06/02/2012

057 - LE ULTERIORI CONTROVERSIE OLOCAUSTICHE DI ROBERTO MUEHLENKAMP

 

 

LE ULTERIORI CONTROVERSIE OLOCAUSTICHE

DI “ROBERTO MUEHLENKAMP”


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di Carlo Mattogno

Giugno 2009

 Il 24 maggio 2009 Roberto Muehlenkamp ha pubblicato un testo intitolato Bełżec Mass Graves and Archaeology: My Response to Carlo Mattogno, che costituisce la prima parte della sua replica al mio articolo Bełżec e le Controversie olocaustiche di Roberto Muehlenkamp[1].

Egli si stupisce del fatto che tale articolo sia

«straordinariamente lungo per una risposta da parte di uno degli “studiosi” di primo piano del “revisionismo” a uno cui si riferisce come a un nessuno di cui non ha mai sentito prima (“un tale Roberto Muehlenkamp)».

In effetti, da una ricerca in rete su Roberto Muehlenkamp si apprende soltanto che è un blogger, maschio, che opera nel settore della  tecnologia, di professione Contract Manager e che la sua ubicazione è a Lisbona. Un “nessuno”, appunto. La mia risposta non ha nulla di straordinario: se un qualunque sprovveduto mi calunnia sistematicamente con accuse false e insensate, rispondo a tono. La mia prima risposta ha tardato tanto proprio perché, non essendo un frequentatore dei blog di questi oscuri personaggi,  non sapevo neppure che Muehlenkamp esistesse. La sua critica mi è stata segnalata solo pochi mesi fa.

 Egli premette che la mia risposta

«è scritta in italiano, e, per quanto mi è noto, una traduzione inglese non è ancora disponibile. L'italiano non è una lingua che parlo, ma in virtù della mia conoscenza corrente di spagnolo e portoghese, lo capisco abbastanza per seguire l'argomentare di Mattogno, senza escludere la possibilità di fraintendimenti che, se ci sono, sarò lieto di correggere quando diventerà disponibile una traduzione inglese della risposta di Mattogno».

Questa frenesia di rispondere, senza la necessaria conoscenza della lingua e perciò a rischio di «fraintendimenti», sarebbe assurda se non tradisse il chiaro intendimento  di apportare una calunnia preliminare del mio scritto, di squalificarlo prima ancora che appaia in inglese. Fatica di Sisifo, perché a mia volta replicherò alle repliche di Muehlenkamp.

 In questa prima parte egli ritorna anzitutto sul mio presunto travisamento dello scopo reale degli scavi archeologici nell’area dell’ex campo di Bełżec e discute la mia affermazione che

«se si deve costruire una struttura edilizia in un’area archeologica, non si eseguono sondaggi nell’intera aerea, ma soltanto nel sito scelto per la costruzione. Se dai sondaggi risulta qualcosa di importante, si cambia sito»,

 osservando che il mio ragionamento

«potrebbe essere pertinente se si fosse progettato di erigere un edificio museale da qualche parte nell'area dell'ex campo di  sterminio di Bełżec. Che non fosse così risulta tuttavia chiaro dalla prefazione al libro del prof. Kola che Mattogno ovviamente ha letto».

In questa prefazione si dice infatti che

«nel progetto scelto l'intera area del campo diventa il memoriale».

Muehlenkamp conclude:

«Perciò il memoriale doveva coprire l'intera area dell'ex campo, piuttosto che essere limitato a un edificio da qualche parte in quell'area, il che significa che l'identificazione di quelle parti di quell'area che contengono resti umani per impedire che fossero disturbati quando si fosse eretto il memoriale era uno scopo pertinente e che l'obiezione di Mattogno è discutibile. Come può essere sfuggita a Mattogno la dichiarazione summenzionata su come doveva essere il memoriale, ossia che doveva coprire l'intera area del campo?».

In questo contesto, egli crede perfino di avermi colto in flagrante contraddizione, asserendo:

«Infatti, una dichiarazione successiva della sua risposta suggerisce che egli era ben consapevole di questo fatto, perché lamenta che una verifica dei dati dell'indagine del prof. Kola è divenuta impossibile perché “un camminamento a mo’ di trincea di cemento armato attraversa il campo nella sua lunghezza e la superficie del campo è stata ricoperta di grosse pietre ”. In altre parole, Mattogno argomenta contro ciò che sa perfettamente quando pretende che la natura del memoriale non avrebbe richiesto una ricerca delle fosse comuni in tutta l'area del campo. Proprio all'inizio della sua risposta Mattogno ha così mostrato di nuovo la sua disonestà».

Nell’articolo menzionato sopra ho dimostrato da quale pulpito venga una tale l’accusa e in questa risposta Muehlenkamp riconferma pienamente non solo la sua disonestà, ma anche la sua infantile ingenuità.

La fotografia satellitale che segue mostra l’area dell’ex campo di Bełżec dopo i lavori per la realizzazione del museo:

 

Il campo è un rettangolo con i lati maggiori di circa 240 metri e quelli minori di circa 170: l’unica struttura edilizia che vi è stata creata è una specie di trincea che corre obliquamente tra il lato sud-ovest e quello nord-est, lunga circa 180 metri e larga circa 5 (all’interno 2,5 metri).

Ecco una fotografia della trincea:

 

[Da: http://www.scrapbookpages.com/poland/Bełżec/Bełżec01.html]

 La superficie totale del campo è pertanto di 40.800 metri quadrati, quella della trincea di 900 metri quadrati, pari al 2,2% della superficie totale. Il resto del campo è stato ricoperto di pietre.

Questa trincea, che è l’unica struttura edilizia che abbia richiesto uno scavo e che dunque avrebbe potuto “disturbare” i morti, è la prova più evidente della pretestuosità della motivazione ufficiale delle indagini di Kola. Se il loro scopo fosse stato realmente etico-religioso, sarebbe stato sufficiente limitare il sondaggio alla striscia di campo in cui si pensava di realizzare la trincea, prendendo eventualmente come punto di partenza la pianta di Bełżec di Eugeniusz Szrojt. Questa trincea è dunque essa stessa un semplice pretesto per giustificare la ricerca di fosse comuni a Bełżec.

Per quanto riguarda Muehlenkamp, la sua pretesa che «l'intera area dell'ex campo» dovesse diventare museo e che ciò richiedesse un sondaggio preliminare di tutta l’area del campo per individuare le fosse comuni è  dunque una palese menzogna: egli sapeva bene che l’unico manufatto da realizzare nell’area del campo era la trincea summenzionata, che occupa poco più del 2% della superficie totale, sicché  ciò che ho scritto al riguardo resta pienamente valido:

«Se si deve costruire una struttura edilizia in un’area archeologica, non si eseguono sondaggi nell’intera aerea, ma soltanto nel sito scelto per la costruzione. Se dai sondaggi risulta qualcosa di importante, si cambia sito».

L’espressione «struttura edilizia» da me usata è molto più generica della traduzione di Muehlenkamp (“building”, “edificio”), in quanto designa qualunque manufatto edilizio, compresa una trincea monumentale. Perciò la frase esposta sopra equivale perfettamente a questa:

«Se si deve costruire una trincea monumentale in un’area archeologica, non si eseguono sondaggi nell’intera aerea, ma soltanto nel sito scelto per la costruzione. Se dai sondaggi risulta qualcosa di importante, si cambia sito».

Allo stesso modo la concessione di Muehlemkamp che la mia osservazione

«potrebbe essere pertinente se si fosse progettato di erigere un edificio museale da qualche parte nell'area dell'ex campo di  sterminio di Bełżec»

equivale all’ammissione che essa

«potrebbe essere pertinente se si fosse progettato di erigere una trincea monumentale da qualche parte nell'area dell'ex campo di  sterminio di Bełżec».

E poiché questa trincea monumentale è stata effettivamente costruita, ne consegue che la mia osservazione è  perfettamente «pertinente».

 L’ostinazione con cui Muehlenkamp insiste su una questione puramente marginale e – come chiarirò subito – praticamente irrilevante nell’economia generale del mio studio su Bełżec (lo scopo reale e prioritario delle indagini archeologiche di Kola, cui ho dedicato poco più di una riga senza alcuna enfasi) si giustifica col suo penoso tentativo di attribuirmi una mentalità “cospirativa” e una patente di “disonestà”, ma in tal modo dimostra soltanto la propria patetica inconsistenza argomentativa.

Qui aggiungo semplicemente che il recente articolo di Isaac Gilead, Yoram Haimi e Wojciech Mazurek Excavating Nazi Extermination Centres[2] conferma pienamente che la motivazione primaria delle indagini condotte a Bełżec era archeologica e storiografica. Infatti gli scavi eseguiti a Chelmno da Ł. Pawlicka-Nowak coll'aiuto del Museo di Konin in tre fasi durante gli anni  1986-1987, 1997-2002 e 2003-2004 alla ricerca di fosse comuni e impianti di arsione[3] e quelli realizzati da Kola stesso a Sobibór negli anni 2000-2001 non avevano nulla a che vedere con la creazione di monumenti in quelle aeree, ma rientravano invece in un progetto generale, appunto, di  «scavi nei centri di sterminio nazisti». Per quanto riguarda gli scavi archeologici a Sobibór, il relativo progetto, tra le varie finalità dichiarate, ha apertamente anche quella di contrastare il revisionismo:

«L'opera costituirà la base per opporsi alle affermazioni dei negatori dell'olocausto»[4].

 Ma persino ammesso e non concesso che Muehlenkamp abbia totalmente ragione, ciò non cambierebbe nulla. Il libro di Kola si presenta in effetti esclusivamente come una relazione sui risultati di indagini archeologiche eseguite con metodologia scientifica. Ora, che tali indagini siano state intraprese per non profanare i morti in vista della trasformazione dell’intero ex campo in un museo, oppure per cercare prove archeologiche a favore del presunto sterminio in massa di Ebrei a Bełżec, o per un altro motivo ancora, che differenza fa? Ciò che conta sono i risultati delle indagini, ed io mi sono limitato a contestare il valore e il significato appunto di questi risultati.

 Muehlenkamp si appiglia poi ad una mia considerazione di ordine religioso che, nell’economia della mia risposta alle sue obiezioni, è anch’essa del tutto marginale. Il suo significato è che, una volta individuati i resti dei cadaveri grazie alle trivellazioni, invece di sparare cifre assurde (come ha fatto Michael Tregenza, parlando di «almeno 15.000» cadaveri non cremati sepolti), sarebbe stato meglio esumarli, come i Tedeschi fecero a Katyn e a Winniza, dando loro degna sepoltura, e ho concluso:

«Dal punto di vista religioso, sarebbe stato dunque molto più «morale» riesumare i cadaveri saponificati e seppellirli di nuovo secondo il rituale giudaico, se non altro per non precludere ai morti il giudizio finale».

A ciò Muehlenkamp mi oppone quanto segue:

«Queste direttive, che potevano riferirsi al fatto che l'esumazione e la debita risepoltura dei resti di milioni [di Ebrei] inumati nell'Europa orientale era un compito impraticabile (specialmente quando questi paesi erano ancora dietro la Cortina di ferro) sono menzionate come segue dal padre  Patrick Desbois» (corsivo mio).

C’è allora da chiedersi a che cosa servì la cosiddetta “Aktion 1005”, se Blobel si lasciò dietro «milioni» di cadaveri, al plurale. Cosa tanto più strana in quanto, nel sito Aktion Reinhard Camp, alla voce Einsatzgruppen, si legge:

«Gli  Einsatzgruppen e i loro assistenti alla fine uccisero più di 1.200.000 individui»[5].

Perciò la presenza di  «milioni»  di cadaveri in fosse comuni non è molto probabile, ancora meno la spiegazione di Muehlenkamp.

 Egli si appella poi alla seguente affermazione del padre Desbois:

«Prendendo una carta gialla, Rabbi Schlesinger alzò gli occhi e mi spiegò in inglese che si era deciso che gli Ebrei assassinati dal Terzo Reich erano “tsadiqim”,“santi”, e che è stata assicurata loro la plenitudine della vita eterna. Per questo i loro luoghi di sepoltura, dovunque si trovino – sotto un’autostrada o in un giardino – devono restare intatti in modo da non disturbare i loro resti» (corsivo di Muehlenkamp).

Ciò però non è in contrasto con questa mia osservazione:

«Secondo la tradizione giudaica, l’Ebreo morto potrà essere giudicato, alla fine del mondo, soltanto a Gerusalemme, donde la credenza popolare che “ogni Ebreo che muore fuori della Palestina deve scavarsi con le unghie una galleria per arrivare a Gerusalemme” e proprio per questo al cadavere “si nettano con scrupolosa cura le unghie”. Tralasciando il rituale, l’inumazione “in terra d’Israele” rappresenta un desideratum per gli Ebrei, e se ciò non è possibile “si usa mettere un po’ di terra d’Israele sulla testa o sotto i corpi degli Ebrei sepolti nella diaspora”».

Infatti per il giudaismo è lecito esumare un cadavere[6] «per spostare i resti in Eretz Yisrael [nella terra d’Israele] [7].

 Con tutto il rispetto per Rabbi Schlesinger, rilevo che la pratica dell’esumazione e la risepoltura di cadaveri di Ebrei uccisi dai Tedeschi non è stata affatto insolita dopo la fine della seconda guerra mondiale. Ecco qualche esempio.

 Esumazione di cadaveri di Ebrei presso Iasi (Romania), 12 settembre 1945:

«Il lavoro  di esumazione cominciò alla fossa n. I il 12 settembre 1945 e continuò alla fossa n. II e poi alla fossa n. III. Il lavoro fu periodicamente sospeso per le festività pubbliche e a causa dell’inclemenza del tempo. Per queste circostanze, nonché per la stagione autunnale, la Comunità religiosa ebraica di Iasi acconsentì a rinviare la continuazione del lavoro di esumazione. I corpi esumati furono seppelliti in tre ampie fosse comuni nel cimitero ebraico. […]. Il numero dei corpi esumati dalle tre fosse fu di 311 (trecentoundici)»[8].

 

Esumazione di cadaveri di Ebrei presso Kerecsend  e Budapest (Ungheria), 5 novembre 1957[9]:

*     

*      «Esumazione nella foresta di  Kerecsend»[10].

 

 «Il funerale dei 26 martiri a Eger. Essi furono uccisi nella foresta di Kerecsend. Il sig. Székely, presidente della Comunità ebraica di Eger, tiene un discorso»[11].

        MATTOGNO,Processione funebre per I corpi di lavoratori ebrei esumati,Budapest,ROBERTO MUELL...jpg«Processione funebre per I corpi di lavoratori ebrei esumati (Budapest)»[12].


Si vedano anche le fotografie 0696.jpg, 1090a, 1095, 1099, 1100a, 1101, 1102, 1104.

 

Esumazione di cadaveri di Ebrei presso Yurburg (Lituania), 1958:

«Nel 1958, dopo che furono profusi notevoli sforzi e richieste, il governo finalmente diede il consenso a trasferire le ossa degli Ebrei uccisi di Yurburg al cimitero ebraico di Yurburg. Alla sacra opera di comemorazione dei morti, dopo che le loro ossa furono esumate e trasferite al cimitero ebraico, parteciparono Mikhalovsky e sua moglie, Meigel e sua moglie, Zelde Frank, Shalom Rizman, Yehudah Fleisher, Yankl Levin, Leibl Elyashev e altri abitanti di Yurburg»[13].

 Esumazione di cadaveri di Ebrei presso Białystok (Polonia):

«Su una fossa comune c’era un monumento gigantesco. Non molto prima vi erano stati sepolti centoventicinque Ebrei, che erano stati esumati da vari luoghi. […]. Il Comitato ebraico di ricostruzione, diretto dal dott. Szymon Datner…

I sottocomitati comprendevano le seguenti [sezioni]: ricerca storica … esumazione e risepoltura di martiri ebrei

Scavando queste grandi fosse, la nostra brigata di esumazione trovò i  corpi di vari resistenti uccisi dai nazisti»[14].

Vi è anche una fotografia con questa didascalia:

«Esumazione dei corpi di eroi del ghetto assassinati per risepoltura al cimitero di Zabia».

Dunque anche in questo caso la realtà smentisce le affermazioni di Muehlenkamp.

 Egli si richiama poi incautamente ad un articolo di Rabbi Weiss in cui questi

«protestava furiosamente contro ciò che considerava una dissacrazione dei morti da parte dell’edificio museale (memorial building) e gli scavi archeologici precedenti»,

contraddicendo presuntamente le mie affermazioni.

In quest’articolo, dal titolo A Monumental Failure at Bełżec (April, 2003)[15], Rabbi Weiss dichiara:

«Il giugno scorso ho ammonito su queste pagine che “malgrado le assicurazioni del Museo che ‘nella costruzione stiamo attenti a non disturbare resti umani’, chiunque conosca il terreno di Bełżec, strapieno in profondità e in ampiezza di ceneri e ossa di morti ebrei, sa che ciò è pressoché impossibile”. Dopo la recente pubblicazione del libro di Andrzej Kola “Bełżec: The Nazi Camp for Jews in the Light of Archaeological Sources”, nessuno di coloro che sono implicati nel progetto del memoriale può pretendere di ignorare la dissacrazione che è avvenuta. […].

Tuttavia sono avvenute numerose violazioni come descritto nel libro stesso. Pagina dopo pagina il libro di Kola descrive ciò che è stato trovato in nome della “ricerca archeologica”. Nella fossa numero 1, ad una “profondità di circa [2 metri]  ossa umane bruciate erano mescolate a carbone di legna”. Nella fossa numero tredici “c’era uno strato di corpi in stato di saponificazione”. La fossa numero sedici “conteneva strati di ceneri di cremazione con sabbia”. Una mappa a colori con cerchietti rossi mostra dove furono trovati resti [umani]. I cerchietti rossi sono dappertutto. Non si può leggere il resoconto di Kola senza chiedersi che  cosa ossessionasse il Museo dell’Olocausto per lasciarsi coinvolgere in uno sforzo che ha dissacrato i resti dei morti in modo così sfacciato. Che cosa fecero i sondatori quando incontrarono ossa o “grasso saponificato”? Come disposero dei resti disturbati? Perché continuarono a trivellare sistematicamente e ossessivamente ogni pochi metri quando sapevano perfettamente che cosa c’era sotto i loro piedi? »(corsivo mio).

Rabbi Weiss considera dunque le indagini archeologiche di Kola una sfacciata dissacrazione dei morti di Bełżec, per di più attuata «sistematicamente e ossessivamente». Secondo questa logica, i morti furono profanati dalle trivellazioni di Kola per evitare che fossero profanati dalla costruzione della trincea monumentale!  Ciò dimostra che le indagini di Kola non furono eseguite per scopi etico-religiosi, ma, appunto,  «in nome della “ricerca archeologica”».

 Qualche mese dopo, Rabbi Weiss ritornò sulla questione in un articolo intitolato A Tribute That Desecrates Rather Than Sanctifies, in cui rilevò che

«sollevando il velo di segreto che circondava il progetto scoprimmo che, incredibilmente, fino al 2002, non un solo rabbino esperto in questo campo della legge ebraica aveva visto i piani della trincea di Belzec, ancor meno li aveva approvati. Soltanto a causa delle proteste dell’AMCHA[16] il rispettato rabbino Elyakim Schlesinger vi fu portato per sorvegliare il processo. Ma anche qui si verificò un contrasto. Rabbi Schlesinger mi ha detto che la sua decisione di appoggiare il progetto era basata sull’informazione che non esisteva alternativa alla trincea. In realtà, ogni autorità rabbinica con la quale abbiamo parlato ha detto che è di gran lunga preferibile un’alternativa al progetto disturbatore della trincea. In una corte legale Rabbi Schlesinger sentirà che c’erano sempre e ci sono ancora altre opzioni, come la costruzione del memoriale al di fuori del campo. Sentirà anche che gli architetti polacchi che sono dietro il progetto hanno detto che l’idea della trincea mirava a santificare la terra in cui giacciono le ceneri. Questa non è una concezione ebraica. Noi santifichiamo i morti coprendoli [di terra], non scavando su di essi»[17].

 Una ulteriore conferma del fatto che il progetto museale era un semplice pretesto.

 

Note:

[1] Il testo di “Roberto Muehlenkamp” (pseudonimo) è disponibile all’indirizzo:   http://holocaustcontroversies.blogspot.com/2009/05/belzec-mass-graves-and-archaeology-my.html

[2]  Present Pasts, Vol. 1, 2009, p. 10-39.

[3]  Idem, p. 16.

[9] Photographs Documenting the Holocaust in Hungary, by László Karsai Ph.D.

http://www.holocaust-history.org/hungarian-photos/

[13] At The Seventh Kilometer on the Road from Yurburg to Smaleninken, by Leib (Aryeh) Eltashev, http://www.jewishgen.org/yizkor/jurbarkas/yur454.html

[14] The Bialystoker Memorial Book - Der Bialystoker Yizkor Buch, the Bialystoker Center, New York 1982,

http://www.zchor.org/bialystok/yizkor9.htm

[16] “National Israeli Center for Psychosocial Support of Survivors of the Holocaust and the Second Generation”, con sede a Gerusalemme.

[17] The Jewish Daily Forward, 22 agosto 2003, http://www.forward.com/articles/7973/

Parte II
 

Nel mio studio su Bełżec ho dimostrato che la posizione della maggior parte delle fosse comuni indicata da Kola è in aperto contrasto sia con la testimonianza di Rudolf Reder, sia con gli accertamenti della Commissione di inchiesta polacca. Ciò risulta dal confronto tra la mappatura delle fosse comuni elaborata da A. Kola e da R. O'Neil da un lato, la pianta del campo disegnata da J. Bau su indicazioni del testimone Reder e la pianta ufficiale redatta da E. Szrojt in base alle indagini giudiziarie polacche dall’altro.

A questo riguardo Muehlenkamp, nella seconda parte della sua risposta[1], afferma:

«Al mio argomento che “per ciò che riguarda il disegno di J. Bau c’è la possibilità di un fraintendimento della descrizione di Reder, che può anche non essere stato molto chiaro o esatto a questo riguardo”, Mattogno risponde sottolineando che è stato esplicitamente dichiarato che il disegno è basato sul racconto di Rudolf Reder (suppongo che ciò sia vero, ma ciò non tocca il mio argomento) e citando due dichiarazioni di Reder circa il numero, le dimensioni e la capacità delle fosse comuni, che sono piuttosto esagerate per quanto riguarda il secondo e il terzo aspetto.

A parte il fatto che non ha confutato il mio argomento, egli in tal modo cambia le carte in tavola, perché il suo argomento originale – che è stato di conseguenza l’oggetto del mio commento – non riguardava il numero e le dimensioni delle fosse comuni, ma la loro localizzazione. Mattogno ha scritto quanto segue:

“Concludendo, la posizione della maggior parte delle fosse comuni indicata da A. Kola è in aperto contrasto sia con la testimonianza di Rudolf Reder, sia con gli accertamenti della Commissione di inchiesta polacca”.

Dall’alto di questo disonesto cambiamento di carte in tavola, Mattogno ha la sfrontatezza di chiamarmi disonesto per non aver trattato in questo contesto (cioè nella discussione delle sue affermazioni circa la differente posizione delle fosse comuni nelle varie piante) l’esagerazione delle affermazioni di Reder riguardo alle dimensioni delle fosse. Egli dovrebbe spiegare perché avrei dovuto preoccuparmi di dimensioni quando discutevo le sue affermazioni relative alla posizione» (corsivo mio).

Tanto per cominciare, Muehlenkamp non ha presentato alcun argomento: la mera «possibilità di un fraintendimento della descrizione» di un testimone, senza il minimo indizio a sostegno di essa, non è un argomento, ma una semplice insinuazione senza alcun fondamento. Da parte mia, invece, ho rilevato che

«la pianta in questione reca in margine, come sigillo ufficiale, la scritta: “Na podstawie powiadania R. Redera rysował Józef Bau”, letteralmente: “Sulla base del racconto di R. Reder disegnò Józef Bau: questo è il dato di fatto che bisogna tener presente, non insulse congetture sulle varie “possibilità”».

Ho poi citato il passo del mio studio su Bełżec in cui ho riportato due dichiarazioni di Reder particolarmente illuminanti per quanto riguarda la pianta in questione:

«In una dichiarazione resa nel 1945 alla Commissione storica ebraica di Cracovia, Reder affermò:

Una fossa era lunga 100 metri e larga 25. Una sola fossa conteneva circa 100.000 persone. Nel novembre 1942 c’erano 30 fosse, cioè 3 milioni di cadaveri”.

Nell’interrogatorio cui fu sottoposto dal giudice istruttore Jan Sehn il 29 dicembre 1945, il testimone ribadì:

“Le fosse erano scavate tutte con le medesime dimensioni e misuravano 100 metri di lunghezza, 25 di larghezza e 15 di profondità”»,

e ho concluso che.

«Reder era stato chiarissimo con Bau: o forse bisogna valutare la «possibilità» che anche la Commissione storica ebraica e il giudice Sehn fossero incorsi in un “fraintendimento”?».

Perciò ho confutato totalmente e radicalmente l’insinuazione di Muehlenkap.

La testimonianza di Reder fu raccolta dalla dottoressa Nella Rost e pubblicata dalla Commissione centrale storica ebraica di Cracovia, di cui faceva parte anche J. Bau. Se Muehlenkap non si fida neppure delle sue fonti è solo affar suo.

 Veniamo al mio presunto cambiamento delle carte in tavola. Muehlenkamp cerca di trarsi d’impaccio con una distinzione rabbinica: io avrei la sfrontatezza di chiamarlo disonesto per il fatto che non ha trattato la questione delle dimensioni delle fosse «in questo contesto». Ma in tal modo dimostra ancora una volta la sua sfrontata disonestà, perché io avevo precisato:

«La cosa più grave, che mostra la disonestà del mio critico, è che al riguardo avevo già rilevato che qui non si tratta soltanto della posizione delle fosse comuni, ma anche e soprattutto delle loro dimensioni:

“Per quanto riguarda la testimonianza di Reder, le 30 fosse da lui presuntamente viste nel campo avrebbero avuto una superficie complessiva (7,5 ettari) addirittura maggiore di quella del campo stesso (6,2 ettari)!”».

Nel  capitolo IV, paragrafo 2 del mio studio su Bełżec ho infatti argomentato così:

«Come ho accennato sopra, Kurt Gerstein e Rudolf Reder sono i due principali testimoni sul campo di Bełżec. Entrambi descrissero dettagliatamente le fosse comuni. In una dichiarazione resa nel 1945 alla Commissione storica ebraica di Cracovia, Reder affermò:

“Una fossa era lunga 100 metri e larga 25. Una sola fossa conteneva circa 100.000 persone. Nel novembre 1942 c’erano 30 fosse, cioè 3 milioni di cadaveri”.

Nell’interrogatorio cui fu sottoposto dal giudice istruttore Jan Sehn il 29 dicembre 1945, il testimone ribadì:

“Le fosse erano scavate tutte con le medesime dimensioni e misuravano 100 metri di lunghezza, 25 di larghezza e 15 di profondità”.

Nel noto rapporto del 26 aprile 1945. Gerstein scrisse:

“Allora i corpi nudi furono gettati in grandi fosse di metri 100 x 20 x 12 circa situate presso le camere della morte”.

E nel rapporto da lui redatto il 6 maggio 1945 egli confermò:

“I cadaveri nudi furono [caricati] su carri di legno e gettati in fosse di metri 100 x 12 x 20 distanti soltanto pochi metri”.

Una fossa, dunque, aveva una superficie di 2.500 metri quadrati per Reder e di  2.000 metri quadrati per Gerstein, e un volume di 37.500 metri cubi per il primo e di 24.000 metri cubi per il secondo. Tuttavia, dalle indagini di A. Kola è risultato che la fossa più grande (la n. 1) aveva una superficie di appena 480 metri quadrati, quella più capiente (la n. 10) aveva un volume di soli 2.100 metri cubi. Inoltre, come ha rilevato A. Kola, la maggior parte delle fosse aveva una profondità di 4-5 metri, al di sotto della quale c'è la falda freatica. Perciò neppure le profondità di 12 o 15 metri asserite dai due testimoni trovano riscontro nelle indagini. Per quanto riguarda la testimonianza di Reder, le 30 fosse da lui presuntamente viste nel campo avrebbero avuto una superficie complessiva (7,5 ettari) addirittura maggiore di quella del campo stesso (6,2 ettari)!».

A quest’argomentazione, che smentisce categoricamente le dichiarazioni sulle fosse comuni dei due più importanti testimoni di Bełż ec, Muhelenkamp non ha risposto nulla né «in questo contesto» né altrove, perché egli, che si indigna perché ho tralasciato qualcuna delle sue afferrmazioni più insulse, a sua volta ha tralasciato prudentemente questo paragrafo: in che modo avrebbe potuto giustificare le menzogne proferite dai suoi due “testimoni oculari”? Ecco dunque un’altra prova della sua disonestà.

 Nella sua seconda replica, egli azzarda inevece una risposta, asserendo che le dichiarazioni di Reder sono «piuttosto esagerate» per quanto riguarda numero e capacità delle fosse comuni: ma pretendere che a Bełżec esistessero fosse comuni con una superficie maggiore di quella del campo stesso, nelle quali erano stati sepolti 3 milioni di cadaveri, è una semplice esagerazione o una spudorata menzogna? Se si considera che l’intero racconto di Reder è costruito sull’ordine di grandezza di  questi 3 milioni di vittime, la riposta a questa domanda retorica risulta ancora più inequivocabile.

Ad esempio, egli parla di «un cortile lungo e largo circa 1 km», situato all’interno del campo, che dunque poteva accogliere comodamente un treno di 50 vagoni, senza bisogno di suddividerlo in tronconi di 20 vagoni, come sostiene la storiografia olocaustica. Egli afferma inoltre che in media venivano sterminate 10.000 persone al giorno, cosa impossibile già per ragioni di tempo, senza contare che a questo ritmo il campo avrebbe lavorato effettivamente per (434.508 : 10.000 =) 43,4 giorni o meno di un mese e mezzo[2]. Per non parlare di questa sua dichiarazione, devastante per la storiografia olocaustica:

«Non so dire se attraverso questi tubi si sprigionasse qualche gas nelle camere, se si comprimesse l'aria nelle camere oppure se l'aria venisse pompata via dalle camere. [...]. L'aria nelle camere, dopo la loro apertura, era pura, limpida e inodore. In particolare, in esse non si percepiva alcun fumo dei gas di combustione del motore. Questi gas erano convogliati dal motore direttamente all'esterno e non nelle camere (Gazy te były odprowadzane z motoru wprost na dwór a nie do komór)».

Se il gas di scappamento del motore non era convogliato nelle camere a gas, come morivano le vittime?

Nella mia prima risposta a Muehlenkamp ho riassunto così il mio argomento relativo alle fosse esposto nel libro:

«In conclusione, il numero, la forma e le dimensioni delle fosse comuni presuntamente individuate da Kola sono del tutto arbitrari, la loro posizione è irrazionale e in contrasto con le testimonianze di ex detenuti (Reder) e di imputati (Jührs), con le indagini polacche (Commissione di inchiesta sui crimini tedeschi in Polonia) e con la storiografia (Arad)».

Dal che si desume quale sia l’onestà di Muehlenkamp.

 Egli prosegue asserendo che

«nel racconto di Reder ci sono aspetti che non sono così lontani dai ritrovamenti del prof. Kola. Come Mattogno stesso ci dice, la mappa di J. Bau basata sul racconto di Reder “mostra 26 fosse lungo il confine nord–est e 6 al centro del campo”. Il prof Kola trovò 21 di queste 33 fosse, il 64 %  del totale, nella parte ovest e nord-ovest del campo, le altre 13, il 36%, nell’area nord-orientale del campo. Così, a parte il fatto che il numero totale delle fosse contato da Reder e da Kola è simile (30 contro 33), ci sono due cose in cui Reder ha più o meno ragione: il fatto che esistessero fosse in due diverse aeree del campo e la localizzazione della maggior parte delle fosse comuni nel settore ovest/nord-ovest del campo. Enfatizzando il “contrasto” tra la pianta di Kola e la pianta di J.Bau/Reder, Mattogno a quanto pare non si è accorto delle somiglianze tra di esse» (corsivo mio).

Per quanto riguarda il numero delle fosse, il concetto stesso di “conteggio” evocato da Muehlenkamp è fallace. Reder ha parlato di 30 fosse non perché abbia “contato” 30 fosse esistenti sul terreno, ma solo per ragioni aritmetiche: le fosse dovevano contenere i presunti 3 milioni di cadaveri in ragione di 100.000 cadaveri l’una,  perciò non potevano essere che (3.000.000 : 100.000 =) 30!

Nel paragrafo 4.6 della mia risposta a Muhelenkamp ho inoltre dimostrato che né il numero, né le forme delle fosse comuni dichiarate da Kola costituiscono un fatto, ma una sua arbitraria congettura. Perciò qui non c’è alcuna somiglianza reale.

Neppure il fatto che la pianta di J. Bau indichi le fosse comuni in due diverse aeree del campo rappresenta una somiglianza con i presunti ritrovamenti di Kola, perché questi si situano in tre settori, il lato NNE (21 fosse), il lato NNO (7 fosse) e il lato SSO (5 fosse)[3]. Il secondo sito di fosse della pianta di J. Bau si trova per di più nel settore sud del campo, all’altezza e al di sotto della diramazione ferroviaria.

Quanto infine alla pretesa «localizzazione della maggior parte delle fosse comuni nel settore ovest/nord-ovest del campo» nella pianta di J. Bau, essa è chiaramente falsa, perché in  questa pianta la «maggior parte delle fosse comuni» si trova nel settore NNO (lato alto del campo)[4], dove la pianta di Kola ne riporta solo 7 (ossia il 12%).

Come ho osservato nel mio studio,

«se si prende in esame la pianta di Bełżec pubblicata da Yitzhak Arad, si deve concludere che gli alloggi delle guardie ucraine, gli impianti sanitari (barbieri, infermeria, dentisti per SS e Ucraini), la cucina per le guardie ucraine, il garage e i laboratori di calzoleria e sartoria (indicati nella pianta con i numeri 3, 4, 5, 7 e 8) si trovavano a ridosso di fosse comuni o addirittura sopra di esse!».

 Muhelenkamp dice ancora che

«Mattogno contesta poi il mio argomento che “l’area delle fosse che appare nelle piante della Commissione di inchiesta corrisponde alle fosse di Kola situate nella parte orientale del campo”, rilevando che “mentre nel disegno di Kola la maggior parte delle fosse risulta dislocata lungo il confine nord–ovest, nel disegno della Commissione di inchiesta polacca tutta l’area delle fosse è concentrata in un rettangolo posto sul confine nord–orientale del campo”. Ho scritto qualcosa di contrario? Non credo».

Per maggior chiarezza, mentre nel disegno di Kola la maggior parte delle fosse risulta dislocata lungo il lato sinistro del campo, nel disegno di E. Szrojt tutta l’area delle fosse è concentrata in un rettangolo posto lungo il lato superiore. Perciò la contraddizione è netta.

Circa il significato di questa contraddizione, essa riguarda essenzialmente le affermazioni di  Muehlenkamp, che ha voluto individuare una corrispondenza e una conferma dove c’è soltanto una contraddizione. D’altra parte, la Commissione di inchiesta polacca giunse a stabilire che l’intera l’area delle fosse comuni era concentrata nel rettangolo indicato nella pianta di E. Szrojt al termine di un’inchiesta giudiziaria, sulla base di soprallughi nell’area dell’ex campo ed escussione di testimoni.

 Muhelenkamp si occupa poi della posizione delle fosse presuntamente individuate da Kola. Nel libro ho scritto che esse sono «sparpagliate alla rinfusa in quasi tutto il campo senza alcun orientamento preciso e senza alcun ordine»; nella mia risposta ho ribadito che

«le fosse comuni sono proprio sparpagliate alla rinfusa, a ferro di cavallo, sui lati nord–ovest/nord–est del campo, come risulta indubitabilmente dal relativo disegno di Kola».

Con la sua ferrea logica egli osserva acutamente che i due concetti non sono «identici» (non è chiaro se ciò implichi per lui una contraddizione): infatti sono complementari, il secondo essendo una semplice precisazione del primo.

Muehlenkamp sottolinea che ha

«risposto rilevando che le fosse, come appare nelle piante di Kola, sono concentrate nella parte occidentale e nord-occidentale del campo da un lato e nella parte orientale dall’altro, le prime sono insieme e vicine, le altre più sparpagliate».

Ma che le fosse siano concentrate su tre lati del campo (a ferro di cavallo, appunto) nulla toglie al fatto che vi sono disposte alla rinfusa e orientate a casaccio, come risulta chiaramente dal relativo disegno schematico di  R.O’Neil, che ho riportato come documento 4 (come documento 5 nel libro) e al quale rimando.

Questa confusione, ho sottolineato, contrasta con

«una disposizione ordinata delle fosse [che] avrebbe evidentemente consentito uno sfruttamento più razionale dell'esiguo spazio disponibile e una maggiore protezione sanitaria del personale del campo».

Muehlenkamp adduce il seguente argomento, che avrei “ignorato”:

«Sarebbe stato certo un vantaggio scavare le fosse in file l’una accanto all’altra, per quanto ciò non avesse portato a pareti delle fosse troppo sottili e di conseguenza soggette a crollare nel suolo di sabbia come quello di Bełżec.

Il risultato delle indagini di Kola suggerisce difatti che le fosse vicine si fusero in alcuni casi a causa del crollo delle pareti, il che rende più difficile stabilire il numero originario, la forma e le dimensioni delle fosse interessate.

Il collocare le fosse troppo vicine le une alle altre avrebbe reso più difficile estrarre il terreno dalle fosse».

E questo sarebbe un argomento? Dalla pianta di E. Szrojt risulta che il lato superiore del campo misurava 285 metri. Una disposizione delle fosse come quella disegnata nella pianta di J. Bau avrebbe reso possibile la presenza in quest’area, ad esempio, di due file di fosse (una di 17, l’altra di 16) larghe 10 metri e lunghe 17, collocate ad una distanza di circa 6,5 metri l’una dall’altra (più che sufficiente per evitare crolli delle pareti) e con uno spazio anche di 10 metri tra le due file (la prima fila avrebbe occupato [ 17 x [10 + 6,5] = 280,5 metri). In tal modo si sarebbero ottenute 33 fosse con una superficie totale appena un po’ più grande di quella dichiarata da Kola, ossia: 10 x 17 x 33 = 5.610 metri quadrati. Lasciando ancora 10 metri tra la prima fila e la recinzione del campo e altri 10 dopo la seconda fila, l’intero complesso delle fosse avrebbe occupato una superficie di 18.240 metri quadrati, meno del 30%  di tutta l’area del campo.

L’argomento della difficoltà dell’estrazione della sabbia dalle fosse è ancora più insulso, perché  le fosse sarebbero state costruite una dopo l’altra secondo le necessità, sicché tutto lo spazio destinato alle fosse successive non ancora scavate sarebbe stato pienamente disponibile per l’estrazione della sabbia da ogni singola fossa.

 La risposta successiva  – che questa banalmente razionale disposizione delle fosse comuni avrebbe richiesto «perizia e organizzazione», cose che, a dire di Muehlenkamp, il personale SS di  Bełżec non avrebbe posseduto perché «non era addestrato militarmente», è semplicemente ridicola: ci vuole un ingegnere o un alto ufficiale proveniente dall’accademia militare per fare un lavoro che qualunque contadino potrebbe fare facilmente con una rotella metrica e un gomitolo di spago?

 Muehlenkamp presenta poi una citazione da un articolo di Alex Bay intitolato Belzec: Reconstruction of the Death Camp per dimostrare che, nella seconda fase del campo, le fosse furono scavate in modo sistematico e razionale. Bay avrebbe infatti individuato, sul limite superiore del campo, sei fosse comuni lunghe 25 metri e disposte a intervalli regolari, donde, appunto, la conclusione che

«nel periodo finale di Bełżec il perfezionamento della tecnica di uccisione in massa, favorito dalla meccanizzazione, portò all’uso di fosse comuni di dimensioni simili scavate in modo approssimativamente ordinato».

Ma anche ammesso e non concesso che queste sei fosse comuni esistessero davvero, perché mai dovrebbero appartenere alla seconda fase del campo? Soltanto perché si parte dal presupposto che, in questa fase, il personale SS del campo avrebbe acquisito la perizia necessaria per scavare fosse in modo razionale! Un semplice circolo vizioso. E se ciò è vero, perché Kola non ha trovato le tracce di queste fosse presuntamente di «dimensioni simili [e] scavate in modo approssimativamente ordinato»?

Nella fattispecie, che l’immagine 4.6.14 di Bay[5] mostri realmente la sagoma di sei fosse comuni più o meno uguali, lo può credere soltanto chi abbia avuto la grazia di una fede olocaustica cieca. Senza contare il fatto che in quest’area Kola ha trovato soltanto tre fosse, per di più di forme e dimensioni diverse.

Quanto valgano le congetture di Bay risulta evidente dal fatto che egli pretende che la sua fotografia 4.3.9. mostri  la «piattaforma del motore della camera a gas» del primo impianto di gasazione di Bełżec [6]. Si tratta del “Building F” di Kola, di cui egli ha pubblicato una fotografia e un disegno, e che, a suo giudizio di archeologo, rappresenta «ovviamente i resti di una garitta situata nella parte centrale del campo»![7]

E che dire del penoso tentativo di identificare il secondo presunto impianto di gasazione con i resti del “Building G” di Kola? Questo, ci dice l’archeologo polacco, era fatto «completamente di legno» e aveva «la forma di un rettangolo regolare con dimensioni di circa 3,5 x 15 metri»[8], mentre,  secondo le testimonianze, il presunto impianto di gasazione doveva essere in muratura e misurare non meno di 9 x 15 metri[9]. Nonostante ciò, per Bay i resti in questione appartengono senza ombra di dubbio al preteso impianto di gasazione!

 Muehlenkamp aggiunge che

«l’opinione di Alex Bay è importante anche perché mostra l’esistenza di enormi fosse comuni non identificate dal prof. Kola nell’area del campo di sterminio di Bełżec»,

sicché la capacità delle fosse ne risulterebbe altrettanto enormemente accresciuta. Ciò significa solo insultare Kola,  trattandolo da inetto e incapace! Quanto invece valga «l’opinione di Alex Bay» l’ho appena mostrato.

Muehlenkamp ha scelto proprio un bel garante, un altro ciarlatano.

 Egli infine ritorna su un’inezia, la mia affermazione che

«non è esagerato dire che, se il comandante di Bełżec avesse fatto scavare le fosse comuni in questa disposizione, sarebbe stato fucilato per sabotaggio. A meno che egli non avesse una spiccata sensibilità artistica. Molte fosse, secondo i disegni di A. Kola, presentano infatti forme  decisamente bizzarre!».

A quanto pare, egli non ha ancora capito che si tratta di un’iperbole retorica e ironica, e insiste a prendere alla lettera questa frase; ciò implica che, se il comandante di Bełżec avesse mostrato una “spiccata sensibilità artistica”, non sarebbe più stato fucilato!

Come si vede, se qui c’è un  «nano intellettuale», è proprio lui, per non parlare dei poveri derelitti minus habentes che lo seguono.

  Note:

  [1] http://holocaustcontroversies.blogspot.com/2009/05/belzec-mass-graves-and-archaeology-my_30.html

[2] Vedi al riguardo il § 10 (Un testimone “eccezionale”?) del mio studio Un nuovo libro olocaustico su Belzec e la sua fonte. Considerazioni storico-critiche. Effepi, Genova, 2007. 

[3] Per maggior chiarezza: il lato NNE è quello sinistro, il lato NNO quello superiore, il lato SSO quello destro. Il lato inferiore è quello dove c’era la diramazione ferroviaria. L’orientamento dell’ex campo di Bełżec ha uno scarto di circa 35° rispetto al nord.

[4] Ricordo che la pianta di J. Bau è disegnata al contrario, con il nord in basso.

[6] Idem, capitolo 4.3.

[7] A. Kola, Bełżec. The Nazi Camp for Jews in the light of archeological sources. Excavations 1997-1999. The Council for the Protection of  Memory and Martyrdom, United States Holocaust Memorial Museum, Warsaw-Washington, 2000, p. 59.

[8] Idem, p. 61.

[9] Assumendo la misura di m 5 x 4 per  ogni camera a gas e 1 metro di larghezza per il corridoio centrale. Le presunte camere a gas erano disposte ai due lati di un corridoio centrale, tre da una parte e tre dall’altra.

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 N.B.:La prima foto,il grassetto,la sottolineatura,l'evidenziatura,non sono presenti nel testo originale.Per contattarci usare la mail: sturevcm@libero.it.

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