von Auschwitz, „Monowitz" bezeichnet.» (9)
Poco dopo egli confermò:
«Diese Lastkraftwagen fuhren dann ab. Sie fuhren nicht in das Konzentrationslager Auschwitz, sondern in eine andere Richtung, in das einige Kilometer entfernte Vernichtungslager Monowitz.» (10)
Si potrebbe pensare ad un lapsus: Morgen pensava Birkenau ma disse Monowitz. Invece egli pensava proprio a Monowitz, come risulta dalla seguente dichiarazione:
«Das Vernichtungslager Monowitz lag weit von dem Konzentrationslager entfernt. Es befand sich in einem weitläufigen Industriegelände und war als solches nicht zu erkennen, und überall am Horizont standen Schornsteine und es rauchte.» (11)
Non c'è dubbio infatti che in una "vasta zona industriale" piena di ciminiere di trovava proprio Monowitz, non certo Birkenau. Ora, se Konrad Morgen è un testimone "oculare" come ha potuto confondere Birkenau con Monowitz? Mi sembra evidente che egli non ha visto proprio nulla, ma ha parlato - per di più in modo errato - soltanto per sentito dire. Konrad Morgen, dunque, per ciò che ci riguarda, è un testimone assolutamente inattendibile.
Paul Bendel
Provan cita - tramite Pressac - il breve scritto «Les Crématoires. "Le Sonderkommando"» a firma "Paul Bendel" (12) che appare in un libro pubblicato nel 1946 (13). L'autore vi afferma che les "chambres à gaz" di ciascuno dei crematori II e III erano "au nombre de deux" e aggiunge:
«Construites en béton armé, on avait l'impression, en y entrant que le plafond vous tombait sur la tête tellement il était bas. Au milieu de ces chambres, descendant du plafond, deux tuyaux grillagés à soupape extérieure servaient à l'émission des gaz.» (14)
Provan fa notare che la presenza di due camere a gas concorda con la dichiarazione di Tauber secondo la quale "at the end of 1943, the gas chamber was divided into two by a brick wall to make it possible to gas smaller transports" (nota 20 a p. 6).
Dunque Bendel confermerebbe Tauber. Tuttavia le cose non sono così semplici.
E' noto che il Leichenkeller 1 dei crematori II e III misurava internamente m 30 x 7 x 2,41 (15). Al processo Tesch, Bendel depose che "each gas chamber was 10 meters long and 4 metres wide" e che ciascuna era alta m 1,60:
«Q. You have said that the gas chambers were ten metres by four metres by one metre sixty centimetres: is that correct?
A. Yes.» (16)
In precedenza, il 21 ottobre 1945, Bendel aveva dichiarato:
«There were 2 gas chambers, underground, roughly 10 metres long, 5 metres wide and 1 ½ metres hight, each one.» (17)
Tuttavia il Leichenkeller 1 dei crematori II e III, anche se fosse stato diviso esattamente a metà, avrebbe dato luogo a due locali di m 15 x 7 x 2,41: come si conciliano queste misure con quelle - addirittura contrastanti - di Bendel, ossia m 10 x 4 x 1,60 o 10 x 5 x 1,50? Comprendo bene che una stima a occhio nudo può comportare un margine di errore anche rilevante, ma come poteva pretendere Bendel che il soffitto fosse alto appena m 1,50 o 1,60?
Qui non si tratta più di una stima, perché qualunque persona di altezza media si sarebbe dovuta chinare per entrare in questi locali fittizi, mentre nei locali reali avrebbe avuto ancora uno spazio di 60-70 cm al di sopra della testa fino al soffitto. L'errore in buona fede è dunque impossibile.
Ma anche gli errori relativi alla lunghezza e alla larghezza dei locali, considerate le loro modeste dimensioni, sono difficilmente spiegabili.
Comunque sia, è impossibile che Bendel sia entrato in una "camere a gas" alta m 1,50 o 1,60, perché non esistevano locali siffatti, ed è altrettanto impossibile che egli potesse sbagliare in modo così grossolano, dunque egli è un testimone inattendibile.
Singolarmente, Bendel non fa alcun commento sul presunto "spogliatoio" (il Leichenkeller 2), sebbene esso avesse un soffitto di 11 centimetri più basso di quello del Leichenkeller 1! (18).
Miklos Nyiszli
Provan cita due brani di dichiarazioni di questo testimone (p. 5-6). La prima risale al 28 luglio 1945, l'altra all'8 ottobre 1946.
Nyiszli menziona quattro "ventilation valves" dotate di "perforated tubes" che sbucavano al di sopra della "camera a gas" del crematorio II in "concrete chimneys" chiusi da "concrete lids". In queste "valves" veniva immesso "a chlorine gas".
Nel 1946 Nyiszli pubblicò un libro di memorie in ungherese intitolato "Dr. Mengele boncolóorvosa voltam az auschwitz-i krematóriumban" (19) ("Fui medico anatomista del dott. Mengele al crematorio di Auschwitz"), di cui esiste una traduzione in inglese pubblicata negli Stati Uniti (20). L'autore vi fornisce tra l'altro un'accurata descrizione del seminterrato del crematorio II:
«The room (21) into which the convoy proceeded was about 200 yards long (körülbelül kétszát méter hosszú) (22): its walls were whitewashed and it was brightly lit. […]
Making his way through the crowd, an SS opened the swing-doors of the large oaken gate at the end of the room. The crowd flowed through it into another, equally well-lighted room. This second room (23) was the same size as the first (ez a terem olyan nagyságú, mint a vetkezöterem) (24) but neither benches nor pegs were to be seen. In the center of the rooms, at thirty-yard intervals, columns rose from the concrete floor to the ceiling. They were not supporting columns, but square sheet-iron pipes, the sides of which contained numerous perforations, like a wire lattice. […].
The Deputy Health Officer held four green sheet-iron canisters. He advanced across the grass, where, every thirty yards (egymástót harminc méterre) (25), short concrete pipes jutted up from the ground. Having donned his gas mask, he lifted the lid of the pipe, which was also made of concrete. He opened one of the cans and poured the contents - a mauve granulated material - into the opening. The granulated substance fell in a lump to the bottom. The gas it produced escaped through the perforations, and within a few seconds filled the room in which the deportees were stacked. Within five minutes everybody was dead» (26).
Nell'ultimo passo, la traduzione inglese omette la seguente frase:
«A beszórt anyag Cyclon, vagy Chlór szemcsés formája, azonnal gázt fejleszt, amint a levegövel érintkezik!» (27)
cioè:
«La sostanza sparsa è Cyclon o cloro in forma granulosa, il gas si sviluppa immediatamente appena viene a contatto coll'aria!»
Ricapitoliamo.
Miklos Nyiszli, in contraddizione con le piante e con le rovine dei crematori, afferma che il Leichenkeller 2 era lungo 200 metri, mentre in realtà misurava m 49,49 (28)
e il
Leichenkeller 1 era lungo parimenti 200 metri, mentre in realtà la sua lunghezza era di 30 metri.
Nella "camera a gas" c'erano sì 4 congegni per l'introduzione dello Zyklon B, ma essi distavano 30 metri l'uno dall'altro - l'intera lungezza del locale!
Può darsi che l'omissione nella traduzione del passo del testo originale citato sopra sia casuale, ma sta di fatto che essa nasconde un'altra enormità: come tutti sanno, infatti, l'agente tossico dello Zyklon B non era il "cloro", bensì l'acido cianidrico.
La descrizione del testimone Nyiszli presenta molti altri spropositi incredibili.
Egli afferma ad esempio che nel seminterrato del crematorio II esistevano 4 montacarichi:
«Négy nagy teherfelvógép müködik itt» (29),«Four good-sized elevators were functioning [here],» (30)
mentre notoriamente vi esisteva un solo montacarichi (Aufzug).
Egli afferma inoltre che nella sala forni del crematorio II c'erano 15 forni singoli:
«A tizenöt égetökazán nagy vöröstéglás építményekbe van külön- külön beágyazva» (31), «Each of these fifteen ovens was housed in a red brick structure.» (32)
Nel crematorio II (e III) esistevano invece 5 forni a 3 muffole, sicché c'erano 5 strutture di mattoni, non 15.
Nyszli afferma di aver trascorso otto mesi (33) (dal maggio 1944 al gennaio 1945) nel cosiddetto "Sonderkommando" dei crematori; il suo alloggio, per sei mesi, fu un locale del pianterreno del crematorio II (34): Egli doveva avere dunque una conoscenza perfetta del crematorio II: ma allora, come ha potuto sbagliare in buona fede le dimensioni dei locali, il numero dei montacarichi e la struttura dei forni in modo così grossolano?
Ed essendo medico e avendo presuntamente assistito a varie "gasazioni", come ha potuto affermare che l'agente tossico dello Zyklon B fosse il cloro?
E' dunque evidente che questo testimone è assolutamente inattendibile.
Un'ultima osservazione. Secondo Nyiszli, nel seminterrato del crematorio II esisteva una sola camera a gas, ma secondo Tauber la "camera a gas" era stata suddivisa in due "camere a gas" alla fine del 1943.
D'altra parte, il testimone Bendel, che, a suo dire, entrò a far parte del cosiddetto "Sonderkommando" dei crematori nel giugno 1944 (35), nello stesso periodo e nello stesso luogo "vide" due "camere a gas lunghe 10 metri mentre Nyiszli vi vide una "camera a gas" lunga 200 metri: come si conciliano queste affermazioni?
Filip Müller
La testimonianza di Filip Müller è piuttosto tardiva, risalendo al 1979. Egli descrive in questo modo i congegni di introduzione dello Zyklon B:
«Die Zyklon-B-Gas-Kristalle (36) wurden nämlich durch Öffnungen in der Betondecke eingeworfen, die in der Gaskammer in hohle Blechsäulen einmündeten. Diese waren in gleichmässigen Abständen durchgelörcht und in ihrem Innern verlief von oben nach unten eine Spirale, um für eine möglichst gleichmässige Verteilung der gekörnten Kristalle zu sorgen.» (37)
La descrizione è molto vaga: Müller non indica né il numero né la forma, né le dimensioni, né la posizione delle aperture e delle colonne. L'ultimo punto acquista maggior risalto per il fatto che Filip Müller pubblica un disegno del crematorio II completo di didascalie "criminali" (38): un'ottima occasione mancata per indicare la posizione delle aperture sul soffitto del Leichenkeller 1!
Da un testimone che pretende di aver trascorso "tre anni nei crematori e nelle camere a gas di Auschwitz", come recita il sottotitolo del suo libro, ci si aspetterebbe qualcosa di più di questa sbiadita descrizione.
Ma ciò non deve stupire: come ho dimostrato altrove, qui, come in molti altri punti importanti del suo libro, Filip Müller non ha fatto altro che plagiare il racconto di Miklos Nyiszli secondo la traduzione tedesca apparsa sulla rivista "Quick" di Monaco di Baviera nel 1961 (39).
Nel caso specifico, di suo Müller ha aggiunto la sciocca idea della spirale, come se lo Zyklon B potesse evaporare nei pochi secondi che avrebbe impiegato ad arrivare fino al pavimento lungo questo scivolo a spirale!
Salmem Lewenthal
Questo testimone è ancora più vago di Filip Müller. Dal passo citato da Provan (p. 5) non si può desumere neppure il numero delle "small upper doors".
Sui testimoni Höss, Schultze e Tauber ritornerò successivamente.
III. LE FOTOGRAFIE AEREE
Nel paragrafo III (pp.12-14), Provan esamina le fotografie di Birkenau scattate durante la guerra dall "Air Force" statunitense. In alcune fotografie, come quella del 25 agosto 1944, sulla copertura dei Leichenkeller 1 dei crematori II e III appaiono delle macchie scure irregolari che già Brugioni e Poirier - come ricorda Provan - interpretarono fin dal 1979 come "vents used to insert the Zyklon-B crystals". Da allora, queste macchie sono diventate una "prova" dell'esistenza di congegni di introduzione dello Zyklon B nelle presunte camere a gas omicide.
Provan non è d'accordo con l'interpretazione di Brugioni e Poirier e afferma:
«No matter what one think of authenticity of the smudgey marks, it is impossible to view them, wether authentic or not, as "vents",» (p. 13)
e conclude:
«So we are hesitant to use the aerial photographs as proof that there were roof vents for Zyklon B.» (p. 14)
L'interpretazione di Brugioni e Poirier cozza infatti contro difficoltà insuperabili.
La prima è il fatto che queste macchie non sono ombre.
Al secondo processo Zündel (1988) Kenneth R. Wilson, esperto in fotogrammetria e triangolazione aerea, depose - secondo quanto riferisce Barbara Kulaszka - che nella fotografia aerea del 31 maggio 1944 "the patches on top of the Leichenkeller at Krema II were flat and had no elevation". Per quanto riguarda la fotografia del 25 agosto 1944, "he determined that the patches were not shadows but did not have any elevation" (40).
In secondo luogo, come è già stato rilevato da altri autori (41),nella fotografia del 25 agosto 1944 le macchie sul soffitto del Leichenkeller 1 del crematorio II sono lunghe 3-4 metri, quelle sul soffitto del Leichenkeller 1 del crematorio III hanno una superficie minima di 3 metri quadrati; inoltre tutte le macchie hanno l'asse in direzione nord-sud, mentre l'asse dell'ombra dei camini ha direzione nord-est - sud-ovest. Infine, aggiungo io, nella fotografia aerea del 31 maggio 1944 il Leichenkeller 1 del crematorio II (42), appare una sola macchia scura sul bordo ovest della copertura (fotografia 1).
Accertato che le macchie summenzionate non erano ombre, che cos'erano allora? Kenneth R. Wilson ha avanzato l'ipotesi che fossero "discolorations on the surface of the roof" (43). A mio avviso questa spiegazione è corretta. La copertura dei Leichenkeller 1 dei crematori II e III era costituita da un solaio di cemento armato di 18 cm di spessore (44) isolata dall'acqua piovana da uno strato di bitume che era protetto dagli agenti atmosferici da un sottile strato di cemento. Chiunque abbia lavorato nel campo dell'edilizia sa che un sottile strato di cemento che copra un'ampia superficie, se non si può accorpare ad una armatura di tondini di ferro, tende inevitabilmente a disgregarsi. Nel caso in questione, nei punti in cui avvenne la disgregazione affiorò il sottostante strato di bitume più scuro, creando le macchie che si vedono nelle fotografie aeree.
Questo fenomeno è ancora evidente nelle rovine dei Leichenkeller dei crematori. La fotografia 2, sulla quale ritornerò successivamente, mostra il soffitto del Leichenkeller 1 del crematorio II nel 1945. Qui il fenomeno descritto - causato probabilmente dall'esplosione che distrusse il locale - è particolarmente evidente: in una larga fascia trasversale lo strato esterno di cemento è frantumato e appare il bitume sottostante, creando una macchia nera che contrasta con il colore chiaro del cemento.
Lo stesso fenomeno è visibile ancora oggi, come risulta dalla fotografia 3, che mostra una parte della copertura del medesimo Leichenkeller nell'agosto 2000.
Le altrettanto inevitabili riparazioni fatte eseguire dalla Zentralbauleitung ripristinavano provvisoriamente lo strato di cemento superficiale, che però, dovendo aderire a cemento già vecchio, aveva inevitabilmente una presa precaria, sicché la nuova "toppa" si frantumava ancora più facilmente dello strato originario. Ciò spiega a mio avviso l'apparire e lo scomparire a distanza di pochi mesi delle macchie summenzionate nelle fotografie aeree.
IV. LE PIANTE DEL LEICHENKELLER 1 DEL CREMATORIO II
Con riferimento alla scoperta di Robert Faurisson del fatto che, nelle piante originali del crematorio II di Birkenau, la presunta camera a gas è denominata "Leichenkeller 1" e che questo locale non presenta aperture sul soffitto, Provan rileva:
«Though these two discoveries are important, let us observe that they are in agreement with an interrogation which took place over 50 Years ago.» (p.15)
Indi egli cita un brano dell'interrogatorio cui Rudolf Höss fu sottoposto il 1° aprile 1946, che poi riassume e commenta così:
«Note that Höss mentioned several times that he was forbidden to discuss the execution of the Jews with anyone. Upon his return to Auschwitz he began working on the plans for extermination facilities by instructing his construction chief (whose name was Bischoff). He ordered Bischoff to begin work on a large crematorium, the plans of which were sent to Himmler. Subsequently, Höss figured out the changes needed to convert the crematorium into a homicidal facility, and sent them to Himmler. The changes were approved.» (pp. 15-16)
Concludendo, la "camera a gas" fu denominata "Leichenkeller 1" e non vi furono disegnate le aperture di introduzione dello Zyklon B
«since the man in charge of it was not permitted to know of its real purpose, and therefore did not draw them on the plans.» (p.16)
La conclusione di Provan si basa dunque sulle dichiarazioni di Rudolf Höss: ma tali dichiarazioni sono attendibili? Per rispondere a questa domanda, esaminiamo anzitutto il contesto in cui esse si collocano.
Höss afferma che ricevette a Berlino il presunto ordine di sterminio ebraico da Himmler in persona nel luglio 1941 (45). In tale occasione Himmler gli spiegò che
«the extermination camps in Poland that existed at that time were not capable of performing the work assigned to them.» (46)
Indi, su specifica richiesta degli inquirenti, Höss rispose:
«There were three camps: first, Treblinka, Belzak <sic> near Lemberg and the third one was about 40 kilometers in the direction of Kulm. It was past Kulm in an easterly direction.» (47)
Il terzo "campo di sterminio" dovrebbe essere Sobibór, tuttavia l'indicazione geografica di Höss è sbagliata, perché "Kulm" corrispondeva al polacco "Chelmno", mentre la città vicina a Sobibór è "Chelm", che in tedesco si diceva "Cholm".
Quando dunque Höss affermò che Himmler lo aveva informato che
«the camps in Poland were not suitable for enlargement and the reason why he had chosen Auschwitz was because of the fact it had good railroad connections and could be enlarged.» (48)
e gli aveva ordinato
«to look at an extermination camp in Poland and eliminate in the construction of my camp the mistakes and inefficiency existing in the Polish camp,» (49)
intendeva dire che nel luglio 1941 - secondo Himmler - esistevano già i "campi di sterminio" di Treblinka, Belzec e Sobibór, esattamente come nell'interrogatorio del 14 marzo 1946, nel corso del quale Höss aveva dichiarato:
«I was ordered to see Himmler in Berlin in June [sic] 1941 and he told me, approximately, the following.- The Führer ordered the solution of the Jewish question in Europe. A few so called Vernichtungslager are existing in the general government (Belzek [Belzec] near Rava Ruska Ost Polen, Tublinka [Treblinka] near Malina [Malkinia] on the river Bug, and Wolzek (50) near Lublin).» (51)
Torniamo all'interrogatorio del 1° aprile 1946. Höss vi dichiara che visitò il campo di Treblinka prima di costruire ad Auschwitz le sue installazioni di sterminio.
Lo scopo della visita era appunto quello di "eliminate in the construction" del suo "camp the mistakes and inefficiency" di Treblinka. Höss descrive accuratamente la presunta procedura di sterminio a Treblinka e precisa che
«at that time the action in connection with the Warsaw Ghetto was in progress, and I watched the procedure.» (52)
Anche questa descrizione ricalca ciò che Höss aveva dichiarato nell'interrogatorio del 14 marzo 1946:
«I visided the camp Treblinka in Spring 1942 to inform myself about the conditions. The following method was used in the process of extermination. Small chambers were used equipped with pipes to induce exhaust gas from car engines. This method was unreliable as the engines, coming from old captured transport vehicles and tanks, very often failed to work. Because of that the intakes could not be dealt with according to the plan, which meant to clear the Warsaw Ghetto. According to the Camp Commandant of Treblinka 80000 people have been gassed in the course of half a year.» (53)
La stessa storia fu raccontata da Rudolf Höss anche nell'interrogatorio dell'8 aprile 1946:
«Ich hatte den Befehl, Ausrottungserleichterungen in Auschwitz im Juni 1941 zu schaffen. Zu jener Zeit bestanden schon drei weitere Vernichtungslager im Generalgouvernement: Belzek, Treblinka und Wolzek. Diese Lager befanden sich unter dem Einsatzkommando der Sicherheitspolizei und des SD. Ich besuchte Treblinka, um festzustellen, wie die Vernichtungen ausgeführt wurden. Der Lagerkommandant von Treblinka sagte mir, dass er 80000 im Laufe eines halben Jahres liquidiert hätte. Er hatte hauptsächlich mit der Liquidierung aller Juden aus dem Warschauer Ghetto zu tun. Er wandte Monoxid-Gas an und nach seiner Ansicht waren seine methoden nicht sehr wirksam. Als ich das Vernichtungsgebäude in Auschwitz errichtete, gebrauchte also Zyclon B, eine kristallisierte Blau Säure [sic], die wir in die Todeskammer durch eine kleine Öffnung einwarfen.» (54)
Dunque Höss afferma che nel giugno o luglio 1941 già esistevano i campi di Belzec e di Treblinka e che egli visitò il campo di Treblinka "in Spring 1942", comunque prima della costruzione del "Vernichtungsgebäude" ad Auschwitz, ossia, al più tardi, prima della installazione del cosiddetto "Bunker 1" - che sarebbe entrato in funzione il 20 marzo 1942 (55), o, secondo Pressac, nel maggio 1942 (56).
Tuttavia il campo di Belzec fu aperto il 17 marzo 1942 (57),
Treblinka il 23 luglio 1942 (58).
Concludendo, questi due campi nel 1941 non esistevano
Dunque le affermazioni che Höss attribuisce a Himmler sono false
Inoltre Höss non può aver visitato Treblinka prima dell'inizio del presunto sterminio ad Auschwitz
Dunque il suo relativo racconto è falso
Ora, le dichiarazioni di Höss citate da Provan si inquadrano in questo contesto di palesi falsità storiche, ma allora perché si dovrebbe credere alla loro veridicità?
Il contesto induce dunque a dubitare seriamente dell'attendibilità delle dichiarazioni di Rudolf Höss riportate da Provan.
Esaminiamo ora il contenuto delle dichiarazioni di Rudolf Höss. Egli afferma:
«I immediately got in touch with the chief of a construction unit and told him that I need a large crematorium.» (59)
Ciò avvenne nel giugno o luglio 1941, al suo ritorno ad Auschwitz dall'incontro con Himmler a Berlino. Tuttavia il primo progetto del nuovo crematorio - il futuro crematorio II - fu eseguito dall'SS-Untersturmführer Dejaco il 24 ottobre 1941 (60), cioè tre o quattro mesi dopo, il che poco si concilia con l'avverbio "immediately". Il secondo progetto del crematorio fu realizzato nel novembre 1941 dall'architetto Werkmann, dell' SS-Hauptamt Haushalt und Bauten (61), il che dimostra che la costruzione di questo impianto non era un affare segreto locale. Höss afferma poi che egli "changed" i progetti "in accordance with the real purpose" delle istruzioni di Himmler - cioè modificò i piani originari trasformando un semplice impianto igienico-sanitario in un impianto di sterminio - e inviò i piani così modificati a Himmler, che li approvò (62) .
Il progetto definitivo del crematorio fu realizzato ad Auschwitz nel gennaio 1942 (63), tuttavia la prima presunta modificazione "criminale" di questi piani - secondo Pressac - è la pianta 2003 del 19 dicembre 1942 (64).
Dunque Höss avrebbe atteso dodici mesi per iniziare la modificazione criminale del crematorio! Dico "iniziare" perché, come afferma Provan, le aperture sul soffitto del Leichenkeller 1 del crematorio II sarebbero state praticate tra la fine di gennaio e la metà di marzo del 1942 (pp. 18-19), sicché Rudolf Höss avrebbe atteso almeno un altro mese per far eseguire questa modifica indispensabile per impiegare il locale summenzionato come camera a gas omicida. Su questo punto essenziale ritornerò nel § 6.
D'altro canto, la pretesa di Rudolf Höss di aver creato ad Auschwitz installazioni di sterminio senza che il capo della Zentralbauleitung ne fosse previamente informato, conoscendo la struttura, il funzionamento e i compiti di quest'ufficio (65) è decisamente insensata, e ciò è ancora più vero in relazione alle presunte modificazioni "criminali" del crematorio II.
In effetti,
se Bischoff già nel marzo o maggio 1942 aveva trasformato il cosiddetto "Bunker 1" in camera a gas omicida (e in giugno il cosiddetto "Bunker 2"),
e se almeno a partire dal 4 luglio in queste due installazioni era cominciato il presunto sterminio in massa di Ebrei (66),
il "segreto" di Himmler ad Auschwitz era svelato
e Bischoff non poteva non esserne perfettamente al corrente.
Ma allora perché mai Höss avrebbe dovuto continuare a trasformare gradualmente il crematorio II in gran segreto e all'insaputa di Bischoff - che ormai conosceva il "segreto" - in installazione di sterminio?
Tutto ciò è insensato, perciò le dichiarazioni di Rudolf Höss sono false anche su questo punto.
Un'ultima osservazione. Un'altra modificazione "criminale" del "Kellergeschoss" del crematorio II sarebbe la scala di ingresso al "Leichenkeller 2". Ora, sebbene questo ingresso, nell'economia della presunta procedura di sterminio, fosse meno importante delle aperture sul soffitto del Leichenkeller 1 (perché le vittime potevano entrare nel Kellergeschoss attraverso l'ingresso situato nel lato nord del crematorio (67), esso appare nella pianta annessa alla documentazione della "Übergabeverhandlung" del crematorio alla Kommandantur (68). Ma allora perché in questa pianta non appaiono le ben più importanti aperture di introduzione dello Zyklon B?
In conclusione, è vero che le piante dei crematori sono "in accord with the statement of Höss" (p. 30), tuttavia questi "statements" non sono "in accord" con la realtà storica, perciò l'argomentazione di Provan risulta del tutto infondata.
V. LE FOTOGRAFIE TERRESTRI DEL LEICHENKELLER 1
Nel paragrafo V, "German wartime photographs of Leichenkeller 1 of Krematoria 2 and 3", Provan analizza le quattro fotografie addotte da Pressac come prova dell'esistenza di camini di introduzione dello Zyklon B sul soffitto del Leichenkeller 1 e giunge alla conclusione che esse in realtà non dimostrano nulla.
1. Fotografia 1 (numero di negativo 20995/507 del Museo di Auschwitz):
"Try as we might, we cannot see any of these openings on the photograph" (p. 17).
2. Fotografia 2 (numero di negativo 20995/
494 del Museo di Auschwitz):
"It is our conclusion therefore, that whatever they are, they are not the Zyklon B insertion Chimneys spoken of by the eyewitnesses" (p. 18).
3. Fotografia 3 (numero di negativo 20995/460 del Museo di Auschwitz):
"Since the object, whatever it is, isn't on the roof at all, this is conclusive evidence that it was not a Zyklon B introduction chimney" (p. 18).
4. Fotografia 4 (numero di negativo 20995/506 del Museo di Auschwitz):
"The roof is covered with snow, and no vents for Zyklon B are visible. Since the picture is dated from January 20-22, 1943, we can deduce that any holes for Zyklon B insertion must have been put in after that date" (p.18).
All'osservazione di Germar Rudolf che la perforazione della copertura del Leichenkeller 1 "would imply an inconceivably stupid error in planning", Provan risponde:
«We do not see why this would be so. We have already seen that Höss could not even tell his SS architect about the building's real purpose, and we can observe that all of the blueprints call that gas chambers "Leichenkeller 1". […]. So we see no problem with this method being the method of creating Zyklon B holes in the roof of Leichenkeller 1.» (p. 19)
Quest'affermazione merita una risposta adeguata.
6. LE APERTURE DI INTRODUZIONE DELLO ZYKLON B NEL CONTESTO ARGOMENTATIVO "CRIMINALE" DI PRESSAC E VAN PELT
L'ipotesi di Provan della trasformazione criminale dei crematori all'insaputa del capo della Zentralbauleitung, come ho dimostrato nel § 4, è completamente infondata, perciò essa non può spiegare perché il soffitto del Leichenkeller 1 fu costruito senza aperture per lo Zyklon B.
Dunque il problema del perché il soffitto del Leichenkeller 1 del crematorio II fu costruito senza aperture di introduzione dello Zyklon B non solo resta aperto, ma è molto più serio di quanto pensi Provan. Esso infatti è in stridente contraddizione con la tesi della trasformazione in senso omicida del crematorio II alla quale aderisce Provan stesso.
Come è noto, Pressac afferma che il crematorio II, al pari del crematorio III, fu progettato e costruito come normale impianto igienico-sanitario (69), ma, alla fine di ottobre del 1942, la Zentralbauleitung decise di trasferire nei crematori di Birkenau la presunta attività di gasazione omicida dei cosiddetti "Bunker". Dalla fine del 1942, in effetti, i progetti iniziali del seminterrato (Kellergeschoss) del crematorio II subirono varie modifiche, nelle quali Pressac vede delle "criminal traces" della trasformazione del Kellergeschoss a scopo omicida mediante l'installazione di una camera a gas nel Leichenkeller 1 e di uno spogliatoio nel Leichenkeller 2. La modifica sulla quale Pressac insiste più enfaticamente è quella presente nella pianta 2003 del 19 dicembre 1942, nella quale lo scivolo per i cadaveri (Rutsche) non appare più, sicché - commenta lo storico francese - "l'unico accesso possibile alle camere mortuarie diventa la scala nord, il che implica che i morti dovranno scendere la scala camminando" (70).
L'interpretazione di Pressac, nelle sue linee generali, è stata accolta da tutti gli storici occidentali sostenitori dell'esistenza di camere a gas omicide ad Auschwitz, ed è stata ripresa anche da Robert Jan van Pelt già nel libro da lui scritto in collaborazione con Debórah Dwork "Auschwitz 1270 to the present" (71), nel quale egli ha riportato - senza riferimento alla fonte - perfino il commento di Pressac:
«The victims would walk to thein death.» (72)
Un altro presunto "indizio criminale" addotto da Pressac in tale contesto è il termine "Sonderkeller", scantinato speciale. Egli scrive al riguardo:
«A questo proposito, Wolter redasse, per informare Bischoff, una nota intitolata "Disaerazione dei crematori (I e II)", e nella quale designava il "sotterraneo per cadaveri 1" (73) del crematorio II con il nome di "sotterraneo speciale" (Sonderkeller).» (74)
Questa nota, redatta dall' SS-Untersturmführer Wolter il 27 novembre 1942, rientrerebbe nel presunto progetto della Zentralbauleitung «di trasferire l'attività "col gas" dei Bunker 1 e 2 in un locale di crematorio, dotato di una ventilazione artificiale» e costituirebbe la «prima netta "sbavatura criminale"», ossia il primo indizio relativo a "un impiego anomalo dei crematori e non spiegabile altrimenti che con il massiccio trattamento col gas di esseri umani" (75).
Il termine "Sonderkeller" che appare in questa nota sarebbe pertanto un criptonimo che designerebbe una camera a gas omicida. L'argomentazione di Pressac si basa unicamente sulla presenza di tale termine.
Nella nota in discussione, Wolter, riferendo ciò che l'ing. Prüfer gli aveva detto al telefono, scrive:
«La ditta [Topf] entro circa 8 giorni ha un installatore libero, il quale, se le coperture sopra gli scantinati speciali sono pronte, deve montare l'impianto di disaerazione; poi l'impianto di tiraggio aspirato per i cinque forni a 3 muffole» [«Die Firma hätte in ca. 8 Tagen einen Monteur frei, der, wenn die Decken über die Sonderkeller fertig sind, die Entlüftungsanlage montieren soll; ferner die Saugzuganlage für die 5 3-Müffelöfen.»] (76)
Secondo Pressac, come si è visto sopra, il termine "Sonderkeller" designava «il "sotterraneo per cadaveri 1" del crematorio II».
Tuttavia, in questo documento, il termine "Sonderkeller" è al plurale, e si può inoltre escludere che esso si riferisca anche al "sotterraneo per cadaveri 1" del crematorio III, perché, sebbene questo documento abbia come oggetto "Disaerazioni per crematori" [Entlüftungen für Krematorien], cioè per i crematori II e III, esso si riferisce in realtà soltanto al crematorio II. Solo in questo impianto, infatti, i lavori di costruzione erano tanto progrediti da consentire entro poco tempo la copertura dei locali seminterrati (Kellergeschoss). Infatti il 23 gennaio 1943 nel crematorio II la copertura di cemento armato degli scantinati (Keller) 1 e 2 era già stata eseguita, mentre nei corrispondenti locali del crematorio III erano stati effettuati soltanto i lavori di isolamento del pavimento dalla falda freatica (77). Anche il riferimento all'installazione del "Saugzuganlage" ha senso soltanto per il crematorio II, nel quale erano già completati sia i cinque forni a 3 muffole, sia i condotti del fumo, sia il camino, mentre nel crematorio III il camino era stato innalzato soltanto fino all'altezza del soffitto del crematorio (78).
D'altra parte, nel crematorio II, i "Keller" per i quali era previsto un "Entlüftungsanlage" erano due, il "Leichenkeller 1" e il "Leichenkeller 2". Il primo era fornito anche di "Belüftungsanlage", il secondo soltanto di un "Entlüftungsanlage", che fu installato tra il 15 e il 21 marzo 1943 (79).
E' dunque chiaro che i "Sonderkeller" della nota di Wolter erano i due "Leichenkeller" del crematorio II. Questi locali seminterrati erano "sonder-" appunto perché, dei sei locali seminterrati in cui era suddiviso il "Kellegeschoss" del crematorio (80), erano le uniche due camere mortuarie dotate perciò di "Entlüftungsanlage".
Il termine "Sonderkeller" appare anche in un documento precedente ignoto a Pressac. Si tratta del "Rapporto sulle costruzioni per il mese di ottobre 1942" redatto da Bischoff il 4 novembre 1942 nel quale, in riferimento al crematorio II, si legge:
«Suola di calcestruzzo nello scantinato speciale gettata. I pozzi di disaerazione costruiti e la muratura interna dello (o: degli) scantinato (o: scantinati) iniziata» [«Betondruckplatte im Sonderkeller eingebracht. Die Entlüftungsschächte aufgemauert und das innere Kellermauerwerk begonnen.»] (81)
La „Betondruckplatte" era la suola di calcestruzzo degli scantinati (Kellersohle) del crematorio che serviva a contenere la pressione della falda freatica (Grundwasserdruck) (82).
In questo contesto il termine "Sonderkeller", se, come è probabile, si riferisce al "Leichenkeller 1", si spiega con il fatto che questo locale, essendo dotato di un impianto di aerazione e disaerazione (Belüftung-Entlüftung) era verosimilmente destinato, come ipotizza Pressac stesso,
«to take corpses several days old, beginning to decompose and thus requiring the room to be well-ventilated.» (83)
Supponiamo tuttavia che l'interpretazione di Pressac della trasformazione criminale dei crematori sia corretta, concediamo che questo "Sonderkeller" fosse il "Leichenkeller 1" e che esso fosse un criptonimo che indicava una camera a gas omicida.
Vediamo quali conseguenze discendono da questa ipotesi riguardo alla questione delle aperture sulla copertura del Leichenkeller 1 del crematorio II che stiamo esaminando.
Alla fine di ottobre del 1942 - afferma Pressac - la Zentralbauleitung decise di trasferire la presunta attività di gasazione omicida dei cosiddetti Bunker 1 e 2 "in un locale di crematorio, dotato di una ventilazione artificiale, come si era praticato nel dicembre 1941 nell'obitorio del crematorio I." (84) Egli spiega così in che modo in questo crematorio furono eseguite le presunte gasazioni omicide:
«Furono praticate e sistemate tre aperture quadrate nel soffitto della "morgue" (85) per permettere l'introduzione dello Zyklon-B, che veniva direttamente versato nel locale, le cui due porte d'accesso erano state rese stagne.» (86)
Come dimostra la fotografia 20995/506 del Museo di Auschwitz e come ammette anche Provan, il soffitto del Leichenkeller 1 del crematorio II fu costruito senza aperture di introduzione dello Zyklon B.
Se dunque il "Sonderkeller" del crematorio II designava una camera a gas omicida da realizzare secondo il modello di quella del crematorio I, perché la Zentralbauleitung non fece predisporre le aperture per l'introduzione dello Zyklon B sulla copertura di cemento armato del Leichenkeller 1 già durante la costruzione dell'armatura del solaio da parte dei carpentieri?
Dunque la Zentralbauleitung, pur avendo progettato di trasformare in camera a gas omicida il Leichenkeller 1 quando in questo locale era stata soltanto gettata la suola di calcestruzzo contro la falda freatica, vi avrebbe fatto costruire un soffitto senza aperture - dispositivi essenziali per una gasazione omicida con Zyklon B -, indi, con mazzetta e scalpello, avrebbe fatto praticare sulla copertura di cemento armato del locale (18 centimetri di spessore) quattro aperture per lo Zyklon-B!
Sfortunatamente per Pressac, i tecnici della Zentralbauleitung non erano così imbecilli, e infatti, come vedremo nel § 7, sul soffitto di cemento armato del Leichenkeller 2, essi fecero predisporre l'apertura rotonda per il passaggio della tubatura dell'impianto di disaerazione all'atto stesso della gettata di cemento e la stessa cosa fecero con le cinque aperture di aspirazione dell'aria calda sul soffitto della sala forni.
Concludendo, l'ipotesi della perforazione del soffitto del Leichenkeller 1 per creare le aperture di introduzione dello Zyklon B non è soltanto un "inconceivably stupid error", come dice Germar Rudolf, ma è anche decisamente insensata e in totale contrasto con uno dei cardini della tesi di Pressac, di van Pelt e di Provan stesso.
VII LE PROVE ARCHEOLOGICHE
Il 23 marzo 2000 Provan si è recato a Birkenau e ha effettuato una serie di rilevamenti sul soffitto del Leichenkeller 1 del crematorio II, che ha documentato con 18 fotografie (pp. 37-41).
Egli menziona otto aperture, tre delle quali - la numero 2, 6 e 8 - egli considera originali (p. 25-26 e 30), cioè praticate dalle SS nel 1943 per introdurre lo Zyklon B nella "camera a gas", perciò
«the "No Holes, No 'Holocaust' " argument is no longer possible to make, since there are three suitable areas where there are holes in the roof, in accord with eyewitness testimony, with the fourth unobservable.» (p. 31)
Esaminiamo i suoi argomenti.
I due presupposti di Provan
La conclusione di Provan si fonda sul presupposto essenziale che le presunte aperture di introduzione dello Zyklon B misurassero cm 25 x 25, secondo l'affermazione di Schultze (p.30).
Karl Schultze partecipò, con Heinrich Messing, all'installazione del „Be- und Entlüftungsanlage" del crematorio II. Il suo invio ad Auschwitz a tale scopo fu preannunciato dalla ditta Topf il 24 febbraio 1943 per il 1° marzo (87). Egli lavorò con Messing nel Leichenkeller 1 fino al 13 marzo, giorno in cui l'impianto di ventilazione fu messo in funzione definitivamente ("Be u Entlüftungsanlage in Keller I in Betrieb genommen" [sic]) (88). Il giorno dopo ebbe luogo presuntamente la prima gasazione omicida (89), dunque le colonne descritte da Tauber erano già state installate (90). Schultze invece non menziona alcuna colonna, limitandosi a dire:
«In der Decke waren vier quadratische Öffnungen 25 x 25 Zentimeter.» (91)
Provan non rileva questa contraddizione.
La testimonianza di Michal Kula
Tale presupposto è inoltre smentito categoricamente dal testimone Michal Kula. E' bene precisare che l'esistenza delle aperture in questione si basa esclusivamente su testimonianze e, a questo riguardo, il testimone per antonomasia è appunto Michal Kula, detenuto n. 2718. Spiegherò poi perché. Prima vediamo che cosa dichiarò nel suo interrogatorio dell'11 giugno 1945:
«Fra l'altro nella slusarna (= Schlosserei) furono fabbricate le docce finte destinate alle camere a gas e le colonne di rete (slupy siatkowe) per versare il contenuto dei barattoli di Zyklon nelle camere a gas. Questa colonna era alta 3 metri, con sezione quadrata di circa 70 cm [di lato]. Tale colonna era costituita da tre reti inserite una dentro l'altra. La rete esterna era fatta di filo di ferro di 3 mm, teso su angolari di 50 x 10 mm. Questi angolari si trovavano in tutti gli angoli della rete e nella parte superiore e inferiore erano collegati fra loro da un angolare dello stesso tipo. Le maglie della rete erano quadrate e misuravano 45 mm. La seconda rete era fatta allo stesso modo ed era installata all'interno della prima a una distanza di circa 150 mm. Le maglie di questa rete erano quadrate e misuravano circa 25 mm. Entrambe le reti agli angoli erano collegate da una barra di ferro. La terza parte della colonna era mobile. Era una colonna vuota di sottile lamiera di zinco con sezione quadrata di circa 150 mm. Sopra terminava con un cono e sotto con una base quadrata piana. A distanza di circa 25 mm dai bordi di questa colonna erano saldati angolari di lamiera su sottili barre di lamiera. Su questi angolari era tesa una rete sottile con maglie quadrate di circa 1 mm. Questa rete finiva alla base del cono e da qui verso l'alto nel prolungamento della rete correva una intelaiatura di lamiera per tutta l'altezza fino alla sommità del cono. Il contenuto di un barattolo di Zyklon veniva versato da sopra nel cono di diffusione e in tal modo si otteneva uno spargimento uniforme dello Zyklon da tutti e quattro i lati della colonna. Dopo l'evaporazione del gas si estraeva l'intera colonna centrale e si toglieva la silice evaporata.» (92)
Kula faceva parte della "Häftlingsschlosserei" come tornitore (Dreher). Il suo numero appare in un documento con timbro a data 8 febbraio 1943 con oggetto "Häftlingsschlosserei. Aufstellung der Häftlinge", nel quale sono riportati i numeri dei 192 detenuti che facevano parte di quell'officina (93).
La Häftlings-Schlosserei era un Kommando delle Werkstätten della Zentralbauleitung - officine specializzate nei vari settori dell'edilizia nelle quali lavoravano Kommandos di detenuti, per lo più operai specializzati.
I Kommandos delle Werkstätten prestarono la loro opera in tutti i Bauwerke, inclusi i crematori. Secondo la prassi del 1942, il Bauleiter o Bauführer che aveva bisogno della prestazione faceva anzitutto una richiesta all' amministrazione dei materiali (Anforderung an die Materialverwaltung) con apposito modulo numerato; se la richiesta era autorizzata (genehmigt), il Werkstättenleiter impartiva l' incarico (Auftrag) al Kommando interessato tramite apposito modulo numerato in cui veniva indicato il tipo di lavoro da eseguire; il Kommando che eseguiva il lavoro redigeva poi una scheda di lavoro (Arbeitskarte) in cui era indicato il numero dell'incarico, il Kommando, il destinatario, l'inzio e la fine dei lavori; nel retro (Materialverbrauch) erano elencati i materiali impiegati e i costi dei materiali e del lavoro; la Häftlings-Schlosserei aveva una scheda diversa nella quale venivano riportati la colonna (Kolonne), l'oggetto del lavoro (Gegenstand), il committente (Auftragsteller), l'inizio (Angefangen) e la fine (Beendet) dei lavori, il nome, la qualifica e le ore lavorative dei detenuti che avevano eseguito i lavori; il retro non presentava differenze rispetto all' altro modello di scheda. I Kommandos erano suddivisi in colonne che operavano sotto la responsabilità di un capocolonna (Kolonnenführer) e di un Ober-Capo. Se la prestazione di lavoro era la fabbricazione di un oggetto qualunque, il committente, nel riceverlo, firmava una ricevuta (Empfangsschein) numerata.
L' 8 febbraio 1943 i 192 detenuti della Häftlings-Schlosserei , che dipendevano dall' SS-Unterscharführer Kywitz, furono presi in carico dai D.A.W. (Deutsche Ausrüstungswerke) (94) e la nuova officina assunse il nome di D.A.W. WL (= Werkstättenleitung) Schlosserei. A partire dal giorno dopo le ordinazioni fatte all' officina furono annotate in un registro denominato WL-Schlosserei che comprendeva le seguenti voci: data di arrivo dell'ordinazione (Eingegangen am...), numero progressivo dei D.A.W. (Lauf. Nr. D.A.W.), riferimento (Betrifft), oggetto (Gegenstand), numero delle ore lavorative impiegate (Arbeitsstunden), inizio (Angefangen) e termine (Beendet) dei lavori: i dati relativi venivano desunti dalle Arbeitskarten. Il registro conteneva anche l'indicazione del numero e della data dell'ordinazione ricavata dagli appositi moduli. La Zentralbauleitung forniva a queste officine il materiale necessario emettendo a loro favore un buono di consegna (Lieferschein); eseguito il lavoro, i D.A.W. inviavano alla Zentralbauleitung la relativa fattura (95).
Il modulo numerato in cui veniva indicato il tipo di lavoro da eseguire (Auftrag) recava di norma un disegno che mostrava la forma e le misure dell'oggetto da costruire, e elencava i materiali necessari, come appare ad esempio nell' "Auftrag" n. 67 del 6 marzo 1943 (96) (fotografia 4).
Photo-4
Fotografia 4
Auftrag della Zentralbauleitung alla W.L. Schlosserei n. 67 del 6 marzo 1943.Parte Recto
Photo-5Fotografia 5
Auftrag della Zentralbauleitung alla W.L. Schlosserei n. 67 del 6 marzo 1943.Parte Verso
Questo "Auftrag" appare nel registro della "WL-Schlosserei" nei seguenti termini:
«8.3.43. Nr.165. K.G.L. Einäscherungsanlage BW. 30 b und c. Przedmiot [oggetto]: 64 Stck. Steinschrauben aus Rundeisen 5/8" Ø nach nachstehender Skizze. Lieferzeit: eilt! Baultgs. Auftrag. Nr. 67 vom 6.3.43. Ukonczono [terminato]: 2.4.43.» (97)
Se dunque Kula costruì realmente il congegno descritto sopra, allora esso era stato oggetto di uno specifico Auftrag della Zentralbauleitung, sul quale vi era uno schizzo che indicava la struttura e le dimensioni esatte delle varie parti del congegno, e Kula l'aveva costruito sulla base di questo schizzo.
Avendo dunque studiato lo schizzo e avendo poi realizzato il congegno, Kula era la persona che meglio lo conosceva e meglio lo poteva descrivere. Riguardo ad esso, dunque, egli è il testimone chiave.
D'altra parte, la descrizione del congegno di introduzione dello Zyklon B fornita da Henryk Tauber nella deposizione del 24 maggio 1945 concorda con quella di Kula, come risulta dalla seguente traduzione fatta sul testo originale:
«La volta della camera a gas poggiava su pilastri di cemento al centro della sua lunghezza. A sinistra e a destra di questi pilastri c'erano quattro colonne. La parte esterna di queste colonne era formata da grate (kraty) di fil di ferro grosso (z grubego drutu), che arrivavano fino al soffitto e all'esterno. Dentro (98) a questa parte c'era una seconda rete (druga siatka) con maglie e aperture più piccole e all'interno di questa una terza [rete] fitta. In questa terza rete (w tej trzeciej siatce) si muoveva una scatola (pudelko) con la quale si estraeva mediante un filo di ferro la polvere dalla quale il gas era ormai evaporato.» (99)
Perciò di fronte a quella di Kula, la testimonianza di Karl Schultze è del tutto insignificante, sia perché - come si è visto sopra - egli menziona soltanto le aperture ma non le colonne, perciò egli non vide le colonne in un periodo in cui esse dovevano essere necessariamente presenti; sia perché egli fu un testimone casuale.
Concludendo, se le colonne misuravano 70 x 70 cm, le aperture sul soffitto del Leichenkeller 1 del crematorio II non potevano misurare 25 x 25 cm.
Il secondo presupposto sul quale Provan fonda le sue conclusioni è la "rule in architecture" secondo la quale
«when violent stress is put on a concrete structure, cracks show up passing through holes made previous to the violent force, since the holes makes the structure weaker in that location.» (p. 26)
Questa "regola" era già stata menzionata e applicata da Germar Rudolf nella sua analisi delle aperture in questione (p. 26).
L'analisi di Provan dell'apertura "criminale" n.2
Provan adotta questa "regola" nella spiegazione dell'apertura n. 2 nel modo seguente:
«According to the testimony of the witness Schultze, the Zyklon B holes were only some 25 cm square when he saw them (in 1943). We do not see why a small hole couldn't be made much larger after suffering a violent shock of a massive explosion, so violent as to lift the entire southern end of the roof into the air high enough to smash a hole in the roof at Pillar 1 on the way down. If some of the holes in the nearby oven room were entirely destroyed in the explosion, we think it reasonable to suppose the cause for Hole 2 being so large now, is the same demolition work. Bear in mind that the explosions which occurred were strong enough to open holes in the ceiling where none had been before, and one will recognize the power to make a smaller hole bigger. So we posit a smaller hole originally, made larger by the explosives.» (pp. 27-28)
Questa ipotesi è infondata, perché si basa su una "rule" che è smentita dalla realtà dei fatti.
Nel Leichenkeller 2 del crematorio II l'esplosione fu ancora più violenta che nel Leichenkeller 1, perché distrusse quasi tutta la copertura del locale, tranne una piccola parte situata all'estremità est. Ora, proprio su questa parte della copertura c'è l'apertura rotonda attraverso la quale passava la tubatura di disaerazione (Entlüftung) del Leichenkeller 2. (Vedi fotografia 6 e 7).
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Fotografia 6
Apertura rotonda per il tubo dell'impianto di disaerazione (Entlüftung) sulla copertura di cemento armato del Leichenkeller 2 del crematorio II di Birkenau. Agosto 2000.
© Carlo Mattogno
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Fotografia 7
Apertura rotonda per il tubo dell'impianto di disaerazione (Entlüftung) sulla copertura di cemento armato del Leichenkeller 2 del crematorio II di Birkenau. Ingrandimento della fotografia 6.
© Carlo Mattogno
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Fotografia 8
Apertura rotonda per il tubo dell'impianto di disaerazione (Entlüftung) sulla copertura di cemento armato del Leichenkeller 2 del crematorio II di Birkenau. Ottobre 1991.
© Carlo Mattogno
Quest'apertura, che ha un diametro di 38 cm (100), non ha subìto alcun danno dall'esplosione: i suoi bordi sono rimasti intatti (vedi fotografia 8).
Anche le aperture di ventilazione che esistevano sul soffitto di cemento armato della sala forni del crematorio III sono rimaste intatte oppure sono rimaste danneggiate, ma in modo tale che la loro forma rettangolare è ancora chiaramente riconoscibile. Queste aperture, che misuravano cm 80 x 50 (101), erano 5 e ognuna era disposta sul soffitto al di sopra della muffola centrale di ogni forno crematorio (102). Esse, come ha segnalato Pressac, sono ben visibili in una fotografia della sala forni del crematorio II dell'inizio del 1943 (103). Le fotografie 9 e10 mostrano le prime due aperture da ovest, una intatta, l'altra con danni lievi.Photo-9
Fotografia 9
Solaio della sala forni del crematorio III. Prima apertura di ventilazione (da ovest). Giugno 1990.
© Carlo Mattogno
Photo-10
Fotografia 10
Solaio della sala forni del crematorio III. Seconda apertura di ventilazione (da ovest) Giugno 1990.
© Carlo Mattogno
Photo-11
Fotografia 11
Le 5 aperture di ventilazione del solaio della sala forni del crematorio. Fotografia di J.-C.Pressac.
Pressac pubblica una fotografia nella quale appaiono tutte e cinque le aperture (fotografia 11).
Partendo dalla più vicina all'obiettivo (da est), la prima è danneggiata, ma riconoscibile come apertura. La seconda è indistinta, perché da essa emerge uno dei pilastri di cemento armato che sostenevano il solaio della sala forni. Anche dalla prima apertura sporgono i resti di un pilastro. Le due aperture sono unite da una lunga crepa, che è stata evidentemente provocata dal crollo di questa parte del soffitto su questi due pilastri. La terza apertura appare lievemente danneggiata, la quarta e la quinta sono intatte.
Dunque, su cinque (104) aperture originariamente disposte su due coperture di cemento armato fatte saltare dalle SS di cui abbiamo documentazione visiva, tre sono rimaste intatte, una è lievemente danneggiata, l'altra ha subìto danni più gravi ma è comunque ben riconoscibili come apertura: la squadratura rettangolare e i bordi interni lisci sono ancora chiaramente visibili.
Da questa indagine risulta la conclusione che, nel caso specifico delle rovine dei crematori II e III,la "rule" presupposta da Provan e da Germar Rudolf non ha alcun valore, in quanto è smentita categoricamente dalle rovine.
Dunque la conclusione di Provan che l'attuale apertura n. 2 della copertura del Leichenkeller 1 sia l'allargamento - provocato dall'esplosione - di una apertura originaria più piccola, è del tutto infondata.
Photo-12
Fotografia 12
Particolare dell'armatura della copertura di cemento armato del Leichenkeller 2 del crematorio II.
Fotografia pubblicata da J.-C. Pressac
Tale conclusione è infondata anche dal punto di vista tecnico. L'armatura del soffitto dei Leichenkeller era costituita da una fitta trama di tondini di ferro disposti parallelamente in senso longitudinale e trasversale, come appare in una fotografia pubblicata da Pressac (105), di cui riporto una sezione ingrandita (fotografia 12).
Ora, l'azione dirompente di una esplosione è l'enorme pressione che essa provoca. Ad esempio, il tritolo provoca una forza d'urto di 8.100 kg su metro quadrato (106).Per quanto enorme, una tale pressione non poteva far volatilizzare il fitto intreccio di tondini di ferro che si trovava intorno alla presunta apertura originaria n. 2 di cm 25 x 25 (= 625 cm2). Secondo Provan, questa apertura misura cm 89 x 52 (p. 26), dunque circa 4.630 cm2. Ne consegue che l'esplosione avrebbe fatto volatilizzare circa 4.000 cm2 di cemento armato e di tondini di ferro lasciandone soltanto delle tracce insignificanti. Tuttavia tutte le altre aperture fotografate da Provan - e anche altre da lui non fotografate - mostrano ben evidenti i resti dei tondini di ferro dell'armatura, che dunque non si sono minimamente volatilizzati.(Sull'apertura n. 7 ritornerò successivamente).
Accertato che l'apertura n. 2 non può essere l'allargamento di un'apertura originaria più piccola, passiamo ad un'altra questione essenziale.
Come ho mostrato sopra, il testimone di gran lunga più importante in relazione alle presunte colonne di introduzione dello Zyklon B è Michal Kula.
Questi ha dichiarato che tali colonne avevano una sezione quadrata di cm 70 x 70 ed erano alte 3 metri, dunque passavano attraverso il soffitto e sporgevano al di sopra di esso di __(300-241-18=) 41 cm. Per poter installare un tale congegno, era necessario praticare nella copertura di cemento armato un' apertura leggermente più grande, diciamo di cm 75 x 75.
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Fotografia 13
Copertura di cemento armato del Leichenkeller 1 del crematorio II di Birkenau.
L'apertura 2 nel giugno 1990.
© Carlo Mattogno
Tuttavia l'apertura n. 2, quando la misurai nel giugno 1990 (vedi fotografia 13), aveva una forma trapezoidale con il lato maggiore di 86 cm e una larghezza massima di 50 cm. Il lato opposto a quello maggiore correva obliquamente per 52 cm verso l'interno, fino ad una specie di dente, indi continuava parallelamente al lato maggiore opposto per altri 40 cm. Dal dente al lato opposto c'era una distanza di 43 cm.
Tra il 1992 (fotografia 14) e il 1997 (fotografia 15) l'apertura è stata allargata e squadrata grossolanamente a colpi di scalpello.
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Fotografia 14
Copertura di cemento armato del Leichenkeller 1 del crematorio II di Birkenau.
L'apertura 2 nel luglio 1992.
© Carlo Mattogno
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Fotografia 15
Copertura di cemento armato del Leichenkeller 1 del crematorio II di Birkenau.
L'apertura 2 nell'agosto 1997.
© Carlo Mattogno
Come risulta dal confronto tra le fotografie 16, 17 e 18, l'apertura n.2 che appare nella fotografia del 1945 è stata successivamente allargata, soprattutto nella parte a est.
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Fotografia 16
Copertura di cemento armato del Leichenkeller 1 del crematorio II di Birkenau.
L'apertura 2 nel giugno-luglio 1945.
Ingrandimento della fotografia 2.
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Fotografia 17
Copertura di cemento armato del Leichenkeller 1 del crematorio II di Birkenau.
L'apertura 2 nel luglio 1992.
© Carlo Mattogno
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Fotografia 18
Copertura di cemento armato del Leichenkeller 1 del crematorio II di Birkenau.
L'apertura 2 nell'agosto 2000.
© Carlo Mattogno
Poiché nel 1991 i lati maggiori dell'apertura misuravano cm 50 x 86 e nel 1945 essa era ancora più piccola, quest'apertura non poteva contenere una colonna con sezione quadrata di cm 70 x 70, dunque tale apertura è assolutamente incompatibile con la testimonianza essenziale di Kula.
Quando e da chi è stata praticata questa apertura?
Photo-2
La fotografia 2 fu scattata da Stanisaw Kolowca, che il 29 maggio 1945 fu assunto come fotoreporter dal giudice istruttore Jan Sehn (107). Essa fu pubblicata come fotografia n. 70 negli atti del processo Höss (108) e risale probabilmente ai mesi di giugno-luglio 1945.
Nella perizia sui crematori di Auschwitz-Birkenau effettuata dal prof. Roman Dawidowski per incarico di Jan Sehn e terminata il 26 settembre 1946, si dice che il 12 maggio e il 4 giugno 1945 furono eseguite ispezioni nella zona del crematorio IV e del crematorio II, dove furono rinvenuti
«2 chiusure danneggiate delle aperture di ventilazione della camera a gas di tale crematorio / Zinksiebe 7 x 18 cm - ordinazione n. 162.» (109)
La perizia tossicologica eseguita dal dott. Jan Z. Robel il 15 dicembre 1945 specifica al riguardo:
«Il 12 maggio 1945 furono ricevute 4 chiusure complete e 2 danneggiate delle aperture di ventilazione, trovate durante l'ispezione del crematorio n. II a Birkenau, che provenivano dalle aperture di ventilazione della camera a gas /Leichenkeller n.1/ di tale crematorio.» (110)
L'ispezione a questa presunta camera a gas fu dunque molto accurata, dato che permise di trovare le sei chiusure summenzionate (111). D'altra parte queste non furono trovate accidentalmente, ma furono cercate, perché Jan Sehn sapeva dell'impianto di ventilazione del Leichenkeller 1 sia dalle piante dei crematori poi analizzate da Dawidowski, sia dal registro della "Schlosserei", dal quale risulta che questa officina fabbricò 50 chiusure di tal fatta per il crematorio II (112).
Tuttavia nella sua perizia, che elenca quasi tutti gli "indizi criminali" ripresi successivamente da Pressac (incluse varie fotografie e otto piante dei crematori), il prof. Dawidowski non menzionò alcuna apertura sul soffitto del locale. Per quanto riguarda i presunti congegni di introduzione dello Zyklon B, egli si limitò a rilevare:
«Poi una SS con maschera antigas apriva dal di fuori le botole (klapy) delle aperture sul soffitto della camera a gas e versava il contenuto dei barattoli di Zyklon nella colonna di vaporizzazione di rete [metallica] che si trovava sotto queste aperture.» (113)
Perché il prof. Dawidowski non menzionò l'indizio importantissimo dell'apertura n. 2 sul soffitto del Leichenkeller 1?
Esso, se esisteva, non poteva essere sfuggito a Jan Sehn nel corso della sua ispezione del 12 maggio 1945. A mio avviso, l'apertura fu praticata proprio nel corso delle indagini di Jan Sehn per trovare all'interno delle rovine del Leichenkeller prove o indizi dell' attività criminale presuntamente svolta nel locale dalle SS. Non si può tuttavia escludere che essa fosse stata praticata precedentemente dai Sovietici per lo stesso scopo.
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Fotografia 19
Disegno del dispositivo di introduzione dello Zyklon B realizzato da J.-C. Pressac secondo
le dichiarazioni di Michal Kula
Un'ultima osservazione. Pressac ha pubblicato un disegno del congegno descritto da Kula proprio nel capitolo dedicato al testimone Tauber, che Provan ha letto con particolare attenzione e da cui ha tratto due citazioni. Tale disegno, come mostra la fotografia 19, indica sia le misure dei lati della colonna (cm 70 x 70), sia la fonte documentaria (114).
Inoltre, l'opera "Anatomy of the Auschwitz Death Camp" (115), che Provan ben conosce perché la cita nella nota 35 a p. 10 - contiene un capitolo intitolato "Gas Chambers and Crematoria", che è stato redatto da Franciszek Piper, nel quale, con riferimento alla testimonianza di Michal Kula, si legge:
«Zyklon B was distributed in the gas chamber through four introduction columns custom-made in the metalwork shops of the camp.They were shaped like pillars and made of two wire grids with a movable core. Cross sections of the pillars, 3 m high, formed a square, each measuring 70 cm.» (116)
Nonostante ciò, Provan, nel suo studio, non ne parla mai. Perché?
E perché ha invece ripiegato sulla irrilevante testimonianza di Karl Schultze?
Evidentemente perché la testimonianza di Kula, per quanto riguarda le misure, non concorda con nessuna delle aperture che si trovano sul soffitto del Leichenkeller 1 del crematorio II.
L'apertura n.7
Lo studio dell'apertura n. 7 ci permette di capire meglio la trasformazione negli anni dell'apertura n.2.
Provan accetta l'argomentazione revisionistica che questa apertura
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Fotografia 20
Copertura di cemento armato del Leichenkeller 1 del crematorio II di Birkenau.
L'apertura 7 nel giugno 1990.
© Carlo Mattogno
«cannot be a Zyklon B insertion hole, for the simple reason that up until a few years ago, the rebars originally running west to est were merely cut at the western end and pulled up and over to the est. (This was true, though now only one of these rebars remains intact; the rest, as we have observed, have benn removed). The Germans would have never constructed a poison gas aperture like this, since it could not be airtight» (p.26).
Infatti nel 1990 questa apertura era come appare nella fotografia 20.
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Fotografia 21
Copertura di cemento armato del Leichenkeller 1 del crematorio II di Birkenau.
L'apertura 7 nel giugno 1990.
© Carlo Mattogno
Dal bordo del lato est dal cemento uscivano cinque tondini di ferro lunghi fino a 40 cm piegati indietro sul soffitto del Leichenkeller, inoltre due tondini trasversali delimitavano i lati nord e sud dell'apertura (vedi fotografia 21), i cui bordi presentavano evidenti tracce di scalpellatura.
Questi tondini erano ancora intatti nel 1991 (vedi fotografia 22) e nel 1992 (vedi fotografia 23).
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Fotografia 22
Copertura di cemento armato del Leichenkeller 1 del crematorio II di Birkenau.
L'apertura 7 nell'ottobre 1991.
© Carlo Mattogno
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Fotografia 23 (1992)
Copertura di cemento armato del Leichenkeller 1 del crematorio II di Birkenau.
L'apertura 7 nel luglio 1992.
© Carlo Mattogno
Nel 1997 restavano solo due tondini e l'apertura era stata grossolanamente squadrata (fotografia 24).
Nel 2000, infine, restava un solo tondino (fotografia 25).
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Fotografia 24
Copertura di cemento armato del Leichenkeller 1 del crematorio II di Birkenau.
L'apertura 7 nell'agosto 1997.
© Carlo Mattogno
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Fotografia 25
Copertura di cemento armato del Leichenkeller 1 del crematorio II di Birkenau.
L'apertura 7 nell'agosto 2000.
© Carlo Mattogno
Accertato dunque che questa non era un'apertura per l'introduzione dello Zyklon B e che non fu fatta dalle SS, restano le domande: da chi è stata praticata e perché?
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Fotografia 26
Copertura di cemento armato del Leichenkeller 1 del crematorio II di Birkenau.
L'apertura 2 nell'ottobre 1991.
All'interno dell'apertura si nota il coperchio quadrato di cemento di un pozzetto di ispezione della fognatura del crematorio.
© Carlo Mattogno
Comunque sia, quel che è certo è che questa apertura e l'apertura n.2, che furono praticate dopo il crollo del soffitto del locale, furono poi manomesse per farle sembrare aperture di introduzione dello Zyklon B.
Per completare questa sceneggiata, nell'apertura n. 2 fu gettato un coperchio di cemento di uno dei pozzi di ispezione della fognatura del crematorio (fotografia 26), che Pressac aveva precedentemente trovato in prossimità di questa apertura (117).
Concludendo, se sul soffitto del Leichenkeller 1 fossero realmente esiste quattro aperture quadrate di 70 x 70 cm, che bisogno ci sarebbe stato, anche a scopo di indagine, di creare nuove aperture, addirittura più piccole?
Le aperture "criminali" 6 e 8.
Torniamo alle aperture considerate da Provan "criminali". L'apertura n. 6 (fotografie 27 e 28) è una spaccatura chiaramente provocata dal crollo di quella parte del soffitto sul pilastro di sostegno n.6, esattamente come l'apertura n.1. Essa non ha neppure una sagoma definita come l'apertura n.2 e quella n.7.
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Fotografia 27
Copertura di cemento armato del Leichenkeller 1 del crematorio II di Birkenau.
L'apertura 6 nel giugno 1990.
© Carlo Mattogno
Photo-28
Fotografia 28
Copertura di cemento armato del Leichenkeller 1 del crematorio II di Birkenau.
L'apertura 6 nell'agosto 2000.
© Carlo Mattogno
L'apertura n.8 (fotografia 29) fa parte di una lunga frattura della copertura del Leichenkeller provocata dal fatto quella parte della copertura si è staccata dal muro esterno sul quale poggiava (visibile sullo sfondo nella fotografia 30) ed è crollata sui pilastri 6 (del quale affiorano i tondini di ferro a destra della spaccatura) e 5, non visibile, che si trova a sinistra, al di sotto dell'inizio della frattura.
Photo-29
Fotografia 29
Copertura di cemento armato del Leichenkeller 1 del crematorio II di Birkenau.
L'apertura 8 nell'agosto 2000.
© Carlo Mattogno
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Fotografia 30
Copertura di cemento armato del Leichenkeller 1 del crematorio II di Birkenau. Agosto 2000.
© Carlo Mattogno
Linea di frattura di cui fa parte l'apertura 8 (l'ultima a destra nella fotografia) e che continua
dopo di essa (vedi fotografia 31).
Photo-31
Fotografia 31
Copertura di cemento armato del Leichenkeller 1 del crematorio II di Birkenau. Agosto 2000.
Apertura 8 (al centro) e continuazione della frattura di cui essa fa parte.
© Carlo Mattogno
Questa frattura continua a destra del pilastro 6 in una grossa spaccatura nella quale è ben visibile la trama dei tondini dell'armatura (fotografia 31).
L'apertura 8, al pari dell'apertura n.6, è una semplice spaccatura senza forma definita. Inoltre, come appare nell'ingrandimento della fotografia 29, una buona metà della sua superficie (quella superiore) è attraversata da quattro tondini di ferro trasversali, il che da un lato conferma che si tratta di una semplice spaccatura provocata dal crollo della copertura, dall'altro esclude la possibilità che fosse un'apertura di introduzione dello Zyklon B, come Provan ammette per il caso dell'apertura n.7: egli infatti - accettando la tesi revisionistica - esclude che questa apertura servisse per l'introduzione dello Zyklon B proprio per la precedente presenza sui suoi bordi di tondini dell'armatura (p.26).
I "camini"
C'è un altro problema essenziale al quale Provan non ha rivolto alcuna attenzione: quello dei piccoli "camini" presuntamente costruiti sul solaio del Leichenkeller 1 del crematorio II per alloggiare al loro interno e proteggere la parte del congegno di rete metallica per l'introduzione dello Zyklon B, che, come abbiamo visto sopra, sporgeva di 41 cm dal piano del solaio. Secondo Tauber, questi "camini" venivano chiusi "with a concrete cover" (p.4), perciò dovevano essere di mattoni - cosa del resto abbastanza ovvia - e questi mattoni dovevano essere murati con calce o cemento. Tuttavia intorno alle aperture attualmente esistenti sulla copertura di cemento armato non vi è alcuna traccia di questi "camini", ed è impossibile che l'esplosione che ha distrutto il Leichenkeller 1 abbia fatto sparire tutti i mattoni di cui erano fatti.
L'ipotesi di Robert Jan van Pelt
Nel suo rapporto per il processo Irving-Lipstadt, van Pelt fornisce una singolare argomentazione per spiegare l'assenza di aperture di introduzione dello Zyklon B sul soffitto del Leichenkeller 1. Egli, infatti, ritiene "logical" che tali aperture fossero state richiuse dalle SS prima di far saltare in aria il soffitto del crematorio! (118).
Dunque le SS si sarebbero affannate per non far trovare ai Sovietici le tracce delle aperture di immissione dello Zyklon B, ma poi avrebbero lasciato nelle loro mani 5.800 testimoni oculari delle presunte gasazioni omicide e l'intero archivio della Zentralbauleitung! (119).
Senza contare che la chiusura di una grossa apertura in un solaio di cemento armato lascia tracce ben visibili, come si può vedere nel soffitto del Leichenhalle del crematorio I. Quando questo crematorio, alla fine del 1944, fu trasformato in "gasdichter Behandlungsraum" per l'SS-Standortartz (120), nel soffitto dell'ex Leichenhalle, suddiviso in piccoli locali, furono praticate delle aperture rotonde per i tubi del sistema di ventilazione. La lettera del "Luftschtzleiter", l'SS-Obersturmführer Josten, del 26 agosto 1944 menziona infatti la
«Herstellung der für die Beheizungsöfen, sowie für die Ent- und Belüftung erforderlichen Mauerdurchbrüche und Schläuche» (121).
Photo-32
Fotografia 32
Soffitto del Leichenhalle del crematorio I.
Agosto 1997.
Le tracce di una delle aperture rotonde diventilazione del "Luftschutzbunker".
© Carlo Mattogno
Tuttavia, poiché il muro esterno del Leichenhalle era ricoperto di terra (al pari del muro opposto, dalla parte della sala forni), è chiaro che le aperture per i tubi dell'impianto di Entlüftung-Belüftung furono fatte sul soffitto. Successivamente esse furono richiuse, ma sul soffitto del locale ne restano ancora tracce ben riconoscibili, come risulta dalla fotografia 32.
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Fotografia 33
Interno del Leichenkeller 1 del crematorio II. Luglio 1992.
© Carlo Mattogno
Nel Leichenkeller 1 del crematorio si è preservata un'ampia superficie di soffitto intorno al pilastro n. 1, in una zona in cui avrebbe dovuto trovarsi la prima apertura di introduzione dello Zyklon B. Tuttavia esso non presenta alcuna traccia di richiusura, che sarebbe ancor più evidente per il fatto che il soffitto conserva ancora distintamente le sagome delle tavole che furono usate per il lavoro di carpenteria. La fotografia 33 mostra una sezione del soffitto del Leichenkeller 1 (lato est). L'ipotesi di van Pelt è pertanto del tutto infondata.
VIII. L'ATTENDIBILITÀ DEI TESTIMONI TAUBER E KULA
Accertato che sulla copertura di cemento armato del Leichenkeller 1 del crematorio II non esistono e non sono mai esistite aperture per l'introduzione dello Zyklon B, resta da spiegare la concordanza delle testimonianze di Kula e di Tauber. Anzitutto bisogna accertare se i congegni descritti dai due testimoni furono effettivamente costruiti.
Nel § 7 abbiamo visto che, se Kula costruì realmente il congegno da lui descritto, esso era stato commissionato alla WL-Schlosserei (o alla precedente Häftlings-Schlosserei) dalla Zentralbauleitung con uno specifico Auftrag. Ma se ciò è vero, questo Auftrag deve apparire nel registro della WL-Schlosserei.
Ora il 25 luglio 1945 - qualche mese dopo che aveva ascoltato i testimoni Tauber e Kula - il giudice istruttore Jan Sehn redasse un protocollo nel quale riassunse tutte le ordinazioni relative ai crematori che si trovavano nel registro summenzionato:
«Nel libro tra l'altro ci sono le seguenti registrazioni che si riferiscono ai lavori effettuati dalla slusarna (= Schlosserei) in relazione alla costruzione e alla manutenzione dei crematori:» (122)
Segue l'elenco delle registrazioni degli "Aufträge" della Zentralbauleitung relativi ai crematori. Tuttavia in questo lungo elenco, che contiene 85 "Aufträge", il congegno descritto da Kula non appare.
Eppure la prima registrazione è un "Bestellschein" della Zentralbauleitung del 28 ottobre 1942 (123), perciò l'assenza del congegno descritto da Kula non dipende da ragioni cronologiche. Esso non dipende neppure da presunte ragioni di "segretezza", perché nel registro sono riportate varie ordinazioni relative a porte a tenuta di gas (gasdichte Türen) per le presunte camere a gas dei crematori (124).
D'altro canto nel registro appare perfino un lavoro - l'unico dell'intero registro - eseguito personalmente da Kula. Alla fine del suo elenco, Jan Sehn scrive infatti:
«Inoltre sotto il numero corrente 433 del libro c'è una registrazione datata 20 maggio 1943 del seguente tenore:
"Rö[ntgen]-Station in F.L. [Frauenlager]:
Przedmiot [oggetto]: 2 Stück kopl. Verbindungsstücke für Gummischlauch.
Liferzeti [Lieferzeit] - dringend. An Prof. Schumann ausfolgen.
Wykonawca [esecutore]: Kula.
Ukonczono [terminato]: 21.5.43."
Confronta il protocollo dell'interrogatorio del testimone Michal Kula dell'11 giugno 1945» (125).
Jan Sehn sapeva dunque perfettamente che l'affermazione di Kula riguardo alle colonne di introduzione dello Zyklon B era documentariamente infondata e dunque falsa, ma quando, nell'udienza del 15 marzo 1947 del processo Höss, Kula depose come testimone (126) e fornì di nuovo la descrizione delle colonne summenzionate (127), nessuno gli contestò il fatto che il relativo Auftrag non appariva nel registro della WL-Schlosserei. E la ragione di ciò è facilmente comprensibile.
Inoltre, cosa ancor più sorprendente, nell'interrogatorio dell'11 giugno 1945 Kula fa esplicito riferimento al lavoro per il dott. Schumann menzionato sopra e indica il numero esatto del relativo Auftrag nel registro della WL-Schlosserei:
«Dal libro della slusarna (= Schlosserei) risulta che io all'epoca ho dovuto riparare questa pompa /posizione corrente n. 433/.» (128)
Dunque egli conosceva già tale registro, ma allora perché per le colonne in oggetto non indicò alcuna "posizione corrente"?
Anche in questo caso la risposta è facilmente comprensibile.
In secondo luogo, è necessario stabilire se le testimonianze di Kula e di Tauber su questo punto erano indipendenti l'una dall'altra. Ora, poiché le descrizioni delle colonne in questione fornite dai due testimoni sono concordanti e poiché tali colonne non furono mai costruite, è chiaro che qui si ha una concordanza sul falso, sicché la questione della indipendenza delle testimonianze diviene irrilevante. Sta di fatto comunque che Tauber e Kula rimasero a Birkenau rispettivamente fino al 18 e al 21 gennaio 1945 e, considerata la fitta rete di contatti che esisteva tra i detenuti (soprattutto tra quelli che appartenevano ai vari movimenti di resistenza del campo), l'indipendenza delle testimonianze appare oltremodo dubbia.
IX. CONCLUSIONE
La tesi delle aperture di introduzione dello Zyklon B sulla copertura di cemento armato del Leichenkeller 1 del crematorio II si fonda esclusivamente su dichiarazioni di sedicenti testimoni oculari, in particolare, di Michal Kula, e, a sostegno di essa, non esiste nessuna prova documentaria o materiale. Queste dichiarazioni, a loro volta, non hanno alcun riscontro documentario né materiale, dunque sono completamente inattendibili. Allo stato attuale, la copertura del Leichenkeller 1 del crematorio II non presenta alcuna apertura di introduzione dello Zyklon B, né è possibile che esse siano state richiuse senza lasciare alcuna traccia. Tali aperture, dunque, non sono mai esistite.
Ciò non giustifica lo slogan "No Holes? No Holocaust", ma giustifica pienamente questa conclusione:
Niente aperture, niente camera a gas omicida nel crematorio II, niente camera a gas omicida nel crematorio II, niente camere a gas omicide ad Auschwitz.
"No Holes, No Gas Chambers".
Abbreviazioni
AGK : Archiwum Glównej Komisji Badania Zbrodni w Polsce (Archivio della Commissione centrale di inchiesta sui crimini tedeschi in Polonia), Varsavia
APMO : Archiwum Panstwowego Muzeum Oswiecim-Brzezinka (Archivio del Museo di Stato Auschwitz-Birkenau)
IMT : Der Prozess gegen die Hauptkriegsverbrecher vor dem internationalen Militärgerichtshof. Nürnberg 1947.
NA : National Archives, Washington D.C.
RGVA: Rossiiskii Gosudarstvennii Vojennii Archiv (Archivio russo di Stato della guerra, ex TCIDK - Tsentr Chranenija Istoriko-dokumental'nich Kollektsii, Centro di custodia della collezione storico-documentaria, Mosca)
Finito il 26 marzo 2001
NOTE
1. Il motto "No Holes, No Holocaust" è di Robert Faurisson.
2. Printed by : Zimmer Printing, 410 West Main Street, Monongahela, PA 15063. © 2000 by Charles D. Provan.
3. Royal Courts of Justice, sentenza del giuduce Gray dell'11 aprile 2000, punti 7.91-7.94.
4. University of California Press, Berkeley Los Angeles, 1994, pp. 187-188
5. Idem, p.188.
6. Limes Verlag, Wiesbaden und München 1982.
7. Idem, p. 204.
8. Pianta 933 del 19 gennaio 1944, in : J.-C. Pressac, Auschwitz: Technique and Operation of the Gas Chambers. The Beate Klarsfeld Foundation, New York 1989, pp. 280-281.
9. IMT, vol. XX, p. 545.
10. Idem, p. 550.
11. Idem, p. 551.
12. Bendel si chiamava "Charles Sigismund".
13. Témoignages sur Auschwitz. Paris 1946.
14. Idem, p. 161.
15. J.-C. Pressac, Auschwitz: Technique and Operation of the Gas Chambers , p. 286.
16. NI-11953. Interrogatorio del 2 marzo 1946.
17. NI-11390.
18. Il soffitto del Leichenkeller 2 era alto m 2,30. J.-C. Pressac, Auschwitz: Technique and Operation of the Gas Chambers, p. 286.
19. Copyright by Dr. Nyiszli Miklos, Oradea, Nagyvárad, 1946.
20. Auschwitz. A Doctor's Eyewitness Account. Fawcett Crest, New York 1961.
21. Si tratta del Leichenkeller 2, il presunto "spogliatoio".
22. Dr. Mengele boncolóorvosa voltam az auschwitz-i krematóriumban, p. 33 ("lunga circa 200 metri").
23. Il Leichenkeller 1, la presunta "camera a gas".
24. Dr. Mengele boncolóorvosa voltam az auschwitz-i krematóriumban, p. 34 ("Questa sala ha la stessa grandezza della sala spogliatoio").
25. Idem, p. 35 ("a 30 metri l'uno dall'altro").
26. Auschwitz. A Doctor's Eyewitness Account, p. 44-45.
27. Dr. Mengele boncolóorvosa voltam az auschwitz-i krematóriumban, p. 35.
28. J.-C. Pressac, Auschwitz: Technique and Operation of the Gas Chambers , p. 286.
29. Dr. Mengele boncolóorvosa voltam az auschwitz-i krematóriumban, p. 37
30. Auschwitz. A Doctor's Eyewitness Account, p. 47.
31. Dr. Mengele boncolóorvosa voltam az auschwitz-i krematóriumban, p. 32.
32. Auschwitz. A Doctor's Eyewitness Account, p. 43.
33. Idem, p. 149.
34. Idem, p. 37. Nyiszli fu trasferito dal crematorio II al crematorio V dopo il 18 novembre 1944. Ibidem, p. 139 e 146.
35. Témoignages sur Auschwitz., p. 161-162.
36. Lo Zyklon B non era costituito da "cristalli", ma di un supporto inerte - normalmente granuli di farina fossile - imbevuto di acido cianidrico.
37. Filip Müller, Sonderbehandlung. Drei Jahre in den Krematorien und Gaskammern von Auschwitz. Verlag Steinhausen, München 1979, p. 96.
38. Idem, p. 287.
39. Auschwitz: un caso di plagio. Edizioni La Sfinge, Parma 1986; trad. ingl. : Auschwitz: A Case of Plagiarism, The Journal of Historical Review, vol. 10, n. 1, spring 1990.
40. Did Six Million Really Die? Report of the Evidence in the Canadian "False News" Trial of Ernst Zündel - 1988. Edited by Barbara Kulaszka. Samisdat Publishers Ltd., Toronoto 1992, p. 353.
41. Ernst Gauss, Vorlesungen über Zeitgeschichte. Strittige Fragen im Kreuzverhör. Grabert Verlag, Tübingen 1993, pp. 104-107. Jean-Marie Boisdefeu, La controverse sur l'extermination des Juifs par les Allemands. Vrij Historisch Onderzoek, Anvers 1996, Tome I, pp. 162-165.
42. Mission: 60 PRS/462 SQ. Exposure : 3056. Can : D 1508, 31 maggio 1942, NA.
43. Did Six Million Really Die? Report of the Evidence in the Canadian "False News" Trial of Ernst Zündel - 1988, p. 353.
44. Misurazione dell'Autore sulle rovine del Leichenkeller 1 del crematorio II.
45. Testimony of Rudolf Hoess taken at Nuremberg Germany, on 1 April 1946, 1470 to 1730 by Mr. Sender Jaari and Lt. Whitney Harris, pp. 17 - 19.
46. Idem, p. 20.
47. Ibidem.
48. Idem, p. 26.
49. Idem, p. 25. Provan cita questo passo a p. 15.
50. Questo campo non è mai esistito. Esso dovrebbe corrispondere a "Sobibór", ma è assolutamente incomprensibile come Höss possa aver deformato "Sobibór" in "Wolzek".
51. NO-1210.
52. Testimony of Rudolf Hoess taken at Nuremberg Germany, on 1 April 1946, 1470 to 1730 by Mr. Sender Jaari and Lt. Whitney Harris, p. 27.
53. NO-1210.
54. PS-3868.
55. Danuta Czech, Kalendarium der Ereignisse im Konzentrationslager Auschwitz-Birkenau 1939-1945. Rowohlt Verlag, Reinbeck bei Hamburg 1989, p. 186.
56. J-C. Pressac, Les crématoires d'Auschwitz. La machinerie du meurtre de masse. CNRS Editions, Paris 1993, p. 115.
57. Nationalsozialistische Massentötungen durch Giftgas. Eine Dokumentation. Herausgegeben von Eugen Kogon, Hermann Langbein, Adalbert Rückerl u.a. S. Fischer Verlag, Frankfurt/Main 1983, p.165.
58. Idem, p. 182.
59. Testimony of Rudolf Hoess taken at Nuremberg Germany, on 1 April 1946, 1470 to 1730 by Mr. Sender Jaari and Lt. Whitney Harris, p. 25.
60. J-C. Pressac, Les crématoires d'Auschwitz. La machinerie de meurtre de masse, documento 9 fuori testo.
61. Idem, documenti 10-11 fuori testo.
62. Testimony of Rudolf Hoess taken at Nuremberg Germany, on 1 April 1946, 1470 to 1730 by Mr. Sender Jaari and Lt. Whitney Harris, p. 25.
63. Pianta 936(p), 936 (r), 1173-1174(p), 1173-117(r), 933, 933[-934], 933[-934](p), 933[-934](r), 932(p), 932(r), 934 in: J.-C. Pressac, Auschwitz: Technique and Operation of the Gas Chambers, pp. 268-288.
64. J-C. Pressac, Auschwitz: Technique and Operation of the Gas Chambers, p. 302. Idem, Les crématoires d'Auschwitz. La machinerie de meurtre de masse, pp. 63-64.
65. Vedi al riguardo il mio studio La "Zentralbauleitung der Waffen-SS und Polizei Auschwitz". Edizioni di Ar, Padova 1998.
66. Kalendarium der Ereignisse im Konzentrationslager Auschwitz-Birkenau 1939-1945, p. 241.
67. Quello che appare nella pianta 2003 del 19 dicembre 1942.
68. J.-C. Pressac, Auschwitz: Technique and Operation of the Gas Chambers, pp. 311-312.
69. J-C. Pressac, Les crématoires d'Auschwitz. La machinerie de meurtre de masse, p. 54 e 50.
70. Idem, pp. 64-65.
71. W.W. Norton & Company, New York London 1996.
72. Auschwitz 1270 to the present. W.W. Norton & Company, New York London 1996, p. 324. La pianta 2003 del 19 dicembre 1942 viene pubblicata dai due autori come Plate 17 nell'allegato "Plates. Blueprints of Genocide".
73. Il Leichenkeller 1.
74. J-C. Pressac, Les crématoires d'Auschwitz. La machinerie du meurtre de masse, p. 60.
75. Ibidem.
76. Nota dell' SS-Untersturmführer Wolter del 27 novembre 1942. RGVA, 502-1-313, p. 65.
77. Bericht Nr. 1 sui lavori di costruzione dei crematori redatto da Bischoff per Kammler il 23 gennaio 1943. RGVA, 502-1-313, pp. 54-55.
78. Ibidem.
79. Topf, Arbeits-Bescheinigung di Messing per il 15-21 marzo 1943. APMO, BW 30/31, p. 25.
80. Secondo la pianta 1311 del 14 maggio 1942, che il 27 novembre era ancora in vigore. Cfr. J-C. Pressac, Auschwitz: Technique and Operation of the Gas Chambers, op. cit., p. 294.
81. Baubericht für Monat Oktober 1942. RGVA, 502-1-24, p. 86.
82. Lettera di Bischoff alla ditta Huta del 14 ottobre 1942. RGVA, 502-1-313, p. 112.
83. J-C. Pressac, Auschwitz: Technique and Operation of the Gas Chambers, p. 284.
84. J-C. Pressac, Les crématoires d'Auschwitz. La machinerie du meurtre de masse, p. 60.
85. Il Leichenhalle del crematorio.
86. J-C. Pressac, Les crématoires d'Auschwitz. La machinerie du meurtre de masse, p. 34.
87. RGVA, 502-1-336, numero di pagina illeggibile.
88. Arbeits-Bescheinigung di Messing per la settimana 8-14 marzo 1943. APMO, AuII-BW 30/31, p. 26.
89. Il „Kalendarium der Ereignisse im Konzentrationslager Auschwitz-Birkenau 1939-1945" indica erroneamente la data del 13 marzo (p. 440).
90. Provan scrive al riguardo: "The Pressac date for the beginning of gassing at Krematorium 2 is about the middle of March, 1943, so this would be the latest date for the 'installation' of introduction holes" (pp. 18-19).
91. Protokolle des Todes, "Der Spiegel", 40/1993, p. 162. Passo citato da Provan in traduzione inglese a p.4.
92. Processo Höss, tomo 2, pp. 99-100.
93. RGVA, 502-1-295, p. 63.
94. Vedi nota precedente.
95. Per le fonti e i relativi documenti rimando al mio studio già citato La "Zentralbauleitung der Waffen-SS und Polizei Auschwitz".
96. APMO, BW 1/31/162, pp. 328-328a.
97. Processo Höss, tomo 11, p. 86.
98. "Za", letteralmente "dietro".
99. Processo Höss, tomo 11, interrogatorio di Henryk Tauber del 24 maggio 1945, pp. 129-130.
100. Misurazione dell'autore. Pressac pubblica 5 fotografie che mostrano la stessa apertura, ma il diametro da lui indicato (25 cm) è errato. J-C. Pressac, Auschwitz: Technique and Operation of the Gas Chambers, p. 365.
101. Misurazione dell'autore sulle rovine del crematorio III.
102. Vedi il disegno della Topf D 59366 del 10 marzo 1942, "Schnitt b-b", dove si legge: "Diese Öffnungen liegen über jeder Ofen-Mitte". J-C. Pressac, Les crématoires d'Auschwitz. La machinerie du meurtre de masse. Pressac, documento 15 fuori testo.
103. J.-C-Pressac, Auschwitz: Technique and Operation of the Gas Chambers, p. 367.
104. La seconda apertura sul solaio della sala forni è troppo indistinta per poter giudicare quanto sia stata danneggiata; il danno, inoltre, è stato provocato dal crollo del solaio su un pilastro di sostegno.
105. J.-C-Pressac, Auschwitz: Technique and Operation of the Gas Chambers, p. 338.
106. Michele Giua - Clara Giua-Lollini, Dizionario di chimica generale e industriale. UTET, Torino 1949, vol. II, voce "Esplosivi", p.178.
107. AGK, NTN, 93, p. 29.
108. Idem, p. 45.
109. Idem, p. 30.
110. Idem, p. 72.
111. Le fotografie di due di queste chiusure sono state pubblicate da Pressac ( Auschwitz: Technique and Operation of the Gas Chambers, p. 487).
112. "18.2.43. Nr. 83. [...]. 50 Stick (sic) Blechsiebe 7 x 18 cm. Liefertermin 17.2.43". Processo Höss, tomo 11, p. 83.
113. Processo Höss, tomo 11, p. 45.
114. J.-C-Pressac, Auschwitz: Technique and Operation of the Gas Chambers, p. 487.
115. Yisrael Gutman and Michael Berembaum, editors. Indiana University Press, Bloomington and Indianapolis 1994.
116. Idem, p. 167.
117. J.-C-Pressac, Auschwitz: Technique and Operation of the Gas Chambers, p. 229, didascalia del documento 46.
118. "The Pelt Report", p. 295.
119. Kalendarium der Ereignisse im Konzentrationslager Auschwitz-Birkenau 1939-1945, p. 995.
120. La relativa pianta 4287 del 21 settembre 1944 è intitolata "Ausbau des alten Krematorium. Luftschutzbunker für SS Revier mit einem Operationsraum". RGVA, 502-2-147, p. 20.
121. RGVA, 502-1-401, p. 37.
122. Processo Höss, tomo 11, p. 82.
123. Ibidem.
124. Auftrag 323 del 16 aprile 1943, Processo Höss, tomo 11, p. 92. Altri riferimenti alle pagine 84 ("4 dichte Türen"), 90 ("Gasduchte [sic] Türen"),
125. Processo Höss, tomo 11, p. 97.
126. AGK, NTN, 107, p. 467-523.
127. In questa deposizione Kula disse che le colonne erano alte 2,5 metri, perché credeva che il soffitto del Leichenkeller 1 fosse alto solo 2 metri. Idem, p. 498.
128. Processo Höss, tomo 2, p. 83.
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10/02/2012
040 - Un difensore d'ufficio di Florent Brayard: Rudy Leonelli
di Carlo Mattogno
Il libro di Florent Brayard (in foto.BW5a) "Comment l'idée vint à M.Rassinier. Naissance du révisionnisme", sia per il suo apparato pseudoscientifico, sia, soprattutto, per l'avallo ufficiale ad esso conferito da Pierre Vidal-Naquet, è apparso agli occhi dei creduli propagandisti dell'olocaustismo come la confutazione radicale e definitiva del revisionismo nella sua genesi storica. La pia illusione è presto crollata sotto la critica revisionistica, che ha messo in luce la totale inconsistenza delle tesi propugnate da Brayard.
Per ciò che mi concerne, nel mio opuscolo "Rassinier, il revisionismo olocaustico e il loro critico Florent Brayard" ho dimostrato sulla base di dati di fatto oggettivi, verificabili da tutti, che il libro di Brayard è fondato sulla malafede eretta a sistema, che fa largo ricorso alle insinuazioni calunniose nel campo politico e psicologico, al travisamento e alla falsificazione in quello argomentativo.
La reazione degli apologisti nostrani, che si sono visti rompere le uova nel paniere, non si è fatta attendere, ed ecco apparire prontamente su "Altreragioni" la "risposta" di tale Rudy Leonelli, uno dei tanti caudatari che hanno il compito di screditare il revisionismo sul piano non già storiografico, bensì meramente propagandistico, l'unico accessibile alla loro caratura intellettuale.
Costui, che appartiene alla fitta schiera di coloro che sanno poco o nulla non solo di revisionismo, ma perfino di olocaustismo, non poteva ovviamente avventurarsi in un attacco frontale che avrebbe svelato in modo troppo brutale la sua ignoranza storica; allora ricorre ad un artificio subdolo: finge una recensione. Con il pretesto di recensire il libro di Brayard, egli tenta dunque una confutazione della critica revisionistica allo "storico" francese, in particolare del mio opuscolo summenzionato. Con questo artificio, l'autore si esime -- o crede di esimersi -- dal rispondere seriamente al mio scritto sui problemi storico-tecnici dibattuti da Brayard, i quali, insieme alle problematiche che suscita il rapporto Gerstein -- si affretta a precisare -- "esulano dal presente lavoro" (p.190), come a dire che lì, in sede di recensione, egli, purtroppo, non può occuparsi di questi problemi! Considerata la competenza specifica di questo apologeta di Brayard, si può esser certi che egli, questi problemi, non li affronterà mai, in nessun'altra sede. Contro tale eventualità, del resto, il signor Leonelli si è già saggiamente premunito con un opportuno paralogismo sul quale ritornerò successivamente. C'è perfino da chiedersi quanto, di questi problemi, il nostro apologista abbia capito nel libro stesso di Brayard, ma una cosa l'ha capita di sicuro: che questo libro, per gli adoratori del vitello d'oro olocaustico, può essere una buona arma contro il revisionismo, e per questo egli si autonomina difensore d'ufficio di Brayard e si atteggia a fustigatore di coloro che dissentono dalla buona novella proclamata dal maestro.
Com' era inevitabile, il risultato dei suoi sforzi non è né una recensione del libro in oggetto, né una critica del mio opuscolo. Tutto ciò che il difensore d'ufficio di Brayard riesce a scodellare è un'abbondante piatto di rancida minestra vidalnaquetiana.
Per far capire subito chi è, egli comincia la sua "recensione" travisando una citazione di Cesare Saletta:
"Nel testo che accompagna il comunicato incontriamo accorgimenti come questo: si rimprovera al libro di Brayard di avere "omesso di rammentare", nel contesto di osservazioni svolte a pag.45 del libro, l'invalidità di "95% più un altro 10%" riportata da Rassinier. Ma questo "resoconto" omette a sua volta di comunicare (e non semplicemente di rammentare) al lettore che Brayard ha, fin dall'introduzione, sottolineato l'invalidità del 100+5% riportata da Rassinier in conseguenza delle torture seguite al suo arresto da parte della Gestapo (p.30)" (p.183).
In realtà, se qui c'è qualcuno che "omette", questi è proprio il signor Leonelli. In effetti Saletta, riassumendo le affermazioni di Brayard, scrive:
"Rassinier era afflitto da un profondo senso di colpa, "indicibile e pregnante per sempre": aveva avuto coscienza del fatto che il trattamento usatogli a Dora era stato quello di un privilegiato, "in definitiva sottoposto per poche settimane al regime ordinario dei deportati"; per il resto, otto mesi e mezzo, in varie riprese, di ricovero in infermeria e più di due mesi alle dirette dipendenze di un ufficiale della SS (nel contesto di queste considerazioni il Brayard omette di rammentare a chi lo legge che il trattamento privilegiato -- anzi, "particolarmente" privilegiato --, sommandosi alle sevizie subite nel corso degli undici giorni passati tra le grinfie della Gestapo al tempo dell'arresto -- un rene fuori uso, la mandibola fratturata, le mani schiacciate -, si era risolto per Rassinier in un'invalidità, autentica, del 95% più un altro 10%)".
Dunque Saletta dice che Brayard "omette di rammentare" il fatto dell'invalidità riportata da Rassinier "nel contesto di queste considerazioni". Il signor Leonelli omette a sua volta di precisare quale sia questo contesto, fornendone per di più un'indicazione di pagina errata ("nel contesto di osservazioni svolte alla pag.45 del libro [di Brayard]"), poiché il contesto cui si riferisce Saletta è quello esposto dallo "storico" francese alle pp. 57-58. Se si mette da parte la malafede, il senso dell'argomento di Saletta appare chiaro: Brayard, mentre pretende che Rassinier abbia goduto di un trattamento privilegiato durante la sua detenzione, omette di rammentare che la sua invalidità fu effetto anche di questa detenzione; ed è evidente che, se lo avesse rammentato, la sua affermazione sarebbe parsa quantomeno dubbia perfino ad un minus habens anti"negazionista". Quanto poi alla presunta omissione di Saletta, non a caso egli usa il verbo "rammentare", il quale (se di nuovo si mette da parte la malafede) significa che Brayard ha già "comunicato". La cosa più grave, sulla quale il signor Leonelli tace, è che Brayard, come rileva Saletta nel prosieguo del passo citato sopra, vorrebbe individuare nel presunto "sentiment de culpabilité" di Rassinier la genesi unica ed esclusiva della sua attività revisionistica, senza tener conto del contesto storico-politico in cui essa venne alla luce.
Il signor Leonelli, si volge poi al mio opuscolo "Rassinier, il revisionismo olocaustico e il loro critico Florent Brayard".
Per mostrare quale sia l'onestà intellettuale del nostro critico, premetto un riassunto molto sommario dei metodi di lavoro del suo involontario cliente. Il ricorso a questo mezzo sarà forse noioso, ma, con gente di tale risma, è necessario e inevitabile.
Per quanto riguarda gli "argomenti" che Brayard oppone a Rassinier, nell'opuscolo in questione ho documentato tra l'altro:
1) la malafede di Brayard riguardo all'interpretazione del rapporto Korherr (questione della deportazione nei campi di concentramento);
2) l'avallo di Brayard alla falsificazione storica di Georges Wellers a proposito di "Evakuierung" e "Sonderbehandlung";
3) la falsificazione di Brayard relativa all'equivalenza tra "evacuazione" e "sterminio";
4) la malafede di Brayard riguardo all'efficienza dei motori Diesel a scopo omicida;
5) la malafede di Brayard riguardo alle presunte parole di Globocnik riportate da Gerstein;
6) l'avallo di Brayard alla falsificazione storica di G. Wellers relativa alle dimensioni dell'edificio di "gasazione" di Belzec;
7) la falsificazione storica di Brayard riguardo ai tre rapporti di Gerstein del 6 maggio 1945;
8) la malafede di Brayard nel calcolo truffaldino relativo al numero di persone contenute nelle "camere a gas";
9) la malafede di Brayard riguardo al racconto del visitatore anonimo di Rassinier (Brayard spaccia per critiche contro Gerstein quelle che Rassinier rivolge invece al racconto del visitatore);
10) la malafede di Brayard riguardo all'identificazione di questo visitatore con Pfannenstiel;
11) l'avallo di Brayard alla falsificazione storica di G. Wellers relativa all'invio da Belzec di un vagone con 3.000 kg di capelli umani.
Ora, di tutte queste critiche il signor Leonelli ne menziona una sola, ma non per contestarla, bensì per accettarla! Ciò facendo, però, egli ne travisa il significato fornendo un altro eccellente saggio della sua onestà. Egli scrive:
"Esulano dal presente lavoro contenziosi su peso e numero delle vittime di gassaggi descritti in documenti e testimonianze. Registro comunque il fatto (rilevato da Mattogno) che l'equazione proposta da Brayard nella nota 3 a p.341 nell'intento di imprimere coerenza alle precisazioni numeriche fornite da Gerstein è errata. [...].
Ma la rilevanza della nota nell'economia del testo di Brayard è minima. Nell'ambito dello stesso capitolo IX, "Le mystérieux compagnon de Kurt Gerstein", essa ha una collocazione periferica ed è accessoria rispetto al nucleo dell'argomentazione di Brayard, che verte sull'identificazione di Pfannenstiel. In mancanza di argomenti forti contro questa identificazione, il signor Mattogno enfatizza un errore laterale" (p.190, nota 7).
Il signor Leonelli mentisce sapendo di mentire.
Anzitutto, è falso che "la rilevanza della nota nell'economia del testo di Brayard" sia "minima": è vero proprio il contrario, perché in tale contesto la sua rilevanza è essenziale. Per gettare polvere olocaustica negli occhi del lettore, con un piccolo trucco, il signor Leonelli storna la sua attenzione dal contesto diretto al contesto indiretto, l'intero capitolo in cui la nota in questione è contenuta. Ora, se è vero che questa è "perfiferica" rispetto all'argomento esposto nel titolo di tale capitolo, anzi, propriamente con esso non ha nulla a che vedere, non è men vero che Brayard ha escogitato la sua "doppia equazione" in difesa non già di Pfannestiel, ma di Gerstein. Vediamo dunque qual è il contesto diretto in cui essa appare.
Il problema fondamentale che cruccia Brayard, come prima aveva crucciato tutti i difensori d'ufficio di Gerstein, è l'affermazione del nostro "testimone oculare" secondo la quale nelle "camere a gas" di Belzec, che misuravano m 5 x 4 o 5 x 5, furono pigiate 700-800 persone.
Non è necessaria una "doppia equazione" brayardiana per calcolare che ciò corrisponderebbe a una densità minima di 28 persone per metro quadrato e massima di 40 persone.
Prima di Brayard, Georges Wellers aveva tentato di risolvere l'enigma ingrandendo d'autorità l'edificio delle "gasazioni" sulla base di misure inventate di sana pianta. Ma con questa impostura egli era riuscito ad aumentare la superficie delle "camere a gas" soltanto a 34 m2, riducendo la densità delle vittime a 20-23 per metro quadrato. Ancora troppo!
Alle pp. 340-341 del suo libro, Brayard vuole dunque "porre fine a questa polemica abbastanza sordida iniziata da Rassinier", cioè vuole risolvere l'enigma. Dopo aver riassunto i risultati - poco soddisfacenti - raggiunti da G. Wellers, Brayard, per avvalorare i calcoli insensati addotti da Gerstein al fine di giustificare dal punto di vista fisico-matematico la sua assurda affermazione delle 700-800 persone su 20 o 25 metri quadrati, presenta la propria "doppia equazione", la quale non è solo errata nel risultato, ma è anche impostata in modo truffaldino, perché uno dei due termini noti (70 kg, peso medio di un adulto) è un'assunzione arbitraria di Brayard, l'altro (30 kg, peso medio delle vittime delle "camere a gas" secondo K. Gerstein) è una sua scelta parimenti arbitraria tra le tre cifre diverse che Gerstein fornisce nei tre rapporti del 6 maggio 1945, che sono 30, 35 e 65 kg. Questa scelta mostra del resto apertamente la malafede di Brayard, perché, per ragioni matematiche, solo con il valore "30" egli poteva sperare di ingannare il lettore con il suo trucco matematico.
Come si vede, nel suo vero contesto, la "rilevanza" della "doppia equazione" di Brayard è tutt'altro che "minima".
Il signor Leonelli non si accontenta però di questa pia menzogna e ve ne aggiunge un'altra, ancora più grave, affermando che io, con una tattica di sostituzione, "in mancanza di argomenti forti" contro la presunta identificazione del misterioso visitatore di Rassinier con il prof. Pfannestiel operata da Brayard, avrei enfatizzato un "errore laterale". In realtà, dopo aver liquidato la stolida pretesa di Brayard di aver risolto definitivamente l'enigma fisico sopraindicato, ho liquidato la sua non meno stolida pretesa di aver risolto definitivamente l'enigma dell'identità del misterioso visitatore di Rassinier. Anzitutto ho rilevato che questa presunta identificazione era già stata supposta -- e dico semplicemente supposta -- da G. Wellers, indi P.Vidal-Naquet, con la sua notoria onestà intellettuale, aveva trasformato con un tocco di bacchetta magica olocaustica la supposizione di G. Wellers in certezza assoluta.
L'ultimo venuto, Brayard, non ha saputo fare altro che ripetere la mistificazione del maestro, aggiungendo di suo solo un'altra menzogna. Vediamo come e perché. La lettera che il vero Pfannestiel scrisse a Rassinier il 3 agosto 1963 dimostra irrefutabilmente, per semplici ragioni cronologiche, che Pfannestiel non era l'uomo che aveva fatto visita a Rassinier a Parigi due mesi prima. Ciò contraddice ovviamente l'intangibile dogma vidalnaquetiano.
Come fare?
Semplicissimo: basta proclamare -- senza alcuna prova, senza alcun indizio -- che l'incontro di Rassinier con il misterioso visitatore avvenne dopo tale lettera, nel settembre 1963, in Germania, e dichiarare poi sfrontatamente che, riguardo alla data e al luogo dell'incontro, sia Rassinier, sia la moglie di lui, hanno mentito!.
Una identificazione" davvero ineccepibile!
Chi dunque enfatizza, anzi, inventa "in mancanza di argomenti forti" a favore di questa "identificazione", è proprio Brayard, che, per sostenerla, è costretto a ricorrere a una volgare menzogna. E il signor Leonelli, dal canto suo, non solo avalla omertosamente questa menzogna, ma, per sviare il lettore, ve ne aggiunge un'altra di propria fattura!
Quanto alle altre critiche da me formulate a Brayard, il signor Leonelli tace, non sa che cosa dire, non ha nulla da obiettare, dunque ne accetta tacitamente il valore e la fondatezza.
E infatti, "in mancanza di argomenti forti" -- è proprio il caso di dirlo -- egli si appiglia a una quindicina di righe del mio opuscolo, le isola dal contesto, ne stravolge il significato e dedica più di due pagine alla loro "confutazione" esponendo tre "argomenti". Egli scrive:
"In materia di probità intellettuale, al fine di saggiare la probità di tali precettori, scelgo un brano dal libretto negazionista contro Brayard:
"Brayard non adduce una sola prova della presunta adesione di Rassinier all'ideologia della destra: egli non solo non ha mai rivendicato «la sua nuova appartenenza», ma ha sempre respinto con durezza le accuse di collaborazionismo con ex SS (p.278) o di appartenenza «ad un gruppo internazionale di tendenza fascista» come «abominevole calunnia» (p.373). E non è un caso che, dopo che la collaborazione a Rivarol con lo pseudonimo di Jean-Pierre Bermont divenne di pubblico dominio, «una sola rivista, confidenziale, quella dell'Associazione operaia anarchica, rinnovò a Rassinier la sua fiducia e la sua fedeltà» (p.384). Ma forse anche questi operai anarchici facevano parte dello stesso fantomatico «gruppo internazionale di tendenza fascista» ! ".
Questa "critica" figura in uno scritto che ha perlustrato il libro alla ricerca di ciò che Brayard "tace disonestamente" " (p.184).
Saggiamo dunque a nostra volta la "probità intellettuale" di questo precettore anti-"negazionista".
Egli comincia col travisare lo scopo stesso della mia analisi del libro di Brayard isolando dal contesto due parole e conferendo ad esse un significato che non hanno. A p. 42 dell'opuscolo in questione, mi sono limitato a rilevare:
"Dopo aver introdotto la sua argomentazione con questa menzogna, Florent Brayard tace disonestamente che nei primi due documenti Gerstein ha fornito indicazioni contraddittorie:...".
Si tratta della questione, cui ho accennato sopra, del peso medio delle vittime delle "camere a gas", al quale Gerstein attribuisce nei tre documenti tre valori diversi (30, 35 e 65 kg), tra i quali, come si è detto, Brayard sceglie il valore più basso perché è l'unico che gli consenta di ingannare il lettore con la sua "doppia equazione"!
Riprendiamo la "critica" del signor Leonelli. Egli continua asserendo:
"Limitandomi a questo brano, segnalo, a titolo d'esempio, alcune cose che questa "confutazione" tace - dobbiamo presumere - onestamente:
1. Il modo in cui la collaborazione di Rassinier al giornale neofascista Rivarol "divenne -- come dice pudicamente il brano sopraccitato -- di pubblico dominio" (p.184).
Indi il signor Leonelli riporta un passo del libro di Brayard che contiene "il resoconto dell'incidente che decise l'esito del processo", nel quale l'avvocato Rosenthal costringe Rassinier, che prima negava, ad ammettere di aver collaborato a Rivarol con lo pseudonimo di Jean-Paul Bermont, cosa che io non ho taciuto perché la cosa mi creasse un qualche imbarazzo ("pudicamente", dice il signor Leonelli), ma non ho menzionata soltanto perché essa è assolutamente irrilevante rispetto al problema che ho sollevato, che è quello del significato reale dell'avvicinamento di Rassinier alla destra francese. Il passo riportato dal signor Leonelli non solo non dimostra nulla circa il presunto "rinnegamento" politico di Rassinier, ma, se mai, prova il contrario, tradendo il grave imbarazzo di chi si senta scoperto in flagranza con il suo nemico ideologico naturale, imbarazzo che Rassinier non avrebbe provato se avesse "rinnegato" deliberatamente i suoi ideali.
Passiamo alla seconda "critica" del signor Leonelli:
"2. La presa di posizione degli organi anarchici meno confidenziali, come quella di Le Monde Libertaire, organo della Fédération anarchiste (Fa), riprodotta da Brayard a p.383" fu quella di una netta presa di distanze da Rassinier ("noi non abbiamo niente a che fare con questo personaggio che ci è totalmente estraneo") (p.185).
Qui al signor Leonelli, oltre che la buona fede, fa difetto anche la logica. Con la citazione "criticata" dal nostro apologeta ho soltanto voluto sottolineare che, dopo essere stato smascherato (spero che il signor Leonelli trovi meno "pudico" questo verbo) come collaboratore di Rivarol, Rassinier ebbe ancora l'appoggio morale dell'Associazione operaia anarchica, la quale non credeva evidentemente al presunto "rinnegamento" politico di Rassinier, e questo è tutto. Il rimprovero del signor Leonelli è dunque un semplice paralogismo, come se io avessi sostenuto che tutti gli organi anarchici avessero dato il loro appoggio a Rassinier !
L'apologista di Brayard continua così con il terzo "argomento":
"3. Brayard non sostiene affatto, né in alcun modo suggerisce, che l' Association ouvrière anarchiste sarebbe stata affiliata ad un "gruppo internazionale di tendenza fascista""(p.185).
Alla dimostrazione di questo assunto egli dedica perfino parecchie righe.
Qui le cose sono due: o il signor Leonelli è in malafede, e allora è tutto chiaro, oppure argomenta sul serio, e allora bisogna pensare che il suo intelletto sia sconvolto da gravi turbe vidalnaquetiane.
Come si fa a prendere sul serio una semplice boutade? Nel passo in oggetto -- non si offendano i lettori di intelligenza normale per la banalità della spiegazione, ma, a quanto pare, c'è qualche caudatario anti"negazionista" che ne ha bisogno -- rilevando che Rassinier era stato accusato di far parte di "un gruppo internazionale di tendenza fascista" e ciò nonostante la rivista dell'Associazione operaia anarchica "rinnovò a Rassinier la sua fiducia e la sua fedeltà", ho lanciato la boutade che forse anche questi operai anarchici facevano parte dello stesso gruppo.
Ma la cosa più sorprendente è che dalla "critica" di questa boutade, il signor Leonelli si affretta a trarre -- sempre mantenendo la sua integerrima probità intellettuale, s'intende -- un presunto principio generale della mia metodologia storiografica:
"Questo tentativo di ripetere il raggiro mostra bene la consistenza della pretesa indipendenza metodologica e argomentativa da Rassinier, proclamata dagli epigoni " (p.185).
Incredibile ma vero, il signor Leonelli non misura la mia indipendenza metodologica ed argomentativa dalle critiche metodologiche e argomentative che rivolgo a Brayard e a Rassinier stesso, ma da una mia boutade di due righe!
Non solo, ma su tale base più che risibile egli, incredibilmente, costruisce poi il presunto "procedimento fisso" delle mie obiezioni:
"1. Si attribuisce all'autore "criticato" una tesi non sua (in questo caso si riduce il lavoro di Brayard alla presentazione di un "Rassinier in camicia bruna" che, nel brano in questione, si traduce nel Rassinier affiliato ad un "fantomatico gruppo...", un'affermazione del 1964 della Lica che non esprime l'impostazione del libro di Brayard);
2. Conseguentemente alla falsa premessa, si "scoprono" nel testo affermazioni che contrastano con la tesi abusivamente attribuita all'autore;
3. Si chiude il paralogismo osservando che l'autore "si contraddice", è "in malafede".
Il problema di Brayard è tutt'altro: il suo lavoro non si contraddice, ma espone una contraddizione: Rassinier è l'uomo che "non ha cambiato idea", l'eterno pacifista che sostiene il patto di Monaco e - insieme - un ingranaggio del dispositivo discorsivo revanscista dell'estrema destra europea del secondo dopoguerra" (pp.185-186).
In realtà è il signor Leonelli ad attribuire una "tesi non sua" a Brayard, dicendo esattamente il contrario di ciò che lo "storico" francese afferma: l'apologista gli fa dire infatti che Rassinier "non ha cambiato idea", mentre lo "storico" parla della sua "nuova posizione politica", afferma che egli "rivendica la sua nuova appartenenza" politica e gli attribuisce perfino un "rinnegamento" politico che era "deliberato".
Forse per amore di simmetria, il signor Leonelli, dall'alto della sua probità intellettuale, attribuisce anche a me una tesi non mia, isolando il mio passo citato sopra dal contesto e storpiandone ancora una volta il significato, come se io avessi realmente imputato a Brayard l'affermazione di un "Rassinier affiliato ad "un fantomatico gruppo [internazionale di tendenza fascista]"".
Nonostante le assicurazioni che il signor Leonelli elargisce -- dobbiamo presumere -- onestamente, la contraddizione non è in Rassinier, ma in Brayard, la cui malafede il suo difensore d'ufficio ha d'altronde ammesso e sottoscritto non eccependo nulla alle mie circostanziate dimostrazioni di essa nel campo argomentativo.
Imbaldanzito dai suoi stessi sofismi, il signor Leonelli, con la sua consueta buona fede, si avventura poi in una "critica" più generale.
Nel mio opuscolo ho scritto che
"il libro di Florent Brayard rappresenta una nuova strategia di attacco contro il revisionismo, al tempo stesso la radicalizzazione e la copertura pseudoscientifica delle ignobili tesi sostenute da Deborah Lipstadt".
(in foto la lipstadt deborah.BW5a)
Il signor Leonelli commenta:
"Questa nuova strategia consiste nel sottoporre ad esame critico i testi e il percorso del padre fondatore del revisionismo, esaminando non soltanto i lavori editi, ma un insieme di documenti sinora sconosciuti, raccordando materiali dispersi, iniziando a ricomporre le parti di un puzzle complesso, costruendo linee di interpretazione, tracciando un articolato quadro d'insieme. [...].
Emerge qui il nucleo dogmatico della "scuola" negazionista: Brayard, con inqualificabile sfrontatezza, ha osato contestare la pretesa "correttezza" di Rassinier!" (pp.186-187).
Il difensore d'ufficio di Brayard a questo riguardo aggiunge:
"Venendo alla "correttezza" di Rassinier, per i negazionisti era criticabile su un piano meramente ipotetico; ma nel momento in cui essa, sottoposta ad un esame sistematico, dà evidenti segni di cedimento, è brandita come un articolo di fede e mostra di essere iscritta nell'intangibile e sacro spazio del non-opinabile. Più semplicemente: con il libro di Brayard il negazionismo ha irreversibilmente perduto la rendita di posizione che gli permetteva di denunciare nei propri avversari la scarsa conoscenza di Rassinier, godendo contemporaneamente dei benefici della stessa. Per questo i negazionisti parlano di una nuova strategia di attacco" (p.188).
Ecco un altro fulgido esempio della "probità intellettuale" del nostro precettore.
Ligio al "procedimento fisso" di falsificazione vidalnaquetiano, che consiste nell'attribuire questo procedimento di falsificazione "all'autore "criticato"", ossia al perverso "negazionista", il signor Leonelli comincia coll'imputare al revisionismo una tesi non sua, inventando maldestramente il rimprovero revisionistico della "scarsa conoscenza di Rassinier", come se Rassinier fosse non un precursore, ma il portavoce ufficiale del revisionismo attuale, e il valore dimostrativo di quest'ultimo si potesse misurare sul grado di conoscenza dei libri di Rassinier! Questo paralogismo è basato sull' osservazione di Saletta che
"l'antirevisionismo militante è affare di gente che con il tema non ha neppure quel minimo di dimestichezza che le consentirebbe di indicare senza svarioni il nominativo -- dicesi il semplice nominativo -- di questo o di quell'esponente dell'indirizzo storico che da essa viene votato all'esecrazione delle persone dabbene",
il che significa semplicemente che la bassa manovalanza dei padroni del vapore ignora non solo le tesi, ma perfino l'ortografia dei revisionisti, ma, ciò nonostante, ha l'impudenza di pontificare contro di essi.
In tale contesto Saletta menziona lo svarione di Burgio, che scrive "Raissinier". Su questa inezia il nostro apologista ricama il grazioso paralogismo esposto sopra.
Indi il signor Leonelli, vero adoratore del verbo vidalnaquetiano, tenta di scaricare sul revisionismo il proprio dogmatismo creando, con l'artificio della "correttezza", la mendace immagine del revisionista adoratore del verbo rassinieriano.
E quanto questa immagine sia mendace, quanto io abbia accettato le tesi di Rassinier "come articolo di fede" risulta da ciò che ho scritto in proposito nel mio opuscolo:
"Per quanto riguarda la metodologia e le argomentazioni di Rassinier, non c'è dubbio che esse lascino spesso a desiderare, e che le critiche di Florent Brayard siano spesso giuste (ma l'assenza di rigore scientifico è un carattere tipico dell'epoca in cui scriveva Rassinier e si riscontra in misura analoga anche nei suoi avversari). Io stesso, undici anni or sono, in una delle mie prime pubblicazioni, ho segnalato gli errori più importanti commessi da Rassinier nella trattazione del rapporto Gerstein. Giuste sono anche gran parte delle critiche che Florent Brayard rivolge all'analisi di Rassinier della testimonianza di Rudolf Höss, della conferenza di Wannsee, e qualche critica al suo studio statistico sulle perdite ebraiche durante la seconda guerra mondiale".
E questa sarebbe una critica meramente ipotetica?
Questa sarebbe l'assunzione del verbo di Rassinier "come un articolo di fede"?
Di nuovo, il signor Leonelli mentisce sapendo di mentire.
E, da buon difensore d'ufficio, mentisce per proteggere il suo cliente. In tal modo egli si presta al sordido gioco di Brayard, questo povero golem di Vidal-Naquet che doveva semplicemente completare l'opera del suo burattinaio; tentare di colpire in Rassinier l'intero revisionismo attuale, cosa che nel mio opuscolo ho spiegato così:
"Qui la strategia di Florent Brayard, che del revisionismo attuale sa poco o nulla, consiste nell'insinuare subdolamente che, se i metodi e le argomentazioni del maestro erano dubbie, i metodi e le argomentazioni dei discepoli lo sono ancora di più".
A questo riguardo ho poi spiegato che
"Rassinier è sì il fondatore del revisionismo attuale -- e ciò è innegabile --, ma non nel senso in cui Pierre Vidal-Naquet è il maestro di Florent Brayard e questi è suo discepolo. Rassinier ha catalizzato l'attenzione di alcuni studiosi su un tema, ha indicato una via, ma poi questi studiosi hanno proceduto per proprio conto, verificando la sua metodologia e le sue argomentazioni e lasciandosi alle spalle tutto ciò che in esse c'era di dubbio o di infondato. Il revisionismo attuale dipende da Rassinier solo storicamente, non già metodologicamente e argomentativamente, sicché sperare di abbatterlo colpendo le tesi di Rassinier è una pia illusione".
Quanto poi alla tesi di Brayard, ho rilevato che il suo libro
"verte, apparentemente, su tre punti: le intenzioni, la metodologia e le argomentazioni di Rassinier, in realtà, il punto veramente essenziale è il primo, in quanto l'opera costituisce uno sforzo immane quanto insulso di attribuire a Paul Rassinier l'etichetta di neo-nazista, nella vana illusione di colpire, nel suo fondatore, il revisionismo attuale. In questo disegno, le critiche che Florent Brayard muove alla metodologia e alle argomentazioni di Rassinier -- critiche in parte giuste -- svolgono semplicemente una funzione surrettizia di appoggio alla tesi principale: se Rassinier ha commesso degli abusi in campo metodologico e argomentativo, ciò dipende soltanto dal fatto che egli era un sordido neo-nazista, naturalmente antisemita, che mirava unicamente a riabilitare il nazismo falsificando la storia. E se il fondatore del revisionismo era un falsario...".
Al signor Leonelli, che di revisionismo attuale sa meno di Brayard, non è rimasto che defilarsi ed eludere la discussione con un capzioso pretesto vidalnaquetiano:
"Notiamo a margine, che affrontare i presunti problemi posti dal negazionismo non è un imperativo autoevidente, ma presuppone il preliminare accertamento della correttezza dei "problemi" che il revisionismo pretende di porre. In alternativa si può respingere la legittimità e la plausibilità delle "problematizzazioni" negazioniste" (p.188).
In termini più prosaici, "in mancanza di argomenti forti", davanti ai problemi sollevati dal revisionismo è meglio far finta di niente e tacere; se poi qualche sprovveduto olocaustista insiste, si dirà che bisogna "respingere la legittimità e la plausibilità" di questi "falsi" problemi, come ad esempio quello gersteiniano delle 28-40 persone per metro quadrato e altre simili inezie!
Con ciò egli dimostra di aver capito perfettamente sia il carattere strumentale del libro di Brayard sia il significato delle mie critiche; ha capito tanto bene la nuova strategia di attacco inaugurata da P. Vidal-Naquet tramite il suo golem F. Brayard che l'ha messa in atto egli stesso!
Il signor Leonelli non solo brandisce la "correttezza" di Brayard "come un articolo di fede", ma gli attribuisce perfino virtù taumaturgiche: le stesse opere di Rassinier, ci assicura il pio apologista, "sono illeggibili senza l'ausilio del lavoro di Brayard"! (p.189).
Esponendo un esempio concreto del valore di questo "ausilio", il pio apologista ci fornisce graziosamente un altro sublime saggio della "probità intellettuale" dell'apostolo di P. Vidal-Naquet e sua propria. Egli rileva:
"Ad esempio: Rassinier -- nell'ambito della tendenza a sminuire la responsabilità delle SS nei lager -- insiste sulle responsabilità della burocrazia concentrazionaria, designandola col termine Häflingsführung".
Indi il signor Leonelli riporta un lungo brano di Brayard che comincia così:
"Il problema della Häftlings-Führung domina la vita dei campi di concentramento spiega [Rassinier] prima di darne la descrizione in Passage de la ligne" (p.189).
Brayard rileva che il termine tedesco summenzionato, spiegato da Rassinier come "direzione del campo tenuta dai detenuti stessi", è un neologismo creato da questi "sul modello dell' SS-Führung direzione SS, che Rassinier impiega per denominare la direzione del campo in senso proprio" per giungere a stabilire "un'equivalenza tra le SS e questi detenuti" (p.190). Il signor Leonelli commenta:
"L'indispensabile erudizione di Brayard mostra che il "problema della Häftlingsführung" -- sul quale il negazionismo sinistrorso ha lungamente discettato -- è viziato nella sua stessa formulazione. Esiste il problema della stratificazione gerarchica dei prigionieri nei campi, ma i termini in cui Rassinier, replicato dagli epigoni, pretende di porlo sono letteralmente mistificanti" (p.190).
Naturalmente il nostro apologista passa sotto silenzio l'inezia che l'argomento di Brayard è fondato esso stesso su una mistificazione: Rassinier distingue nettamente la responsabilità subordinata di questa "Häftlingsführung" da quella primaria ed essenziale delle SS, precisando che queste, per dirigere i campi, erano "costrette a prendere fra i detenuti il personale necessario alla sorveglianza e all'organizzazione", mansioni, appunto, subordinate a quella della direzione. Niente di nuovo, dunque: la solita tattica di attribuire all'autore "criticato" una tesi non sua.
Per quanto riguarda "l'indispensabile erudizione" di Brayard, rilevo che questo sprovveduto ignora che anche il termine SS-Führung è un "neologismo": la direzione dei KL si chiamava in realtà SS-Verwaltung!
Quanto poi questa "erudizione" si sposi con la "probità intellettuale" di Brayard, si può desumere dal fatto che un autorevole ex deportato comunista che ha scritto prima di Rassinier, Eugen Kogon, nella sua opera classica sul sistema concentrazionario tedesco ha parlato esplicitamente di una Häflings-Selbstverwaltung, una "autoamministrazione dei detenuti" che corrisponde precisamente alla Häflingsführung di Rassinier.
Al suo apice, spiega Kogon, c'era il Lagerälteste, cui erano subordinati il Rapportführer, la Schreibstube, l'Arbeitsdienstführer, l'Arbeitseinsatzführer, i Kapos.
E che questo non fosse un anodino "problema della stratificazione gerarchica dei prigionieri nei campi", come va cianciando il signor Leonelli, appare chiaro da ciò che Kogon dice riguardo al Lagerälteste:
"Un uomo sbagliato [falscher] in questa carica significava per il campo una catastrofe [eine Katastrophe]",
perciò la Häflings-Selbstverwaltung un qualche peso sulle condizioni di vita dei detenuti doveva pur averla.
Contrariamente a ciò che sostiene Brayard e che viene ripetuto dai suoi apologisti, Rassinier non ha voluto sminuire le responsabilità delle SS nella direzione dei campi di concentramento, ma mettere in rilievo le obiettive responsabilità della Häflings-Selbstverwaltung.
Poiché, per le ragioni esposte da Rassinier, succedeva quasi sempre che, quando i campi si erano sufficientemente organizzati, questa Häflings-Selbstverwaltung finisse nelle mani dei detenuti politici, cioè dei comunisti, non stupisce che certi anti"negazionisti" sinistrorsi dalla coda di paglia abbiano accolto la spietata analisi di Rassinier con malcelata indignazione. Ben vengano dunque le mistificazioni di Brayard per occultare tali responsabilità !
Chiarita quale sia la "probità intellettuale" di Brayard e del suo avvocato difensore, torniamo alla questione del significato della nuova strategia anti"negazionistica" adottata dal golem di P. Vidal-Naquet.
Costui ha cominciato con lo screditare i revisionisti attribuendo loro metodi di lavoro e sofismi da lui stesso escogitati ed adottati contro di essi; nel contempo egli si è messo vilmente al riparo da un confronto diretto con Faurisson - che avrebbe inevitabilmente smascherato i suoi artifici - proclamando il solenne principio che si discute dei revisionisti ma non con i revisionisti.
In mancanza di argomenti seri, P. Vidal-Naquet ha inoltre avallato ufficialmente la nota calunnia dell'origine neo-nazista e antisemita del revisionismo, perfezionata poi da Deborah Lipstadt.
Sebbene questa calunnia sia stata propalata entusiasticamente dal fitto stuolo dei fedeli caudatari, essa presentava tuttavia un punto debole -- anzi, debolissimo -- che non poteva sfuggire all'attenzione delle persone oneste: sul piano politico e ideologico, il fondatore del revisionismo storico, Paul Rassinier, aveva credenziali più che "in regola". A ciò si è aggiunto poi un inconveniente imprevisto: dalla pubblicazione del rapporto Leuchter (1988), la storiografia revisionistica ha fatto tali e tanti progressi, ha spostato a tal punto il suo baricentro sul piano tecnico e ha acquisito una tale documentazione sul piano storico da sfuggire completamente di mano al grande golem dell' anti"negazionismo" e ai suoi discepoli; quando infine, nel 1991, è morto Georges Wellers, il vero cervello pensante di cui Pierre Vidal-Naquet era una specie di passivo replicante che da esso traeva la sua linfa vitale metodologico-argomentativa, egli ha subìto un collasso mentale.
L'unica via per trarsi fuori dalle sabbie mobili in cui si era impantanato l' "antinegazionismo" militante -- soprattutto francese -- era di far finta che non fosse successo nulla, che il revisionismo fosse ancora esclusivamente Rassinier e, al più, Faurisson. Bisognava stornare l'attenzione del pubblico dal revisionismo attuale al suo precursore, il quale, proprio per essere stato un precursore, ha commesso inevitabilmente errori di giudizio e di metodo; bisognava dunque sfruttare questi errori, inventarne altri ricorrendo a trucchi e falsificazioni e ridurre poi il revisionismo attuale alle "imposture" metodologiche e argomentative di Rassinier create artificiosamente in questo modo; parallelamente bisognava distruggere le sue troppo scomode credenziali ideologico-politiche, dipingerlo come un cripto-fascista o un cripto-nazista, ovviamente antisemita.
La nuova strategia è stata inaugurata da Deborah Lipstadt, che ha vaneggiato di una sorta di congiura mondiale neo-nazista che avrebbe forgiato il revisionismo come un'arma per riabilitare il nazismo. Questa congiura avrebbe avuto in Maurice Bardèche l'ispiratore occulto, in Rassinier l'esecutore materiale,sicché
"la negazione dell'olocausto di Rassinier non era altro che una maschera per l'espressione di una forma classica di antisemitismo".
Brayard ha completato l'opera: il suo compito era quello di perfezionare la nuova strategia, di darle una copertura "scientifica", di indagare alla ricerca di un qualunque appiglio per avallare la calunnia, sperando in tal modo di prendere i proverbiali due piccioni con una fava.
Brayard non si è accontentato di ciò, ma ha voluto prendere un terzo piccione, un po' più sfuggente: Faurisson.
Ecco allora che, con i medesimi artifizi sofistici, egli insinua che Faurisson, fin dall'immediato dopoguerra, si diceva antisemita e nazista.
La fonte di questa insinuazione è al di sopra di ogni sospetto: l'autorevole testimonianza -- risalente al 1981! -- di P. Vidal-Naquet!.
Come da copione, Brayard si è guardato bene dal fare il minimo accenno allo sviluppo successivo del revisionismo; a leggere il suo libro, il revisionsimo si incentra soltanto ed esclusivamente in Rassinier e in Faurisson, e, come da copione, il golem di P. Vidal-Naquet non fa il minimo accenno neppure alle tesi di Faurisson, il suo unico scopo essendo quello di "scoprire" le sue radici ideologiche naziste e antisemite.
L'operazione non è riuscita: Brayard ha cercato, ha scavato, ha scandagliato la vita di Rassinier (e di Faurisson), ma non ha trovato nulla.
Non importa.
Se non si trova, si insinua, si ipotizza.
Poi -- P. Vidal-Naquet insegna -- ci penseranno i mestieranti dell'anti"negazionismo" a trasformare l'insinuazione o l'ipotesi in "certezza assoluta"!
La "recensione" del signor Leonelli ne è la prova tangibile, tanto tangibile che egli liquida sbrigativamente il mio compendio delle attuali tesi revisionistiche di oltre 300 pagine con una sola "critica", devastante:
esso è stato pubblicato dalle Edizioni di Ar! (p.191).
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18:26 Scritto da: bw5a in Belzec 28-32 persone x mq, Dilettanti allo sbaraglio, Kurt Gerstein 700-800 persone in 25 m2, Lager di Belzec, Leccaculo , piglianculo, servi, lipstadt deborah, Negazionismo, Paul Rassinier, Sayanim spie sioniste hasbara, Testimone Eugon Kogon, vidal-naquet pierre, wellers georges | Link permanente | Commenti (0) | Tag: carlo mattogno, florent brayard, pierre vidal-naquet, révisionnisme, revisionismo, rudy leonelli, olocaustismo, paul rassinier, gerstein, camere a gas, belzec, georges wellers, deborah lipstadt, eugen kogon, häflings-selbstverwaltung, comunisti, edizioni di ar, negazionismo, truffa olocausto, holohoax, hololies, truffa, shoah, holocash, holoca$h, faurisson |
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035- I volenterosi scopiazzatori di Valentina Pisanty
Di Carlo Mattogno
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Bild.De: Bufala e controbufala
Il 16 febbraio 2009 è stata allestita a Berlino una esposizione delle piante di Auschwitz trovate nel novembre 2008 e presentate dal quotidiano Bild.De nel numero dell’8 novembre 2008 come una scoperta sensazionale, anzi sconvolgente, perché, per la prima volta su una pianta, era «scritto nero su bianco “Gaskammer”», camera a gas. Ho già dimostrato che questi documenti erano noti da anni e che la “Gaskammer” in questione era semplicemente la camera a gas di dinfestazione ad acido cianidrico progettata e costruita nelle due “baracche di spidocchiamento” dei settori BIa e BIb di Birkenau, designate appunto “Entlausungsbaracken” e indicate come BW 5a e 5b[1].
Foto satellitare dell'impianti in questione. Cerchiato di rosso.BW5a -
Bild.De è ritornato sulla questione proprio nel numero del 16 febbraio, con un articolo intitolato Per la prima volta vengono mostrati i documenti dell’atrocità in Germania. I disegni costruttivi di Auschwitz[2]. A differenza della pubblicazione precedente, però, in cui campeggiavano le piante dell’edificio di accesso (Eingangsgebäude) al campo di Birkenau, della “Gaskammer” e del crematorio, in questo numero del quotidiano appare soltanto il crematorio[3]. La pianta della “Gaskammer” è scomparsa. E non solo la pianta. Ecco infatti il relativo commento:
«L’autenticità dei documenti è stata verificata dall’Archivio Federale. Nella perizia si dice: “Il risultato è l’accertamento che sull’autenticità delle fonti di storia contemporanea non sussiste alcun dubbio”. Nell’esposizione tra l’altro vengono mostrati i progetti di ampliamento del campo principale. Un primo disegno in bella copia del futuro KL Birkenau, che fu costruito per ordine di Himmler. Una pianta del crematorio con spogliatoio e camera a gas»(corsivo mio).
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In precedenza Bild.De aveva parlato di «un impianto di disinfestazione (Entlausungsanlage) con camera a gas (Gaskammer)» e di un crematorio, che aveva descritto così:
«Particolarmente istruttivo: il disegno del piano interrato. Esso mostra i basamenti per i forni crematori, che furono successivamente forniti dalla ditta “Topf und Söhne” di Erfurt. Nella pianta è schizzato anche il “L-Keller” (Leichenkeller: scantinato obitorio), che ha una larghezza di otto metri. I progettisti delle Waffen-SS non avevano stabilito la sua lunghezza. Vi si può leggere: “Lunghezza a seconda delle esigenze che si presenteranno”».
Ora invece la «camera a gas» trasmigra inspiegabilmente dall’impianto di disinfestazione al crematorio, che acquisisce per di più anche uno «spogliatoio».
Mentre prima si poteva attribuire la bufala soprattutto all’ ignoranza storica dei redattori, nella controbufala la malafede è evidente.
Ma non è per questo che ho esposto questa sordida operazione giornalistica, quanto piuttosto per mostrare la metodologia dei giornalisti (e degli storici) di regime.
Il testo di Bild.De dell’8 novembre 2008 fu semplicemente tradotto – o riassunto – e come tale apparve in una miriade di mezzi di informazione.
Ci fosse stato un giornalista cui sia balenato il dubbio, o che abbia soltanto sentito se non il dovere, almeno la curiosità di ascoltare il parere di uno specialista! -
Un’eco della controbufala in Italia
Auschwitz 1,2,3 Gennaio 2012,BW 5a,impianto disinfestazione. BW5a
Il Messaggero del 22 febbraio 2009, nella rubrica “Esteri”, rende conto dell’esposizione in un breve articolo di Walter Rauhe con un titolo illuminante: Mostra anti-negazionismo. Esposti i progetti per costruire la “fabbrica della morte”. Questo resoconto si arricchisce di ulteriori corbellerie. Apprendiamo così che le piante conterrebbero i
«piani per la costruzione del più gigantesco e moderno campo nazista munito di 174 baracche in grado di accogliere ciascuna fino a 744 deportati (130mila in tutto), progetti per l’aerazione di camere a gas»(!),
e che il ritrovamento avrebbe rappresentato
«una piccola sensazione storica [?] dal momento che documentava le concrete intenzioni del regime nazista di erigere ad Auschwitz un campo di sterminio di dimensioni gigantesche ancor prima dell’approvazione della soluzione finale della questione ebraica e quindi dell’Olocausto durante la famigerata conferenza di Wannsee il 20 gennaio del 1942.
I piani scoperti dalla Bild Zeitung e ora esposti a Berlino risalgono infatti alla primavera del 1941 e sono controfirmati da Heinrich Himmler, il capo delle SS ed uno dei più stretti collaboratori di Adolf Hitler.
Ancor prima dell’invasione dell’Unione Sovietica e dell’avvio sistematico della Shoah, il regime nazista aveva ben chiaro in testa le dimensioni e le modalità dello sterminio degli ebrei europei, camere a gas e forni crematori compresi».
Lasciando da parte il significato attribuito alla conferenza di Wannsee, che risale ad una trentina d’anni fa ed è stato ampiamente superato e invalidato dalle ricerche olocaustiche degli ultimi due decenni, la pretesa che il campo di Birkenau fosse stato progettato fin dall’inizio come “campo di sterminio” è francamente ridicola.
Primo, perché il primo progetto del campo di Bireknau, denominato «Rapporto esplicativo del progetto preliminare per la nuova costruzione del campo per prigionieri di guerra delle Waffen-SS, Auschwitz, Alta Slesia» (Erläuterungsbericht zum Vorentwurf für den Neubau des Kriegsgefangenenlagers der Waffen-SS, Auschwitz O/S)[4], proprio quello che prevede le 174 baracche summenzionate, risale al 30 ottobre 1941, non già «alla primavera del 1941».
Secondo, perché esso fu progettato come Campo per prigionieri di guerra sovietici (Kriegsgefangenenlager), non per detenuti ebrei.
Terzo, perché il campo di Birkenau fu istituito come campo di lavoro nel quadro del “Generalplan Ost”, come ha mostrato lo storico olocaustico Jan Erik Schulte nell’articolo articolo intitolato Dal campo di lavoro al campo di sterminio. Storia della genesi di Auschwitz-Birkenau 1941-1942 (Vom Arbeits- zum Vernichtungslager. Die Entstehungsgeschichte von Auschwitz-Birkenau 1941/42)[5].
Di ciò mi sono occupato nell’articolo Genesi e funzioni del campo di Birkenau. 2008[6].
Quarto, perché, come riconoscono due tra i più considerati storici olocaustici di Auschwitz, Jean-Claude Pressac e Robert Jan van Pelt, il progetto del campo di Birkenau non considerava ovviamente la presenza di camere a gas omicide.
Il nostro valente giornalista aggiunge:
«“La realtà dell’Olocausto non ha più bisogno di essere provata”, dichiara un portavoce della casa editrice tedesca [Springer, che ha organizzato l’esposizione]. “Ma i progetti originali che mostrano i piani per il campo, le camere a gas dove centinaia di migliaia di deportati ed ebrei vennero assassinati col gas Zyklon B, dimostra ancora una volta la dimensione di questi crimini».
Ribadisco, a costo di apparire tedioso, che non esiste alcun piano di una camera a gas omicida.
Ed ecco la chicca finale:
«Ora possono visionare di prima mano questi progetti dell’orrore nutrendo magari l’augurio che un giorno a guardarseli sia anche il vescovo Williamson e tutti gli altri negazionisti».
Per quanto mi riguarda, caro Walter Rauhe, questi progetti li ho visionati e me li sono guardati a Mosca fin dal 1995, li ho fatti fotocopiare e li ho studiati con tutta calma. Per la precisione, ho visionato 88.200 pagine di documenti originali, di cui quelli trovati a Berlino sono un’infima parte. E proprio questa documentazione mi ha convinto profondamente che ad Auschwitz-Birkenau non esistettero mai camere a gas omicide.
3) La “pensatrice” italiana dell’anti-“negazionismo”
Questi esempio mostrano a sufficienza che la metodologia di questa gente è quella del copia-incolla. La verifica delle fonti non esiste. Ciò dipende dal fatto che, soprattutto in certi campi, non è lecito verificare. Qualcuno ha già pensato per loro. Qualcuno ha già scritto per loro. Essi devono soltanto copiare-incollare.
In campo olo-revisionistico, questo qualcuno è Pierre Vidal-Naquet, un dilettante della storia contemporanea che aveva acquisito qualche nozioncina storica dagli scritti di Georges Wellers e aveva tratto il suo impianto argomentativo dall'articolo di Nadine Fresco Les redresseurs de morts[7], uno dei primi saggi contro il revisionismo in cui erano già fissati quasi tutti gli argomenti capziosi adottati dagli olo-propagandisti successivi[8].
In Italia, per nostra somma fortuna, abbiamo addirittura la versione femminile di Vidal-Naquet: Valentina Pisanty, una dottoressa in semiotica incautamente prestata alla storiografia. Costei fu infatti indotta a redigere un'opera di una mediocrità disarmante, dal titolo L’irritante questione delle camere a gas. Logica del negazionismo[9], in cui pretendeva di dimostrare che il revisionismo non è una storiografia scientifica, ma una strategia ingannatrice, basata su una metodologia fallace, mirante a negare per scopi inconfessabili (ma sempre riconducibili all' “antisemitismo”) la realtà della Shoah. Dato che la dottoressa prendeva in esame anche qualche presunta fallacia tratta da qualcuno dei miei scritti, risposi prontamente col libro L'«irritante questione» delle camere a gas ovvero da Cappuccetto rosso ad...Auschwitz. Risposta a Valentina Pisanty, pubblicato nel 1998 dall'Editore Graphos di Genova. Riassumo lapidariamente:
La qualificazione e la competenza specifica della Pisanty in campo storiografico sono nulle, trattandosi di una dottoressa in semiotica, esperta in favole, con specializzazione in Cappuccetto Rosso.
Il titolo stesso del libro è ingannatore, in quanto fa riferimento a una presunta frase di Paul Rassinier contenuta in una inesistente “seconda edizione” del suo memoriale Passage de la ligne.
La bibliografia è in massima parte un’accozzaglia eterogenea di opere di argomento disparato in cui quelle olocaustiche sono poche, mal lette e mal digerite, senza alcuna opera in tedesco, lingua fondamentale per questo genere di studi, che la dottoressa Pisanty ignorava.
Preselezione opportunistica delle opere revisionistiche: Le pochissime opere revisionistiche citate sono il frutto di una spietata preselezione, grazie alla quale la Pisanty ha escluso dal suo campo di indagine tutti gli studi più documentati e più recenti.
Metodologia:
– Citazioni: Si dividono in due grandi categorie: quella dei testi che la Pisanty ha letto e che indica con il riferimento esatto (autore, titolo, anno di pubblicazione e pagina) e quella dei testi che non ha letto ma che finge di aver letto e spaccia per sue. La seconda categoria comprende parecchie citazioni di seconda o di terza mano per le quali l’Autrice non sa indicare il riferimento completo.
– Documenti: La Pisanty non fornisce i riferimenti esatti neppure dei documenti che cita. La cosa non stupisce, perché essa li trae quasi sempre dai testi revisionistici.
– Plagio storico-critico e argomentativo: Nel libro della Pisanty l’appropriazione indebita (senza riferimento alla fonte) di fonti o documenti di altre opere non è un fenomeno sporadico, ma una vera e propria metodologia. Il suo intero libro è, in massima parte, il risultato di un inverecondo saccheggio di testi altrui, revisionistici e non revisionistici, dalle chiavi interpretative alle argomentazioni, dalle obiezioni agli inquadramenti storici, fino alle osservazioni e alle spiegazioni più minute. Ciò che la Pisanty ha aggiunto di proprio, sono soltanto delle osservazioni semiotiche decisamente insulse o cavillose. Ho elencato minuziosamente i passi originali e i passi da lei plagiati. Per quanto riguarda l’aspetto qui considerato, i testi saccheggiati sono quelli di Deborah Lipstadt[10] e di Pierre Vidal-Naquet[11].
Nel mio studio citato sopra Olocausto: dilettanti allo sbaraglio avevo già confutato le elucubrazioni sofistiche dei suoi due maestri, Vidal-Naquet e Lipstadt[12], e si comprende facilmente perché la nostra esperta in favole non l’abbia menzionato neppure di sfuggita.
– Plagio dei miei testi: In relazione al “rapporto Gerstein”, la Pisanty plagia sfrontatamente addirittura il mio libro[13], non solo le mie indicazioni storiografiche relative alla storia processuale dei documenti, ma addirittura le critiche da me rivolte agli altri autori revisionisti, appropriandosi di esse senza il minimo riferimento alla fonte e spacciandole per sue!
Argomenti e strategie ermeneutiche:
– La «premessa indiscussa»: La Pisanty parte dall’assunzione aprioristica, fideistica e indiscutibile della realtà storica dello sterminio ebraico. Da ciò scaturiscono due princìpi ermeneutici aberranti che infirmano radicalmente i suoi argomenti: il primato della testimonianza sul documento (in senso stretto) e l’accettazione aprioristica dell’attendibilità della testimonianza. Il primo principio comporta il rovesciamento della normale metodologia storiografica. Il secondo conduce inevitabilmente alla negazione del più elementare senso critico, alla fede cieca nella veridicità delle testimonianze e, alla fine, al loro travisamento sistematico. Ciò si concretizza infatti nei seguenti
– Sofismi epistemologici
Confondendo «i principi fondamentali del diritto» con i principi fondamentali della storiografia, la Pisanty pretende che le testimonianze abbiano «valore di prova», e presume, sempre fideisticamente, che:
1) tutte le testimonianze siano indipendenti,
2) tutte le testimonianze siano veridiche e contengano solo errori marginali e involontari,
3) al di là di questi errori esse abbiano tutte un «nucleo essenziale» di verità.
Sulla base di questi presupposti dogmatici, la Pisanty si lambicca il cervello nel tentativo di spiegare razionalmente le assurdità e le contraddizioni di cui esse sono cosparse, minimizzandole, arrampicandosi sugli specchi per escogitare una spiegazione plausibile, appellandosi all’ ignoranza generale delle circostanze (che è in realtà soltanto sua), tacendole semplicemente, quando sono troppo assurde e troppo contraddittorie.
Confutazione delle “confutazioni”:
Nel capitolo III ho confutato le “confutazioni” della Pisanty riguardo a:
– Il diario di Anna Frank
– Il diario del dottor Kremer
– I “Protocolli di Auschwitz”
– I manoscritti dei membri del Sonderkommando
– Le fotografie
– Il capitolo IV, Il rapporto Gerstein e il “campo di sterminio” di Belzec, contiene la replica, punto per punto, a tutte le argomentazioni addotte dalla Pisanty contro il mio studio Il rapporto Gerstein: Anatomia di un falso.
La Pisanty in questo libro preseleziona alcuni capitoli nei quali preseleziona alcune obiezioni, quasi sempre marginali ed isolate dal contesto. Con questa tecnica ella frantuma la struttura argomentativa dell’opera; indi critica in modo capzioso questi episodi marginali e conclude che, in ogni caso, essi non toccano la «qualità» della «testimonianza oculare» di Gerstein.
La critica della Pisanty alle mie argomentazioni si basa su due presupposti assunti fideisticamente:
1) a Belzec (Treblinka e Sobibór) sono esistite camere a gas omicide, dunque
2) Il rapporto Gerstein è necessariamente veridico.
In altri termini, poiché, per la storiografia ufficiale, il rapporto Gerstein è (ma non per tutti[14]) la prova essenziale dell’esistenza di camere a gas omicide a Belzec, ne consegue che esso è veridico perché è veridico. Sulla base di questi presupposti la Pisanty pretende di spiegare le innumerevoli contraddizioni e assurdità del rapporto Gerstein, ma non sul piano storico e tecnico, bensì su quello meramente semiotico.
La mia replica riguarda:
- Il primo gruppo di argomenti della Pisanty: pretesi «errori di battitura»
- Il secondo gruppo di argomenti: miei pretesi «errori interpretativi»
- Il terzo gruppo di argomenti: presunte «obiezioni inesistenti»
- Le obiezioni di carattere tecnico
- I punti meritevoli di considerazione
- Le critiche indirette
- Il documento “Tötungsanstalten in Polen”
- I garanti di Gerstein: Il barone von Otter, Il vescovo Dibelius, Wilhelm Pfannenstiel, Rudolf Reder
- Le altre testimonianze «non trattate da Mattogno»: Jan Karski, I testimoni SS, Chaim Hirszman.
– Nel capitolo V, Rudolf Höss e il “campo di sterminio” di Auschwitz, ho risposto, anche qui in modo molto dettagliato, alla critica della Pisanty al mio studio Auschwitz le “confessioni” di Höss, prendendo in esame:
- La visita ad Auschwitz di Eichmann
- La prima gasazione omicida
- «La prima gasazione a cui Höss assistette»
- «La prima operazione di sterminio ebraico»
- Le «inesattezze»
- L’ordine di Himmler di sospendere le gasazioni
- Statistiche e cifre
- La visita di Höss a Chelmno [Kulmhof]
- Il grasso umano
- I “Gasprüfer” di Auschwitz
- Il plagio di Filip Müller.
La «cospirazione giudaica mondiale»:
dall’anti“negazionismo” al visionarismo.
La Lipstadt sosteneva che il revisionismo è il il risultato di una cospirazione nazista. La Pisanty, sotto la nefasta influenza di questa panzana, congettura che i revisionisti non solo credano ad una «cospirazione giudaica mondiale», ma che questa teoria sia addirittura il fondamento stesso del revisionismo. Le conclusioni generali della Pisanty sull’essenza del revisionismo sono il degno coronamento del suo libro. Ella vi si abbandona ad una sorta di visionarismo apocalittico che chiama in causa - tanto per essere originale - i Protocolli dei Savi Anziani di Sion, altro tema che ossessiona la povera dottoressa. Alla fine la Pisanty mostra il vero significato delle sue elucubrazioni sulla «cospirazione giudaica mondiale» e rientra nell’ortodossia della maestra solo apparentemente sovvertita: il revisionismo non è solo il risultato di una cospirazione nazista; peggio, molto peggio: è l’epigono di quell’ «antisemitismo storico» che trova il suo culmine, appunto, nei Protocolli dei Savi Anziani di Sion! Donde la solenne conclusione che
«i negazionisti raccolgono il testimone dell’ antisemitismo storico»[15].
“Antisemitismo”, ecco la parola magica, che ci porta allo scopo di questo articolo: mostrare, con un altro esempio autorevole, come giornalisti e storici di regime intendano e trasmettano le fandonie pisantyane[16].
-
Gli scopiazzatori della “pensatrice” dell’anti-“negazionismo”
Nell’Osservatore Romano del 26-27 gennaio 2009 è apparso il seguente articolo di Anna Foa (nella foto.BW5a):
«L'antisemitismo unico movente dei negazionisti
Il negazionismo della Shoah non è un'interpretazione storiografica, non è una corrente interpretativa dello sterminio degli ebrei perpetrato dal nazismo, non è una forma sia pur radicale di revisionismo storico, e con esso non deve essere confuso.
Il negazionismo è menzogna che si copre del velo della storia, che prende un'apparenza scientifica, oggettiva, per coprire la sua vera origine, il suo vero movente: l'antisemitismo. Un negazionista è anche antisemita. Ed è forse, in un mondo come quello occidentale in cui dichiararsi antisemiti non è tanto facile, l'unico antisemita chiaro e palese.
L'odio antiebraico è all'origine di questa negazione della Shoah che inizia fin dai primi anni del dopoguerra, riallacciandosi idealmente al progetto stesso dei nazisti, quando coprivano le tracce dei campi di sterminio, ne radevano al suolo le camere a gas, e schernivano i deportati dicendo loro che se anche fossero riusciti a sopravvivere nessuno al mondo li avrebbe creduti. Il negazionismo attraversa gli schieramenti politici, non è solo legato all'estrema destra nazista, ma raccoglie tendenze diverse: il pacifismo più estremo, l'antiamericanismo, l'ostilità alla modernità. Esso nasce in Francia alla fine degli anni Quaranta a opera di due personaggi, Maurice Bardèche e Paul Rassinier, l'uno fascista dichiarato, l'altro comunista. Dopo di allora, si sviluppa largamente, e i suoi sostenitori più noti sono il francese Robert Faurisson e l'inglese David Irving, nessuno dei due storico di professione.
I negazionisti sviluppano dei procedimenti assolutamente fuori dal comune nella loro negazione della realtà storica. Innanzitutto, considerano tutte le fonti ebraiche di qualunque genere inattendibili e menzognere. Tolte così di mezzo una buona parte dei testimoni, tutta la memorialistica espressa dai sopravvissuti ebrei e la storiografia opera di storici ebrei o presunti tali, i negazionisti si accingono a demolire il resto delle testimonianze, delle prove, dei documenti.
Tutto ciò che è posteriore alla sconfitta del nazismo è per loro inaffidabile perché appartiene alla “verità dei vincitori”. La storia della Shoah l'hanno fatta i vincitori, continuano instancabilmente a ripetere, mettendo in dubbio tutto quello che è emerso in sede giudiziaria, dal processo di Norimberga in poi: frutto di pressioni, torture, violenze. Resta però ancora una parte di documentazione da confutare, quella di parte nazista che precede il 1945. Qui, i negazionisti hanno scoperto che nessuna affermazione scritta dai nazisti dopo il 1943 può dichiararsi veritiera, perché a quell'epoca i nazisti cominciavano a perdere la guerra e avrebbero potuto fare affermazioni volte a compiacere i futuri vincitori. “Et voilà”, il gioco è fatto: la Shoah non esiste!
Il negazionismo si applica in particolare a dimostrare l'inesistenza delle camere a gas, attraverso complessi ragionamenti tecnici: non avrebbero potuto funzionare, avrebbero avuto bisogno di ciminiere altissime e via discorrendo. È questa la tesi che ha dotato di notorietà uno pseudo-ingegnere, Fred Leuchter, e che domina nei siti negazionisti di internet.
Oggi, il negazionismo è considerato reato in molti Paesi d'Europa, anche se una parte dell'opinione pubblica rimane restia – come chi scrive – a trasformare, mettendoli in prigione, dei bugiardi in martiri. Non mancano poi sostenitori del negazionismo in funzione antiisraeliana. Bisogna però ripetere che dietro il negazionismo c'è un solo movente, un solo intento: l'antisemitismo. Tutto il resto è menzogna»[17].
Non mi soffermo a confutare questo concentrato di sciocchezze, che rasentano spesso la comicità. La storiella del «dopo il 1943», ad esempio, è veramente spassosa. Quale mirabile inventiva!
La cosa più grave è che Anna Foa non è una semplice collaboratrice dell’Osservatore Romano, ma è soprattutto una storica di prestigio[18], che però non soltanto non si è mai curata di aprire un libro revisionistico, ma non è stata neppure capace di presentare un riassunto decente delle favole pisantyane, avendo profuso nello scritto sopra citato spropositi assurdi che la stessa Pisanty non ha osato neppure sfiorare. Da ciò si desume che questa storica non ha letto nemmeno il libro della Pisanty, ma si è basata semplicemente su resoconti giornalistici. Un copia-incolla di seconda mano.
E questi sarebbero gli “storici” olocaustici: individui che si riducono ad attingere dagli scopiazzatori-giornalisti, ma che, nonostante ciò, rivendicano orgogliosamente la loro qualifica di “storici” accademici, sottolineando con compiacimento e una punta di disprezzo che né «il francese Robert Faurisson» né «l'inglese David Irving» è uno «storico di professione»!
Un indubbio merito, a paragone di uno “storico di professione” olocaustico.
Come quasi sempre, la verità è il contrario di ciò che proclamano gli adepti della Holocaustica Religio:
la Shoah non è un'interpretazione storiografica, ma un articolo di fede, una nuova forma di battesimo in virtù del quale si entra nella communio ecclesiale, ma anche una nuova forma di diritto naturale grazie al quale si viene ammessi nel consesso sociale. I reprobi sono relegati nelle tenebre esteriori, dove c’è pianto e stridor di denti.
La fede nella Shoah non ha nulla a che vedere con la storia o la storiografia, ma ha un carattere essenzialmente ideologico.
La stessa storiografia olocaustica, nel suo nucleo centrale, è essenzialmente il risultato di una ideologia[19].
Per questo motivo gli olo-santoni messianici non sono affatto interessati all’accertamento della verità, neppure all’akribéia in campo storico-documentario.
Per questo motivo non si curano minimamente della letterarura scientifica revisionistica.
Valentina Pisanty, novella Pizia, ha vaticinato e non bisogna far altro che diffondere il responso.
E se si trattasse di Oracoli Sibillini?
La risposta ora è alla portata di tutti:
L'“irritante questione” delle camere a gas ovvero da Cappuccetto Rosso ad... Auschwitz. Risposta a Valentina Pisanty. Riedizione riveduta, corretta e aggiornata. 2007: http://vho.org/aaargh/fran/livres7/CMCappuccetto.pdf
Edizione riveduta, corretta e aggiornata 2009:
http://civiumlibertas.blogspot.com/2007/11/slomo-in-grand....
Questa risposta è a disposizione di Valentina Pisanty da più di dieci anni. E da più di dieci anni la nostra dottoressa in semiotica la ignora, pur continuando a sproloquiare sul “negazionismo”, da ultimo nella trasmissione Sorgente di Vita, replicata su RAI 2 il 23 febbraio 2009 alle 9,30[20].
Non è ora che si decida a prenderla in considerazione e a controbattere?
In fondo è così facile confutare le “pseudoargomentazioni” revisionistiche! E allora che cosa aspetta a farlo?
Anna Foa vuole che i revisionisti considerino «tutte le fonti ebraiche di qualunque genere inattendibili e menzognere»: prescindendo dal fatto che si tratta di una scempiaggine, dal punto di vista metodologico e deontologico, non è più grave fingere che le fonti revisionistiche non esistano affatto?
Carlo Mattogno, 3 marzo 2009.
Note:
[1] Vedi al riguardo il mio articolo - I “nuovi” documenti su Auschwitz di Bild.DE: Una bufala gigantesca. 12 novembre 2008, in:
http://civiumlibertas.blogspot.com/2007/11/slomo-in-grand..., 19. Appendice, e in: http://ita.vho.org/038Bild_Mattogno.htm.
[2] Testo in:
http://www.bild.de/BILD/berlin/aktuell/2009/02/16/die-bau....
[3]Da: http://www.bildblog.de/5904/die-bauplaene-von-auschwitz-2/
[4] RGVA (Archivio russo di Stato della guerra, Mosca), 502-1-233, p. 24.
[5] In: Vierteljahreshefte für Zeitgeschichte, 1, 2002, pp. 41-69.
[6] In : http://vho.org/aaargh/fran/livres8/CMGeneralplanOst.pdf.
[7] Nadine Fresco, Les redresseurs de morts. Chambres à gaz: la bonne nouvelle. Comment on révise l'histoire, in: “Les Temps Modernes”, 35e année, N° 407, Juin 1980, pp.2150-2211.
[8] Vedi al riguardo il capitolo I, “Pierre Vidal-Naquet”, del mio studio Olocausto: dilettanti allo sbaraglio. Edizioni di Ar, Padova, 1996, pp. 11-89. In rete: http://www.vho.org/aaargh/fran/livres4/sbara1.pdf
[9] Bompiani, Milano, 1998.
[10] Deborah Lipstadt, Denying the Holocaust. The Growing Assault on the Truth and Memory. A Plume Book, New York, 1994.
[11] P. Vidal-Naquet, Gli assassini della memoria. Editori Riuniti, Roma, 1993.
[12] Olocausto: dilettanti allo sbaraglio, op. cit., capitolo III, “Deborah Lipstadt”, pp. 145-159.
[13] Il rapporto Gerstein. Anatomia di un falso. Sentinella d’Italia, Monfalcone, 1985.
[14] Michael Tregenza considera Gerstein inattendibile. Vedi il mio studio Bełżec nella propaganda, nelle testimonianze, nelle indagini archeologiche e nella storia. Effepi, Genova, 2006, pp. 69-70.
[15] V. Pisanty, L’irritante questione delle camere a gas. Logica del negazionismo, op. cit., p. 251.
[16] Il primo esempio è l’articolo di Bernardo Valli Negazionismo. Gli assassini della memoria che cancellano l’Olocausto (Repubblica, 3 febbraio 2009, pp. 32-33) di cui mi sono già occupato nel mio scritto La “Repubblica” della disinformazione, in: http://civiumlibertas.blogspot.com/2009/02/carlo-mattogno....
[17] L’articolo appare in vari siti, ad es.
http://paparatzinger2-blograffaella.blogspot.com/2009/01/...
[18] Si veda il suo curriculum qui: http://w3.uniroma1.it/dsmc/docenti/foa.htm.
[19] Vedi il mio articolo già citato La “Repubblica” della disinformazione.
[20] Franco Damiani, “Sorgente di Vita” stronca (?) il “negazionismo”, in:
http://francodamiani.blogspot.com/search?q=sorgente+di+vi...
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Al seguente link la risposta del Mattogno a tale pisanty valentina: http://studirevisionisti.myblog.it/archive/2012/01/26/da-...
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N.B.: Evidenziazione, sottolineatura, grassetto, immagini, NON sono presenti nel testo originale. Per contattarci: sturevcm@libero.it.
15:30 Scritto da: bw5a in Antisemitismo accusa, Auschwitz Kriegsgefangenenlagers der Waffen-SS, Bauwerke 5a 5b, BW5a BW5b, Blasfemia,idolatria,razzismo,bestemmia, Lager di Auschwitz, Leccaculo , piglianculo, servi, Negazionismo, Protocolli dei Savi Anziani di Sion, Repressione libertà espressione e ricerca, Sayanim spie sioniste hasbara, Sion zyon sionisti Italia, Sionisti "Italia", Teologia e ideologia della Shoah, Testimonianze, valentina pisanty, van pelt jan robert, vidal-naquet pierre, Wannsee conferenza | Link permanente | Commenti (0) | Tag: carlo mattogno, auschwitz, bild.de, gaskammer, camera a gas, entlausungsbaracken, bw 5a, bw 5b, leichenkeller, waffen-ss, conferenza di wannsee, heinrich himmler, unione sovietica, shoah, bireknau, kriegsgefangenenlager, generalplan ost, jean-claude pressac, robert jan van pelt, zyklon b, vescovo williamson, negazionisti, pierre vidal-naquet, nadine fresco, valentina pisanty, monica lewinsky, paul rassinier, lipstadt, plagio, anna foa |
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09/02/2012
96- L’ENIGMA LAZAR-ELIEZER-ELIE WIESEL
di Carlo Mattogno
Parte 1
Nella foto uno smarrito wiesel elie. BW5a
Due importanti fonti documentarie cui ho avuto accesso di recente impongono un completamento dei miei due precedenti articoli su questo argomento1 con qualche revisione, al fine di esporre lo stato attuale della questione.
1) Le accuse di Miklos Grüner
Nel libro Stolen Identity. Auschwitz Number A-77132, Miklos Grüner, ebreo ungherese ex deportato ad Auschwitz (numero di matricola A-11104) e a Buchenwald (120762), accusa Elie Wiesel, premio Nobel per la Pace nel 1986, di essersi impadronito dell’identità di un altro detenuto ebreo ungherese di Auschwitz e di Buchenwald, Lazar Wiesel, e del memoriale in jiddisch intitolato Un di velt hot geschwign (E il mondo ha taciuto) da questi pubblicato a Buenos Aires nel 1956 col nome di Eliezer Wiesel. L’opera di Grüner contiene una documentazione in parte inedita di notevole importanza, anche se l’interpretazione dell’Autore di alcuni documenti appare piuttosto discutibile.
Le credenziali di Grüner come ex deportato sono in ordine. La lettera del Museo di Auschwitz del 7 luglio 2003 a lui indirizzata (vedi sotto) precisa che il detenuto Grüner Miklos, Ebreo ungherese, nato il 6.04.28 a Nyiregyhaza, ricevette ad Auschwitz il numero A-11104. Per quanto riguarda Buchenwald, Grüner figura in un “Questionario per detenuti dei campi di concentramento” del Military Government of Germany che ho pubblicato nel mio primo articolo, e nel registro del Block 66, al quale egli fu assegnato e che riporta i suoi dati personali: numero di matricola (120762), nome e cognome (Gruner Miklos) e l’annotazione “U. Jun. A2”, che significa probabilmente “Ungarischer Junge”, “ragazzo ungherese”3. Secondo il suo libro La Notte4, Elie Wiesel fu deportato ad Auschwitz il 3 giugno 19445. Egli trascorse la notte a Birkenau e l’indomani fu trasferito ad Auschwitz, dove gli fu tatuato il numero A-77136. Tuttavia, a suo dire, «era una bella giornata d’aprile»7. Nel mio primo articolo ho rilevato che questa cronologia è completamente inventata. Se egli partì da Sighet il 3 giugno 1944, non poté arrivare ad Auschwitz in aprile. Per di più, il numero A-7713 fu assegnato il 24 maggio, giorno in cui furono immatricolati 2.000 Ebrei ungheresi con i numeri A-5729–A-77288.
Nel suo libro Elie Wiesel scrive che gli fu tatuato il numero di matricola A-77139, dato da lui confermato sotto giuramento nel verbale del processo dello Stato della California contro Erich Hunt dell’8 luglio 200810.
Grüner contesta anzitutto che Elie Wiesel abbia ricevuto ad Auschwitz il numero A-7713 e suo padre il numero A-7712. Questi numeri furono infatti assegnati a due detenuti ebrei ungheresi che divennero suoi amici, i fratelli Lazar e Abraham Wiesel. I documenti esitenti non lasciano dubbi al riguardo:
– Una lettera del Museo di Auschwitz a Miklós Grüner del 7 luglio 2003, la quale precisa che il detenuto n. A-7713 appare in una lista dell’Istituto di Igiene delle SS datata 7.12.1944-Monowitz e fornisce i seguenti dati:
A-11104 Grüner Miklos, Ebreo ungherese, nato il 6.04.28 a Nyiregyhaza
A-7712 Viesel Abram, nato il 10.10.1900 a Marmarossiget†
A-7713 Wiesel Lazar, nato il 4.9.1913 a Marmarossiget, fabbro11.
La lista summenzionata, che è stata pubblicata da Grüner12, non è di grande aiuto, perché l’intestazione è illeggibile e il significato del documento è indecifrabile. Non è neppure chiaro a che cosa si riferisca la data a timbro del 7 dicembre 1944, se si tratti di un trasferimento dei detenuti in questione al campo di Monowitz o di altra cosa.
– Una lettera del Memoriale (Gedenkstätte) di Buchenwald a Grüner del 15 maggio 2002 fornisce le seguenti informazioni:
«Lazar Wiesel, nato il 4.9.1913 a Maromarossziget, arrivò a Buchenwald il 26 gennaio 1945 con un trasporto da Auschwitz (archivio di Buchenwald, microfilm Auschwitz, p. 41). In questa pagina 41, al numero 2438, troverà i dati di Lazar Wiesel: numero di Buchenwald 123565, nato il 4.9.1913, numero di Auschwitz A-7713. Questi dati sono confermati anche dalla scheda numerica dell’ufficio degli scrivani [Schreibstube]13. Lazar Wiesel appare nel questionario degli Americani (NARA Washington, RG 242, microfilm 60) col numero 123165 e un’altra data di nascita (4.10.1928) e andò a Parigi il 16 luglio 1945 con il trasporto dei bambini superstiti (archivio di Buchenwald, 56-6-12, p. 9). Tuttavia qui c’è una differenza rispetto alla scheda numerica. Nella scheda numerica dell’ufficio degli scrivani col numero 123165 è registrato un detenuto ebreo sloveno, Pavel Kun, che morì a Buchenwald l’8.3.1945»14.
La lista dei nuovi arrivati del 26 gennaio 1945 (Zugänge vom 26. Januar 1945) redatta a Buchenwald lo stesso giorno riporta infatti:
«2438 123565 Wiesel Lazar 4.9.13 Marmarossziget Schlol.15 A 7713»16:
Documento 1
*
Inoltre:
«2372 123488 Viezel Abram 10.10.00 Marmaros Schl. A 7712»17:
Documento 2
*
– La scheda personale di Lazar Wiesel, che ho pubblicato nel mio primo articolo.
In questo documento18, in alto, a sinistra, appare l’annotazione manoscritta “Ung. Jude”, “Ebreo ungherese”, al centro, “Ausch. A 7713”, “Auschwitz A-7713”, il vecchio numero di matricola di Auschwitz, a destra “Gef.-Nr.: 123565”, “Numero di detenuto 123565”, il nuovo numero di matricola di Buchenwald. La data di nascita è il 4 settembre 1913.
– Un biglietto di registrazione dei detenuti, proveniente probabilmente dall’archivio del memoriale di Buchenwald, contiene i seguenti dati:
«123565
Wiesel Lazar Poliico.
Nato il 4.9.13 a Maromarossiget Ungherse
26 gennaio. 1945 Ebreo
Documento 3
– “Comunicazioni delle variazioni” di Buchenwald relative ad Abraham Viezel:
«Datenbank: Veräderungsmeldungen Buchenwald
Datensazt: 9315
Häftlingnr.: 123488 [A 7712]
Name: Viezel, Abraham
geboren: 10.10.00
Nationalität: Kategorie: polit. Jude
Einlieferung:
gestorben: 02.02.45 in: Block 57
Abraham Viezel, nato il 10 ottobre 1900, detenuto politico ebreo, numero di matricola di Auschwitz A-7712 e di Buchenwald 123488, morì il 2 febbraio 1945 nel Block 27, come risulta dalla comunicazione del 3 febbraio.
Su questo detenuto c’è anche un altro documento contenente il numero di registrazione relativo alla sua morte che ho pubblicato nel mio secondo articolo.
Pertanto è un fatto assodato che Lazar Wiesel fu deportato ad Auschwitz e immatricolato col numero A-7713, poi a Buchenwald, dove ricevette il numero 123565, e che suo fratello Abraham ebbe ad Auschwitz il numero A-7712 e a Buchenwald il numero 123488 e morì in questo campo il 2 febbraio 1945. Perciò questi numeri non furono assegnati a Elie Wiesel e a suo padre Shlomo.
I problemi sorgono quando si cerca di seguire la sorte di Lazar Wiesel a Buchenwald e dopo la sua partenza dal campo. Infatti questo Lazar Wiesel, nato a Máramarossziget il 4 settembre 1913, registrato a Buchenwald col numero 123565, scompare e al suo posto subentra un Lázár Wiesel con data di nascita e numero di matricola diversi21.
Il “Questionario per detenuti dei campi di concentramento” del Military Government of Germany del campo di Buchenwald menziona infatti un Lázár Wiesel, numero di matricola 123165, nato il 4 ottobre 1928 a Mármarossziget, in Romania, studente, arrestato a Mármarossziget il 16 aprile 1944, internato ad Auschwitz, dove rimase per quattro settimane, a Monowitz, dove soggiornò per otto mesi, e a Buchenwald, dove restò altri tre mesi22 (vedi il mio secondo articolo).
Riguardo a questo Lázár Wiesel, Grüner ha pubblicato due importanti documenti. Il già menzionato registro del Block 66 riporta la seguente annotazione:
«[123]565 Wiesel Lazar U. Jun. A 4»23:
1 Elie Wiesel: «Il più autorevole testimone vivente» della Shoah?
http://ita.vho.org/056_Elie_Wiesel.htm
Elie Wiesel: “The Most Authoritative Living Witness” of The Shoah?
http://www.revblog.codoh.com/2010/02/eli
Elie Wiesel: New Documents
http://www.revblog.codoh.com/2010/03/elie-wiesel-new-documents/
3 Idem, Parte intitolata The Evidence, Figure 2 (senza numero di pagina). Non è chiaro se la lettera “A” designi “Auschwitz”, mentre si deve escludere che il numero “2” si riferisca ad “Auschwitz 2 (II)”, perché nello stesso registro appare anche l’annotazione “U. Jun. A8”.
10. Elie Wiesel: «Il più autorevole testimone vivente» della Shoah?
http://ita.vho.org/056_Elie_Wiesel.htm
Elie Wiesel: “The Most Authoritative Living Witness” of The Shoah?
11 Testo in Stolen Identity. Auschwitz Number A-7713, op. cit., Figure 18.1; http://kuruc.info/r/6/51815/ , immagini 17 (in inglese) e 19 (in polacco).
14 Stolen Identity. Auschwitz Number A-7713, op. cit., Figure 11.1; http://kuruc.info/r/6/51815/, immagine 5
19 Idem, Figure 7.1; http://kuruc.info/r/6/51815/, immagine 6.
20 Testo in: http://kuruc.info/r/6/51815/, immagine7.
21 Indico col “Lazar” il Wiesel nato il 4 settembre 1913, con “Lázár” il Wiesel nato il 4 ottobre 1928.
23 Stolen Identity. Auschwitz Number A-7713, op. cit., Figure 2.
Parte 2
Documento 4
Inoltre uno stralcio della lista dei ragazzi trasferiti da Buchenwald a Parigi il 16 luglio 1945, nella quale, al numero 405, è registrato:
«Wiesel Lazar 4/10/28 Marmorossziget», rumeno1:
Documento 5
Grüner spiega a più riprese che cosa a suo avviso accadde. Lazar Wiesel fu assegnato al Block 66:
«About a week later, I couldn’t believe my own eyes to see Lazar in our Block 66. He told me that Abraham had passed away four days after our arrival at Buchenwald. He made it clear that he had received special permission to join us children in Block 66, since he was so much older than us»2.
Alcune pagine dopo egli ribadisce la presenza di Lazar Wiesel nel Block 663. Fin qui nulla di strano. Poi però egli afferma in modo sibillino e confuso:
«From the Archive’s of Buchenwald: Sabine Stein; 08.12.00 and 15.05.02. Stating that: Lazar Wiesel’s identity Number; 125565 according to the Military Government of Germany’s Inmates Questionnaire (NARA Washington, RG 242, film 60) were changed to Number 123165 and the date of birth to 04.10.1928. With this new identity he (Lazar Wiesel) left Buchenwald with a HIAS [Hebrew Immigrant Ais Society] convoy of 675 survived children (S-414) on the 16th of July 1945 to Paris. However there is a noticeable difference of contents between Lazar Wiesel’s original registration card 123563 and the new Number 123165; which did belong to a Jewish inmate from Slovakia; Pavel Kun, who died on the 8th of March 1945 in Buchenwald»4.
Successivamente, commentando il questionario summenzionato, Grüner aggiunge:
«Concerning Number: 123165 the inmate “Wiesel Lazar” Male; Born, October 4.-1928 Dated Buchenwald: April 22- 1945 to follow.
This Affidavit5 was drawn up in good faith to benefit Wiesel Lazar who was originally Born 04.09.1913 in Maramorossziget, and his registered Number in Buchenwald is 123565 was changed to 123165 for reason to suit Wiesel Lazar’s future and the purpose to benefit his coming future»6.
In un altro passo egli parla di «falsified Buchenwald number 123165»7.
Secondo Grüner, dunque, qualcuno (egli non chiarisce chi) avrebbe scritto «in good faith (?)» dati falsi nel questionario summenzionato. Ma le motivazioni da lui addotte sono decisamente insulse: in che modo la vera data di nascita (4 settembre 1913) e il vero numero di matricola di Buchenwald (123565) avrebbero potuto impedire di «suit Wiesel Lazar’s future» e di «benefit his coming future»? E come si poteva seriamente sperare di far passare un uomo di 32 anni per un ragazzo di 17? E perché un uomo di 32 anni fu accolto nel trasporto di ragazzi a Parigi?
Grüner pubblica due documenti (una pagina della lista dei nuovi arrivati da Auschwitz a Buchenwald del 26 gennaio 1945 e una scheda personale) dai quali risulta che il numero di Buchenwald 123165 fu assegnato effettivamente al detenuto Pavel Kun, nato il 6.7.1926 a Velka Bytca, registrato ad Auschwitz col numero B-14131 e morto l’8 marzo 19458. Ma per quale ragione il numero di questo detenuto sarebbe stato attribuito a Lazar Wiesel, “falsificando” il suo vero numero 123565?
Si potrebbe anche pensare che quel numero di matricola, appunto perché era già stato assegnato a Pavel Kun, sia frutto di un errore: 123165 invece di 123565. Ma come spiegare la data di nascita del 4 ottobre 1928?
Il questionario fu sicuramente compilato da uno dei tre ufficiali britannici elencati alla fine del documento, i quali avrebbero certamente potuto commettere un tale errore: ma l’interessato firmò il documento di suo pugno col cognome “Wiezel”, avallando con la sua firma sia il presunto errore, sia la presunta falsificazione, perciò in entrambi i casi l’impostore sarebbe lui.
Per di più, l’amicizia tra Lázár Wiesel e Sámuel Jakobovits (o Jakubowits) – nato il 2 ottobre 1926, che fu deportato ad Auschwitz e registrato col numero A-5763, assegnato il 24 maggio 1944 (questo giorno 2.000 Ebrei ungheresi furono infatti immatricolati con i numeri A-5729-7728; di questo trasporto facevano dunque parte sia Abram Wiesel [A-7712], sia Lazar Wiesel [A-7713] nato il 4.9.1913, ma, secondo il questionario del 22 aprile 1945, anche Lázár Wiesel nato il 4 ottobre 1928), indi trasferito a Buchenwald e qui registrato il 26 gennaio 1945 col numero 121761 – e soprattutto il fatto che Lázár indicò Sámuel tra le sue tre persone di fiducia, si concilia forse più coll’ipotesi di un ragazzo di 17 anni che menziona come garante un ragazzo di 19, piuttosto che con quella di un uomo di 32 anni che prende a garante un ragazzo di 17.
Risulta dunque difficile credere alla spiegazione della falsificazione dei dati personali di Lazar Wiesel, anche se essa chiarirebbe la scomparsa di Lazar Wiesel e l’apparizione di Lázár Wiesel.
Viceversa, se si tratta di due persone diverse, perché il Lázár nato il 4 ottobre 1928 non figura nella lista dei nuovi arrivati da Auschwitz a Buchenwald del 26 gennaio 1945?
E perché non risulta neppure deportato ad Auschwitz?
A questo punto subentra l’enigma di Elie Wiesel. Grüner non spiega in che modo questi si sarebbe parzialmente impadronito dei dati personali di Lazar Wiesel. Forse su base documentaria? Lazar Wiesel, come si è visto sopra, appare in vari documenti, ma il nome dei genitori è indicato soltanto nella sua scheda personale di Buchenwald, dove però la data di nascita è il 4 settembre 1913. Per spacciarsi per Lazar Wiesel, Elie avrebbe dovuto conoscere anche la documentazione su Lázár Wiesel (soprattutto in relazione al suo racconto relativo al Block 66, dove furono accolti i ragazzi), ma allora perché non assunse, per maggiore credibilità, la data di nascita del 4 ottobre 1928? E perché non menzionò nessuno dei due numeri di immatricolazione di Buchenwald (123565 o 123165)?
L’alternativa è un contatto personale. Elie Wiesel potrebbe aver conosciuto Lazar Wiesel e costruito la sua storia in base ai suoi racconti, liberamente rielaborati. Ma qui entriamo nel campo delle ipotesi aleatorie, anche se, probabilmente, la verità va ricercarcata proprio in questa direzione.
L’altra possibilità, che Elie Wiesel sia Lazar Wiesel, è da escludere già per ragioni cronologiche: attualmente egli dovrebbe avere 97 anni! D’altra parte, perché egli avrebbe “falsificato” di nuovo in 30 settembre 1928 la sua data di nascita già “falsificata” in 4 ottobre 1928?
Il certificato di nascita rilasciato dal “Servizio centrale di stato civile” della Romania in data 27 novembre 1996 a nome di Lazar Vizel, nato a Sighet da Solomon Vizel e da Sura Feig, reca sì la data di nascita del 30 settembre 1928 (e non del 6 ottobre 1928, come è annotato sopra e come anch’io ho scritto nel mio secondo articolo: questa è la data di registrazione della nascita)9, ma non dimostra nulla, perché non si sa a chi si riferisce, da chi e perché è stato richiesto, e soprattutto perché, quand’anche si riferisse a Elie Wiesel, può essere il frutto di un’autodichiarazione, come quella redatta l’8 ottobre 2004 da lui stesso riguardo a suo padre per il Central Database of Shoah Victims' Name10 dello Yad Vashem.
Documento 6
Le corrispondenze tra questi quattro personaggi che ho illustrato nel mio secondo articolo, e che espongo di nuovo qui, allo stato presente, non trovano ancora una spiegazione inequivocabile:
|
|
Lazar Wiesel |
Lázár Wiesel |
Lazar Vizel |
Elie Wiesel |
|
Numero di matricola di Auschwitz |
A-7713 |
? |
? |
A-7713 |
|
Numero di matricola Di Buchenwald |
123565
|
123165
|
? |
? |
|
Data di nascita |
4 settembre 1913 |
4 ottobre 1928 |
30 settembre 1928 |
30 settembre 1928 |
|
Luogo di nascita |
Máramarossziget = Sighet |
Máramarossziget |
Sighet |
Sighet |
|
Nome del padre |
Szalamo = Shlomo |
? |
Solomon |
Shlomo |
|
Nome della madre |
Serena Feig |
? |
Sura Feig |
Sarah Feig |
|
Domicilio del padre inizio 1945 |
Buchenwald |
? |
? |
Buchenwald |
Per Grüner l’intera vicenda si incentra sul libro Un di velt hot geschwign. Egli afferma che Lazar Wiesel, con la nuova identità di Lázár, redasse un manoscritto in jiddisch di 862 pagine che l’editore Mark Turkov ridusse a 253 pagine11. Il libro, a suo dire, fu «published in Paris in 1955»12 e
«is a Copyright by then, the 43 year old Eliezer Wiesel, Paris. Published 1955, Buenos Aires. The copyright shatt prove that he was tattooed in Birkenau with the number A-7713»13; in un altro punto Grüner scrive che il libro è un «Copyright by Eliezer (in Yiddish the name means the same as Lazar) Wiesel, Paris 1954»14. Elie Wiesel, usurpando il copyright di Lazar Wiesel, nel 1958 avrebbe pubblicato un riassunto di Un di velt hot geschwign col titolo La Nuit15.
Tuttavia non c’è alcuna prova che l’autore del libro in jiddisch sia Lazar Wiesel. Grüner lo considera tale perché in esso a p. 87 l’autore dice di aver ricevuto ad Auschwitz il numero di matricola A-771316 e a p. 239 di essere stato alloggiato a Buchenwald nel Block 6617, ma questi dati non sono sufficienti per identificare con certezza in Lazar Wiesel l’autore del libro.
D’altra parte, perché egli avrebbe usato il nome “Eliezer” invece di “Lazar”? Che questi due nomi, in jiddisch, «meant the same», come dice Grüner, non è esatto: essi non sono certo intercambiabili. Come ho rilevato nel mio secondo articolo, Lazar è sì un diminutivo di Eliezer, ma in jiddisch suona Leizer o Lozer. Che motivo avrebbe avuto Lazar Wiesel, che appare appunto come “Lazar” in tutti i documenti noti, di firmarsi “Eliezer”?
La questione del “copyright”, al contrario di quanto sembra credere Grüner, non dice nulla circa l’autore del libro. Anzi, non è affatto chiaro perché il “copyright” fu registrato a Parigi, dato che il libro fu pubblicato a Buenos Aires. Se Lazar Wiesel ne fosse davvero l’autore, avrebbe protestato per il plateale plagio presuntamente perpetrato da Elie Wiesel appena due anni dopo e l’editore Mark Turkov lo avrebbe citato in giudizio (a meno che questi, o entrambi, fossero d’accordo con Elie Wiesel). Ma nulla di ciò accadde.
Grüner sembra credere che il presunto plagiario Elie Wiesel abbia in qualche modo snaturato il testo originale di Lazar Wiesel, inventanto storie false ed esponendo così i veri superstiti alle critiche dei revisionisti. Al riguardo egli scrive:
«The book “Night” is a masterpiece designed to defame us and our Jewish God, while spreading lies about the Holocaust without any kind of reasonable explanation. To mention the horribly twisted story making account for the huge flames coming from the ditches holding incinerated bodies of men, women and children, without mentioning of corse, that they were dead, or that they were under the circumstances, already suffucated to death on arrival at the flaming ditches»18.
In un altro punto egli osserva:
«I had never seen or even come close to ditches burning with open fire, where people or children could be seen burning on my way to the washroom in Birkenau, as written in “Night” by Elie Wiesel»19.
In pratica Grüner accusa Elie Wiesel di aver inventato quantomeno la storia dei bambini bruciati vivi nelle “fosse di cremazione”, che ho analizzato nel mio primo articolo.
In realtà la stessa descrizione si trova nel testo jiddisch, come risulta dal confronto tra i due relativi brani (a sinistra quello tratto da “La Notte”20, a destra quello desunto da Un di velt hot geschwign21):
«Non lontano da noi delle fiamme salivano da una fossa, delle fiamme gigantesche. Vi si bruciava qualche cosa. Un autocarro si avvicinò e scaricò il suo carico: erano dei bambini. Dei neonati! Sì, l’avevo visto. L’avevo visto con i miei occhi… Dei bambini nelle fiamme. […].
Ecco dunque dove andavamo. Un po’ più avanti avremmo trovato un’altra fossa, più grande, per adulti. […].. Ancora venti passi. […]
La nostra colonna non aveva da fare più che una quindicina di passi. […]
Ancora dieci passi. Otto. Sette. Marciavamo lentamente, come dietro un carro funebre, seguendo il nostro funerale. Solo quattro passi. Tre. Ora era là, vicinissima a noi, la fossa e le sue fiamme. […]
No. A due passi dalla fossa, ci ordinarono di girare a sinistra, e ci fecero entrare in una baracca»(pp. 37-38).
A sessanta metri da noi delle fiamme si innalzano da una fossa; fiamme enormi; si brucia qualcosa lì: che cosa?
Un autocarro si avvicina alla fossa e vi scarica automaticamente il suo carico; improvvisa-mente vedo che cosa trasporta, che cosa versa nella fossa: bambini piccoli! lattanti! bimbetti! Sì, l’ho visto coi miei stessi occhi… ho visto come si gettavano dei bambini vivi nelle fiamme! […] andiamo davvero al camino, in direzione della fossa fiammeg-giante; evidentemente davanti [a noi], un po’ più in là, c’è un’altra fossa, più grande: per adulti, per noi. […]
Ancora venti passi […]. Ancora quindici passi […]. Ancora dieci passi, otto, sette passi […] quattro passi.
Ecco, tre passi, ecco, la fossa, ecco, le fiamme.
Due passi prima della fossa ci fu ordinato di dirigerci a sinistra, in una baracca-bagno»(pp. 67-70)
Il libro in jiddisch contiene un altro passo, ripreso anche in “La Notte”, che accresce ulteriormente i dubbi sul fatto che il suo autore sia Lazar Wiesel. Un detenuto di Auschwitz chiede al protagonista quale sia la sua età:
«Non ho ancora 15 anni, risposi.
Il detenuto gridò: No, 18 anni. […].
Poi pose la stessa domanda a mio padre.
-
Ho 50 anni, rispose ingenuamente mio padre.
Il detenuto si indignò: No! Non cinquant’anni! Quaranta!»22.
Perché Lazar Wiesel, che all’epoca dell’arrivo ad Auschwitz aveva 31 anni, avrebbe dichiarato di non averne ancora 15? Ciò, tra l’altro, rimanda all’anno di nascita 1929, che non si concilia né con quello di Lazar (presuntamente divenuto Lázár) Wiesel (4 ottobre 1928), né con quello di Elie Wiesel (30 settembre 1928).
In questa intricata vicenda l’unica cosa indubitabilmente certa è che Elie Wiesel ha mentito sui numeri di immatricolazione di Auschwitz assegnati a lui stesso e al padre: a che scopo se egli e suo padre furono realmente deportati ad Auschwitz? In questo caso avrebbero ricevuto numeri di matricola necessariamente diversi da A-7713 e A-7712: che motivo avrebbe avuto Elie Wiesel per non dichiarare i loro veri numeri?
Per quanto riguarda Stolen Identity, Grüner, come ho già sottolineato, accusa Elie Wiesel di aver gettato discredito sui veri testimoni con le sue fantasie, ma egli stesso non è da meno. Qui non è il caso di insistere su quest’aspetto del libro; basti questa sola citazione:
«They had saved my skin from being turned into lampshades or from being made into a burning torch. Most of all, I was spared from being turned into a cake of soap bearing the initials R.J.F. (reine jüdische fett23) on it»24.
Carlo Mattogno
10 marzo 2010
Il libro fu finito di stampare il 10 novembre 1955 e pubblicato nel 1956; esso reca la scritta “Copyright by: Eliezer Wiesel, Paris” senza data.
Note:
5 Ovviamente il questionario non può affatto essere considerato un “affidavit”, cioè una dichiarazione giurata.
9 Testo in: http://kuruc.info/r/6/51815/, immagine 8.
11 Idem, p. 43. Per la precisione, la narrazione finisce a pagina 245, con un esplicito “Sof” (Fine). Le pagine successive sono pubblicitarie (elenco delle opere pubblicate nella collezione Der poilische jidntum, L’Ebraismo polacco).
14 Idem, p. 46. Il libro fu finito di stampare il 10 novembre 1955 e pubblicato nel 1956; esso reca la scritta “Copyright by: Eliezer Wiesel, Paris” senza data.
23 R.I.F. (e non R.J.F.) sta notoriamente per Reichstelle für industrielle Fettversorgung, Ufficio del Reich per l’approvvigionamento di grasso.
24 Stolen Identity. Auschwitz Number A-7713, op. cit., pagina senza numero intitolata “In Gratitude”.
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Per tornare ai primi due articoli del Mattogno sul "caso" wiesel elie,cliccare sul link: http://studirevisionisti.myblog.it/archive/2012/01/10/eli...
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N.B.: Evidenziazione, sottolineatura, grassetto, immagini, NON sono presenti nel testo originale. Per contattarci: sturevcm@libero.it.
19:35 Scritto da: bw5a in Lager di Auschwitz, Lager di Buchenwald, Testimone elie wiesel, Testimonianze | Link permanente | Commenti (0) | Tag: reine jüdische fett.soap rif, lazar, eliezer, elie wiesel, auschwitz, lampshades, a-7713, a-7712, lazar wiesel, buchenwald, block 66, yad vashem, 123565, mármarossziget, miklos grüner, carlo mattogno, olocausto, testimoni oculari, falsi, truffa, industria olocausto, holocash |
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077 - ELIE WIESEL: «IL PIÙ AUTOREVOLE TESTIMONE VIVENTE» DELLA SHOAH?
"I tre articoli che seguono rispecchiano lo sviluppo delle ricerche su Elie Wiesel e delineano un quadro che si è andato arricchendo man mano che ho acquisito nuovi documenti. Per questo motivo ho preferito non raccoglierli in un'unico articolo, cosa che del resto sarebbe stata ardua. Ogni articolo amplia l'orizzonte del precedente e, all'occorrenza, ne corregge le imperfezioni, grazie all'accesso a nuove fonti documentarie".
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ELIE WIESEL:
«IL PIÙ AUTOREVOLE TESTIMONE VIVENTE» DELLA SHOAH?
In occasione della decima “Giornata della Memoria” Elie Wiesel(nella foto.BW5a) è stato invitato nell’aula di Montecitorio, dove ha tenuto un breve discorso infarcito di melensa retorica e condito di strambe scempiaggini, come l’appello a Fini e Berlusconi di «introdurre un disegno di legge che designi l’attentato suicida come crimine contro l’umanità», o l’auspicio che Ahmadinejad «dovrebbe essere arrestato e tradotto di fronte alla Corte dell’Aia e accusato di incitamento a crimini contro l’umanità»1. Considerato che le proposte vengono da uno che spalleggia i massacratori israeliani…
Le sue dichiarazioni più importanti, vedremo poi perché, sono queste:
«Io, il numero A-7713, sono qui a portarvi un messaggio su avvenimenti accaduti duemila anni più tardi. […].
Proprio in questi giorni, sessantacinque anni fa, mio padre Shlomo, figlio di Nissel e Eliezer Wiesel, numero A-7712, moriva di inedia e malattia nel campo di sterminio di Buchenwald»(corsivo mio).
Fini ha introdotto l’ospite così:
«Quello odierno è un evento eccezionale, perché è la terza volta, nella centenaria storia del Parlamento italiano, che un ospite parla solennemente all’Assemblea. È un onore che Elie Wiesel merita ampiamente, perché è davvero un personaggio eccezionale. Egli, infatti, è il più autorevole testimone vivente, tra i sopravvissuti ai campi di concentramento nazisti, degli orrori della Shoah»(corsivo mio).
Indi ha proseguito:
«Da decenni Elie Wiesel ci incoraggia in questo fondamentale impegno attraverso il suo magistero morale, l’energia del suo carisma intellettuale e umano, la forza del suo impegno civile, per non dimenticare e per far progredire la causa dei diritti umani e della pace nel mondo. […].
Oltre che testimone oculare della Shoah, Wiesel è una persona piena di fede e di amore»(corsivo mio).
Elie Wiesel è un impostore?
In foto Nikolaus Grüner,il 27.02.2012, in tribunale a Budapest contro il rabbino köves slomo ,amico del wiesel. BW5a.
Ciò ha richiamato l’attenzione su un articolo scritto in ungherese il 3 marzo 20092, tradotto in inglese il giorno dopo3 e in italiano nel mese di aprile4. In estrema sintesi, Miklós Grüner, che fu deportato dall’Ungheria ad Auschwitz nel maggio 1944, indi trasferito al campo di Monowitz e infine evacuato a Buchenwald nel gennaio 1945, dichiarò che al campo strinse amicizia con due fratelli, Lázár Wiesel, nato nel 1913, che aveva il numero di matricola A-7713, e Ábrahám Wiesel, nato nel 1900, numero di matricola A-7712. In pratica, Elie Wiesel si sarebbe appropriato dell’identità di Lázár Wiesel e avrebbe usurpato quella di Ábrahám per il padre. Miklós Grüner aggiunge che, in occasione di un incontro con Elie Wiesel, che gli era stato presentato come il suo amico Lázár Wiesel, questi rifiutò di mostrargli il numero di matricola tatuato sull’avambraccio. Egli allora intraprese delle ricerche e scoprì che un Elie Wiesel non era mai stato internato in un campo di concentramento e che non figurava in alcuna lista ufficiale di deportati.
Le dichiarazioni di Miklós Grüner sono state ripetute da molti, ma senza indagare oltre. Non resta dunque che sottoporle a verifica in base alla sana metodologia critica revisionistica.
Premetto i dati anagrafici di Elie Wiesel:
nato a Sighet, Romania, il 30 settembre 1928, da Shlomo e Sarah Frig, figlia di Dodye Feig, deportato a Birkenau il 16 maggio 19445.
Anzitutto bisogna verificare l’attendibilità dell’accusatore. Ciò che si può dire con certezza riguardo a Miklós Grüner, è che egli si trovava a Buchenwald nel maggio 1945. In un “Questionario per detenuti dei campi di concentramento” del Military Government of Germany appare infatti il suo nome, e anche la data di nascita – 6 aprile 1928 – corrisponde. Il numero di matricola è annotato a mano in alto a sinsitra: 1207626.
Questionario relativo a Miklós Grüner. Buchenwald, 6 maggio 1945
Ma il personaggio chiave della vicenda è Lázár Wiesel. Fortunatamente esiste la sua scheda personale relativa al suo internamento nel campo di Buchenwald che permette di verificare le affermazioni di Miklós Grüner. In questa scheda7, in alto, a sinistra, appare l’annotazione manoscritta “Ung. Jude”, “Ebreo ungherese”, al centro, “Ausch. A 7713”, “Auschwitz A-7713”, il vecchio numero di matricola di Auschwitz, a destra “Gef.-Nr.: 123565”, “Numero di detenuto 123565”, il nuovo numero di matricola di Buchenwald. Il detenuto era nato il 4 settembre 1913 (l’anno di nascita di Lázár Wiesel dichiarato da Miklós Grüner) a Maromarossziget ed era figlio di Szalamo Wiesel, che si trovava a Buchenwald, e di Serena Wiesel nata Feig, internata al KL Auschwitz. Il timbro “26.1.45 KL. Auschwitz” significa che Lázár Wiesel era stato registrato a Buchenwald il 26 gennaio 1945 in provenienza da Auschwitz.
Scheda personale di Lázár Wiesel (KL Buchenwald)
Va precisato che Maromarossziget [in ungherese], l’attuale Sighetu Marmaţiei (in rumeno) è la medesima località che Elie Wiesel chiama Sighet8.
Il nome “Szalamo” è identico a “Shlomo”, mentre “Serena” richiama foneticamente “Sarah”.
Riassumo nella tavola che segue i risultati della verifica esposta sopra:
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Lázár Wiesel |
Elie Wiesel |
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Numero di matricola |
A-7713 |
A-7713 |
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Data di nascita |
4 settembre 1913 |
30 settembre 1928 |
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Luogo di nascita |
Máramarossziget = Sighet |
Sighet |
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Nome del padre |
Szalamo = Shlomo |
Shlomo |
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Nome della madre |
Serena Feig |
Sarah Feig |
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Domicilio del padre inizio 1945 |
Buchenwald |
Buchenwald |
Miklós Grüner ha pienamente ragione: Elie Wiesel si è appropriato dell’identità di Lázár Wiesel.
Un’altra accusa formulata da Miklós Grüner riguarda l’origine del libro di Eli Wiesel “La Nuit” (in italiano “La notte”). Nella versione ungherese dell’articolo indicato nella nota 2 si dice che esso fu pubblicato in ungherese a Parigi nel 1955 dal suo amico Lázár col nome di Eliezer e col titolo “A világ hallgat” (E il mondo tace). Nella traduzione inglese invece il titolo suona “Un di Velt hot Gesvigen”, che è in jiddisch. Una ricerca sul titolo in ungherese non ha portato ad alcun risultato. Il libro in jiddisch invece è documentabile. Esso è infatti registrato nella Bibliography of Yiddish Books on the Catastrophe and Heroism9, n. 549 a p. 81. L’annotazione, in jiddisch, dice: Eliezer Wiesel, Un di Welt hot geschwign (E il mondo ha taciuto). Buenos Aires, 1956. Unione Centrale degli Ebrei polacchi in Argentina. Collana L’ebraismo polacco, vol. 117, 252 pagine. Di questo libro esiste una traduzione in inglese che corrisponde al capitolo VII di “La Nuit”. Ne parlerò alla fine dell’articolo.
Michael Wiesberg espone al riguardo informazioni degne di nota:
Wiesel stesso ha fatto vari accenni alla storia della nascita del suo libro. Naomi Seidman ha rilevato che proprio Wiesel, in Alle Flüsse fließen ins Meer (Tutti i fiumi portano al mare) ha richiamato l’attenzione sul fatto di aver consegnato all’editore argentino Mark Turkow il manoscritto originale di “La Nuit”, redatto in jiddisch, nel 1954. A suo dire non l’aveva più rivisto, cosa che Turk nega recisamente. Questo manoscritto fu pubblicato nel 1955 a Buenos Aires col titolo Und di Velt hat Geshveyn(E il mondo ha taciuto). Wiesel pretende di averlo scritto durante una crociera in Brasile nel 1954. Però in una intervista dichiarò che solo nel maggio 1955, dopo un incontro con Mauriac10, decise di rompere il suo silenzio. “E quell’anno [il 1955], nel decimo anno, cominciai la mia storia. Poi fu tradotta dallo jiddish in francese e io gliela mandai. Fummo molto, molto amici fino alla sua morte”.
Naomi Seidman, nelle sue ricerche su “La Nuit”, mise in chiaro che tra la versione in jiddisch e quella in francese di “La Nuit” ci sono notevoli differenze, precisamente riguardo a lunghezza, tono, intenzione e temi trattati nel libro. Ella attribuisce queste differenze all’influenza di Mauriac, che può essere descritto come una personalità molto particolare»11.
A questo riguardo, dunque, il meno che si possa dire è che l’origine del libro resta incerta e confusa.
Elie Wiesel è un falso testimone?
Accertato ciò, resta da stabilire se Elie Wiesel sia anche un falso testimone di Auschwitz. Esamineremo perciò la sua “testimonianza oculare”, come è esposta in «quello che è considerato il suo capolavoro»(Fini), La notte12. Già nel 1986 Robert Faurisson scrisse un articolo intitolato Un grand faux témoin: Élie Wiesel13. Di recente Thomas Kues ne ha redatto un altro dal titolo Una donnola travestita da agnello14. Entrambi affrontano la questione in termini generali. È giunto il momento di un’analisi tematica più approndita. Bisogna premettere che la caratteristica principale della testimonianza in questione è che racconta senza descrivere; Elie Wiesel pone grande attenzione ad evitare qualunque dettaglio verificabile e ciò che dice di Birkenau, di Auschwitz, di Monowitz e di Buchenwald è talmente indefinito che la sua narrazione si potrebbe tranquillamente riferire ad un luogo della Siberia o del Canada.
a) La deportazione
Elie Wiesel non indica il giorno della sua deportazione ad Auschwitz. La sua narrazione parte comunque da un riferimento cronologico preciso: «il sabato precedente Shavuòth, la Festa delle Settimane»(p. 19). Nel 1944 questa festa cadde il 28 maggio 194415, che era una domenica. Il giorno in questione era perciò il 27 maggio. Il primo trasporto di Ebrei partì da Sighet il giorno dopo, 28 maggio: «Infine, all’una venne dato il segnale di partenza»(p. 23). Elie Wiesel menziona poi «la giornata di lunedì»(p. 25), l’alba del giorno dopo (p. 25) e la successiva notte (p. 27) e alla fine precisa: «Sabato, il giorno del riposo, era il giorno scelto per la nostra cacciata»(p. 28) e quello fu appunto il giorno della sua deportazione (p. 29): il 3 giugno 1944.
La durata del viaggio non è indicata, ma i trasporti dall’Ungheria impiegarono da tre a quattro giorni per arrivare ad Auschwitz-Birkenau. Elie Wiesel trascorse la notte a Birkenau e l’indomani fu trasferito ad Auschwitz dove gli fu tatuato il numero A-7713 (p. 47). Tuttavia, a suo dire, «era una bella giornata d’aprile» (p. 45).
Questa cronologia è completamente inventata.
Se egli partì da Sighet il 3 giugno 1944 non poté arrivare ad Auschwitz in aprile.
Per di più, il numero A-7713 fu assegnato il 24 maggio, giorno in cui furono immatricolati 2.000 Ebrei ungheresi con i numeri A-5729–A-772816.
Secondo Randolph L. Braham, un trasporto ebraico per Auschwitz partì da Máramarossziget il 20 maggio 194417. Considerati quattro giorni di viaggio, questo è il trasporto di Lázár Wiesel, cui fu assegnato il numero A-7713 appunto il 24 maggio. Ma tutte queste cose, evidentemente, Eli Wiesel non le sapeva.
b) L’arrivo a Birkenau
Elie Wiesel racconta:
«Ma si arrivò in una stazione. Chi si trovava vicino alle finestre ce ne disse il nome: – Auschwitz. Nessuno l’aveva mai sentito dire. […]. Verso le undici il treno si rimise in movimento. Ci si affollava alle finestre. Il convoglio rotolava lentamente. Un quarto d’ora dopo rallentò ancora. Dalle finestre scorgemmo dei reticolati: capimmo che doveva trattarsi del campo. […].E mentre il treno si era fermato noi vedemmo questa volta delle vere fiamme salire da un alto camino, nel cielo nero. […].Noi guardavamo le fiamme nella notte. Un odore abominevole aleggiava nell’aria. Improvvisamente le porte si aprirono. […].Davanti a noi, quelle fiamme. Nell’aria, quell’odore di carne bruciata. Doveva essere mezzanotte. Eravamo arrivati. A Birkenau»(p. 34).
Questa narrazione è insensata già dal punto di vista topografico. La stazione da cui partiva il binario di diramazione verso Birkenau (la cosiddetta “vecchia rampa”) correva obliquamente a est della recinzione del campo ad una distanza – in linea d’aria – minima di circa 500 metri . Il binario di raccordo era lungo circa 700 metri.
A Birkenau c’erano quattro crematori, denominati II, III, IV e V. I camini dei crematori più vicini (II e III) distavano in linea d’aria circa 1.400 metri, quelli più lontani (IV e V) circa 1.800 metri. Il binario di raccordo, per gli ultimi 400 metri, procedeva perpendicolarmente alla recinzione del campo, sicché dalle finestrelle del treno non si potevano vedere i crematori II e III, che si trovavano più avanti nella stessa direzione, mentre i crematori IV e V erano coperti da almeno 12 file di baracche, inoltre ciascuno era dotato di 2 camini.
Non per nulla, a mia conoscenza, nessun testimone ha mai preteso di aver visto i camini dei crematori dal treno di deportazione.
Fotografia aerea del campo di Birkenau del 31 maggio 1944 (NA, 60 PRS/462, D 1508, Exp. 3056)
I cerchi racchiudono i crematori; da sinistra: II, III, IV e V. L’edificio a forma di “T” contrassegnato con le lettere “ZS” è la Zentralsauna. “EG” è l’edificio di entrata (Eingangsgebäude), la freccia indica la diramazione ferroviaria dalla stazione
L’arrivo al campo è narrato da Eli Wiesel in modo straordinariamente indefinito, con grande cura nell’evitare qualunque particolare verificabile: oltre al «camino», di cui mi occupo al punto c), egli menziona soltanto «dei reticolati», indi, all’interno del campo, un «incrocio»(p. 37), «una fossa» e «un’altra fossa»(pp. 37-38), una «baracca»(p. 40) e «una nuova baracca»(p. 41).
Nessun accenno a tutto ciò che attrasse l’attenzione di tutti i veri deportati, come è documentato dalle fotografie del cosiddetto Album di Auschwitz18 (che furono scattate qualche giorno dopo l’arrivo del convoglio di Lázár Wiesel): l’edificio di entrata (Eingangsgebäude) col suo arco, sotto il quale passavano i treni per entrare al campo, la banchina (la cosiddetta “rampa ebraica”, Judenrampe) con tre binari all’interno del campo, le recinzioni e le innumerevoli file di baracche a destra e a sinistra, le lunghe strade che tagliavano il campo in lungo e in largo, i fossati di drenaggio, le altane, i bacini antincendio, i crematori II e III alla fine della banchina.
L’edificio di ingresso (Eingangsgebäude) del campo di Birkenau © Carlo Mattogno
Poi il racconto diventa un po’ meno vago:
«Un barile di petrolio sulla porta. Disinfezione. Ci si bagna tutti. Poi una doccia calda. In gran fretta. Usciti dall’acqua, si è cacciati fuori. Correre ancora. Ancora una baracca: il magazzino. Lunghissime tavole. Montagne di casacche per detenuti. Noi corriamo. Quando passiamo ci lanciano pantaloni, giacca, camicia, calzini»(pp. 41-42).
Scena completamente inventata. All’epoca a Birkenau esistevano quattro impianti di disinfestazione e disinfezione (Entwesungs- und Desinfektionsanlagen). Quello principale era la cosiddetta Zentralsauna (Entwesungsanlage, BW 32), a forma di T davanti alla recinzione ovest del campo, con tre camere di disinfestazione ad aria calda (Heissluftentwesungskammern), tre autoclavi a vapore (Dampf-Desinfektionsapparate), sala doccia dotata di spogliatoio e vestitoio, sala barbieri; i due impianti BW 5a e 5b, situati nei settori BIb e BIa, parimenti forniti di sala doccia dotata di spogliatoio e vestitoio, ma l’uno con camera a gas di disinfestazione a Zyklon B, l’altro con due camere di disinfestazione ad aria calda; infine l’impianto del campo zingari BIIa, con 8 apparati di disinfestazione elettrici (elektrische Entlausungsapparate)19. Nei primi tre impianti, equipaggiati con spogliatoio (Auskleiraum) e vestitoio (Ankleideraum) tutte le operazioni si svolgevano all’interno degli edifici. La procedura di disinfestazione non prevedeva l’impiego di petrolio. Ma di tutto ciò Elie Wiesel non aveva alcun sentore.
Degna di menzione è anche la storiella in voga negli anni Cinquanta del buon detenuto che suggerisce ai nuovi arrivati di dichiarare un’età superiore o inferiore a quella reale per sfuggire alle “camere a gas”. A Elie Wiesel, che non aveva ancora 15 anni, il buon detenuto disse di dichiararne 18, a suo padre, che ne aveva 50, consigliò di dire 40 (p. 36). Si tratta di un racconto sciocco, perché ogni trasporto era accompagnato da liste dei deportati in cui era indicato, tra l’altro, cognome, nome e data di nascita di ciascuno, sicché all’atto della registrazione la pia menzogna sarebbe stata scoperta inevitabilmente; inoltre olocausticamente falso, perché, secondo una pubblicazione del Museo di Auschwitz, si gasavano bambini e ragazzi al di sotto di 14 anni20, mentre per gli adulti non esisteva un limite fisso. Nei registri dei decessi (Sterbebücher) di Auschwitz, per il 1943 (per il 1944 non è rimasto alcun registro) sono attestati 4.166 casi di persone tra i 51 e i 90 anni21.
c) “Il” camino fiammeggiante
Elie Wiesel non aveva alcuna idea di quanti crematori esistessero a Birkenau, come fossero fatti e dove si trovassero. Sebbene in un punto si lasci sfuggire un accenno alquanto fantasioso a «sei crematori»(p. 69), egli menziona sempre “il” camino, non si sa di quale crematorio, come se ce ne fosse uno solo. Di fatto i camini di Birkenau erano 6: quale sputava fiamme?
Egli insiste pure su questo singolare fenomeno: «–Vedete, laggiù, il camino? Lo vedete? Le fiamme le vedete? (Sì, le vedevamo, le fiamme)»(p. 36). Così sappiamo anche dove si trovava il camino: «Laggiù»!(Corsivo mio).
La storiella dei camini fiammeggianti andava in gran voga negli anni Cinquanta, quando Elie Wiesel scrisse La Notte (1958). Ormai non la prende più sul serio neppure un Robert Jan van Pelt, che si è industriato per dimostrare che i camini dei crematori di Birkenau fumavano… e basta22. In effetti questa storiella non ha alcun fondamento tecnico, come ho spiegato in un articolo specifico23.
Un convoglio di Ebrei ungheresi nel campo di Birkenau – Fine maggio 1944. Le frecce indicano i camini dei crematori II e III, senza “fiamme” né fumo (da: L’Album d’Auschwitz, p.51)
d) Le “fosse di cremazione”
Questo è l’aspetto più orrorifico della sua “testimonianza oculare”:
«Non lontano da noi delle fiamme salivano da una fossa, delle fiamme gigantesche. Vi si bruciava qualche cosa. Un autocarro si avvicinò e scaricò il suo carico: erano dei bambini. Dei neonati! Sì, l’avevo visto. L’avevo visto con i miei occhi… Dei bambini nelle fiamme. […]. Ecco dunque dove andavamo. Un po’ più avanti avremmo trovato un’altra fossa, più grande, per adulti. […]. Continuammo a marciare. Ci avvicinammo a poco a poco alla fossa da cui proveniva un calore infernale. Ancora venti passi. Se volevo darmi la morte, questo era il momento. La nostra colonna non aveva da fare più che una quindicina di passi. Io mi mordevo le labbra perché mio padre non sentisse il tremito delle mie mascelle. Ancora dieci passi. Otto. Sette. Marciavamo lentamente, come dietro un carro funebre, seguendo il nostro funerale. Solo quattro passi. Tre. Ora era là, vicinissima a noi, la fossa e le sue fiamme. Io raccoglievo tutte le mie forze residue per poter saltare fuori dalla fila e gettarmi sui reticolati. In fondo al mio cuore davo l’addio a mio padre, all’universo intero e, mio malgrado, delle parole si formavano e si presentavano in un mormorio alle mie labbra: Yitgaddàl veyitkaddàsh shemé rabbà…Che il Suo Nome sia elevato e santificato…Il mio cuore stava per scoppiare. Ecco: mi trovavo di fronte all’Angelo della morte… No. A due passi dalla fossa, ci ordinarono di girare a sinistra, e ci fecero entrare in una baracca»(pp. 37-38).
Dove si svolge la scena? Come al solito, Elie Wiesel si guarda bene dal fornire il minimo punto di riferimento topografico. Secondo la storiografia olocaustica, le “fosse di cremazione” si trovavano in due siti: all’esterno del campo, di fronte alla Zentralsauna, nell’area del presunto “Bunker 2”24 e nel cortile nord del crematorio V. La prima possibilità deve essere esclusa perché, in tal caso, Elie Wiesel avrebbe dovuto menzionare l’uscita dal campo e un percorso di varie centinaia di metri in aperta campagna. Resta la seconda.
Nello studio Auschwitz: Open Air Incinerations25 ho dimostrato, grazie all’analisi di tutte fotografie aeree di Birkenau disponibili, che la storia delle “fosse di cremazione”, per numero, superficie e finalità, non trova alcun riscontro nella realtà. L’unico sito di cremazione documentariamente attestato che esistette a Birkenau era dislocato dietro il crematorio V e aveva una superficie di circa 50 metri quadrati (mentre, secondo la propaganda olocaustica, il presunto sterminio degli Ebrei ungheresi avrebbe richiesto “fosse di cremazione” con una superficie totale di circa 5.900 metri quadrati), come si vede in questa fotografia:
Fotografia aerea di Birkenau del 23 agosto 1944 – Cortile nord del crematorio V Il sito fumante è molto esiguo, come risulta dal confronto con il Krematorio V (a sinistra), che era largo circa 13 metri
Va inoltre rilevato che, per raggiungere questo, sito bisognava passare necessariamente accanto ai crematori IV e V, che non sarebbero certo sfuggiti ad un acuto osservatore di camini come Elie Wiesel, dato che ne avevano ben quattro; per di più, in prossimità di esso non c’era nessuna baracca, ma solo il crematorio V. Infine il reticolato più vicino (quello nord), sul quale si sarebbe voluto gettare il nostro testimone, si trovava al di là del fossato di drenaggio che correva lungo la recinzione.
Oltre che storicamente infondata, la storia è anche assurda, perché, se Elie Wiesel si fosse realmente avvicinato fino a due passi da una vera “fossa di cremazione”, che, per assolvere la sua funzione, avrebbe dovuto avere una temperatura minima di 600°C, si sarebbe ustionato mortalmente.
La scena dell’autocarro che scarica bambini in una “fossa di cremazione” fa parte anch’essa dell’armamentario propadandistico del dopoguerra. Essa fu illustratada David Olère in un quadro del 1947 che poi è servito di ispirazione per i “testimoni oculari” successivi26.
Il racconto di Eli Wiesel è dunque falso e assurdo; ma è anche chiaramente pretestuoso: se egli e suo padre erano stati “selezionati” per il lavoro, perché furono portati in prossimità della “fossa di cremazione”? Per scoprire il preteso “terribile segreto” di Auschwitz e propalarlo tra altri detenuti in altri campi?
Si tratta evidentemente di un banale artificio per poter giustificare una “testimonianza oculare” orrida puramente fittizia.
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Il trasferimento ad Auschwitz
Dopo una notte trascorsa in una baracca del campo zingari, Elie Wiesel fu trasferito al campo principale di Auschwitz. Anche in questo caso la descrizione del tragitto è oltremodo vaga:
«La marcia era durata una mezz’ora. Guardandomi intorno mi accorsi che i reticolati erano dietro di noi: eravamo usciti dal campo. Era una bella giornata d’aprile. Profumi di primavera aleggiavano nell’aria. Il sole calava verso occidente. Ma appena dopo pochi passi vedemmo i reticolati di un altro campo. Un cancello di ferro, con su in alto scritto:“Il lavoro rende liberi”. Auschwitz»(p. 45).
Così egli non si accorse neppure all’uscita dal campo di essere passato sotto l’arco dell’edificio di ingresso di Birkenau. Lungo il tragitto non notò nulla, né il ponte sopra la ferrovia, né il lungo viale che portava al campo di Auschwitz. La scritta “Arbeit macht frei” invece la notò subito (ma non in tedesco!), come la può notare chiunque abbia sentito parlare di Auschwitz.
Non c’è bisogno di dire che egli si guarda bene dal descrivere, sia pure sommariamente, il nuovo campo. Ivi giunto, fu accolto nel Block 17, di cui ovviamente non dice nulla.
«Nel pomeriggio ci misero in fila. Tre prigionieri portarono un tavolo e degli strumenti chirurgici. Con la manica del braccio sinistro tirata su ognuno doveva passare davanti alla tavola. I tre “anziani”, ago alla mano, ci incidevano un numero sul braccio sinistro. Io diventai A-7713»(p. 47).
Anche questa descrizione è fasulla. Ho già esposto l’impostura del numero di matricola. Aggiungo che, come riferisce Tadeusz Iwaszko,
«i nuovi arrivati (Zugang) venivano portati negli edifici dei bagni, che ad Auschwitz I si trovavano nel blocco nr. 26»27.
Eli Wiesel tace anche tutte le importanti operazioni preliminari, che evidentemente non conosceva affatto:
«La registrazione avveniva subito dopo il bagno e la consegna dei vestiti e consisteva nella compilazione di un modulo con i dati personali (Häftlings-Personalbogen) e l’indirizzo dei familiari più prossimi. […]. Il detenuto riceveva quindi un numero progressivo che per tutta la durata del suo soggiorno al KL avrebbe sostituito il suo nome. La procedura di immatricolazione si concludeva con il tatuaggio del numero sull’avambraccio sinistro»28.
Egli parla poi dell’appello serale:
«Decine di migliaia di detenuti stavano in fila mentre le S.S. verificavano il loro numero»(p. 47)(corsivo mio).
Ma la forza del campo di Auschwitz era di gran lunga più esigua. Il 12 luglio 1944 contava circa 14.400 detenuti29.
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Il trasferimento a Monowitz
Dopo tre settimane di permanenza ad Auschwitz (p. 48), Elie Wiesel fu trasferito al campo di Buna (p. 50), cioè Auschwitz III o Monowitz. Anche qui nessuna descrizione del campo, nessun particolare verificabile30. Le poche informazioni da lui fornite sono tutte fantasiose. Egli comincia subito con una contraddizione:
«Nel nostro convoglio c’erano dei bambini di dieci, dodici anni»(p. 51).
Forse anche questi, per scampare alle “camere a gas”, avevano dichiarato 18 anni?
Indi furono «sistemati in due tende»(p. 51), come se non ci fosse posto nelle 60 baracche del campo, così descritto da Primo Levi:
«questo nostro Lager è un quadrato di circa seicento metri di lato, circondato da due reticolati di filo spinato, il più interno dei quali è percorso da corrente ad alta tensione. È costituito da sessanta baracche in legno, che qui si chiamano Blocks, di cui una decina in costruzione; a queste vanno aggiunti il corpo delle cucine, che è in muratura; una fattoria sperimentale, gestita da un distaccamento di Häftlinge privilegiati; le baracche delle docce e delle latrine, in numero di una per ogni gruppo di sei od otto Blocks. Di più, alcuni Blocks sono adibiti a scopi particolari. Innanzitutto, un gruppo di otto, all’estremità est del campo, costituisce l’infermeria e l’ambulatorio; v’è poi il Block 24 che è il Krätzeblock, riservato agli scabbiosi; il Block 7, in cui nessun comune Häftling è mai entrato, riservato alla “Prominenz”, cioè all’aristocrazia, agli internati che ricoprono le cariche supreme; il Block 47, riservato ai Reichsdeutsche (gli ariani tedeschi, politici o criminali); il Block 49, per soli Kapos; il Block 12, una metà del quale, ad uso dei Reichsdeutsche e Kapos, funge da Kantine, cioè da distributorio di tabacco, polvere insetticida, e occasionalmente altri articoli; il Block 37, che contiene la Fureria centrale e l’Ufficio del lavoro; e infine il Block 29, che ha le finestre sempre chiuse perché è il Frauenblock, il postribolo del campo, servito da ragazze Häftlinge polacche, e riservato ai Reichsdeutsche»31.
Confrontata con questa, la non-descrizione di Elie Wiesel è tristemente patetica.
Parlando a Montecitorio, egli non ha saputo resistere alla tentazione di ostentare la conoscenza di Primo Levi:
«Ad un certo punto siamo stati assegnati alla stessa baracca, ma non era presente nella marcia della morte verso i vagoni che ci hanno portato a Buchenwald; è rimasto in ospedale»32(corsivo mio).
Tuttavia Primo Levi fu assegnato al Block 3033, poi al Block 4534 e infine al Block 4835. In quale Block alloggiò Elie Wiesel? La risposta non è semplice. Egli menziona dapprima «il blocco dell’orchestra»36, che si trovava effettivamente «vicino alla porta del campo»(p. 53), poi menziona un paio di volte il Block 36 («… mi misi a correre verso il blocco 36…Corsi verso il blocco 36…» (p. 74 e 77), senza precisare se vi alloggiasse; infine dichiara esplicitamente che si trovava nel Block 57 (p. 84). In pratica Elie Wiesel e Primo Levi non si trovarono mai nella stessa baracca. Una pia menzogna nel bel mezzo di Montecitorio, al cospetto di cotanti illustri uditori!
La storiella dell’estrazione di denti d’oro a detenuti vivi con conseguente chiusura del «gabinetto del dentista»(p. 55) non ha alcun fondamento. I denti d’oro venivano estratti ai cadaveri e il gabinetto dentistico (Zahnstation), che si trovava nel Block 15 ed operava sotto la supervisione delle SS, non fu chiuso.
Elie Wiesel espone poi questa narrazione riguardo a un detenuto “selezionato” per le “camere a gas”:
«Quando arrivò la selezione era già condannato e non fece altro che offrire il suo collo al boia. Ci chiese soltanto:“Fra tre giorni non ci sarò più… Dite il Kaddish per me”. Noi glielo promettemmo: fra tre giorni, vedendo alzarsi il fumo dal camino, avremmo pensato a lui, avremmo raccolto dieci uomini e avremmo fatto una funzione speciale. […]. Allora se ne andò, nella direzione dell’ospedale con un passo quasi sicuro, senza guardarsi indietro. Un’ambulanza lo aspettava per portarlo a Birkenau»(p. 78)[Corsivo mio].
Il nostro “testimone oculare” o aveva dimenticato che doveva trovarsi al campo di Monowitz, dove non esisteva alcun crematorio, oppure aveva una vista tanto acuta da riuscire a vedere il fumo “del camino” (uno dei sei, a scelta) di Birkenau, cosa un po’ improbabile, perché i due campi distavano in linea d’aria circa 5 chilometri e in mezzo c’era la città di Auschwitz.
D’altra parte, scomodare un’ambulanza per trasportare un detenuto alla “gasazione”, questo sì che era una vera “Sonderbehandlung”, un “trattamento speciale”!
In fatto di “selezioni”, Elie Wiesel afferma che ad una di esse era presente «il famoso dottor Mengele»(p. 73), che, essendo Lagerarzt del campo zingari (BIIe) di Birkenau, aveva ben altro da fare che andare a Monowitz a effettuare “selezioni”. Questo è l’unico medico menzionato da Eli Wiesel, che lo avrebbe anche accolto a Birkenau (p. 37), appunto perché era «famoso», anche tra coloro che non avevano mai messo piede ad Auschwitz.
Il nostro “testimone oculare” si concede persino un particolare verificabile: un attacco aereo alleato.
Esso avenne «una domenica»; il giorno lo ricordava bene, perché ne approfittò «per dormire fino a tardi»(p. 61). «Il bombardamento durò più di un’ora»(p. 63). Il commento di Elie Wiesel: «Vedere la fabbrica consumarsi nell’incendio, che vendetta! »(p. 62)[corsivo mio].
Il bombardamento avvenne il 13 settembre 1944, che era un mercoledì, durò 13 minuti, dalle 11.17 alle 11.30 e distrusse solo una parte degli impianti. A Monowitz non c’era infatti «la fabbrica», ma decine e decine di impianti.
Sorvoliamo su altre scempiaggini minori, come la pena di morte comminata «in nome di Himmler»!(p. 64) e passiamo al suo ricovero all’ospedale del campo (probabilmente ispirato da quello di Primo Levi). Ciò avvenne «verso la metà di gennaio», quando gli si gonfiò il piede destro a causa del freddo e fu necessario un intervento chirurgico. Egli fu dunque ricoverato all’ospedale e non gli sfuggì che «era molto piccolo»(p. 79). Infatti era costituito da appena 9 blochi, 2 di convalescenza (13 e 22), 2 di chirurgia (14 e 16), 1 di medicina interna con gabinetto dentistico (15), 2 di medicina interna (17 e 19), 1 con ambulatorio e ufficio degli scrivani (18) e 1 per malattie infettive.
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Il trasferimento a Buchenwald
Alla decisione di Elie Wiesel di partire con i Tedeschi e di non aspettare i Sovietici non bisogna attribuire un qualche significato particolare, perché, nel suo contesto letterario, è psicologicamente giustificata dal timore (ingiustificato) che tutti coloro che fossero rimasti al campo sarebbero stati fucilati.
Tralascio tutte le peripezie della marcia di evacuazione e del trasporto in treno e passo subito all’arrivo a Buchenwald. Da tener presente solo la durata del viaggio: 3 giorni di sosta a Gleiwitz (p. 94), più un giorno per arrivarvi a piedi da Monowitz, «dieci giorni e dieci notti di viaggio»(p. 97) in treno, in totale 14 giorni. Riguardo a Buchenwald identica non-descrizione: impossibile identificare una qualunque parte del campo. Egli parla di docce (p. 105) ma evita accuratamente di menzionare la procedura di immatricolazione. Abbiamo visto sopra che Miklós Grüner e Lázár Wiesel, i quali a Buchenwald ci andarono davvero, ricevettero rispettivamente il numero di matricola 120762 e 123565.
Se Elie Wiesel avesse menzionato questo fatto ovvio, l’immatricolazione, avrebbe dovuto render conto di due numeri di matricola. Cosa ancora più gravosa per lui, perché nello schedario dei detenuti di Buchenwald un Eli (o Eliezer) Wiesel non compare affatto.
Esaminiamo infine se il suo racconto dell’arrivo a Buchenwald è conforme ai documenti.
Egli afferma che andò alla doccia «il terzo giorno dopo il nostro arrivo a Buchenwald»(p. 105), che era «il 28 gennaio 1945»(p. 108), sicché partì da Monowitz l’11 gennaio e arrivò a Buchenwald il 25. Nel gennaio 1945 dal complesso Auschwitz-Birkenau arrivarono a Buchenwald tre convogli di deportati37:
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Data di partenza |
Data di arrivo |
Numeri di matricola |
Numero detenuti |
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18 gennaio |
22 gennaio |
117195-119418 |
2.224 |
|
18 gennaio |
23 gennaio |
119419-120337 |
919 |
|
18 gennaio |
26 gennaio |
120348-124274 |
3.927 |
Nessun trasporto partì l’11 gennaio, nessuno impiegò più di 8 giorni. Quello arrivato il 26 gennaio portò sia Lázár Wiesel, sia Miklós Grüner, come risulta dai loro rispettivi numeri di matricola 120762 e 123565.
Come ho accennato sopra, il testo originario in jiddisch da cui Eli Wiesel ha tratto il capitolo VII del suo libro (il racconto del viaggio da Gleiwitz a Buchenwald) è stato tradotto in inglese da Moshe Spiegel col titolo “The Death Train”38. I due testi sono molto simili, ma nel primo il numero dei detenuti caricati nel vagone di Elie Wiesel non è di 100 (p. 101), ma di 12039. Inoltre qui egli menziona anche il numero dei vagoni: 2540. Il numero dei detenuti del suo vagone arrivati vivi a Buchenwald è invece identico: 12 (p. 101)41. Perciò in questo vagone si sarebbe verificata una mortalità dell’ 88% o del 90%. Ma anche l’intero convoglio avrebbe pagato un alto tributo di morti:
«Il viaggio durò dieci interminabili giorni e notti. Ogni giorno reclamò la sua quota di vittime e ogni notte pagò il suo omaggio all’Angelo della Morte»42.
Il giorno dell’arrivo a Buchenwald ci furono 40 morti43.
Nei vagoni sarebbero stati caricati (25 x 100 ÷ 120 =) 2.500 ÷ 3.000 detenuti, di cui la maggioranza sarebbe morta durante il viaggio.
Si sa però che il trasporto che giunse a Buchenwald il 26 gennaio 1945 contava alla partenza, secondo la lista nominativa dei deportati, 3987 detenuti44; se a Buchenwald ne furono immatricolati 3.927, significa che vi furono 60 decessi, l’1,5%.
Da tutti i dati esposti sopra risulta pertanto che il racconto del viaggio da Gleiwitz a Buchenwald non può essere veritiero.
Concludendo, Elie Wiesel non è mai stato internato né a Birkenau, né ad Auschwitz, né a Monowitz, né a Buchenwald.
Per quanto riguarda suo padre Shlomo, il suo nome45 appare nel Central Database of Shoah Victims' Name 46 dello Yad Vashem, ma queste informazioni sono state trasmesse in data 8 ottobre 2004 da Eli Wiesel stesso!
Un’ultima osservazione. Si sostiene che la presenza di Elie Wiesel a Buchenwald sarebbe attestata da una fotografia che ritrae un gruppo di detenuti di questo campo:
«Foto di Harry Miller di lavoratori schiavi al campo di concentramento di Buchenwald dopo l’arrivo al campo delle truppe statunitensi dell’80a divisione. Scattata il 16 aprile 1945. Miklos Grüner (numero di matricola 120762) è in basso a sinistra, Eli Wiesel (numero di matricola 123565) è nella fila sopra, vicino al terzo travicello da sinistra»47.
Tuttavia il fatto che il volto della persona ritratta nella fotografia fosse quello di Eli Wiesel si basa soltanto su una sua dichiarazione, su un suo sedicente auto-riconoscimento. Quanto al “suo” numero di matricola – 123565 – , esso apparteneva a Lázár Wiesel!
Impostura e falsa testimonianza: Elie Wiesel è proprio «un personaggio eccezionale», il simbolo vivente dell’ “Olocausto”. E chi lo esalta come «personaggio eccezionale» è degno del suo sublime «magistero morale».
Carlo Mattogno
3 febbraio 2010
ELIE WIESEL: NUOVI DOCUMENTI
Dopo la pubblicazione dell’articolo Elie Wiesel: «Il più autorevole testimone vivente» della Shoah?48 mi è stato segnalato un sito web ungherese in cui Miklós Grüner ha reso nota una documentazione importante sulla questione49. I suoi lodevoli sforzi per accertare la verità su Elie Wiesel durano da anni, ma purtroppo sono rimasti per troppo tempo praticamente ignorati.
Tralascio le denunce a varie autorità contro il Premio Nobel per furto di identità e prendo in esame i documenti.
1) Una lettera del Memoriale (Gedenkstätte) di Buchenwald a Miklós Grüner del 15 maggio 2002 fornisce le seguenti informazioni:
«Lazar Wiesel, nato il 4.9.1913 a Maromarossziget, arrivò a Buchenwald il 26 gennaio 1945 con un trasporto da Auschwitz (archivio di Buchenwald, microfilm Auschwitz, p. 41). In questa pagina 41, al numero 2438, troverà i dati di Lazar Wiesel: numero di Buchenwald 123565, nato il 4.9.1913, numero di Auschwitz A-7713. Questi dati sono confermati anche dalla scheda numerica dell’ufficio degli scrivani [Schreibstube]50. Lazar Wiesel appare nel questionario degli Americani (NARA Washington, RG 242, microfilm 60) col numero 123165 e un’altra data di nascita (4.10.1928) e andò a Parigi il 16 luglio 1945 con il trasporto dei bambini superstiti (archivio di Buchenwald, 56-6-12, p. 9). Tuttavia qui c’è una differenza rispetto alla scheda numerica. Nella scheda numerica dell’ufficio degli scrivani col numero 123165 è registrato un detenuto ebreo sloveno, Pavel Kun, che morì a Buchenwald l’8.3.1945».
2) Un biglietto di registrazione dei detenuti, proveniente probabilmente dall’archivio del memoriale di Buchenwald, contiene i seguenti dati:
«123565
Wiesel Lazar Polit.
geb. 4.9.13 Maromarossiget Ungar
26. Jan. 1945 Jude».
Ossia Lazar Wiesel, nato a Maromarossiget il 4 settembre 1913, detenuto politico, ebreo ungherese, fu immatricolato a Buchenwald il 26 gennaio 1945 col numero 123565.
3) “Comunicazioni delle variazioni” di Buchenwald relative ad Abraham Viezel:
«Datenbank: Veräderungsmeldungen Buchenwald
Datensazt: 9315
Häftlingnr.: 123488 [A 7712]
Name: Viezel, Abraham
geboren: 10.10.00
Nationalität: Kategorie: polit. Jude
Einlieferung:
gestorben: 02.02.45 in: Block 57
Meldung vom: 03.02.45».
Abraham Viezel, nato il 10 ottobre 1900, detenuto politico ebreo, numero di matricola di Auschwitz A-7712 e di Buchenwald 123488, morì il 2 febbraio 1945 nel Block 27, come risulta dalla comunicazione del 3 febbraio.
Su questo detenuto c’è anche il documento che segue; data di nascita e numero di matricola corrispondono esattamente, “5514” è il numero di registrazione relativo alla sua morte.
Attestato di morte di Abram Viezel
4) Un certificato di nascita del “Servizio centrale di stato civile” della Romania datato 27 novembre 1996 a nome di Lazar Vizel, nato a Sighet il 6 ottobre 1928 da Solomon Vizel e da Sura Feig.
5) Un questionario del Governo militare americano in Germania del campo di Buchenwaldrelativo a Lázár Wiesel, nato il 4 ottobre 1928, numero di matricola 123165.
Di questo documento fornisco una copia più leggibile che include anche il retro51.
Questionario di Buchenwald di Lázár Wiesel datato 22 aprile 1945 – Recto.
Questionario di Buchenwald di Lázár Wiesel datato 22 aprile 1945 – Verso.
6) Una lettera del direttore del Museo di Auschwitz, Kazimierz Smoleń, alla signora Eva Kor, fondatrice dell’organizzazione CANDLES (Children of Auschwitz Nazi Deadly Lab Experiments Survivors), in data 15 marzo 1987, che al punto 2 dice:
«Nel KL Auschwitz col numero A-7713 fu indicato il detenuto WIESEL Lazar, nato il 4.9.1913 a Maromarossiget, Ebreo ungherese. Il suddetto detenuto fu immatricolato ad Auschwitz il 24.5.1944. Verso la fine del 1944 fu trasferito al KL Auschwitz III/Monowitz, durante l’evacuazione finale fu mandato a Buchenwald, dove fu immatricolato il 26.1.1945».
7) Una lettera del Museo di Auschwitz a Miklós Grüner del 7.7.2003 la quale precisa che il detenuto n. A-7713 appare in una lista dell’Istituto di Igiene delle SS datata 7.12.1944-Monowitz e fornisce i seguenti dati:
A-11104 Grüner Miklos, Ebreo ungherese, nato il 6.04.28 a Nyiregyhaza
A-7712 Viesel Abram, nato il 10.10.1900 a Marmarossiget†
A-7713 Wiesel Lazar, nato il 4.9.1913 a Marmarossiget, fabbro.
8) Uno stralcio del verbale del processo dello Stato della California contro Erich Hunt52 dell’8 luglio 200853, in cui Elie Wiesel fa sotto giuramento le seguenti dichiarazioni:
«R.[isposta] In francese Lanueit, L-A-N-U-E-I-T [La Nuit] e in inglese Night.
D.[omanda] E Night fu il vostro primo libro pubblicato in inglese?
R. Sì
D. Il primo libro mai pubblicato, giusto?
R. Il primo libro mai pubblicato.
[…].
D. E il libro Night che scriveste è un resoconto veritiero della vostra esperienza durante la seconda guerra mondiale?
R. È un resoconto veritiero. Ogni parola in esso è vera.
[…].
D. E quale fu il vostro…in quale giorno nasceste a Sighet, Romania?
R. Il 30 settembre 1928.
[…].
D. E quale [numero] fu tatuato sul vostro braccio sinistro?
R. Il mio numero fu A7713. Il numero di mio padre fu 7712».
Riassumendo:
-
il numero di Auschwitz A-7713 fu assegnato il 24 maggio 1944 a Lazar Wiesel, nato il 4 settembre 1913 a Maromarossziget, immatricolato a Buchenwald il 26 gennaio 1945 col numero 123165;
-
il numero di Auschwitz A-7712 fu assegnato il 24 maggio 1944 ad Abraham Viezel, nato il 10 ottobre 1900 a Marmarossiget, immatricolato a Buchenwald il 26 gennaio 1945 col numero 123488 e morto in questo campo il 2 febbraio;
-
Elie Wiesel ha dichiarato sotto giuramento che ad Auschwitz ricevette il numero A-7713, suo padre il numero A-7712.
Questa dichiarazione è evidentemente falsa.
Resta il problema del questionario redatto a Buchenwald il 22 aprile 1945 da Lázár Wiesel. Questo detenuto nacque a Máromarossziget il 4 ottobre 1928, era studente, fu arrestato il 16 aprile 1944 e fu internato ad Auschwitz e a Monowitz. Secondo il Memoriale di Buchenwald, egli fu trasferito a Parigi il 16 luglio 1945 con il trasporto dei bambini superstiti e figura nella relativa lista. Questo Lázár Wiesel è Elie Wiesel?
Va rilevato anzitutto che la data di nascita non coincide: Lázár nacque il 4 ottobre 1928, Elie il 30 settembre 1928. Il certificato di nascita di Lazar Vizel addotto da Miklós Grüner riporta una data ancora diversa, il 6 ottobre 1928. Poiché Lázár Wiesel firmò di suo pugno il suddetto questionario –col cognome “Wiezel” – bisogna escludere un errore nella data di nascita.
Il secondo punto importante è che il numero di matricola di Auschwitz di Lázár Wiesel non è noto, ma non poteva comunque essere A-7713, perché al Museo di Auschwitz risulta un solo numero A-7713 della serie maschile, assegnato a Lazar Wiesel nato il 4.9.1913. Per di più nella lista nominativa del trasporto da Auschwitz a Buchenwald risulta un solo Lazar Wiesel, quello appunto nato il 4.9.1913 e immatricolato ad Auschwitz col numero A-7713. Da dove veniva Lázár Wiesel? E che rapporto c’è tra Lazar Wiesel e Lázár Wiesel o Lazar Vizel, che (tranne la data di nascita) hanno dati anagrafici così simili?
Al momento queste domande restano senza risposta.
Il terzo punto è il fatto che la data di arresto di Lázár Wiesel – il 16 aprile 1944 – non si concilia con quella di Elie Wiesel: dopo il 27 maggio 1944, come ho rilevato nell’articolo precedente.
Il quarto punto è che Lázár Wiesel, nel questionario summenzionato, dichiarò di essere rimasto ad Auschwitz per 4 settimane (“4 weeks”), inoltre 8 mesi a Monowitz e 3 mesi a Buchenwald, mentre la permanenza di Elie Wiesel ad Auschwitz fu di 3 settimane54.
Il quinto punto è il numero di matricola di Buchenwald: se Elie Wiesel è Lázár Wiesel perché non ha menzionato il numero 123165?
Anche il nome ha la sua importanza. È ben vero che Lazar è un diminutivo di Eliezer, ma questo in jiddisch suona רזעילא, Eliezer, quello רעזייל, Leizer, o רעזאל, Lozer. Perché il presunto Eliezer Wiesel a Buchenwald si sarebbe firmato Lázár? E perché non ha mai indicato il suo numero di immatricolazione in questo campo?
In pratica la questione si complica ulteriormente, perché vi interviene almeno un terzo detenuto, supponendo che Lázár Wiesel e Lazar Vizel siano la stessa persona. Così il quadro che ho presentato nell’articolo precedente va aggiornato così:
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|
Lazar Wiesel |
Lázár Wiesel |
Lazar Vizel |
Elie Wiesel |
|
Numero di matricola di Auschwitz |
A-7713 |
? |
? |
A-7713 |
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Numero di matricola Di Buchenwald |
123565
|
123165
|
? |
? |
|
Data di nascita |
4 settembre 1913 |
4 ottobre 1928 |
6 ottobre 1928 |
30 settembre 1928 |
|
Luogo di nascita |
Máramarossziget = Sighet |
Máramarossziget |
Sighet |
Sighet |
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Nome del padre |
Szalamo = Shlomo |
? |
Solomon |
Shlomo |
|
Nome della madre |
Serena Feig |
? |
Sura Feig |
Sarah Feig |
|
Domicilio del padre inizio 1945 |
Buchenwald |
? |
? |
Buchenwald |
Il numero di matricola di Buchenwald di Lázár Wiesel, 123165, rientra nella serie di numeri che furono assegnati il 26 gennaio 1945 ai 3.927 detenuti provenienti da Auschwitz: 120348-124274. Non risultà però che Lázár Wiesel fosse registrato in tale lista.
Nel questionario di Buchenwald, Lázár Wiesel, alla richiesta “Indicate i nomi e gli indirizzi di tre persone di fiducia che abitano nel luogo dove volete andare e che possano garantire per voi”
scrisse: “Ur (signor) Ferenc Stark, Ferenc Pollak, Sámuel Jakobovits”. Quest’ultimo si trovava anch’egli a Buchenwald, dove era giunto da Auschwitz col trasporto del 26 gennaio 1945. Come risulta dalla sua scheda personale riportata sotto, egli ricevette ad Auschwitz il numero A-5763, a Buchenwald il numero 121761; era nato il 2 ottobre 1926 a Marmarossziget e aveva una madre nata Pollak che era probabilmente parente del Ferenc Pollak menzionato da Lázár Wiesel.
Scheda personale di Buchenwald di Samuel Jakubowits 
Che Lázár e Sámuel si conoscessero è confermato dal questionario riportato sotto che questi riempì a Buchenwald il 22 aprile 1945. Esso, che è redatto a nome di “Jakobovits Sámuel”, riporta nel retro, nella rubrica delle persone di fiducia, i nomi di Hersch Fischmann, Antal Meisner e, per l’appunto, Lázár Wiesel. La pagina frontale indica anche la data di arresto di Sámuel, il 16 aprile 1944 – la stessa di Lázár Wiesel. Ad Auschwitz Sámuel ricevette il numero A-5763, che fu assegnato il 24 maggio 1944: questo giorno 2.000 Ebrei ungheresi furono infatti immatricolati con i numeri A-5729-7728. Di questo trasporto facevano dunque parte sia Abram Wiesel (A-7712), sia Lazar Wiesel (A-7713) nato il 4.9.1913, ma anche Lázár Wiesel nato il 4 ottobre 1928, che rimase ad Auschwitz per 4 settimane. Ma, come si è visto sopra, il Museo di Auschwitz non sa nulla di questo Lázár Wiesel.
Questionario di Buchenwald di Sámuel Jakobovits datato 22 aprile 1945 – Recto
Questionario di Buchenwald di Sámuel Jakobovits datato 22 aprile 1945 – Verso
In conclusione, Elie Wiesel non può essere né Lazar Wiesel, né Lázár Wiesel, né Lazar Vizel; il numero A-7713 non fu assegnato a lui, ma a Lazar Wiesel e il numero A-7712 non fu dato a suo padre, ma ad Abram (o Abraham) Viesel (o Wiesel).
E l’accusa di appropriazione di identità formulata contro di lui da Miklós Grüner non riguarda soltanto Lazar Wiesel, ma anche Lázár Wiesel: dal primo ha tratto il numero di immatricolazione di Auschwitz (A-7713), dal secondo il soggiorno a Buchenwald e il successivo trasferimento a Parigi.
Per quanto riguarda il suo libro, La Nuit, quale valore abbia la sua assicurazione giurata che esso «è un resoconto veritiero. Ogni parola in esso è vera» si può arguire dall’analisi che ne ho esposto nell’articolo precedente.
Al riguardo è importante precisare che in tale libro non appare mai alcun accenno alle presunte “camere a gas” di Auschwitz. Eli Wiesel è forse l’unico (sedicente) testimone di Auschwitz che non menzioni le “camere a gas”, fatto a dir poco sorprendente che potrebbe – e dovrebbe – essere spiegato solo da lui.
Per finire, ritorno sulla fotografia di Buchenwald nella quale apparirebbe Elie Wiesel. Nel sito del Memoriale di Buchenwald questa fotografia viene riprodotta con la seguente didascalia:
«Häftlinge in Baracke 56 des Kleinen Lagers. | Foto Harry Miller, 16. April 1945 / National Archives, Washington»,
«Detenuti nella baracca 56 del piccolo campo. Foto di Harry Miller, 16 aprile 1945. National Archives, Washington»55.
La data del 16 aprile 1945 è così confermata ufficialmente. Nel suo libro Elie Wiesel scrive:
«Il 10 aprile eravamo ancora ventimila nel campo, fra cui qualche centinaio di ragazzi. […].
Tre giorni dopo la liberazione di Buchenwald io caddi gravemente malato: un’intossicazione. Fui trasferito all’ospedale e passai due settimane fra la vita e la morte»56.
Il campo fu liberato l’11 aprile 1945. Tre giorni dopo, il 14, Elie Wiesel si ammalò e fu trasferito all’ospedale del campo, dove rimase, «fra la vita e la morte», per due settimane, fino al 28 aprile.
Ma allora come avrebbe potuto trovarsi il 16 aprile nella baracca 56, che era evidentemente una baracca alloggio? come avrebbe potuto firmare il 22 aprile, come “Lázár Wiezel”, il questionario summenzionato?
9 marzo 2010
Carlo Mattogno
Note
1 Si veda il resoconto stenografico in: http://www.camera.it/cartellecomuni/Leg16/files/pdf/opusc...
2 Még mindig kísérti a haláltábor (Il campo di sterminio continua a tentare ancora), in:
3Auschwitz Survivor Claims Elie Wiesel is an Impostor, in:
http://www.henrymakow.com/translated_from_the_hungarian.html
4Auschwitz: Wiesel è un impostore, in: http://olo-dogma.myblog.it/archive/2009/04/20/auschwitz-wiesel-e-un-impostore.html
5Eli Wiesel, in: http://en.wikipedia.org/wiki/Early_life
8Sighetu Marmaţiei, in: http://it.wikipedia.org/wiki/Sighetu_Marma%C5%A3iei
11Michael Wiesberg, Unversöhnlich – Elie Wiesel zum 80. In: Grundlagen, Sezession 25, agosto 2008, p. 25.
13 In: R. Faurisson, Écrits Révisionnistes (1974-1998), vol. II, De 1984 à 1989. Édition privée hors-commerce., 1999, pp. 606-610. In rete: http://www.vho.org/aaargh/fran/archFaur/1986-1990/RF86101... (francese); http://www.ihr.org/leaflets/wiesel.shtml (inglese).
14 Elie Wiesel: la donnola travestiata da agnello, in: http://andreacarancini.blogspot.com/2010/01/elie-wiesel-l...
17 R.L. Braham, A Magyar Holocaust. Gondolat Budapest-Blackburn International Incorporation Wilmington, 1988, p. 514
19 Questi impianti sono stati ben descritti da Jean-Claude Pressac in: Auschwitz: Technique and Operation of the Gas Chambers. The Beate Klarsfeld Foundation, New York, 1989, pp. 53-85.
20 Auschwitz. Il campo nazista della morte. Edizioni del Museo Statale di Auschwitz-Birkenau, 1997, p. 122
21 Thomas Grotum, Jan Parcer, «EDV-gestützte Auswertung der Sterbeeinträge», in: Sterbebücher von Auschwirt. A cura del Museo di Stato di Auschwitz-Birkenau. K.G. Saur, Monaco, New Providence, Londra, Parigi, 1995, vol. 1, p. 248.
23«Verbrennungsexperimente mit Tierfleisch und Tierfett. Zur Frage der Grubenverbrennungen in den angeblichen Vernichtungslagern des 3. Reiches», in: Vierteljahreshefte für freie Geschichtsforschung, anno 7, n. 2, luglio 2003, pp. 185-194.
26 Vedi al riguardo il mio studio Le camere a gas di Auschwitz. Studio storico-tecnico sugli “indizi criminali” di Jean-Claude Pressac e sulla “convergenza di prove” di Robert Jan van Pelt. Effepi, Genova, 2009, p. 552.
29 D. Czech, Kalendarium der Ereignisse im Konzentrationslager Auschwitz-Birkenau 1939-1945. Rowohlt Verlag, Reinbek bei Hamburg, 1989, p. 821.
36 Il blocco dell’orchestra era al di fuori della numerazione delle baracche del campo, che andava da 1 a 60.
38 In: Anthology of Holocaust Literature, a cura di Jacob Glatstein, Israel Knox e Samuel Margoshes. A Temple Book, Atheneum, New York, 1968, pp. 3-10.
44 Andrzej Strzelecki, Endphase des KL Auschwitz. Verlag Staatliches Museum in Oświęcim-Brzezinka, 1995, pp. 338-229. Riproduzione di due pagine della lista del trasporto originale.
45 Vi figura come Shlomo Vizel, figlio di Eliezer e di Nisel, nato a Sighet e morto a Buchenwald il 27 gennaio 1945. L’anno di nascita non è indicato.
47Elie Wiesel’s identity crisis, in: http://christopherhitchenswatch.blogspot.com/2009/03/elie-wiesels-identity-crisis.html
48 In: http://ita.vho.org/056_Elie_Wiesel.htm. Qui introduco qualche piccola variazione ortografica.
49 Il titolo suona all’incirca così: Un sedicente Elie Wiesel viene in Ungheria con una falsa identità, in: http://kuruc.info/r/6/51815/
52 Erich Hunt fu accusato di aver aggredito Elie Wiesel, ma afferma di aver tirato da parte per chiedergli un’intervista sul suo soggiorno ad Auschwitz: http://erichunt.net/category/the-liar-elie-wiesel/
53 Superior Court of California. County of San Francisco. Before the Honorable Robert Donder, Judge Presiding, Department Number 23. People of the State of California, Plaintiff, vs. Erich Hunt, Defendant. Testimony of Elie Wiesel, July 8, 2008, p. 7 e 13.
56 E. Wiesel, La notte. Giuntina, Firenze, 1986, pp. 111-112.
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Continua al 3° Articolo ,cliccare QUI: http://studirevisionisti.myblog.it/archive/2012/02/09/l-enigma-lazar-eliezer-elie-wiesel.html
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074 - Sulla mostra Auschwitz-Birkenau in Roma, al Vittoriano, marzo 2010
CARLO MATTOGNO
Sulla mostra Auschwitz-Birkenau
in Roma, al Vittoriano,(27 gennaio-21 marzo 2010)
Nell’articolo E il soprano della Scala cantò ad Auschwitz, apparso il 27 gennaio 2010 sul Corriere della Sera, p. 33, Edorado Sassi riferisce sulla mostra Auschwitz-Birkenau che è stata inaugurata nella stessa data, in coincidenza con il «Giorno della Memoria», nel Complesso del Vittoriano a Roma:
«Tra i pezzi importanti esposti, Pezzetti segnala un documento giudicato “di eccezionale importanza” e ritrovato nell’archivio di Auschwitz: il 16 febbraio 1943 il Teatro alla Scala di Milano, rappresentato dalla celebre soprano Lia Origoni – sarda, classe 1919 – partecipò alla serata “Sud solare”, con “stelle internazionali”, per il diletto delle guardie SS di Auschwitz, organizzata dalla Kommandantur di Auschwitz-Birkenau».
Il documento esposto alla mostra è questo:

«Kommandantur Auschwitz,
den 10.II.1943
Konzentrationslager Auschwitz
Abt. VI Az.: 13c/2.43/Kni./Be.
Betrifft: Truppenbetreuungsveranstaltung am 16. Februar 1943.
An
alle Abteilungen der Kommandantur den SS – T.[otenkopf] – Sturmbann und die angeschlossenen Dienststellen KL. Auschwitz
“Sonniger Süden”
Am Dienstag, den 16. Februar 1943, 20 Uhr kommt im großen Saal des Kameradschaftsheimes der Waffen- SS ein Großprogramm zur Aufführung
mit internationalen Sternen
(Kunst der Nationen in einer europäischen Revue).
Organisation: Abt. VI in Verbindung mit der Kdf Gaudienstelle Kattowitz.
Es wirken mit: Lia Origoni (sopran) von der Mailänder Scala
Anita Costa, Solotänzerin vom Spanischen Nationaltheater Madrid
Maria Koncz, Ungarische Meistergeigerin
Rudi Stechli, Vortragskünstler
De la Parso, der König der Mundharmonika
Das Attraktionsorchester van den Dungen
Der Besuch der Veranstaltung ist Dienst. Als Ausführungsbestimmungen gelten die Anordnungen des Kommandanten mit Rundschreiben Kl. Au. Abt. VI Az. 13c/10.42/kni. Be vom 24. Oktober 1942.
Der Lagerkommandant
a.B. [auf Befehl] Mulka
SS-Hauptsturmführer u. Adjutant»
Nostra traduzione italiana del documento:
«Comando Auschwitz, 10 febbraio 1943
Campo di concentramento di Auschwitz
Sezione VI Numero di protocollo 13c/2.43/Kni.[ttel]/Be.[hrends]
Oggetto: manifestazione per l’assistenza alla truppa il 16 febbraio 1943
A tutte le sezioni del Comando
All’SS-Totenkopf-Sturmbann
A tutti gli uffici collegati
Campo di concentramento di Auschwitz
Martedì, 16 febbraio 1943, alle ore 20, nella grande sala della casa del cameratismo delle Waffen-SS sarà rappresentato un grande programma
“Allegro Mezzogiorno”
con stelle internazionali
(arte delle nazioni in un varietà europeo)
Partecipano: Lia Origoni (soprano) della Scala di Milano
Anita Costa, ballerina solista del Teatro Nazionale Spagnolo di Madrid
Maria Koncz, maestra di violino
Rudi Stechli, declamatore
De la Parso, il re dell’armonica a bocca
L’orchestra attrazione van den Dungen
Assistere alla manifestazione è [dovere di] servizio
Le disposizioni vigenti per l’esecuzione sono gli ordini del Comandante con lettera circolare campo di concentramento Auschwitz Sezione VI numero di protocollo 13c/10.42/Kni. Be. del 24 ottobre 1942.
Il Comandante del campo
per ordine Mulka
SS-Hauptsturmführer e aiutante».
Ed ecco la fuorviante traduzione degli organizzatori della mostra:
«Il Teatro alla Scala di Milano, rappresentato dal soprano Lia Origoni, partecipa alla serata “Sud Solare” con “stelle internazionali” per le guardie SS di Auschwitz, il 16 febbraio 1943, organizzata dalla Kommandantur di Auschwitz, ufficio VI (cultura)
From the Collections of Auschwitz-Birkenau State Museum in O?wi?cim [Perché in inglese?]».
Premetto qualche informazione sul documento.
L’Abteilung VI era la Sezione VI del comando di Auschwitz, che si occupava di Fürsorge, Schulung und Truppenbetreuung, Cura, addestramento e assistenza della truppa, non di “cultura”.
Essa era diretta dall’SS-Oberschaführer Kurt Knittel, le cui iniziali abbreviate (“Kni.”) figurano nel numero di protocollo (Aktenzeichen, abbreviato in “Az”); le iniziali “Be.” sono invece quelle dell’SS-Unterschaführer Leopold Behrends, che era un suo subordinato.
L’organizzazione dello spettacolo era curata dalla Sezione VI in cooperazione coll’istituto ricreativo Kdf , “Kraft durch Freude”, letteralmente “Forza attraverso la gioia” dell’ufficio del Gau di Kattowitz (Katowice).
Non si sa con precisione dove si trovava la sala della “Casa del cameratismo” (Kameradschaftsheim), appunto perché era una sala di un edificio che non viene mai menzionato. Lo Standortbefehl (ordine della guarnigione) n. 15/55 dell’11 maggio 1944 menziona la consuetudine di membri delle SS di lasciare le loro armi o oggetti del loro equipaggiamento nella sala del Kameradschaftsheim durante il pranzo, dal che si desume che essa non poteva trovarsi all’interno delle recinzioni di Auschwitz o Birkenau, ma nelle aree riservate alle SS.
Passo ora alle relative affermazioni di Pezzetti.
La prima osservazione è che considerare seriamente questa pressoché insignificante lettera circolare come un documento «di eccezionale importanza» significa non avere alcuna idea di che cosa sia un documento importante. È ben vero, aggiungo, che esso è stato «ritrovato nell' archivio di Auschwitz», formulazione che lascia intendere un ritrovamento recente ed eccezionale, ma era già stato pubblicato dieci anni fa insieme ad altre decine di documenti simili, senza che i curatori della raccolta abbiano dato il minimo risalto ad esso o ad altri (Standort- und Kommandanturbefehle des Konzentrationslager Auschwitz 1940-1945. A cura di Norbert Frei, Thomas Grotum, Jan Parcer, Sybille Steinbacher und Bernd C. Wagner. Institut für Zeitgeschichte. K.G. Saur, Monaco, 2000, pp. 220-221). Infine è quantomeno azzardato dire che Lia Origoni «partecipò» allo spettacolo summenzionato, in quanto il documento si limitava a preannunciarlo sei giorni prima, sicché è possibile non solo che Lia Origoni, come ella afferma, non vi avesse partecipato, ma che non ne fosse stata neppure informata.
L’articolo del Corriere continua così:
«Questo per dimostrare che da noi si sapeva più di quanto si voglia ogni tanto far credere», il commento [di Pezzetti]».
Un commento insulso, perché, ammesso e non concesso che la rappresentazione preannunciata si svolse effettivamente e che vi partecipò anche Lia Origoni, e ammesso e non concesso che Auschwitz fosse un campo di sterminio, che cosa avrebbero potuto “sapere” gli artisti che si esibirono in questa sala del Kameradschaftsheim?
Forse che le presunte gasazioni omicide avvenivano lì?
Esaminiamo infine la risposta di Marcello Pezzetti alla smentita di Lia Origoni, pubblicata su Informazione Corretta
http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=2&sez=120&id=33591&print=preview
«La signora Origoni, informata del fatto dall’organizzazione stessa della mostra, ha sostenuto in un intervento sul «Corriere» (5 febbraio) di non aver cantato ad Auschwitz, ma nella vicina città di Katowice, di non essere stata inviata lì dalla Scala di Milano, ma da quella di Berlino (un locale di varietà, non un teatro lirico), e soprattutto che un documento (in questo caso definito come «falso») ha meno valore di una testimonianza (in questo caso la sua).
Come curatore della mostra, mi limito a osservare che questo documento appartiene alla serie di ordini emessi dalla Kommandantur del campo di Auschwitz-Birkenau, archiviati nel Museo di Auschwitz, già pubblicati in Germania e giudicati da tutti gli storici come fonte privilegiata, di prima mano, quindi difficilmente contestabili. Se Mulka, aiutante del comandante di Auschwitz Rudolf Höss, ha ordinato a tutto il corpo delle SS di partecipare al concerto presso il Kameradschaftsheim («casa dei camerati») di Auschwitz, significa che i cantanti e musicisti spagnoli, ungheresi, italiani, quindi anche la «stella internazionale» Origoni, hanno allettato quei criminali proprio nei pressi del campo di sterminio, non altrove. Del resto alcuni sopravvissuti ci hanno confermato di essere stati obbligati più volte ad assistere a concerti nelle strutture adiacenti al campo e le ultime fotografie ritrovate di Auschwitz, anch’esse esposte in mostra, dimostrano che le SS si «divertivano» proprio in prossimità del campo stesso. Per confutare il contenuto del documento messo sotto accusa dalla Origoni è quindi necessario far ricorso ad altre prove documentarie – che però non esistono –, non certo a una testimonianza, soprattutto se di parte.
Abbiamo esposto questo documento non tanto per sottolineare la «collaborazione» di un’italiana al sistema di oppressione nazista – anche se cantare per i nazisti in Germania e in Polonia nel 1943 non è certo un fatto di cui andare fieri –; volevamo semplicemente far comprendere al pubblico come i carnefici nazisti concepissero la «normalità» della vita quotidiana all’ombra dei crematori: anche ascoltando musica italiana. Lo stesso giorno in cui si tenne il concerto, infatti, le SS bruciarono i corpi di 689 ebrei francesi, uomini, donne e tanti bambini, deportati da Drancy».
È ovvio che il documento non è un falso; falsa è l’interpretazione che ne fornisce Pezzetti. Egli pretende, sulla base di un semplice annuncio, che dieci giorni dopo Lia Origoni ha effettivamente «allettato [?! Forse voleva dire “allietato”] quei criminali»: da dove risulta, di grazia, che ciò accadde realmente? E se testimonianze e documenti dimostrano «che le SS si “divertivano” proprio in prossimità del campo stesso» – «in prossimità», non «all’interno» –, che cosa dimostra ciò?
Lia Origoni non deve minimamente «confutare il contenuto del documento», che, per quanto la riguarda, va considerato alla stregua di una locandina, ma è Pezzetti che deve «far ricorso ad altre prove documentarie» per dimostrare che la signora Lia cantò realmente ad Auschwitz.
Quanto infine alla «“normalità” della vita quotidiana all’ombra dei crematori», questi spettacoli, dal mio punto di vista, confermano soltanto che Auschwitz non era un campo di sterminio.
Per concludere, secondo il Calendario di Auschwitz di Danuta Czech, il trasporto di ebrei francesi in questione arrivò il 15 febbraio, non il 16 (D. Czech, Kalendarium der Ereignisse im Konzentrationslager Auschwitz-Birkenau 1939-1945. Rowohlt Verlag, Reinbek bei Hamburg, 1989, pp. 414-415), ma Pezzetti aveva bisogno di questa forzatura per il suo colpo di scena finale. Poiché non esiste la più pallida prova di questa presunta gasazione-cremazione, qui, come dice Pezzetti, «è quindi necessario far ricorso ad altre prove documentarie – che però non esistono –, non certo a una testimonianza, soprattutto se di parte». L’unica garante della realtà dell’evento è infatti è una semplice affermazione di Danuta Czech, ella sì «di parte», e quanto!
Se Pezzetti scoprisse un documento su questa gasazione-cremazione, questo sì che sarebbe «di eccezionale importanza»! Ma una tale evenienza è chiaramente al di fuori del suo
orizzonte mentale.
N.B.: Evidenziazione, sottolineatura, grassetto, immagini, NON sono presenti nel testo originale. Per contattarci: sturevcm@libero.it.
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12:20 Scritto da: bw5a in Industria dell’Olocausto, Kalendarium Danuta Czech, pezzetti marcello, Sion zyon sionisti Italia, Sionisti "Italia", Testimonianze | Link permanente | Commenti (0) | Tag: vittoriano, auschwitz-birkenau, kommandantur den ss totenkopf, lia origoni, ss-oberschaführer kurt knittel, ss-unterschaführer leopold behrends, kraft durch freude, kameradschaftsheim, pezzetti marcello, kalendarium, danuta czech, testimonianza |
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32- La "scoperta" del "bunker 1" di Birkenau: vecchie e nuove imposture
Carlo Mattogno
La "scoperta"
Secondo il "Kalendarium der Ereignisse im Konzentrationslager Auschwitz-Birkenau 1939-1945", a Birkenau, prima della costruzione dei quattro crematori, due case coloniche polacche preesistenti furono trasformate dall'amministrazione del campo in "camere a gas" omicide. La"casetta rossa", o "Bunker 1", entrò in funzione il 20 marzo 1942; la "casetta bianca", o "Bunker 2", il 30 giugno. Il "Bunker 1" fu demolito nel 1943 e di esso si è perduta ogni traccia; il "Bunker 2" fu distrutto alla fine del 1944, ma della casa alla quale fu attribuita questa denominazione e questa funzione restano ancora le fondamenta, che attualmente fanno parte del percorso di visita del campo di Birkenau.
Il 20 novembre 2001 il "Corriere della Sera" ha pubblicato un articolo di Gian Guido Vecchi intitolato "Shoah. L'inferno cominciò in una casa rossa" (p.35).
Marcello Pezzetti vi annuncia di aver scoperto il luogo dove un tempo si trovava il presunto "Bunker 1" di Birkenau, luogo nel quale fino a qualche mese fa sorgeva una casa privata abitata da una famiglia polacca, ora in demolizione. Anzi, secondo Marcello Pezzetti, la casa stessa era il "Bunker 1", perché egli "si chiedeva come fosse possibile vivere serenamente in una camera a gas", il che è assurdo, dato che il presunto "Bunker 1" fu raso al suolo nel 1943.
La "scoperta" sarebbe avvenuta nell'estate del 1993, quando "Schloma" [recte: Schlomo; nome polacco: Szlama] Dragon, il fratello Abraham, e Eliezer "Esisenschmidt" [recte: Eisenschmidt] lo avrebbero accompagnato davanti alla casa ritratta nella fotografia piccola a sinistra nella pagina summenzionata [vedi allegato 5].
Chi è Marcello Pezzetti?


pezzetti marcello (nella foto a dex. BW5a)
è un ricercatore del "Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea" (CDEC) di Milano, noto soprattutto per le sue consulenze ai film olocaustici di Spielberg (Schindler's List) e di Benigni (La vita è bella) e per aver curato la realizzazione del CR-Rom "Destinazione Auschwitz" (Proedi, Milano 2000), una specie di video game creato come strumento di lavaggio del cervello delle giovani generazioni.
Negli ambienti giornalistici italiani, che gli danno largo spazio, Marcello Pezzetti è considerato "uno dei massimi esperti di Auschwitz e Shoah al mondo", e la cosa tragica è che, a quanto pare, lo crede anche lui!
Il primo annuncio della "scoperta"
Marcello Pezzetti aveva già annunciato la prodigiosa "scoperta" del presunto "Bunker 1" di Birkenau quattro anni or sono.
Nel numero del 26 febbraio 1998, il settimanale "Panorama" ha pubblicato un articolo di tale Valeria Gandus intitolato "Operazione memoria" (pp.94-97), concernente la decisione dell'Unesco di inserire l'ex KL Auschwitz
"nel programma destinato al restauro e alla conservazione dei più importanti musei di tutto il mondo" (p.94).
La giornalista informava che ciò che resta dei crematori II e III di Birkenau viene costantemente
"violato e saccheggiato dai naziskin in caccia di macabri souvenir e dai negazionisti alla ricerca di prove "scientifiche"" (p. 94),
perciò l'Unesco sta elaborando un progetto che
"prevede che quel che resta dei due edifici venga protetto (probabilmente sarà messo sotto vetro) e reso accessibile solo agli studiosi" (p.96).
Lo scopo del progetto è chiaro: precludere agli studiosi revisionisti l'accesso alle rovine di queste presunte installazioni di sterminio per impedire ulteriori approfondimenti della questione non certo irrilevante della "chimica dello sterminio". Evidentemente Fred Leuchter e Germar Rudolf hanno lasciato il segno nella cultura ufficiale.
La giornalista ci informa poi che
"membro delegato dall'Unesco al progetto e al controllo dell'operazione è un italiano, Marcello Pezzetti, storico e ricercatore del Cdec (Centro di documentazione ebraica contemporanea), uno dei massimi esperti mondiali del luogo più oscuro della memoria collettiva d'Europa" (pp.94-95).
Ed ecco l'annucio della straordinaria "scoperta":
"studiando le mappe originali del campo e interrogando gli ultimi sopravvissuti della prima squadra di "sonderkommando" [sic] (i prigionieri addetti alla spoliazione delle vittime e alla raccolta [!] dei cadaveri) Pezzetti ha trovato il luogo e l'edificio. "Del Bunker 1 avevano parlato, nei processi celebrati dopo la guerra, pochi testimoni. Nessuno di loro, però, era stato portato fisicamente al campo per identificare il luogo e la costruzione", racconta Pezzetti.
Per una malintesa esigenza di pacificazione, la realpolitik imponeva che non si facessero scomode ricerche su un territorio che avrebbe dovuto essere tutelato e consacrato al ricordo e che veniva invece colonizzato da polacchi in cerca di terreni a buon mercato dove ricostruire le case distrutte dalla guerra e da alcuni vecchi abitanti che a suo tempo erano stati evacuati dai nazisti. Fra questi ultimi, tornarono "a casa" anche coloro che prima della costruzione di Birkenau possedevano e abitavano l'edificio poi trasformato in camera a gas. E sulle rovine della vecchia villetta fatta saltare parzialmente dalle Ss nel novembre del 1944 [sic!], ricostruirono la nuova abitazione""(p.95).
All'epoca questa eccezionale "scoperta" è passata quasi inosservata, ma ora le cose sono diverse, perché questa volta entra in gioco l'industria dell'Olocausto.
Vediamo anzitutto quale sia il valore storico di questa "scoperta". In quel che segue, anticipo alcuni risultati di un mio studio in corso sui presunti "Bunker" di Birkenau.
Il valore storico della "scoperta"
Premetto che i "Bunker" di Birkenau, come installazioni di sterminio, non sono mai esistiti. Intorno al campo di Birkenau esistettero invece varie case polacche; alcune furono demolite; altre furono prese in carico dalla SS-Neubauleitung (poi Bauleitung, infine Zentralbauleitung) di Auschwitz, provviste di numero di "Bauwerk" e di denominazione e impiegate per lo scopo prescelto (ad esempio, la casa polacca censita col numero 44 divenne il "Bauwerk 36c", fu ristrutturata e fu assegnata come alloggio all'SS-Sturmbannführer Cäsar, Leiter der landwirtschaftlichen Betriebe); altre ancora furono lasciate intatte ma non furono prese in carico dalla Zentralbauleitung, perciò rimasero inutilizzate. A due di queste case -- con un tortuoso processo letterario che cominciò nell'agosto 1942, si sviluppò tra il 1942 e il 1944 in un coacervo di temi disparati e contrastanti e raggiunse un primo stadio letterario organico nel febbraio 1945 grazie a Szlama Dragon -- fu infine attribuita la qualifica di "Bunker 1" e "Bunker 2".
Allegato-1,cliccare sulla foto per ingrandire.BW5a.
Qui però il problema è un altro: la posizione del presunto "Bunker 1" indicata da Marcello Pezzetti è infatti in totale contrasto con l'unica fonte di cui disponga la storiografia ufficiale. Si tratta della relazione della signora Józefa Wisifska resa il 5 agosto 1980 e consegnata al Museo di Auschwitz, che fu protocollata da Franciszek Piper e che si trova attualmente nella collezione "Oswiadczenia", tomo 113, pp. 77-78 [vedi allegato 1].
La signora Wisifska dichiarò che, prima della Seconda guerra mondiale, la sua famiglia abitava nelle immediate vicinanze del campo di Birkenau. Nel 1941 la casa di suo zio, Józef Harmata (e di suo genero Gryzek), fu requisita e trasformata poi dai Tedeschi nel "Bunker 1". Nel 1949 la signora Wisifska tornò nel terreno di sua proprietà: la casa di suo zio (il presunto "Bunker 1") non esisteva più. A pochi metri dal luogo in cui si trovava fu successivamente costruita una casa che all'epoca apparteneva al signor Stanislaw Czarnik.

Allegati-2,3,cliccare sulle foto per ingrandire.BW5a.
La signora Wisifska allegò alla sua relazione uno schizzo topografico della zona [vedi allegati 2 e 3] in cui è indicata la posizione esatta della vecchia casa di Józef Harmata (il presunto "Bunker 1") e della nuova casa del signor Czarnik.
La signora Wisifska non aveva ovviamente nessuna prova di nessun tipo che la casa di suo zio Józef Harmata e di suo genero Gryzek fosse stata trasformata dalle SS di Auschwitz in "Bunker 1". Ella era stata evidentemente imbeccata dal Museo di Auschwitz, il quale, fin dal 1978, avendo fissato arbitrariamente in una pianta ufficiale del campo di Birkenau la posizione del presunto "Bunker 1" proprio nel punto indicato nel 1980 dalla signora Wisifska, aveva bisogno di questa "prova" fittizia a posteriori per giustificarsi.
La scelta di un membro della famiglia Harmata si spiegava col fatto che la sentenza del processo Höss (2 aprile 1947) aveva dichiarato che le case polacche presuntamente trasformate in "Bunker 1" e in "Bunker 2" appartenevano ai contadini di Brzezinka (Birkenau) Wiechuja e Harmata. Tuttavia i nomi di questi due contadini furono scelti arbitrariamente, tra le persone che abitavano nella zona e che erano state espropriate delle loro case dalle SS, soltanto per creare una prova fittizia della localizzazione dei "Bunker". In questa penosa finzione, i giudici attribuirono il presunto "Bunker 1" alla casa della famiglia Wiechuja, il presunto "Bunker 2" a quella della famiglia Harmata. In ciò essi seguirono quanto il perito Roman Dawidowski aveva scritto nella sua perizia del 26 settembre 1946. La signora Wisifska asseriva invece che la casa presuntamente trasformata in "Bunker 1" apparteneva alla famiglia Harmata e non a quella Wiechuja, il che è una ulteriore conferma del fatto che l'attribuzione dei due "Bunker" alle case delle due famiglie summenzionate non aveva alcun fondamento reale.

A sin,l'allegato-4, cliccare sulla foto per ingrandire. BW5a.
A dex,l'allegato-5, cliccare sulla foto per ingrandire. BW5a.
Il 20 settembre 1985 Franciszek Piper scattò quattro fotografie di una casa, da lui indicata come quella del signor Czarnik, e le allegò alla relazione della signora Wisifska. Una di queste fotografie, inventariata dal Museo di Auschwitz col riferimento d'archivio "nr neg. 21225/3", mostra una veduta frontale della casa in questione [vedi allegato 4], la quale è identica a quella della fotografia pubblicata nell'articolo menzionato sopra [vedi allegato 5].
Tuttavia questa casa, che anch'io ho fotografato nell'agosto del 2000 [vedi allegato 6], si trova al di là della strada che attualmente fiancheggia esternamente la recinzione ovest del campo di Birkenau, mentre la casa di Józef Harmata (il presunto "Bunker 1"), come risulta indubitabilmente dallo schizzo topografico della signora Wisifska, era situata molto più a est, all'interno della recinzione del campo e precisamente poche decine di metri a nord delle quattro fosse dell'impianto di chiarificazione ("Kläranlage"), che esistono ancora.
Allegato-7,cliccare sulla foto per ingrandire.BW5a.
La casa indicata da Marcello Pezzetti è posta a ovest di un altro punto di riferimento facilmente individuabile, il monumento ai prigionieri di guerra sovietici. Questo monumento è situato circa 200 metri a ovest dell'impianto di chiarificazione e dunque del punto in cui si trovava la casa di Józef Harmata (presunto "Bunker 1"), in prossimità della recinzione ovest del campo e della strada che la fiancheggia [vedi allegato 7], alla quale si accede attraverso un vecchio cancello. Da qui, procedendo verso destra (nord), la casa in questione si trova a un centinaio di metri.
In pratica, questa casa, la quale, secondo Marcello Pezzetti, sorgeva sulle rovine del "Bunker 1" (o era addirittura il "Bunker 1"!), dista in linea d'aria più di 300 metri dal punto in cui si trovava la casa di Józef Harmata e dunque dal luogo in cui sorgeva il presunto "Bunker 1".
Da quanto sopra risultano tre conclusioni:
1) il fatto che una casa (quella del signor Czarnik) si trovi a pochi metri dalla casa che fu di Józef Harmata (il presunto "Bunker 1") non è una scoperta di Marcello Pezzetti, ma una rivelazione della signora Wisifska
2) l'identificazione della casa appartenente al signor Czarnik con la casa che appare nella fotografia pubblicata nell'articolo del "Corriere della Sera" è stata effettuata da Franciszk Piper otto anni prima di Marcello Pezzetti
3) questa identificazione è errata, perché la casa ritratta nelle fotografie di Franciszek Piper e di Marcello Pezzetti e nella mia fotografia non può essere la casa del signor Czarnik indicata dalla signora Wisifska, dunque non può essere la casa sorta sulle rovine del presunto "Bunker 1".
Perciò la "scoperta" di Marcello Pezzetti non ha alcun valore storico.
I "testimoni" di Marcello Pezzetti
Marcello Pezzetti racconta che, nel 1993, Szlama Dragon, il fratello Abraham ed Eliezer Eisenschmidt lo guidarono dritto e senza esitazione alla casa dove presuntamente sorgeva il presunto "Bunker 1". Ora -- come vedremo sotto -- Szlama Dragon nel 1945 era stato interrogato prima dai Sovietici, poi dai Polacchi, ma non aveva mai saputo fornire alcuna indicazione sulla posizione del presunto "Bunker 1".
Come si può dunque credere seriamente che egli abbia individuato con tutta sicurezza un luogo che non era stato capace di trovare 48 anni prima?
La cosa è tanto più incredibile in quanto a Vienna, alla 26a udienza del processo Dejaco-Ertl (2 marzo 1972), questo testimone, dopo aver confuso il giorno prima il crematorio I con il "Bunker 2" (!), fu costretto a confessare:"Ich kann mich heute nach 30 Jahren nicht mehr erinnern..." ("Oggi, dopo 30 anni, non riesco più a ricordare...").
Per un portentoso prodigio della natura, dunque, Szlama Dragon ha ricordato perfettamente dopo 48 anni ciò che non ricordava dopo 30 e non sapeva dopo tre anni!
Il fratello di Szlama Dragon, Abraham, non depose né al processo Auschwitz né al processo della guarnigione del campo, non fece successivamente dichiarazioni giurate né scrisse rapporti sulle sue esperienze; la stessa cosa vale per Eliezer Eisenschmidt. Entrambi hanno raccontato per la prima volta la loro storia negli anni Novanta!.
Nell' intervista riportata in quest'opera, i fratelli Dragon dichiarano di aver lavorato un solo giorno presso il presunto "Bunker 2" nel dicembre 1942; inoltre Szlama vi lavorò per due giorni nel 1944, e questo è tutto! Né Szlama né Abraham furono mai portati al presunto "Bunker 1": ma allora, come poterono localizzarlo con tanta sicurezza nel 1993?
Eliezer Eisenschmidt pretendeva invece di aver lavorato al "Bunker 1" per sei mesi, ma, nonostante ciò, egli non ha saputo fornire neppure un vago indizio sulla sua posizione. Non solo, ma egli ignorava perfino la denominazione di "Bunker" per la presunta "camera a gas", anzi, credeva addirittura che i "Bunker" (al plurale) fossero le presunte "fosse di cremazione"!
"Le fosse o "Bunker", come le chiamavamo, erano grosse e profonde".
Nel libro menzionato sopra, Gideon Greif racconta che nell'estate del 1993, mentre intervistava Szlama Dragon presso le rovine del presunto "Bunker 2", si avvicinò "un amico della televisione italiana" che gli mostrò una pagina della deposizione polacca di Szlama Dragon del 1945. L'italiano, con tale documento, cercava di individuare il luogo delle "fosse di cremazione" e allora Gideon Greif gli disse di interrogare direttamente Szlama Dragon, che era lì presente. Al che, l'italiano rimase "senza parole". D'altra parte, anche Eliezer Eisenschmidt era a Birkenau nell'estate del 1993, perciò è chiaro che l' "amico della televisione italiana" non era altri che Marcello Pezzetti. In questa occasione dunque egli interpellò i tre "superstiti" e "scoprì" il presunto "Bunker 1": ma allora perché Gideon Greif non accenna minimamente alla presunta "scoperta"?
Nel suo libro viene riprodotta la pianta di Birkenau già pubblicata nel "Kalendarium der Ereignisse im Konzentrationslager Auschwitz-Birkenau 1939-1945", nella quale la "1.provisorische Gaskammer" (prima camera a gas provvisoria) viene indicata esattamente nello stesso punto (e con lo stesso simbolo) in cui appariva nella pianta pubblicata nel libro "Auschwitz. Nazi Extermination Camp" (1978) -- sulla quale ritornerò sotto -- cioè poco a nord del Kläranlage del Bauabschnitt III (settore di costruzioni III), nella posizione indicata dalla signora Wisifska. Ora, se è vero che Szlama Dragon, Abraham Dragon e Eliezer Eisenschmidt avevano individuato esattamente la posizione del presunto "Bunker 1" già nel 1993 (evidentemente in presenza di Gideon Greif, che li aveva portati a Birkenau per intervistarli), perché questi non ne parla affatto?
E perché i tre testimoni non corressero la pianta di Birkenau pubblicata nel suo libro?
Marcello Pezzetti pretende che i tre testimoni lo accompagnarono senza esitazione davanti alla casa polacca summenzionata "partendo dal Krematorium III". Si tratta di una semplice affermazione retorica ad effetto che può solo far sorridere chi abbia una certa dimestichezza con la topografia di Birkenau, tanto più in quanto, dal 1943 al 1993, la zona intorno al campo è cambiata enormemente.
Se dunque la storia della passeggiata a Birkenau è vera, questi tre poveri vecchi hanno semplicemente condotto Marcello Pezzetti dove egli voleva essere condotto.
La posizione del Museo di Auschwitz sulla "scoperta"
Il 20 novembre 2001, "Le Monde" ha pubblicato un breve articolo di Henri Tincq intitolato "Le mystère enfin levé de la première chambre à gaz d'Auschwitz-Birkenau" che è uno scialbo riassunto dell'articolo del "Corriere della Sera". Dal quotidiano parigino la notizia della "scoperta" è successivamente passata nella stampa europea e americana. Perfino il Museo di Auschwitz ha appreso della "scoperta" di Marcello Pezzetti dall'articolo di "Le Monde" e ha risposto con un articolo di Jerzy Sadecki su "Rzeczpospolita" (Repubblica) intitolato "Auschwitz-Birkenau. Le Monde solves a mystery that was no mystery", che contiene anche le considerazioni del direttore del Museo, Jerzy Wróblewski, e di Franciszek Piper. Riporto le parti salienti dell'articolo, che ho tratto dal sito http://www.auschwitz-muzeum.oswiecim.pl/html/eng/aktualno...:
"Non è possibile vivere in qualcosa che non esiste. "Quella famiglia non può aver vissuto in una camera a gas, perché i Tedeschi distrussero la casetta rossa nel 1943. Di essa non rimase alcuna traccia; i Tedeschi non lasciarono sul posto neppure un pezzetto delle sue fondamenta", spiega il dott. Franciszek Piper, del Museo Statale di Auschwitz-Birkenau. "Solo nel 1955 i proprietari del terreno costruirono una nuova casa sul luogo della camera a gas e ci andarono ad abitare". [...].
"Sfortunatamente, quando, nel 1957, furono fissati i confini del campo -- dichiara Jerzy Wróblewski, direttore del Museo Statale di Auschwitz-Birkenau, il terreno in cui si trovava la prima camera a gas nel 1942-1943 fu lasciata fuori, sebbene fosse adiacente. Non so per quale ragione all'epoca si prese questa decisione. Forse perché vi era già stata costruita una nuova casa e negli anni di generale ricostruzione dopo le devastazioni della guerra nessuno osò chiedere che fosse demolita".
Wróblewski è perplesso di fronte all'affermazione di Le Monde che il luogo è stato scoperto soltanto ora.
"L'ubicazione è nota da parecchio tempo e non costituisce alcun mistero. L'ubicazione fu identificata nel 1945 nei rapporti sia della commissione sovietica sia di quella polacca. Essa fu indicata da detenuti che testimoniarono all'epoca, incluso Schlomo Dragon. Il comandante del campo, Rudolf Höss, la descrisse nelle sue memorie, che furono pubblicate più tardi". "Tutte le guide che conducono i visitatori per il campo conoscono l'ubicazione",
affermano Piper e Wróblewski.
"Se il giornalista di Le Monde avesse voluto ottenere informazioni alla fonte, al Museo, avremmo potuto mostrargli il noto studio Auschwitz: Nazi Death Camp, pubblicato la prima volta da Interpress nel 1977, che contiene una pianta di Birkenau nella quale è segnato il luogo della prima camera a gas. Già negli Ottanta, prima che qualcuno qui avesse sentito parlare del signor Pezzetti, io consultai i documenti catastali dei proprietari e stabilii al metro l'ubicazione della casetta rossa", dice Piper. Una pianta della casa -- egli rileva -- si trova a p. 114 del terzo volume del compendio in cinque volumi Auschwitz pubblicato in polacco, in tedesco e in inglese". [...].
Marcello Pezzetti apparve ad Auschwitz diversi anni fa e partecipò ai dibattiti su come risolvere il problema del luogo della casetta rossa. Pezzetti trovò uno sponsor, Richard Prasquier.
Dopo lunghe trattative, quest'anno il Museo è riuscito a comprare la proprietà e a trasferire i suoi abitanti in un'altra casa, che fu ricostruita. Squadre di tecnici del Museo hanno smantellato la struttura che era sul luogo della camera a gas e vi hanno realizzato un giardino. "In primavera -- dice Wróblewski -- vogliamo recintare il terreno, seminarvi l'erba, piantarvi la tuia ed erigervi una targa commemorativa recante una breve storia del luogo e un pavimento della prima cammera a gas"".
Le imposture del Museo di Auschwitz
Dunque il Museo di Auschwitz rivendica a sé la presunta "scoperta", ma, incredibilmente, non contesta affatto che la casa indicata da Marcello Pezzetti si trovasse nel luogo in cui era situato il presunto "Bunker 1". Questa tesi può essere sostenuta dai due personaggi summenzionati soltanto con argomenti menzogneri.
Jerzy Wróblewski afferma che
"l'ubicazione [del "Bunker 1"] fu identificata nel 1945 nei rapporti sia della commissione sovietica sia di quella polacca. Essa fu indicata da detenuti che testimoniarono all'epoca, incluso Schlomo Dragon".
Ciò è completamente falso.
Nessuno dei testimoni oculari interrogati dai Sovietici subito dopo la liberazione di Auschwitz fu in grado di indicarne la posizione né sul terreno né su mappe topografiche. Ciò vale in particolare per Szlama Dragon, il testimone per antonomasia dei presunti "Bunker" di Birkenau, che fu interrogato dai Sovietici il 26 febbraio 1945 e successivamente dai Polacchi il 10 e 11 maggio 1945 e che non fu mai in grado di indicare il punto in cui si trovava il presunto "Bunker 1".
Anzi, nonostante la presenza di Dragon e di altri testimoni, riguardo al presunto "Bunker 1" l'incertezza topografica dei Sovietici era tale che, nella pianta redatta dall'ing. Nosal il 3 marzo 1945 per conto della Commissione sovietica di inchiesta, esso appare in una posizione completamente diversa: al di fuori del campo, a circa 300 metri dalla recinzione nord del Bauabschnitt III di Birkenau, ossia circa 500 metri a nord della posizione indicata dal Museo di Auschwitz nelle sue piante ufficiali (a cominciare da quella pubblicata nel libro Auschwitz: Nazi Death Camp). Il perito Dawidowski si limitò ad accettare la posizione indicata nella pianta summenzionata e questa è una riprova del fatto che le famiglie Harmata e Wiechuja non avevano alcuna relazione con le case presuntamente trasformate in "Bunker".
Nessuno dei testimoni che apparvero nel 1947 al processo Höss e al processo della guarnigione del campo di Auschwitz fu in grado di indicare la posizione del presunto "Bunker 1", e ciò vale anche per i testimoni che rilasciarono dichiarazioni successivamente.
Wróblewski e Piper rimandano poi al libro "Auschwitz: Nazi Death Camp, first published by Interpress in 1977, which contains a map of the Birkenau camp where the site of the first gas chamber is marked".
Allegato-8,cliccare sulla foto per ingrandire. BW5a.
E' vero che questo libro (apparso nel 1978) contiene una pianta del campo di Birkenau nella quale è indicata la posizione del "Bunker 1", ma questo non è situato al di fuori del campo, dove pretendono di averlo "scoperto" Franciszek Piper prima, Marcello Pezzetti poi, bensì davanti (a nord) al Kläranlage, esattamente nella posizione indicata dalla signora Wisifska! [vedi allegato 8].
Dunque i due esponenti del Museo di Auschwitz mentiscono sapendo di mentire.
L'impostura viene completata da Franciszek Piper con questa affermazione:
"Già negli Ottanta, prima che qualcuno qui avesse sentito parlare del signor Pezzetti, io consultai i documenti catastali dei proprietari e stabilii al metro l'ubicazione della casetta rossa".
Qui Piper si riferisce alla relazione della signora Józefa Wisifska resa il 5 agosto 1980 e protocollata proprio da lui. Tuttavia, come ho spiegato sopra, la signora Wisifska, per il "Bunker 1", ha indicato "al metro" una posizione completamente diversa, perciò anche in questo caso Franciszek Piper mentisce sapendo di mentire.
Marcello Pezzetti non è da meno. Egli, nell'articolo del "Corriere della Sera" trasforma la relazione della signora Wisifska in una
"mappa del catasto, con tanto di documento autografo della proprietaria e l'indicazione gaskammer [sic]",
il che è pura fantasia.
(nella foto il pezzetti)
La realtà è che, secondo varie mappe tedesche dell'area di Birkenau, tra cui quella importantissima del 5 ottobre 1942, a est del futuro Bauabschnitt III del campo, entro un limite di 500 metri dalla recinzione, c'erano soltanto sei costruzioni, esattamente corrispondenti a quelle dello schizzo della signora Wisifska (ad eccezione della costruzione n. 6, una stalla, che non appare nella mappa). Nell'area in cui si trovava la casa polacca nella quale Marcello Pezzetti ha voluto ravvisare il "Bunker 1", invece, non è mai esistita alcuna costruzione!
E questo fatto dimostra inoppugnabilmente che la "scoperta" del presunto "Bunker 1" non è un errore in buona fede, ma una volgare impostura.
E che si tratti di un'impostura è confermato -- senza ombra di dubbio -- dal fatto che, nelle piante di Birkenau contenute nel CR-Rom "Destinazione Auschwitz" menzionato sopra e nel libro che da esso è stato tratto. In questo libro, pubblicato nel gennaio 2002 con la "consulenza storica" di Marcello Pezzetti, appare un disegno su due pagine del campo di Birkenau in cui il "Bunker 1" è ubicato esattamente nel punto indicato dalla signora Wisifska, cioè accanto al Kläranlage del Bauabschnitt III!.
Ma ciò non ha impedito al nostro "esperto mondiale di Auschwitz" di pubblicare anche una fotografia della casa polacca al di fuori della recinzione del campo oggetto della sua presunta "scoperta" con la seguente didascalia:
"Abitazione costruita da contadini polacchi sui resti del Bunker n. 1, smantellato dai nazisti nella primavera del 1943".
Se questa non è malafede deliberata, allora è tragica ottusità storiografica. Entrambe le eventualità sono indegne di chi pretenda di impartire agli altri lezioni di storia e di morale.
Il business della "scoperta"

La presunta "scoperta" ha naturalmente un risvolto propagandistico-economico.
Riguardo alla casa che, secondo Marcello Pezzetti, sorgerebbe sulle rovine del presunto "Bunker 1", il "Corriere della Sera" scrive:
"Oggi casa e terreno sono stati acquistati, l'edificio abbattuto per scoprire le fondamenta del vecchio bunker [il presunto Bunker 1 C.M], "il terreno sarà compreso nel percorso [di visita al campo C.M.] del museo, restituito alla memoria e alla preghiera", spiega Pezzetti. Tutto grazie a lui e al dottor Richard Prasquier, un cardiologo parigino che da piccolo scampò con la famiglia alla "liquidazione" del ghetto di Varsavia ed ha finanziato tutta l'operazione".
Un articolo apparso sul "Bollettino della Comunità ebraica di Milano" (Anno 57°, numero 1, gennaio 2002, p. 11) ci svela già nel titolo quale sia la vera finalità della prodigiosa "scoperta" di Marcello Pezzetti:
"Shoà [sic]: la prima camera a gas di Auschwitz diventa museo".
L'articolo si apre con questa informazione:
"Due famiglie di contadini polacchi, gli Harmata e i Wichaj (sei persone tra nonni,figlio con moglie e due nipotini), nel mese di novembre hanno traslocato in una casa tutta nuova, studiata nei minimi particolari, con moquettes e marmi".
La nuova casa, continua l'articolo, è stata costruita grazie alla generosità del cardiologo ebreo Richard Prasquier per "restituire alla memoria" il presunto "Bunker 1":
"Sì, perché la famiglia nel '47, alla fine della guerra, era rientrata nella casa che, requisita dai nazisti nel '42, era stata utilizzata fino all'aprile del '43 come camere a gas per gli ebrei".
Dunque nel 1947 "la famiglia" (quale delle due?) era andata ad abitare nientemeno che nel "Bunker 1"! A giustificazione dell'anonimo articolista bisogna dire che questa solenne idiozia gli è stata suggerita da Marcello Pezzetti in persona, di cui egli riporta le seguenti parole:
"Quando otto anni fa ho scoperto che la casa abitata da questa famiglia era nientemeno che il "bunker 1", cioè la prima camera a gas di Birkenau", racconta Marcello Pezzetti della Fondazione CDEC, "ho capito subito che si trattava di un luogo particolarmente importante per la memoria ebraica, che doveva entrare nel circuito museale di Auschwitz-Birkenau".
Marcello Pezzetti racconta poi i mezzi vergognosi con i quali è riuscito a "convincere" a sloggiare la famiglia in questione, che "non aveva alcuna intenzione di lasciare la casa".
Dopo otto anni di pressioni da parte delle "autorità politiche locali", del "nuovo direttore del museo [di Auschwitz] Stefan Wilkanowicz" e perfino dell'
"incaricato del Vaticano in Francia per i rapporti con il mondo ebraico",
e grazie al denaro del "filantropo francese Richard Prasquier, presidente di Yad Vashem Francia", la famiglia alla fine si è arresa e ha accettato di trasferirsi in un villino nuovo costruito a 500 metri di distanza. Nel frattempo Marcello Pezzetti si dava da fare per proprio conto. Egli confessa infatti candidamente che i componenti della famiglia polacca
"hanno forse salutato come la fine di un incubo" questo trasferimento,
"visto che, per farli decidere a trattare, avevo iniziato a portare davanti alla casa pulmann di visitatori ai quali indicavo la casa come la prima camera a gas e il suo giardino come un cimitero. Per anni, al nostro arrivo, usciva l'anziana nonna che tentava di mandarci via con parole e modi bruschi".
La povera famiglia è dunque stata tormentata psicologicamente in questo modo "per anni" da questi "visitatori" -- calpestando vergognosamente il suo diritto alla privacy -- per portarla all'esasperazione e costringerla a sgombrare dalla propria casa.
Marcello Pezzetti aggiunge che la nuova casa è stata pagata ufficialmente dal governo polacco
"perché la famiglia non voleva che i vicini pensassero che aveva accettato soldi da ebrei".
Il denaro investito dal "filantropo francese" in questo affare sarà senza dubbio ampiamente ripagato dallo sfruttamento propagandistico del nuovo padiglione dell'industria dell'Olocausto. Si può esser certi che la prima operazione commerciale sarà un video (che sarà venduto in milioni di copie) sulla "scoperta" del "Bunker 1".
Non c'è dubbio che anche il Museo di Auschwitz, grazie alla "scoperta", vedrà presto incrementare i suoi profitti.
Naturalmente la "scoperta" ha anche un importante aspetto ideologico-propagandistico: essa arriva infatti in un momento di grande crisi della storiografia ufficiale, la quale, perduto il contributo di Jean-Claude Pressac, si è impantanata in una sterile rimuginazione di temi già logori, del tutto incapace di fare un passo avanti sulla via della ricerca. Precipitata a capofitto da Pressac a van Pelt, essa si dibatte nella mediocrità e non sa più che cosa opporre alla critica revisionistica.
L'impostura del "Bunker 1" diventerà dunque una nuova arma mediatica contro il revisionismo.
Carlo Mattogno
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N.B.: Evidenziazione, sottolineatura, grassetto, immagini, NON sono presenti nel testo originale. Per contattarci: sturevcm@libero.it.
10:51 Scritto da: bw5a in Auschwitz Bunker 1 - 2, CDEC Centro Documentazione Ebraica Contemporanea, Commissione inchiesta sovietica Auschwitz, Francziszek Piper, Industria dell’Olocausto, Jerzy Wróblewski,dirett. Museo Auschwitz, Józef Harmata x Bunker 1, Kalendarium Danuta Czech, Lager di Auschwitz, pezzetti marcello, Roman Dawidowski, Sayanim spie sioniste hasbara, Sion zyon sionisti Italia, Sionisti "Italia", Testimone Abraham Dragon, Testimone Eliezer Eisenschmidt, Testimone Józefa Wisifska x Bunker, Testimone Szlama Dragon, Testimonianze | Link permanente | Commenti (0) | Tag: kalendarium, auschwitz-birkenau, camere a gas, bunker 1, bunker 2, marcello pezzetti, centro di documentazione ebraica contemporanea, cdec, spielberg, benigni, industria dell'olocausto, szlama dragon, józefa wisifska, franciszek piper |
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08/02/2012
078 - La “Sonderbehandlung” dei detenuti immatricolati ad Auschwitz
La “Sonderbehandlung”
dei detenuti immatricolati ad Auschwitz
di Carlo Mattogno
Discutendo il mio studio “Sonderbehandlung” ad Auschwitz. Genesi e significato (Edizioni di Ar, 2000) l’olo-blogger Sergey Romanov introduce la sua critica così:
«Mattogno discute una quantità di documenti che contengono parole in codice e un lettore non sospettoso potrebbe essere ingannato credendo che Mattogno abbia discusso (e fatto a pezzi) tutte le prove documentarie che contengono le parole in codice, Mattogno invece omette ingannevolmente le fonti più cruciali sull’uso della parola in codice».
E conclude:
«Perciò, omettendo qualunque menzione di questi importanti documenti, Carlo Mattogno si è dato ad un grande e imperdonabile inganno. Speriamo di occuparci in futuro di altri argomenti di questo e altri [suoi] libri, ma è stato già stabilito che non si può fare affidamento sul fatto che egli presenti prove onestamente»1.
Se qui c’è qualcuno che “inganna”, è proprio Sergey Romanov. Nel mio libro summenzionato, infatti, non solo non ho mai asserito di aver preso in esame «tutte le prove documentarie che contengono le parole in codice», ma ho dichiarato esplicitamente il contrario. Nella nota 1 a p. 12 ho avvertito:
«La questione della “Sonderbehandlung” tra i detenuti immatricolati sarà trattata in uno studio specifico in preparazione».
L’edizione americana esaminata da Sergey Romanov dice ancora più chiaramente:
Perciò, omettendo qualunque menzione a questa avvertenza, Sergey Romanov si è dato ad un grande e imperdonabile inganno, confermando ancora una volta ciò che realmente è, come del resto ho dimostrato ad abundantiam nel mio libro Olocausto: dilettanti nel web (Effepi, Genova, 2005).
Lo studio che avevo preannunciato, uno dei più difficoltosi che abbia realizzato, è finalmente uscito. Il titolo è Auschwiz: assistenza sanitaria, “selezione” e “Sonderbehandlung” dei detenuti immatricolati, 233 pagine in formato 17 x 24, con 60 documenti, molti dei quali praticamente ignoti agli specialisti.
L’indice allegato mostra chiaramente la struttura dell’opera, perciò mi limito a riportarne la conclusione. Vale solo la pena di precisare che il capitolo IV contiene dettagliate statistiche sul numero dei detenuti inabili al lavoro e non impiegabili, malati stazionari e invalidi (!) che furono costantemente presenti negli ospedali di Auschwitz-Birkenau, in quanto istituzionalmente previsti dalla direttiva dell’SS-WVHA del 24 giugno 1942. Nel capitolo 7 ho invece analizzato in 28 pagine i documenti che, secondo Sergey Romanov, avrei “omesso” nel libro precedente.
Ecco dunque la Conclusione:
«La tesi della selezione negli ospedali del complesso Auschwitz dei detenuti immatricolati malati divenuti inabili al lavoro e del loro invio nelle presunte camere a gas non ha alcuna base documentaria. Dai documenti risulta al contrario che ad Auschwitz le SS cercarono sempre di migliorare nei limiti del possibile le condizioni di vita dei detenuti e le loro condizioni sanitarie, istituendo per i malati ospedali nei quali, tra l'altro, furono eseguiti migliaia di interventi chirurgici. Altri detenuti malati furono perfino trasferiti in altri campi per ricevere cure più appropriate.
Il progetto – perfettamente documentato e realizzato solo in parte per ragioni contingenti – di un enorme campo ospedale nel Bauabschnitt III di Birkenau, come già rilevò Pressac, smentisce clamorosamente la tesi dello sterminio in massa e dimostra che la politica delle SS nei confronti dei detenuti divenuti inabili al lavoro non fu l'uccisione, ma il trattamento medico.
Dall'analisi delle presunte selezioni di detenuti immatricolati per le camere a gas elencate da Danuta Czech risulta che nessuna di esse ha una base storico-documentaria, anzi, i documenti molto spesso le contraddicono categoricamente; esse infatti si fondano tutte non solo su semplici congetture di testimoni, ma soprattutto su inaudite manipolazioni che mostrano ciò che il “Kalendarium” di Auschwitz realmente è: non uno strumento storico e storiografico per la comprensione degli eventi, ma uno strumento propagandistico per la loro sistematica distorsione».
Indice dell’opera
parte prima - i detenuti
capitolo 1 - le condizioni di vita dei detenuti
1.1 Le disposizioni relative al miglioramento delle condizioni di vita dei detenuti
1.2. La selezione dei detenuti all'arrivo
1.3. Il trattamento dei detenuti secondo il regolamento dei campi di concentramento
1.4. Le punizioni
1.5. I premi di produttività
1.6. La posta.
1.7. Il vitto
1.8. I rilasci e l' “Arbeitserziehungslager Birkenau”
capitolo 2 - l'ospedale per i detenuti (häftlingskrankenbau)
2.1. Le attività dell'SS-Standortarzt e degli SS-Lagerärzte per la salvaguardia della salute dei detenuti
2.2. I rapporti sul trattamento medico dei detenuti
2.3. Il registro delle medicine dell'Häftlingskrankenbau
2.4. L'ospedale dei detenuti del campo di Auschwitz III-Monowitz
2.5. Il progetto di impianti di disinfestazione a ricircolazione d’aria (Umluft-Entwesungsanlagen) per i detenuti malati del Bauabschnitt II di Birkenau
capitolo 3 - l’ häftlingslazarett del bauabschnitt iii di birkenau
3.1. La scoperta di Jean-Claude Pressac
3.2. Genesi e attuazione del progetto del campo ospedale nel Bauabschnitt III di Birkenau
capitolo 4 - la sorte dei detenuti immatricolati inabili al lavoro
4.1. Il trattamento dei detenuti immatricolati inabili al lavoro
4.2. La statistica dei malati del Quarantänelager
4.3. Immatricolazione e trasferimento di detenuti malati
parte seconda - le “selezioni” dei detenuti malati per le camere a gas: analisi storico-documentaria
capitolo 5 - le “selezioni” dei detenuti malati per le “camere a gas” secondo il “kalendarium” di auschwitz: le “selezioni” minori.
5.1. La “Sonderbehandlung 14 f 13” e la genesi delle “selezioni” ad Auschwitz
5.2. I certificati di morte dei “selezionati”
5.3. La “Sonderbehandlung 14 f 13” e le “iniezioni di fenolo” ad Auschwitz
5.4. Le “selezioni” nel “Kalendarium” di Danuta Czech
5.5. Le “selezioni” del 1941: La “prima gasazione”
5.6. Le “selezioni” del 1942
5.6.1. La “selezione” dell'11 giugno 1942
5.6.2. La “selezione” del 3 agosto 1942
5.6.3. La “selezione” del 29 agosto 1942 nella sala 3 del Block 20 di Auschwitz
5.6.4. La “selezione” del 5 settembre 1942
5.6.5. Le “selezioni” dell'ottobre 1942
5.6.6. La “selezione” del 14 novembre 1942
5.6.7. La “selezione” del 3 dicembre 1942
5.6.8. La “selezione”del 5 dicembre 1942
5.6.9. La “selezione” dell'8 dicembre 1942
5.7. Le “selezioni” del 1943
5.7.1. La “selezione” del 17 gennaio 1943
5.7.2. La “selezione” del 28 febbraio 1943
5.7.3. La “selezione” del 21 agosto 1943
5.7.4. La “selezione” del 29 agosto 1943
5.7.5. La “selezione” dell'8 ottobre 1943
5.7.6. La “selezione” del 22 ottobre 1943
5.7.7. La “selezione” del 19 novembre 1943
5.7.8. La “selezione” del 10 dicembre 1943
5.7.9. La “selezione” del 12 dicembre 1943
5.7.10. La “selezione” del 19 dicembre 1943
5.8. Le “selezioni” del 1944
5.8.1. Considerazioni generali
5.8.2. La “selezione” del 23 gennaio 1944
5.8.3. La “selezione” del 3 febbraio 1944
5.8.4. La “selezione” del 3 aprile 1944
5.8.5. Le “selezioni” di detenute del campo femminile BIIc nell'ottobre 1944: le imposture di L. Langfus e di D. Czech
5.9. Le “selezioni” elencate dall'ex detenuto Otto Wolken
5.9.1. La documentazione di Otto Wolken
5.9.2. La “selezione” del 29 agosto 1943
5.9.3. La “selezione” del 2 ottobre 1943
5.9.4. La “selezione” del 10 ottobre 1943
5.9.5. La “selezione” del 14 novembre 1943
5.9.6. La “selezione” del 1° gennaio 1944
5.9.7. La “selezione” del 14 gennaio 1944
5.9.8. La “selezione” del 22 gennaio 1944
5.9.9. La “selezione” del 14 aprile 1944
5.9.10. La “selezione” del 18 aprile 1944
capitolo 6 - le “selezioni” maggiori secondo il “kalendarium” di auschwitz: familienlager-theresienstadt e zigeuner-familienlager
6.1.1. L’istituzione del “Familienlager” BIIb e le presunte gasazioni omicide
6.1.2. Le fonti
6.1.3. La forza del campo BIIb
6.1.4. I trasporti dei mesi di settembre e dicembre 1943
6.1.5. Le “gasazioni” degli Ebrei del “Familienlager”: una tesi storicamente ragionevole?
6.1.6. La cremazione dei cadaveri della “gasazione” dell’8 marzo 1944
6.1.7. Il trasporto a Heydebreck
6.1.8. La “liquidazione” del “Familienlager” (luglio 1944)
6.1.9. I morti e i superstiti
6.1.10. Il trasporto del 7 ottobre 1943
6.2.La selezione-gasazione degli zingari ad Auschwitz Del 2 agosto 1944
6.2.1. La ricostruzione storica di Danuta Czech
6.2.2. I documenti
6.2.3. L’interpretazione dei documenti
capitolo 7 - i documenti sulla “sonderbehandlung”
7.1. I documenti sul “Frauenlager”
7.2. Il “Sonderkommando Zeppelin”
7.3. “S.B.” nel registro principale del campo zingari (Hauptbuch des Zigeunerlagers)
7.4. “S.B.” nei rapporti sulla forza e l'impiego del Frauenlager (campo femminile)
7.5. “S.B.” nella Stärkemeldung del Frauenlager
7.5.1. Le detenute ebree del “Durchgangslager”
7.5.2. Le variazioni della forza del Frauenlager nell'ottobre 1944
7.5.3. “S.B.” e “Durchgangs-Juden”
7.5.4. La “S.B.” del 3 ottobre 1944
7.5.5. La “S.B.” del 7 ottobre 1944
7.5.6. Conclusioni
7.6. Le selezioni all'HKB del campo di Auschwitz III-Monowitz
7.7. Il rapporto dell'SS-Untersturmführer Kinna del 16 dicembre 1942
7.8. Le “selezioni” di ragazzi polacchi di Zamość e di altre località della Polonia
7.9. La lettera del capo dell’ Amt DII dell'SS-WVHA datata 26 aprile 1944
conclusione
1 Mattogno’s special treatment of evidence, http://holocaustcontroversies.blogspot.com/2006/03/mattog.... Neretto nell’originale.
BW5a
Il libro di 254 pagine + appendice documentaria (Effepi Edizioni, 2010. Euro 32,00) può essere ordinato presso:
Effepi Edizioni effepiedizioni@hotmail.com
Oppure alle Edizioni di AR: info@libreriaar.191.it
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15:48 Scritto da: bw5a in Auschwitz assistenza sanitaria, Auschwitz 3 tipi di ospedali, Lager di Auschwitz, Leccaculo , piglianculo, servi, Sonderbehandlung | Link permanente | Commenti (0) | Tag: sonderbehandlung.carlo mattogno, auschwitz, sergey romanov, auschwiz assistenza sanitaria, ss-wvha, bauabschnitt iii, danuta czech, kalendarium, häftlingslazarett, quarantänelager, selezione, otto wolken, familienlager-theresienstadt, zigeuner-familienlager |
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041 - Una "nuova" fotografia aerea di Auschwitz-Birkenau
Carlo Mattogno
Foto scattata dalla RAF il 23 Agosto 1944 su Auschwitz-Birkenau,BW5a
E' ben noto che i disinformatori di massa sono normalmente almeno venti anni indietro rispetto alle nuove posizioni della storiografia olocaustica. Basti pensare alla cifra propagandistica sovietica dei 4 milioni di morti ad Auschwitz, abbandonata dal Museo di Auschwitz da quindici anni e puntualmente riproposta da costoro ad ogni nuovo "servizio" (in senso letterale) giornalistico.
Il recente ritrovamento a Londra di una fotografia aerea di Birkenau del 23 agosto 1944 non sfugge alla regola. Esso è stato da costoro presentato come una "scoperta" eccezionale che apre nuovi orizzonti storiografici e fornisce nuove "prove".
In realtà essa fa parte della ben nota serie di fotografie aeree di Birkenau che va dal 31 maggio 1944 al 19 febbraio 1945.
Foto scattata dalla RAF il 23 Agosto 1944 su Auschwitz-Birkenau,ingrandimento della prima foto.BW5a.
Tutti sanno (tranne questi sprovveduti disinformatori) che una selezione di queste fotografie fu pubblicata da due agenti della CIA fin dal 1979 (1)]. Nel 1992 le fotografie più importanti furono pubblicate ed analizzate dallo studioso revisionista John C. Ball, esperto in fotogrammetria aerea (2) .
Le fotografie aeree, da oltre un decennio al centro del dibattito storiografico su Auschwitz, dimostrano in realtà esattamente il contrario di ciò che pretendono gli studiosi olocaustici(3) . E la fotografia del 23 agosto 1944 mostra esattamente ciò che mostrano quelle del 31 maggio e del 20 agosto, dunque nulla di nuovo.
Nel libro "Negare la storia": la falsa "convergenza di prove" dell' "Olocausto" (che sarà pubblicato tra qualche mese dall'Editore Effedieffe) ho esposto un'analisi critica dell'opera di Michael Shermer e Alex Grobman "Denying History. Who Says the Holocaust never Happened and Why Do They Say it?", apparsa in traduzione italiana col titolo: "Negare la storia. L'Olocausto non è mai avvenuto: chi lo dice e perché" (4) .
Gli Autori, tra l'altro, hanno presentato una loro "scoperta" relativa alle fotografie aeree di Birkenau del 25 agosto 1944.(in foto.BW5a)
In quel che segue, anticipo la mia risposta, che vale anche per la fotografia del 23 agosto 1944 (5).
LE FOTOGRAFIE AEREE
Gli Autori passano poi ad una altro presunto elemento di prova, le fotografie aeree, che a loro dire, come abbiamo visto sopra, "confermano la struttura delle camere a gas e dei forni crematori".
Niente di più falso per quanto riguarda "la struttura delle camere a gas".
Essi pubblicano alcune fotografie che fornirebbero una "convergenza di prove" del presunto sterminio, ma che in realtà non dimostrano nulla. Esaminiamo le fotografie più importanti.
«3. Fotografia aerea scattata il 25 agosto 1944 che mostra chiaramente il secondo forno crematorio [sic] (compresa la lunga ombra della ciminiera [sic]) e l'adiacente camera a gas (in basso, al centro, ad angolo retto rispetto al crematorio). Sul tetto della camera a gas si possono notare quattro ombre scalari, le aperture attraverso le quali, secondo il resoconto dei testimoni oculari, venivano fatti cadere i granuli di Zyklon-B» (p. 195).
Come è già stato rilevato da altri autori (6), nella fotografia del 25 agosto 1944 le macchie sul soffitto del Leichenkeller 1 del crematorio II sono lunghe 3-4 metri, quelle sul soffitto del Leichenkeller 1 del crematorio III hanno una superficie minima di 3 metri quadrati; ma i presunti camini di introduzione dello Zyklon B sporgevano dal suolo di 40-50 centimetri (7). D'altra parte il camino del crematorio II, che era alto circa 16 metri, getta sul terreno un'ombra di circa 20 metri, perciò i presunti camini avrebbero proiettato un'ombra di circa 60 centimetri.
Ma non basta. Tutte le macchie hanno l'asse in direzione nord-sud, mentre l'asse dell'ombra dei camini ha direzione nord-est sud-ovest. Infine, nella fotografia aerea del 31 maggio 1944 il Leichenkeller 1 del crematorio II (8), appare una sola macchia scura sul bordo ovest della copertura (9).
L'interpretazione delle quattro macchie come aperture di introduzione per lo Zyklon-B è tanto inconsistente che il migliore specialista dell'argomento tra i sostenitori della realtà delle camere a gas omicide, Charles D. Provan, ha scritto al riguardo:
«Qualunque cosa si pensi dell'autenticità delle macchie, che siano autentiche o no, è impossibile considerarle come "aperture"» (10).
Passiamo alla fotografia 4 a p. 196:
«Subito al di sotto della ciminiera [sic] del secondo forno crematorio [sic] sono visibili due dei lati della struttura rettangolare della camera a gas sotterranea che emerge leggermente sul livello del suolo. Sul tetto della camera a gas vi sono quattro piccole strutture che coincidono con le ombre della fotografia aerea nella figura 2».
Una tale "coincidenza" esiste solo nella fantasia degli Autori. Come ha dimostrato Jean-Marie Boisdefeu coll'aiuto di un diagramma, gli oggetti che appaiono sulla copertura
della presunta camera a gas sono 3 e non 4 (il quarto si trovava al di fuori della sua superficie) e tutti e 3 si trovano raggruppati nella metà sud della copertura, il che è in contraddizione sia con la posizione delle macchie nella fotografia aerea del 25 agosto 1944, sia con le testimonianze (11) . Dunque i tre oggetti in questione non sono camini di introduzione dello Zyklon-B.
A questa conclusione è giunto anche C.D. Provan, che ha tracciato a sua volta il diagramma della fotografia, con il seguente risultato:
«Perciò gli oggetti non sono camini per il gas tossico» (12) ...
La fotografia 5 a p. 197 mostra lo scarico di deportati ebrei ungheresi da un treno. Le fotografie 6 e 7 sono ingrandimenti di tre fotografie aeree scattate in rapida successione il 25 agosto 1944. Le due immagini della fotografia 6 sono stampate al contrario! Un gruppo di persone cammina tra i Bauwerke 5a e 5b (a sinistra) e le due baracche cucina antistanti, sulla linea di confine tra i settori BIa e BIb di Birkenau (ma queste cose elementari gli Autori non le sanno). La colonna percorre la strada che tagliava in direzione est-ovest il settore BI del campo, perciò dovevano avere i BW 5a e 5b a destra e le cucine a sinistra. Nelle fotografie in questione, invece, avviene il contrario, perciò esse sono state stampate al contrario. La fotografia 7 mostra, in tre immagini, tre gruppi di persone che camminano all'estremità est del settore BIa: un gruppo si trova tra la baracca 27 e la recinzione del campo; un secondo gruppo percorre la strada tra le baracche 24-30 (a destra) e 22-28 (a sinistra); un terzo gruppo cammina in parte parallelo al secondo, in parte percorre la curva a destra tra le baracche 24-30. Naturalmente gli Autori non sanno neppure questo, come non sanno che le tre immagini sono stampate al contrario rispetto a tutte le piante di Birkenau, ossia con i crematori in basso e la recinzione est in alto.
Tutte queste fotografie dimostrano soltanto che a Birkenau c'erano colonne di detenuti in movimento, nient'altro (13) .
La fotografia 8 (p. 200) è invece interpretata dagli Autori in modo un po' più pretenzioso:
«Infine, la figura 8 sembra rappresentare un gruppo di persone che si muove verso il crematorio V, offrendo un importante ulteriore elemento concreto di prova diretta, che conferma le altre prove che indicano la realtà dell'omicidio di massa (vedi anche la figura 9)» (p. 202).
Rilevo subito che anche le due immagini della fotografia 8 sono stampate al contrario rispetto alle piante di Birkenau: I crematori IV e V vi appaiono in basso, invece che in alto. Ma la cosa più grave è che gli Autori confondono incredibilmente il crematorio V con il crematorio IV! Basta capovolgere il libro per ristabilire il normale orientamento e vedere i crematori IV e V in alto e le baracche dell' "Effektenlager" (il cosiddetto "Kanada") a sinistra. Le zone evidenziate con un rettangolo nelle due immagini mostrano una colonna di persone. Questa colonna si trova sulla strada che divideva l'"Effektenlager" (a sinistra) dal crematorio IV (a destra) e precisamente davanti alle baracche 2-8. A destra la strada fiancheggiava un boschetto di betulle, situato a ovest del crematorio V, nel quale c'era un laghetto antincendio.
Contrariamente a ciò che pensano gli Autori, questa fotografia non dimostra assolutamente nulla riguardo alla "realtà dell'omicidio di massa". Se avessero studiato un po' la materia, gli Autori saprebbero che il cosiddetto Album di Auschwitz mostra appunto gruppi di persone che stazionano nel boschetto, davanti al laghetto (14) .
Ho già dimostrato altrove che l'ipotesi che queste persone attendessero la morte per gasazione non è più fondata dell'ipotesi che esse attendessero di ripartire dal campo (come si desume dal fatto che portavano con sé grossi zaini, bisacce e pentole) (15).
Nel suo libro di memorie, Elisa Springer, che fu deportata ad Auschwitz all'inizio di agosto del 1944, racconta che cosa accadde dopo che il trasporto fu sceso dal treno:
«Giunti a uno spiazzo erboso, davanti a una boscaglia di betulle, ci costrinsero a sdraiarci per terra, e lì rimanemmo tutta la notte, tremanti e abbandonati nel fango. [...]. Al mattino presto, delle SS, con alcuni detenuti con la divisa a strisce, ci ordinarono di alzarci alla svelta e di dirigerci oltre il bosco».
Indi il dottor Mengele selezionò i detenuti abili e inabili al lavoro e il primo gruppo (tra cui Elisa Springer) fu diretto alla Zentralsauna per il bagno e la disinfestazione (16). La testimone non dice che il gruppo degli inabili fu "gasato", lo lascia solo intendere, ma ciò fa parte del bagaglio orrorifico delle testimonianze, come la storiella dei camini dei crematori che vomitavano fiamme (17).
L'ultima fotografia presentata dagli Autori sarebbe una
«fotografia da terra del quinto forno crematorio [sic], con la camera a gas all'estremità più lontana dell'edificio e le due ciminiere [sic] del forno» (p. 201).
La fotografia in questione rappresenta invece il crematorio IV visto da ovest. Ovviamente, che esso contenesse "la camera a gas all'estremità più lontana dell'edificio" non risulta minimamente dalla fotografia, sicché essa non dimostra nulla.
L'INTERPRETAZIONE DELLE FOTOGRAFIE AEREE
Gli Autori dedicano poi un paragrafo alla "interpretazione delle fotografie aeree" (p. 202) in cui essi manifestano di nuovo una preoccupante carenza di conoscenza perfino degli elementi basilari della storiografia olocaustica. Essi affermano che nel maggio 1944, in preparazione della deportazione ad Auschwitz di "mezzo milione di Ebrei" (per l'esattezza, il numero dei deportati fu di 437.402, di cui almeno 39.000 furono deportati in località diverse da Auschwitz (18) ), Werner Jothann, Obersturmführer (tenente colonnello) (19)" ordinò, tra l'altro, che venissero installati "degli ascensori nei crematori II e III per spostare i corpi dalla camera a gas ai crematori" (p. 203), il che è invece smentito dalla loro fonte più importante (20) . Essi pretendono inoltre che le fotografie aeree non possono mostrare prove del presunto sterminio per queste ragioni:
«La svestizione, l'esecuzione con il gas e la cremazione avvenivano tutte all'interno degli edifici con i forni crematori. Era altamente improbabile che un areo alleato li sorvolasse nel momento in cui stava uscendo del fumo dai camini o da una fossa all'aria aperta in cui venivano bruciati i corpi» (p. 204, corsivo mio).
Ora, tanto per rinfrescare la memoria agli Autori, il quadro ufficiale del presunto sterminio degli Ebrei ungheresi delineato da una delle loro fonti principali, Franciszek Piper, è il seguente:
«Per esempio, nelle fasi iniziali dello sterminio di Ebrei ungheresi il crematorio V dovette essere chiuso a causa del danneggiamento dei camini. Perciò alcuni corpi furono cremati nel crematorio IV. I restanti furono cremati a un ritmo di 5.000 cadaveri in 24 ore nelle fosse di cremazione presso i crematori. Lo stesso numero fu cremato nelle fosse del Bunker 2, che fu rimesso in funzione nella primavera del 1944» (21) .
Ma le testimonianze sono ancora più devastanti per la tesi degli Autori.
Durante la deportazione degli Ebrei ungheresi,
-
nel cortile nord del crematorio V esistevano 5 "fosse di cremazione" secondo H. Tauber (22) e F. Müller, che di due fornisce le misure (m 40-50 x 8) (23) ,
-
3 fosse secondo P. Bendel (di m 12 x 6) (24)
-
per M. Nyiszli queste fosse non sono mai esistite
-
Il cosiddetto "Bunker 2" possedeva 4 camere a gas e 4 fosse di cremazione secondo F. Müller (25)
-
2 fosse di cremazione di m 50 x 6, in cui venivano cremati 5.000-6.000 cadaveri al giorno, ma nessuna camera a gas per M Nyiszli (26)
Un altro mirabile esempio di "concordanza di prove"!
Ricapitoliamo. Nel periodo in questione, dovevano esistere e dovevano apparire nelle fotografie aeree
*3 o 4 "fosse di cremazione" nel cortile nord del crematorio V e
* 2 o 4 fosse nell'area del cosiddetto "Bunker 2" (all'esterno del campo, a circa 200 metri a ovest della Zentralsauna).
Gli Autori ci informano che si sono rivolti al "al dottor Nevin Bryant, supervisore delle applicazioni cartografiche e dell'elaborazione di immagini del Jet Propulsion Laboratory (gestito dal California Institute of Technology) della Nasa, a Pasadena, California" e hanno fatto analizzare le fotografie aeree di Birkenau "con una tecnologia digitale", e aggiungono:
«I negativi fotografici sono stati convertiti in informazioni digitali dal computer, quindi ingranditi con i programmi software utilizzati dalla Nasa per la produzione di immagini aeree e satellitari» (p. 193).
Tuttavia, nonostante questa sofisticata tecnologia, gli Autori non dicono nulla circa la presenza di "fosse di cremazione" di massa nelle fotografie aeree, pur avendo dedicato ben 7 ingrandimenti alla documentazione di colonne di persone in marcia nel campo!
Evidentemente gli esperti della Nasa non ne hanno trovato alcuna traccia; in caso contrario, gli Autori si sarebbero affrettati a pubblicare i relativi ingrandimenti come "prova concordante" del presunto sterminio ad Auschwitz.
In realtà nelle fotografie del 31 maggio 1944 [e del 20 e 23 agosto] un'area fumante appare, proprio nel cortile nord del crematorio V, ma una sola area fumante e con una superficie di circa 40-50 metri quadrati!
Tuttavia, come ho dimostrato nell'articolo già citato «Risposta supplementare a John C. Zimmerman sulla "Body disposal at Auschwitz"», se la tesi dello sterminio in massa degli Ebrei ungheresi fosse vera, nelle fotografie del 31 maggio 1944, data l'impossibilità di cremare i cadaveri nei forni crematori, dovrebbero apparire "fosse di cremazione" per una superficie complessiva di 7.200 metri quadrati, contro i 40-50 metri quadrati effettivi!
Da ciò risulta chiaro per quale ragione gli Autori abbiano preferito tacere sulla questione delle "fosse di cremazione", essendo impossibile che quest'area fumante sia sfuggita agli esperti della Nasa: le fotografie del 31 maggio 1944 smentiscono non solo le testimonianze, ma anche la realtà oggettiva del presunto sterminio in massa degli Ebrei ungheresi.
Infatti secondo la storiografia ufficiale - dal 16 al 31 maggio arrivarono ad Auschwitz almeno 184.000 Ebrei ungheresi, di cui il 91% (27) , o circa 167.400, furono "gasati" e cremati in 16 giorni, in media circa 10.500 al giorno. La cifra minima degli arrivati il 30 maggio è di circa 9.050, di cui circa 8.200 sarebbero stati "gasati" e cremati (28).
Gli Autori, che non conoscono o fingono di non conoscere questi dati, appellandosi al "Calendario" di Auschwitz, affermano che il 31 maggio 1944 giunse ad Auschwitz un solo trasporto di Ebrei, dal quale ne furono selezionati 100 per il lavoro, mentre altri furono gasati, e commentano:
«Per questa giornata non sappiamo quanti Ebrei siano stati uccisi nella camera a gas, a che ora furono uccisi e se la cremazione avvenne il giorno stesso o il giorno successivo» (p. 205).
Qui essi dimenticano il secondo trasporto di Ebrei ungheresi registrato in tale data dal "Calendario", da cui furono immatricolati 2.000 deportati e i restanti "furono uccisi nelle camere a gas" (29).
Essi aggiungono poi una spiegazione veramente incredibile:
«Si riporta che tra il 16 e il 31 maggio le SS ricavarono ottantotto libbre d'oro e di lega bianca da denti falsi, quindi è possibile che i corpi non venissero cremati fino a che non si portasse a termine questo processo, cioè il 31 maggio, per coloro che erano arrivati quel giorno» (p. 205).
Qui gli Autori non adducono alcuna fonte, e la cosa è perfettamente comprensibile. Tale informazione è ripresa infatti da un articolo pubblicato in una delle loro fonti principali in cui si legge:
«Secondo un rapporto segreto fatto uscire di nascosto dal campo all'inizio dello sterminio degli Ebrei ungheresi nel maggio 1944, le SS presero in consegna 40 kg (80 libbre) di oro e di "metallo bianco" (probabilmente platino)»(30) .
Dunque che questa pretesa raccolta di metallo prezioso (non attestata da alcun documento) sia avvenuta "tra il 16 e il 31 maggio" è una illazione arbitraria degli Autori. Se avessero verificato la fonte, secondo quanto prescrive il loro decalogo metodologico, essi avrebbero saputo che il rapporto in questione è datato 15 giugno 1944 e si riferisce al periodo 25 maggio-15 giugno 1944 (31).
Con ciò il piccolo trucco architettato dagli Autori non serve più a niente. Ma, quand'anche la raccolta di denti artificiali fosse vera e il periodo fosse quello indicato dagli Autori, come si potrebbe dedurre seriamente dall'estrazione dei denti d'oro ai cadaveri il fatto che i cadaveri delle vittime non fossero stati cremati fino al 31 maggio? Con quale logica distorta si può pensare seriamente che i cadaveri non potessero essere cremati man mano che venivano estratti loro i denti d'oro, che è poi esattamente ciò che afferma la storiografia ufficiale?(32) . Al cospetto di una tale logica la loro rivendicazione dell'impiego delle "regole condivise della ragione" suona pateticamente ridicola.
Secondo i documenti sulla deportazione degli Ebrei ungheresi, dal 28 al 31 maggio furono deportati 33.187 Ebrei ungheresi, cifra che rappresenta la differenza tra i 217.236 deportati fino al 31 maggio (33) e i 184.049 deportati fino al 28 maggio (34) .
Come ho dimostrato altrove (35), per gli arrivi ad Auschwitz nei giorni che ci interessano ci sono due possibilità: o il 30 maggio sono arrivati, in cifra tonda, 12.900 Ebrei e il giorno 31 9.050, o viceversa. Nel migliore dei casi per la tesi degli Autori, il 31 maggio arrivarono 9.050 Ebrei e furono gasati e cremati (9.050 x 0,91 =) circa 8.200.
Poiché la capacità dei crematori di Birkenau (nell'ipotesi che fossero cremati anche corpi di bambini) era di circa 1.040 cadaveri in 24 ore (36), ne consegue che il 31 maggio:
-
in cifra tonda, circa 7.150 cadaveri sarebbero stati cremati all'aperto
-
il 30 maggio sarebbero stati uccisi (12.900 x 0,91 =) circa 11.700 Ebrei
-
di cui circa 10.700 sarebbero stati cremati all'aperto
-
Poiché fino al 28 maggio erano stati deportati 184.049 Ebrei, dal 16 (arrivo del primo trasporto) al 31 (considerando una durata del viaggio di tre giorni), in 16 giorni secondo la storiografia ufficiale - erano state gasate (184.049 x 0,91 =) circa 167.500 persone
-
di cui (1.040 x 16 =) circa 16.600 erano state cremate nei crematori e (167.500 16.600 =) circa 150.900 all'aperto
-
in media (150.900 : 16 =) circa 9.400 al giorno
-
Ora, perfino a voler prendere sul serio la tecnica di cremazione all'aperto descritta da F. Müller (1.200 cadaveri in tre strati in una fossa di 320 metri quadrati e profonda 2 metri (37) )
-
insensata sia perché la falda freatica, all'epoca, era più alta (38)
-
sia perché tale tecnica è inefficiente (in quanto i due strati di cadaveri superiori ostacolerebbero l'afflusso dell'aria al primo strato)
-
per cremare all'aperto mediamente 9.400 cadaveri sarebbe stata necessaria una superficie ardente di circa ([9.400 x 320] : 1.200 =) 2.500 metri quadrati
Tornando alle fotografie del 31 maggio 1944, se la storia dello sterminio degli Ebrei ungheresi fosse vera, esse dovrebbero mostrare i seguenti elementi stabili:
- almeno 2.500 metri quadrati di "fosse di cremazione"
- almeno 5.000 metri cubi di terra scavata dalle fosse (39)
- almeno 1.800 tonnellate (40) di legna per i 9.050 cadaveri da cremare il giorno 31, senza contare le scorte per i giorni successivi
Che cosa mostrano invece queste fotografie? Secondo gli Autori, solo colonne di persone in movimento nel campo! Inoltre la superficie fumante di 40-50 metri quadrati da essi prudentemente taciuta!
Una superficie 50 volte inferiore a quella richiesta in base alle false testimonianze, oltre 180 volte inferiore a quella necessaria per cremare all'aperto un quantitativo così enorme di cadaveri.
Ecco dunque un bell'esempio di "prove convergenti" contro lo sterminio in massa prudentemente taciute dagli Autori!
Proseguiamo. A p. 212 gli Autori presentano una fotografia di una sezione della copertura di cemento armato del Leichenkeller 1 (presunta camera a gas omicida) del crematorio II di Birkenau, e commentano:
«Lo squarcio ancora visibile su quel che resta della camera a gas potrebbe essere una delle aperture attraverso le quali le SS facevano cadere i granuli di Zyklon-B».
In realtà, come ho dimostrato in uno studio specifico, questo squarcio non ha nulla a che vedere con le presunte aperture di introduzione dello Zyklon-B, che non sono mai esistite (41) ».
Note:
1 / D.A. Brugioni, R.G. Poirer, The Holocaust Revisited: A Retrospective Analysis of the Auschwitz-Birkenau Extermination Complex. U.S. Department of Commerce. National Technical Information Service, Springfield 1979.
2 / J.C. Ball, Air Photo Evidence. Auschwitz, Treblinka, Majdanek, Sobibor, Bergen Belsen, Belzec, Babi Yar, Katyn Forest. Ball Resource Services Limited, Delta, B.C. Canada, 1992.
3 / Vedi il mio articolo Risposta supplementare a John.C. Zimmerman sulla "Body disposal at Auschwitz".
http://www.russgranata.com/Risposta-new-ital.html
4 / Editori Riuniti, Roma, settembre 2002. Cito il libro indicando tra parentesi le relative pagine.
5 / La fotografia è stata pubblicata in vari siti. Vedi ad esempio:
<http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2004/01_Gennaio/18/raf.shtml>
6 / Ernst Gauss, Vorlesungen über Zeitgeschichte. Strittige Fragen im Kreuzverhör. Grabert Verlag, Tübingen 1993, pp. 104-107. Jean-Marie Boisdefeu, La controverse sur l'extermination des Juifs par les Allemands. Vrij Historisch Onderzoek, Anvers 1996, Tome I, pp. 162-165.
<http://aaargh-international.org/fran/livres/livres2/bdf1.pdf>
7 / J.-C. Pressac, Auschwitz: Technique and operation of the gas chambers, op. cit., p. 253.
8 / Mission: 60 PRS/462 SQ. Exposure: 3056. Can: D 1508, 31 maggio 1942, NA.
9 / Vedi al riguardo il mio articolo "Keine Löcher, Keine Gaskammer(n)". Historisch-technische Studie zur Frage der Zyklon-B-Einwurflöcher in der Decke des Leichenkellers 1 im Krematorium II von Birkenau, cit., pp. 284-304. La fotografia del 31 maggio 1944 è pubblicata a p. 287. Le fotografie aeree sono esaminate alle pp. 287-288.
10 / "No Holes? No Holocaust? A Study of the Holes in the Roof of Leichenkeller 1 of Krematorium 2 at Birkenau. Printed by: Zimmer Printing, 410 West Main Street, Monongahela, PA 15063. © 2000 by Charles D. Provan., p. 13.
11 / J.-M. Boisdefeu, La controverse sur l'extermination des Juifs par les Allemands, op. cit., pp. 166-170.
12 / C.D. Provan, "No Holes? No Holocaust? A Study of the Holes in the Roof of Leichenkeller 1 of Krematorium 2 at Birkenau, op. cit., p. 33. Vedi anche p. 18.
13 / Questi detenuti si trovavano nel lato opposto del campo rispetto ai crematori, perciò erano indubitabilmente detenuti immatricolati.
14 / L'Album d'Auschwitz. Éditions du Seuil, Paris 1983, pp. 194, 198-203.
15 / Vedi il mio articolo Die Deportation ungarischer Juden von Mai bis Juli 1944. Eine provisorische Bilanz, in: "Vierteljahreshefte für freie Geschichtsforschung", 5. Jg., Heft 4, dicembre 2001, pp. 388-389.
16 / E. Springer, Il silenzio dei vivi. Marsilio, Venezia 1997, pp. 67-70.
17 / Vedi al riguardo il mio articolo "Una testimone dell'ultima ora: Elisa Springer", in: Olocausto: dilettanti a convegno, op. cit., pp. 138-139.
18 / C. Mattogno, Die Deportation ungarischer Juden von Mai bis Juli 1944. Eine provisorische Bilanz, art. cit., p.387.
19 / L'SS-Obersturmführer (tenente, non tenente colonnello!) Werner Jothann era il capo della Zentralbauleitung di Auschwitz. Egli era succeduto al comandante precedente, l'SS-Sturmabannführer Bischoff, il 1· ottobre 1943.
20 / J.-C. Pressac, Le macchine dello sterminio. Auschwitz 1941-1945, op. cit., p. 100.
21 / F. Piper, Gas Chambers and Crematoria, in: Y. Gutman/M. Berenbaum Editors, Anatomy of the Auschwitz Death Camp. Indiana University Press, Bloomington-Indianapolis 1994, p. 173.
22 / J.-C. Pressac, Auschwitz: Technique and operation of the gas chambers, op. cit., p. 500.
23 / F. Müller, Sonderbehandlung. Drei Jahre in den Krematorien und Gaskammern von Auschwitz. Verlag Steinhausen, München 1979, p. 207 e 211.
24 / Trial of Josef Kramer and Forty-four Others (The Belsen Trial), op. cit., p. 131.
25 / F. Müller, Sonderbehandlung. Drei Jahre in den Krematorien und Gaskammern von Auschwitz, op. cit., p. 231.
26 / M. Nyiszli, Medico ad Auschwitz, op. cit., pp. 71-75.
27 / Secondo R.L. Braham, il numero degli uccisi fu di 400.000 su circa 435.000, ossia circa il 91%. The Politics of Genocide. The Holocaust in Hungary. Columbia University Press, New York 1981, vol. 2, p. 676. Questa percentuale è stata ripresa anche da J. C. Zimmerman.
28 / Risposta supplementare a John C. Zimmerman sulla "Body disposal at Auschwitz, art. cit.
29 / D. Czech, Kalendarium der Ereignisse im KonzentrationslagerAuschwitz-Birkenau 1939-1945. Rowohlt Verlag, Reinbeck bei Hamburg 1989, p. 789.
30 / A. Strzelecki, The Plunder of Victims and Their Corpses, in: Anatomy of the Auschwitz Death Camp, op. cit., p. 258.
31 / Sprawozdanie okresowe /od 25 V 1944 15 VI 1944/. APMO, D-RO/91, tomo VII, p. 446.
32 / Vedi ad es. F. Piper, Gas Chambers and Crematoria, op. cit., p. 173.
35 / Auschwitz. Holocaust revisionist Jean-Claude Pressac. The "Gassed" People of Auschwitz: Pressac's New Revisions. Granata, 1995, pp. 16-17.
36 / Dissecting the Holocaust. The Growing Critique of "Truth" and "Memory, op. cit., p. 398.
37 / F. Müller, Sonderbehandlung. Drei Jahre in den Krematorien und Gaskammern von Auschwitz, op. cit., p. 207 e 219.
38 / Vedi al riguardo il mio articolo "Verbrennungsgruben" und Grundwasserstand in Birkenau, in: "Vierteljahreshefte für freie Geschichtsforschung", 6. Jg., Heft 4, dicembre 2002, pp. 421-424.
39 / In realtà il volume sarebbe maggiore, perché la terra scavata aumenta di volume di circa il 25%. G. Colombo, Manuale dell'ingegnere. Hoepli, Milano 1916, p. 190.
40 / In ragione di circa 200 kg per ogni cadavere. Vedi lo studio sulla presunta cremazione in massa a Treblinka in: C. Mattogno, J. Graf, Treblinka. Vernichtungslager oder Durchgangslager? Castle Hill Publishers, Hastings, Inghilterra, 2002, pp. 180-192, in particolare p. 185.
41 / Vedi il mio articolo"Keine Löcher, keine Gaskammer(n)". Historisch-technische Studie zur Frage der Zyklon B-Einwurflöcher in der Decke des Leichenkellers I im Krematorium II von Birkenau, cit., pp. 284-304.
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