04/03/2012

039 - (Parte 1) BEŁŻEC E LE CONTROVERSIE OLOCAUSTICHE DI ROBERTO MUEHLENKAMP

 

di Carlo Mattogno (2009)

  Parte 1

 

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Nel sito Holocaust Controversies 1 è apparso un articolo di un tale Roberto Muehlenkamp che vorrebbe essere una confutazione di una parte della versione americana del mio studio sul campo di Bełżec , in particolare, del capitolo IV, intitolato Il campo di Bełżec alla luce delle indagini archeologiche polacche (1997–1999), che contiene un’analisi del rapporto sulle ricognizioni (trivellazioni e scavi) eseguite in tale campo tra il 1997 e il 1999 da un gruppo di archeologi dell’università Nicola Copernico di Toruń diretto dal prof. Andrzej Kola. Questo rapporto fu pubblicato in polacco3 e in inglese 4. La critica riguarda inoltre il capitolo V del mio studio, dedicato alla Storia documentata del campo di Bełżec. Esaminerò questa critica, che in gran parte ricalca la struttura del mio testo, paragrafo per paragrafo.

 

1.“Natura e scopo della ricerca archeologica su Bełżec”

 

Muehlenkamp afferma che io avrei distorto lo scopo di tali ricerche archeologiche.Egli cita l’inizio della mia trattazione dell’argomento, evidenziando l’ultima frase, che metto in corsivo:

«Nel 1997 la “Rada Ochrony Pamięci Walk i Męczeństwa” (Consiglio per la tutela della Memoria delle Lotte e del Martirio) di Varsavia, in cooperazione con l’ “United States Holocaust Memorial Museum” di  Washington, decise di effettuare degli scavi archeologici nel territorio dell’ex campo di Bełżec allo scopo precipuo di individuare le fosse comuni descritte dai testimoni»5.

Egli espone così la sua accusa contro di me:

«Mattogno svia deliberatamente i suoi lettori circa la natura e i fini della ricerca archeologica condotta da Kola, per poi rilevare ironicamente le presunte deficienze di questa ricerca, soprattutto il fatto che i cadaveri non furono esumati, e uscirsene con le teorie cospiratorie “revisionistiche” sulle presunte ragioni di queste supposte omissioni».

In sintesi, per Muehlenkamp, l’unico scopo degli scavi era quello di esaminare il terreno del campo per realizzare un memoriale «che non disturbasse resti umani», cioè per «escludere aeree in cui vi fossero resti umani», i quali comunque non dovevano essere esumati «per non violare la memoria» di coloro che si voleva onorare.

Non esiste alcun dubbio che questa sia la motivazione ufficiale. Nell’edizione italiana del mio libro l’ho espressa così:

«Il pretesto ufficiale era che il nuovo memoriale di Bełżec, senza una indagine preliminare sul terreno del campo, avrebbe potuto sorgere disdicevolmente su un'area di fosse comuni.

Note:

 1- Carlo Mattogno on Bełżec Archaeological Research, in:

http://holocaustcontroversies.blogspot.com/2006/05/carlo-mattogno-on-belzec.html

2- Bełżec nella propaganda, nelle testimonianze, nelle indagini archeologiche e nella storia. Effepi, Genova, 2006. L’edizione americana era apparsa due anni prima col titolo Bełżec in Propaganda, Testimonies, Archeological Research, and History. Theses & Dissertations Press, Chicago, 2004. Ciò che fa testo è ovviamente solo l’edizione italiana.

3- Hitlerowski obóz zagłady Żydów w Bełżcu w świetle źródeł archeologicznych. Badania 1997-1999. Rada Ochrony Pamięci Walk i Męczeństwa, United States Holocaust Memorial Museum, Warszawa-Waszyngton, 2000.

4- Bełżec. The Nazi Camp for Jews in the light of archeological sources. Excavations 1997-1999. The Council for the Protection of Memory and Martyrdom, United States Holocaust Memorial Museum, Warsaw-Washington, 2000.

5- Bełżec nella propaganda, nelle testimonianze, nelle indagini archeologiche e nella storia, op. cit., p. 95.

1 Ma in tal caso non ci sarebbe stata alcuna necessità di controllare l'intero territorio delcampo» 6. Ma qual era la motivazione reale? Muehlenkamp cita incautamente contro di me una frase di Michael Tregenza, uno dei massimi esperti olocaustici di Bełżec, che gli si ritorce contro: «Lo scopo prioritario (das vorrangige Ziel) di questa indagine consisteva nel localizzare la struttura del campo e delle fosse comuni affinché né il memoriale progettato, né il museo, che dovevano essere completati nell’autunno del 2000, le toccassero». Ciò conferma quanto sostengo: lo scopo prioritario era l’individuazione delle fosse comuni. Il vero problema è lo scopo reale per cui si volevano individuare le fosse comuni. La motivazione ufficiale, la storia del memoriale, è chiaramente fallace. Se si deve costruire una struttura edilizia in un’area  archeologica, non si eseguono sondaggi nell’intera aerea, ma soltanto nel sito scelto per la costruzione. Se dai sondaggi risulta qualcosa di importante, si cambia sito. Perché allora a Bełżec i sondaggi furono eseguiti in tutta l’area del campo e persino al di fuori di essa? È chiaro che storia del memoriale è un semplice pretesto che avrebbe permesso ai committenti di far eseguire ricerche a tappeto sull’intera area del campo nella speranza di individuare fosse comuni (che avessero potuto contenere 600.000 cadaveri) e resti archeologici (dei presunti impianti di gasazione) per poter addurre prove materiali del presunto sterminio a Bełżec e mettere a tacere il revisionismo storico. Se i risultati delle indagini avessero deluso queste aspettative, si sarebbe ripiegato sull’alibi ufficiale del memoriale: non si erano cercati resti umani e gli eventuali pochi resti trovati non potevano essere esumati per ragioni “morali”. Ma persino questa motivazione è contestabile. Nel 1945 Simon Wiesenthal, il tristemente noto “cacciatore di nazisti”, scrisse un articolo intitolato “RIF” che si apre con queste parole:

«Nell'ultima settimana di marzo la stampa rumena ha riportato una notizia straordinaria: Nella cittadina di Folticeni, nel cimitero ebraico, sono state seppellite con grande solennità e con regolare cerimonia di inumazione venti casse di sapone. Questo sapone era stato trovato poco tempo prima in un magazzino dell'esercito tedesco. Sulle casse c'erano le lettere “RIF -Rein jüdisches Fett” [Puro grasso ebraico]. Queste casse erano destinate alle Waffen-SS e nella carta dell'imballaggio c'era scritto con cinica crudezza che questo sapone era stato prodotto da corpi ebraici»7.

Egli pretendeva che una fabbrica di sapone umano si trovasse proprio a Bełżec e che avesse usato «come materia prima 900.000 Ebrei». Poco importa che l’acronimo “RIF” significasse in reatà “Reichsstelle für industrielle Fettversorgung” (Centrale del Reich per l'approvvigionamento industriale di grasso), istituzione che non aveva nulla a che vedere con il grasso umano, meno che mai ebraico, e che la storia del grasso umano sia ormai considerata dalla storiografia olocaustica una leggenda propagandistica 8. Ciò che conta, è il seppellimento «con grande solennità e con regolare cerimonia di inumazione» di presunti residui di corpi ebraici. Ciò vale a maggior ragione per i corpi di (presunti) Ebrei in stato di saponificazione individuati da Kola. Secondo la tradizione giudaica, l’Ebreo morto potrà essere giudicato, alla fine del mondo, soltanto a Gerusalemme, donde la credenza popolare che «ogni Ebreo che muore fuori della Palestina deve scavarsi con le unghie una galleria per arrivare a Gerusalemme» e proprio per questo al cadavere «si nettano con scrupolosa cura le unghie»9. Tralasciando il rituale, l’inumazione «in terra d’Israele» rappresenta un desideratum per gli Ebrei, e se ciò non  possibile «si usa mettere un po’ di terra d’Israele sulla testa o sotto i corpi degli Ebrei sepolti nella diaspora»10.

Note:

6 Idem, p. 95, nota 1.

7 S. Wiesenthal «RIF», in: Der neue Weg, n. 17/18, Vienna, 1945.

8 Bełżec nella propaganda, nelle testimonianze, nelle indagini archeologiche e nella storia, op. cit., pp. 29-30 e 45-46.

9 E. Testa, Usi e riti degli Ebrei ortodossi. Franciscan Printing Press, Gerusalemme, 1973, p. 168.

10 G. Wigoder (a cura di), Dictionnaire encyclopédique du Judaïsme.Cerf/Robert Laffont, Parigi, 1996, p. 319.

2 Dal punto di vista religioso, sarebbe stato dunque molto più «morale» riesumare i cadaveri saponificati e seppellirli di nuovo secondo il rituale giudaico, se non altro per non precludere ai  morti il giudizio finale. La prova più evidente e inconfutabile che lo scopo primario di Kola era la ricerca delle fosse comuni e dei resti delle presunte camere a gas è il suo libro stesso, che è stato pubblicato appunto per esporre i risultati delle sue ricerche sulle fosse comuni e sulle camere a gas, senza il minimo accenno alla  localizzazione ottimale del memoriale, che si rivela così per ciò che realmente è: il finto scopo delle  ndagini. Come Muehlenkamp sa bene, nonostante il loro fallimento, le indagini di Kola furono subito usate dai propagandisti dell’olocausto appunto come “prove materiali” del presunto sterminio ebraico perpetrato a Bełżec. Ho sotto gli occhi il numero di giovedì 23 luglio 1998 de IL MANIFESTO: in prima pagina il titolo «Il lager ritrovato. A Bełżec (Polonia) i nazisti costruirono il primo campo di sterminio. Nelle camere a gas ammazzarono 600.000 ebrei. La verità viene alla luce solo ora. Grazie ad alcuni archeologi»(Corsivo mio). Tregenza stesso scrisse subito dopo:

«Ufficialmente oggi si parla di “almeno 600.000 persone uccise”, tuttavia secondo recenti ricerche e scavi bisogna partire da una cifra di vittime considerevolmente più alta, eventualmente fino a un milione»11.

A suo avviso, dunque, le indagini di Kola avrebbero fornito la “prova materiale” dello sterminio a Bełżec di 400.000 Ebrei in più rispetto ai 600.000 comunemente dichiarati. La notizia si diffuse rapidamente. Per restare in casa nostra, anche Roberto Sforni, presentato come «uno dei massimi studiosi al mondo dei campi di sterminio di Bełżec, Sobibór e Treblinka» e autore del libro Il sabba di Bełżec. Con la traduzione italiana della testimonianza del sopravvissuto Rudolf Reder 12 , ha presentato «I risultati dei recenti scavi archeologici»13 come “prove materiali” a favore dello sterminio. La fallacia della motivazione ufficiale delle ricerche archeologiche è ancor più evidente rispetto ai reperti archeologici. A questo riguardo ho scritto:

«Le ricerche polacche avevano lo scopo di individuare, oltre alle fosse comuni, i resti delle strutture architettoniche del campo. I risultati sono stati descritti dettagliatamente da A. Kola. Nella sua esposizione, ciò che colpisce immediatamente è il fatto che, in questo caso, a differenza di quello delle fosse comuni, furono eseguiti degli scavi per riportare alla luce i reperti archeologici individuati. A. Kola ne pubblica ben 12 fotografie. Ciò fu dettato da un interesse scientifico solo apparente: lo scopo primario ed essenziale degli archeologi polacchi era la ricerca dei resti delle fantomatiche camere a gas omicide. Perciò essi disseppellirono ed esaminarono con cura ogni residuo di costruzioni, nella speranza di poterlo attribuire alle presunte camere a gas, ma si guardarono bene dal disseppellire e dall'esaminare i resti umani delle fosse comuni, perché, come abbiamo visto sopra, ciò avrebbe smentito in modo troppo clamoroso la tesi dello sterminio in massa. La necessità di trovare a tutti i costi i resti delle fantomatiche camere a gas ha spinto A. Kola alle ipotesi più inverosimili»14.

Ciò è ampiamente dimostrato dagli sforzi immani e inani compiuti da Kola per spacciare penosamente i resti di due costruzioni affatto innocue per resti delle presunte camere a gas del campo, contraddicendo in tal modo clamorosamente le testimonianze e gli accertamenti giudiziari, come illustrerò sotto nel paragrafo 5.

Se la motivazione delle indagini archeologiche era esclusivamente quella del memoriale, a che scopo far disseppellire tutti i reperti archeologici trovati?

E perché Kola ha cercato disperatamente di individuare tra di essi le fantomatiche camere a gas?

Note:

11 Idem, p. 66.

12 Edizioni Shtetl, Milano, 2004.

13 Idem, capitolo 9, pp. 100-103.

14 Bełżec nella propaganda, nelle testimonianze, nelle indagini archeologiche e nella storia, op. cit., p. 123.

3 È dunque fin troppo evidente che lo scopo primario delle indagini polacche era quello di individuare le fosse comuni e le presunte camere a gas del campo da usare come “prove materiali” a favore della tesi dello sterminio, sicché, nella mia trattazione, non ho “sviato” proprio nessuno, ma mostrato l’inconsistenza e la fallacia delle motivazioni ufficiali delle indagini e ho esposto quelle reali.

 

Posizione e forma delle fosse comuni”

 

L’autore riporta una lunga citazione dal mio libro, ma omette la parte precedente che ne chiarisce il  significato, fornendo un termine di paragone:

CM belzec3.jpgDocumento 3

«A. Kola ha redatto una pianta del campo di Bełżec nella quale ha indicato, con un tratteggio verticale, l'area delle fosse comuni [vedi documento 3].


CM belzec4.jpg















Documento 4

Un disegno pubblicato da Robin O'Neil [vedi documento 4] mostra in modo più preciso la posizione delle fosse e i loro contorni definiti. La maggior parte delle fosse risulta dislocata lungo il confine nord–ovest (a sinistra nel disegno) del campo; alcune fosse sono indicate al centro del campo, poche lungo il confine nord–est (in alto nel disegno). Nel 1946 Rudolf Reder scrisse un memoriale intitolato Bełżec, che fu pubblicato a Cracovia dalla Commissione centrale storica ebraica. A p. 43 di questo libretto appare una pianta del campo disegnata da J. Bau su indicazioni del testimone [vedi documento 1].

CM belzec 1.jpg








Documento 1

Questo disegno – pubblicato senza commenti da Kola – è orientato in senso inverso rispetto alla norma, perciò, per rendere immediatamente comprensibile un confronto con altre piante del campo, bisogna guardarlo al contrario. Esso mostra 26 fosse lungo il confine nord–est e 6 al centro del campo. La pianta ufficiale del campo fu redatta dalla Commissione di inchiesta sui crimini tedeschi in Polonia e apparve nell'articolo Il campo di sterminio di Bełżec, di Eugeniusz Szrojt, membro dell'organo summenzionato. In essa l'area delle fosse comuni è rappresentata da un rettangolo posto sul confine nord– orientale del campo. Concludendo, la posizione della maggior parte delle fosse comuni indicata da A. Kola è in aperto contrasto sia con la testimonianza di Rudolf Reder, sia con gli accertamenti della Commissione di inchiesta polacca.

CM belzec9.jpgDocumento 9

D'altra parte, se si prende in esame la pianta di Bełżec pubblicata da Yitzhak Arad 15[vedi documento 9], si deve concludere che gli alloggi delle guardie ucraine, gli impianti sanitari (barbieri, infermeria, dentisti per SS e Ucraini), la cucina per le guardie ucraine, il garage e i laboratori di calzoleria e sartoria (indicati nella pianta con i numeri 3, 4, 5, 7 e 8) si trovavano a ridosso di fosse comuni o addirittura sopra di esse!

Ma questi non sono i soli problemi risultanti dalla posizione delle fosse. Le piante di A. Kola e di R. O'Neil (...) mostrano fosse comuni sparpagliate alla rinfusa in quasi tutto il campo senza alcun orientamento preciso e senza alcun ordine. Qui non c'è bisogno di invocare la proverbiale pedanteria tedesca, del resto ben interpretata perfino da Rudolf Reder. Nella sua pianta, infatti, le fantomatiche 30 fosse comuni hanno tutte le medesime dimensioni e il medesimo orientamento e sono ordinatamente disposte su due file parallele. Qui è questione di semplice buon senso: una disposizione ordinata delle fosse avrebbe evidentemente consentito uno sfruttamento più razionale dell'esiguo spazio disponibile e una maggiore protezione sanitaria del personale del campo. Non è esagerato dire che, se il comandante di Bełżec avesse fatto scavare le fosse comuni in questa disposizione, sarebbe

 Nota:

 15 La pianta è accompagnata da questa annotazione:«Una mappa del campo di sterminio di Belzec giunse troppo tardi nel processo di pubblicazione del libro per porla nel suo capitolo appropriato». Y. Arad, Belzec, Sobibor, Treblinka. The Operation Reinhard Death Camps. Indiana University Press, Bloomimgton and Indianapolis, 1987, p. 436. Ciò significa che egli aveva scritto la sua opera senza neppure avere a disposizione una pianta del campo.

4 stato fucilato per sabotaggio. A meno che egli non avesse una spiccata sensibilità artistica. Molte fosse, secondo i disegni di A. Kola, presentano infatti forme decisamente bizzarre!»16 Muehlenkamp mi oppone quanto segue:

«Se c’è contraddizione nella posizione delle fosse comuni tra la pianta fatta da J. Bau in base alla descrizione del testimone Reder e le piante disegnate dalla Commissione di inchiesta sui crimini tedeschi in Polonia da una parte e i risultati dell’indagine di Kola dall’altra, come dice Mattogno, ciò si può spiegare col fatto che l’area delle fosse che appare nelle piante della Commissione di inchiesta  corrisponde alle fosse di Kola situate nella parte orientale del campo, mentre per ciò che riguarda il disegno di J. Bau c’è la possibilità di un fraintendimento della descrizione di Reder, che può anche non essere stato molto chiaro o esatto a questo riguardo».

Questo significa arrampicarsi sugli specchi. La pianta in questione reca in margine, come sigillo ufficiale, la scritta: «Na podstawie powiadania R. Redera rysował Józef Bau», letteralmente: «Sulla base del racconto di R. Reder disegnò Józef Bau»17: questo è il dato di fatto che bisogna tener presente, non insulse congetture sulle varie «possibilità».

Nel mio studio ho citato due dichiarazioni di Reder particolarmente illuminanti per quanto riguarda la pianta in questione: «In una dichiarazione resa nel 1945 alla Commissione storica ebraica di Cracovia, Reder affermò:

“Una fossa era lunga 100 metri e larga 25. Una sola fossa conteneva circa 100.000 persone. Nel novembre 1942 c’erano 30 fosse, cioè 3 milioni di cadaveri”.

Nell’interrogatorio cui fu sottoposto dal giudice istruttore Jan Sehn il 29 dicembre 1945, il testimone ribadì:

“Le fosse erano scavate tutte con le medesime dimensioni e misuravano 100 metri di lunghezza, 25 di larghezza e 15 di profondità”»18.

Dunque Reder era stato chiarissimo con Bau: o forse bisogna valutare la «possibilità» che anche la Commissione storica ebraica e il giudice Sehn fossero incorsi in un “fraintendimento”? La cosa più grave, che mostra la disonestà del mio critico, è che al riguardo avevo già rilevato che qui non si tratta soltanto della posizione delle fosse comuni, ma anche e soprattutto delle loro dimensioni:

«Per quanto riguarda la testimonianza di Reder, le 30 fosse da lui presuntamente viste nel campo avrebbero avuto una superficie complessiva (7,5 ettari) addirittura maggiore di quella del campo stesso (6,2 ettari)!»

19. Riguardo alla pianta di Szrojt 20 , la spiegazione di Muehlenkamp è parimenti ingannatrice, in quanto asserisce che «l’area delle fosse che appare nelle piante della Commissione di inchiesta corrisponde alle fosse di Kola situate nella parte orientale del campo», ma, come ho spiegato sopra, mentre nel disegno di Kola la maggior parte delle fosse risulta dislocata lungo il confine nord–ovest, nel disegno della Commissione di inchiesta polacca tutta l’area delle fosse è concentrata in un rettangolo posto sul confine nord–orientale del campo. Perciò la contraddizione è netta. Non c’è bisogno di precisare che la pianta di Szrojt fu disegnata in base ai risultati delle indagini giudiziarie polacche, basate su soprallughi nell’area dell’ex campo ed escussione di testimoni. Muehlenkamp aggiunge poi:

«Come si può vedere dalle piante di Kola mostrate sopra, Mattogno esagera alquanto dicendo che le fosse sono “sparpagliate alla rinfusa in quasi tutto il campo senza alcun orientamento preciso e senza alcun ordine”».

 

Note:

16) Bełżec nella propaganda, nelle testimonianze, nelle indagini archeologiche e nella storia, op. cit., pp.100-102.

17) Vedi documento 1.

18 ) Bełżec nella propaganda, nelle testimonianze, nelle indagini archeologiche e nella storia, op. cit., p. 99.

19) Idem.

20) Vedi documento 2.

 

5 Su questo punto qualunque discussione è inutile: le fosse comuni sono proprio sparpagliate alla  rinfusa, a ferro di cavallo, sui lati nord–ovest/nord–est del campo, come risulta indubitabilmente dal relativo disegno di Kola 21. Egli contesta anche la mia affermazione che «molte fosse, secondo i disegni di A. Kola, presentano infatti forme decisamente bizzarre» perché la maggior parte delle fosse «hanno la forma di quadrati o rettangoli e dove ci sono forme irregolari, specialmente nel caso della fossa n. 14, è ragionevole presumere che esse risultarono da cambiamenti nella struttura originale della fossa dovuta all’eliminazione della cenere da parte delle autorità del campo e al lavoro di livellamento alla fine delle operazioni al campo o agli scavi predatori del dopoguerra».

 

Le fosse comuni che presentano una forma alquanto stramba sono le n. 1, 9, 12, 14, 22 e 29. Muehlenkamp, che evidentemente non ha colto l’ironia della frase, conferma involontariamente ciò che sostengo, ossia che solo una parte delle fosse comuni scoperte da Kola può essere considerata originale, cioè scavata dalle autorità del campo allo scopo di seppellirvi dei cadaveri. Sulla questione del numero e della forma delle fosse comuni mi soffermerò nel paragrafo 4.6. Il mio critico ritorna subito dopo sulla questione:

«Con la sua osservazione: “Non è esagerato dire che, se il comandante di Bełżec avesse fatto scavare le fosse comuni in questa disposizione, sarebbe stato fucilato per sabotaggio. A meno che egli non avesse una spiccata sensibilità artistica. Molte fosse, secondo i disegni di A. Kola, presentano infatti forme decisamente bizzarre!”, Mattogno inoltre non solo mostra un cinismo piuttosto infantile, ma anche ignoranza delle pratiche all’interno della gerarchia SS. Per quanto è a mia conoscenza non è stato riferito alcun caso in cui un SS fu giustiziato o punito in altro modo per aver rifiutato un ordine di commettere un massacro o di aver mostrato incompetenza nell’attuarlo. Ad esempio, il primo comandante di Treblinka, il dott. Eberl, sembra sia stato del tutto incompetente. Egli fu così sostituito da Franz Stangl, ma a quanto pare non subì svantaggi».

Con queste parole Muehlenkamp si dimostra egli stesso «piuttosto infantile», se davvero non ha capito l’ironia della mia affermazione. Ironia, non cinismo, perché considero questi morti fittizi, inesistenti, inventati, irreali.

Il cinismo è di coloro che piangono lacrime farisaiche sui morti fittizi, ma mostrano un totale disinteresse per quelli reali, soprattutto quando sono morti non ebrei.

Quanto alla mia «ignoranza delle pratiche all’interno della gerarchia SS», essa è stata fortunatamente colmata dalla dotta disquisizione di Muehlenkamp, che con le sue conoscenze scientifiche a base di «per quanto è a mia conoscenza», «sembra», «a quanto pare», mi ha tolto effettivamente ogni dubbio! La mia ironia era la semplice conseguenza di un’ osservazione ineccepibile, perché prima ho precisato: «Qui è questione di semplice buon senso: una disposizione ordinata delle fosse avrebbe evidentemente consentito uno sfruttamento più razionale dell'esiguo spazio disponibile e una maggiore protezione sanitaria del personale del campo». Basta osservare la mappa delle fosse comuni elaborata da O'Neil schematizzando il disegno di Kola 22 per chiedersi: quale comandante di campo di sterminio avrebbe fatto disporre le fosse comuni in questo modo? Se Muehlenkamp non l’ha ancora capito, con ciò, come ho già spiegato, intendevo semplicemente dimostrare che solo una parte delle fosse comuni scoperte da Kola può essere considerata originale.

 

 1.3. "Il ritrovamento di cadaveri"

 

Muehlenkamp afferma che «Mattogno sembra particolarmente felice che il numero dei cadaveri incombusti che si trovano ancora nelle fosse comuni di Bełżec sia, a suo avviso, molto basso».

Note:

 21) Vedi documento 3.

  1. Vedi documento 4.

6 Ciò è verissimo, perché si tratta di cadaveri veri.

Muehlenkamp e i suoi congeneri sembrano invece particolarmente infelici di questo fatto; gente che si rammarica che la leggenda dei quattro milioni di morti ad Auschwitz sia crollata e si sente defraudata di quasi tre milioni di vittime ebraiche; gente che avrebbe preferito che a Bełżec fossero stati trovati centinaia di migliaia di cadaveri, per poter agitare ancora di più il loro piagnucoloso vittimismo, per poter gridare alla bestiale ferocia dei carnefici – salvo poi appoggiare e giustificare incondizionatamente i feroci massacratori israeliani – e azzittire spocchiosamente i revisionisti con le loro “prove materiali”.

Egli riporta poi le mie spiegazioni sulla questione:

«Come abbiamo visto sopra, A. Kola afferma che 10 fosse (le n. 1, 3, 4, 10, 13, 20, 25, 27, 28, 32) sono “piene di corpi in stato di saponificazione”, ma poi precisa subito che essi si trovano “di norma sul fondo delle fosse”, il che significa che queste fosse non sono affatto “piene” di cadaveri. [...]. A. Kola pubblica infatti i risultati di 137 campioni – evidentemente i più significativi dei 236 campioni prelevati – ma di questi soltanto due (483/XV–30–60 e 486/XV–25–50), appartenenti alla fossa n. 10, recano l'indicazione esplicita “cadaveri umani”. Il simbolo che designa “ossa umane e massa grassa saponificata”, una specie di doppia x stilizzata, oltre che nei campioni summenzionati, appare soltanto in altri quattro campioni (485/XV–30–50, fossa 10, 286/XVI–90–40 e 332/XVI–85–40, fossa 3, e infine 1042/XIV–45–80, fossa 20). Lo strato più spesso è quello relativo al campione 332/XV–85–40 (contrassegnato come “denti/capelli  mani/acqua/capelli umani”) che corrisponde all'incirca al 15% della profondità della fossa (= 5 metri), dunque a circa 0,75 metri. A. Kola menziona inoltre il ritrovamento di cadaveri per uno spessore di 1 metro nella fossa 27, ma senza riportare il grafico di nessuna delle 4 trivellazioni eseguite in quell'area. Comunque l'ordine di grandezza non cambia.

In tutti gli altri casi lo spessore dello strato dei cadaveri è inferiore e sempre localizzato sul fondo della fossa. Dunque soltanto tre fosse risultano contenere cadaveri più o meno saponificati. Per di più, considerato il metodo di indagine approssimativo impiegato da A.Kola (una trivellazione ogni 5 metri), a rigor di termini non si può neppure dire che tali fosse contengano uno strato di cadaveri esteso quanto la loro superficie. Ciò appare evidente perfino nei risultati delle analisi pubblicati da A. Kola: residui di cadaveri sono in effetti presenti in 3 campioni su 7 nella fossa n. 10, in 1 campione su 5 nella fossa n. 3 e nella fossa n. 20. In pratica, nelle uniche tre fosse in cui si trovino dei cadaveri, essi sono stati rilevati in 5 trivellazioni su 17, cioè in meno del 30% dei casi. Se consideriamo l'insieme delle trivellazioni, quelle  positive” sono 5 su 236! E che cosa significa ciò, al di là di ogni estrapolazione? Semplicemente che la trivella, che aveva una sezione di 65 millimetri, ha trafitto come una lancia 5 volte i resti di tre o quattro cadaveri, ossia, concretamente, che A. Kola ha individuato 15 o 20 cadaveri. Dunque l'unica conclusione legittima che si può trarre dalle trivellazioni è che le fosse summenzionate contengono soltanto dei cadaveri sparsi qua e là. Non a caso il libro di A. Kola è corredato di una ricca documentazione fotografica dei reperti trovati nell'area del campo durante i lavori: ben 37 fotografie a colori mostrano le cianfrusaglie più insignificanti: ferri di cavallo, chiavi e lucchetti, stoviglie e forbici arrugginiti, frammenti di vetro e di vasellame, pettini rotti, fiale di vetro, monete ecc. ecc., ma nessuna fotografia mostra un cadavere o un qualche resto di esso! D'altra parte, considerato l'esiguo numero delle trivellazioni effettuate, non si può neppure escludere la presenza di altri strati di cadaveri intorno a quelli individuati da A. Kola, anzi ciò è probabile. In effetti, se si esamina la posizione delle tre trivellazioni della fossa n. 10 che hanno rivelato la presenza di cadaveri in stato di saponificazione, risulta che esse sono concentrate in due piccole aree in basso a sinistra: dalla trivellazione 485 alla 486 e intorno alla 483. Ciò fa supporre che originariamente lì vi fossero due piccole fosse di 40–50 metri quadrati con alcuni strati di cadaveri sul fondo. La stessa cosa potrebbe valere per le 7trivellazioni 286 e 332 della fossa n. 3, che sono adiacenti, alla distanza standard di 5 metri lungo la diagonale sud–nord della fossa, e per la trivellazione 1042 della fossa n. 20.

Concludendo, la cosa più verosimile è che le fosse contengano al massimo qualche centinaio di cadaveri» 23.

L’obiezione di Muehlenkamp si basa sul presupposto ipocrita che l’indagine di Kola non mirasse alla ricerca di prove materiali del presunto sterminio, che falsa inevitabilmente il suo criterio di giudizio. Egli obietta che i diagrammi delle trivellazioni pubblicati da Kola sono soltanto «esempi illustrativi», mentro io affermo che sono «i più significativi» e precisa che «non [sono] esempi di tutte le fosse», cosa che non ho affatto preteso, perché ho precisato che essi mostrano i risultati di 137 dei 236 campioni prelevati.

Egli aggiunge che «una delle possibili ragioni del ritrovamento di un numero relativamente piccolo di cadaveri, che Mattogno non rivela ai suoi lettori» è il fatto che «non tutte le trivellazioni furono tanto profonde da poter toccare strati di cadaveri, che di norma erano sul fondo delle fosse». Ciò è vero, ma nel contesto della mia critica non ha alcuna importanza. Qui è necessaria una precisazione importante. Il libro di Kola, come ho accennato sopra, è stato addotto dagli olo–propagandisti come “prova materiale” a favore del presunto sterminio ebraico a Bełżec e soltanto per questo motivo ho deciso di esaminarlo e di confutarlo. Poiché gli olo–propagandisti hanno invocato ciò che Kola ha pubblicato nel suo libro, non già ciò che non ha pubblicato, mi sono basato su ciò che vi appare. Perciò il fatto che egli ha preferito non pubblicare una parte dei diagrammi delle trivellazioni o che le abbia eseguite fino a una certa profondità, dal mio punto di vista non ha la minima importanza. Il materiale disponibile è quello pubblicato da Kola e quello bisogna prendere in esame. Muehlenkamp dice inoltre che

«la dichiarazione sensazionale di Mattogno che “residui di cadaveri sono in effetti presenti in 3 campioni su 7 nella fossa n. 10, in 1 campione su 5 nella fossa n. 3 e nella fossa n. 20. In pratica, nelle uniche tre fosse in cui si trovino dei cadaveri, essi sono stati rilevati in 5 trivellazioni su 17, cioè in meno del 30% dei casi. Se consideriamo l'insieme delle trivellazioni, quelle “positive” sono 5 su 236, cioè il 2%!” sembra un tentativo deliberato di ingannare i suoi lettori, perché Mattogno avrebbe dovuto capire che il numero degli strati di cadaveri raggiunti dalle trivellazioni non permette necessariamente conclusioni circa il numero o l’estensione degli strati di cadaveri effettivamente esistenti».

Con un tale argomento è Muehlenkamp che inganna deliberatamente i suoi lettori, perché egli sa bene che la mia analisi è una semplice risposta alle dichiarazioni su questo tema dei due massimi  esperti olocaustici di Bełżec. Robin O’Neil, con riferimento alle indagini eseguite nel periodo 28 aprile-4 giugno 1998, ha asserito:

«In due di queste fosse i corpi non furono esumati e bruciati come imponeva una direttiva di Himmler del 1942. È difficile stabilire quanti cadaveri restino in queste due fosse. Senza dubbio ce ne sono molte migliaia» 24.

E Michael Tregenza ha avuto l'ardire di indicare una cifra precisa:

 «Sebbene sia difficile indicare il numero dei cadaveri non bruciati, secondo una cauta stima esso è di almeno 15.000» 25.

Perciò «il numero degli strati di cadaveri raggiunti dalle trivellazioni» a me «non permette necessariamente conclusioni circa il numero o l’estensione degli strati di cadaveri effettivament e esistenti», ma agli storici olocaustici lo «permette necessariamente».

La solita ipocrisia farisaica!

Muehlenkamp mi contesta anche un altro presunto “inganno” circa il numero delle fosse comuni, le quali, secondo Kola, contengono cadaveri in stato di saponificazione. Egli riporta diligentemente la

 

Note:

23) Bełżec nella propaganda, nelle testimonianze, nelle indagini archeologiche e nella storia, op. cit., pp. 102-105.

24) Idem, p. 102.

  1. Idem.

 

8 descrizione di Kola del contenuto delle trivellazioni relative a 10 fosse, le n. 1, 3, 4, 10, 13, 20, 25, 27, 28, 32, come se io avessi nascosto questo fatto. Invece la mia relativa affermazione, citata sopra, dice  nequivocabilmente che

 «A. Kola afferma che 10 fosse (le n. 1, 3, 4, 10, 13, 20, 25, 27, 28, 32) sono “piene di corpi in stato di saponificazione”, ma poi precisa subito che essi si trovano “di norma sul fondo delle fosse”, il che significa che queste fosse non sono affatto “piene” di cadaveri». Dopo aver “rivelato” ciò che io non avevo occultato, Muehlenkamp mi accusa di aver menzionato solo 4 fosse con cadaveri in stato di saponificazione:

«Così gli strati di cadaveri si trovano in 10 fosse, di cui Mattogno ne menziona solo 4 più strettamente e ne riconosce solo 3, quelle in cui gli strati di cadaveri sono mostrati nel libro di Kola in rappresentazioni schematiche dei campioni risultati dalle trivellazioni. L’arroganza con la quale Mattogno elimina rapidamente 7 delle 10 fosse che secondo Kola contengono strati di cadaveri pone un altro punto  interrogativo sulla idoneità di Mattogno a fare un’analisi obiettiva dello studio di Kola. Di più, il fatto che Mattogno espressamente menzioni la descrizione di Kola degli strati di cadaveri della fossa n. 27, ma ometta le relative descrizioni (vedi le citazioni sopra) delle fosse n. 1, 4, 13, 25, 28 e 32, può essere  considerato una insinuazione che Kola non menzioni strati di cadaveri nelle descrizioni di queste fosse.In aggiunta a quelle indicate dagli esempi esposti nella Parte 1 e nella Parte 2 di questa  esposizione, ciò sarebbe un altro serio segno di disonestà da parte di Mattogno».

Comincio dalla fine. Questi «esempi» sono le fallacie esposte da Muehlenkamp nei paragrafi 1 e 2 della sua critica che ho esaminato sopra. Da quale pulpito mi viene l’accusa di disonestà! Ribadisco che il presupposto del mio argomento è che il compito prioritario di Kola era di localizzare le fosse comuni per fornire una prova materiale del presunto sterminio e che egli ha pubblicato i campioni più significativi delle trivellazioni. Il primo punto è pienamente confermato dal fatto che Kola stesso ha eseguito una mappatura precisa delle fosse comuni e ha pubblicato in 19 pagine un’accurata descrizione e un diagramma con planimetria e sezione verticale di ciascuna delle 33 fosse individuate. Il secondo punto è la logica conseguenza del primo. La mia analisi era finalizzata ad una stima quantitativa del numero dei cadaveri, in risposta alle stime di O’Neil e di Tregenza, perciò ho preso in esame soltanto i documenti da cui si possono   trarre indicazioni quantitative, ossia i risultati dei 137 campioni pubblicati da Kola. Non ho taciuto l’affermazione qualitativa di Kola della presenza di cadaveri saponificati in 10 fosse e ne ho anche indicato i relativi numeri, come non ho taciuto l’unica affermazione quantitativa di Kola nella sua descrizione delle fosse: «Kola menziona inoltre il ritrovamento di cadaveri per uno spessore di 1 metro nella fossa 27». Poiché la mia analisi si riferisce ai 137 campioni summenzionati, tra i quali non appare questo riferimento alla fossa n. 27, e poiché il dato relativo ad essa non cambia minimamente l’ordine di grandezza dei ritrovamenti, ho concluso che, in base ai 137 campioni, «soltanto tre fosse risultano contenere cadaveri più o meno saponificati», che è un dato di fatto incontestabile e incontestato anche da Muehlenkamp.

 Per quanto riguarda infine la mia pretesa «insinuazione che Kola non menzioni strati di cadaveri nelle descrizioni» delle fosse n. 1, 4, 13, 25, 28 e 32, in quanto ho menzionato espressamente «la descrizione di Kola degli strati di cadaveri della fossa n. 27», ma avrei «omesso» le descrizioni relative alle fosse summenzionate, rispondo che l’insinuazione è solo di Muehlenkamp. Come ho spiegato sopra, ho menzionato le 10 fosse contenenti cadaveri saponificati ma non ho citato le relative descrizioni di Kola, tranne che per la fossa n. 27, soltanto perché questa è l’unica descrizione che contenga un dato quantitativo: uno strato di cadaveri saponificati di 1 metro. Passiamo alla critica successiva di Muehlenkamp:

«L’assunzione di Mattogno che nell’area dell’enorme fossa n.10 “vi fossero due piccole  fosse di 40–50 metri quadrati con alcuni strati di cadaveri sul fondo”, d’altra parte, può

9 essere attribuita alla tendenza alle illusioni che è tipica dei “revisionisti”. Per capire quanto assurda sia la supposizione, bisogna considerare la descrizione summenzionata della fossa n. 10. L’amministrazione del campo di Bełżec, così Mattogno tenta evidentemente di dire ai suoi lettori, fece presuntamente scavare alla profondità di 5 metri in un’area di 24 x 18 = 432 metri quadrati soltanto per fare “due piccole fosse di 40–50 metri quadrati”, di cui inoltre solo la parte più bassa fu usata per deporvi dei cadaveri! Se si assume generosamente che lo strato di corpi sul fondo delle “due piccole fosse” presunte da Mattogno fossero profonde 2 metri, dei 2.100 metri cubi di volume della fossa stimati da Kola, fu impiegato solo due volte 80–100 metri cubi, cioè un totale di 160–200 metri cubi o meno del 10% del volume disponibile. Perché qualcuno in qualunque situazione, e specialmente l’amministrazione del campo di Bełżec, avrebbe dovuto abbandonarsi al lusso di sprecare un volume di seppellimento così grande?

La spiegazione che il resto del volume della fossa avrebbe potuto servire come deposito della cenere dall’inizio non è logica, perché le fosse identificate da Kola come depositi per le ceneri erano molto più piccole e una singola fossa con volume di 2.100 metri cubi, come vedremo nella sezione 4.5 di questa esposizione, era sufficiente a contenere le ceneri di tutte le persone uccise e bruciate a Bełżec secondo la “versione storica ufficiale”. Può essere che Mattogno non vi abbia davvero pensato?».

Qui Muehlenkamp o non ha capito, o ha fatto finta di non capire ciò che ho scritto; fatto sta che m iattribuisce sue deduzioni strampalate che non ho affatto esposto, né insinuato. Fermo restando che la mia discussione verte sempre sui risultati delle trivellazioni pubblicati da Kola, ho semplicemente rilevato il fatto ovvio e incontestabile che le tre trivellazioni della fossa n. 10 da cui è risultata la presenza di cadaveri in stato di saponificazione sono concentrate in due piccole aree in basso a sinistra. Ho anche pubblicato il relativo disegno di Kola 26 indicando la posizione esatta delle trivellazioni in questione, disegno che ripropongo anche qui 27. Muehlenkamp sorvola con troppa noncuranza sul fatto che, in questo disegno, la trivellazione n. 484 abbia dato esito negativo sebbene si trovi tra la 483 e la 485, che hanno dato esito positivo. Ciò, ripeto, «fa supporre che originariamente lì vi fossero due piccole fosse di 40–50 metri quadrati con alcuni strati di cadaveri sul fondo». Riguardo al resto del volume della fossa, invece, non ho avanzato alcuna supposizione. Quella che mi attribuisce Muehlenkamp è fasulla, inventata da lui, in quanto non ho mai affermato che «il resto del volume della fossa avrebbe potuto servire come deposito della cenere», e ciò è tanto vero che il mio critico, che cita sempre in abbondanza il mio testo, a sostegno di ciò non può presentare alcuna citazione. Ovviamente non ho neppure preteso che l’amministrazione del campo di Bełżec avrebbe fatto scavare una fossa di 2.100 metri cubi per utilizzarne soltanto «160–200 metri cubi o meno del 10%». Anche quest’altra assurdità è stata inventata da Muehlenkamp. Io mi sono limitato a constatre il dato di fatto che i cadaveri in stato di saponificazione sono stati rilevati dalle trivellazioni in un’area molto ristretta della fossa e a trarne una conseguenza logica, anche se ipotetica. Come vedremo nel paragrafo 4.6, i contorni della fossa n. 10, come di tutte le altre fosse disegnate da Kola, sono artificiosi, non trovando riscontro nelle trivellazioni.

Ma anche a prescindere da ciò, il presunto spreco di «un volume di seppellimento così grande» si può spiegare facilmente perfino nella logica olocaustica, se si assume che la fossa n. 10, scavata come fossa comune, dopo l’esumazione dei cadaveri sia stata riempita e due piccole aree di essa siano state riutilizzate per seppellirvi alla fine i cadaveri del personale ebraico di servizio o di parte di essi. Oppure, considerando l’artificiosità dei contorni delle fosse comuni, si possono ritenere originali soltanto queste due piccole aree, come ho scritto nel mio studio:

Note:

 26) Idem, documento 11 a p. 170.

  1. Vedi documento 5.

10 «D'altra parte le fosse che contengono cadaveri in stato di saponificazione non sono concentrate in un'area definita, ma sono disseminate nel campo (vedi documenti 4 e 5). L'ipotesi più plausibile è che queste fosse appartengano alla precedente amministrazione del campo e dunque risalgano al 1940, quando Bełżec era stato prima usato come campo per  zingari, poi inquadrato nel “programma Otto” (Otto-Programm), e, in entrambe le funzioni, non mancarono le vittime, che furono sepolte al campo»28, il che si poté realizzare, come ho spiegato successivamente, «coll'ampliamento di fosse originariamente più  piccole»29.Il mio critico afferma che «le stime relative al numero dei cadaveri che giacciono ancora nelle fosse comuni di Bełżec è piuttosto irrilevante per la questione se i ritrovamenti delle fosse sono compatibili col fatto notorio dello sterminio in massa a Bełżec».

Sono pienamente d’accordo, purché si sostituisca l’espressione «fatto notorio» con «ipotesi da dimostrare». Del resto nel mio studio ho anche pubblicato il rapporto del medico legale che il 13 ottobre 1945 eseguì una perizia sui resti umani che vennero alla luce nel corso degli scavi ordinati il giorno prima dal giudice istruttore distrettuale del tribunale provinciale di Zamość, Czesław Godziszewski, da cui ho tratto questa conclusione:

 «La presenza di cadaveri non cremati nell'area del campo di Bełżec non è dunque una novità. Per quanto riguarda il numero, la perizia citata sopra non fornisce alcun dato preciso,  ma il tono generale del rapporto, e la sua insistenza nella descrizione di singole ossa come se fossero dei pezzi unici, lascia molto perplessi sul valore che bisogna attribuire alla quantità “molto grande” di cadaveri ipotizzata dal medico legale. Comunque sia, il problema essenziale non è la presenza di questi cadaveri, ma il suo significato. In altri termini: che cosa dimostra questa presenza?»30.

La risposta a questa domanda viene fornita nel paragrafo successivo31. Nel mio studio ho parlato di «metodo di indagine approssimativo impiegato da A. Kola (una trivellazione ogni 5 metri)» e Muehlenkamp mi vuole confutare rinviando alla spiegazione di Kola, da me «omessa», che tale procedura era stata imposta dal «tempo limitato del programma, nonché [dalla] vasta superficie presunta del campo», spiegazione che è solo un aggravante: come a dire, il lavoro è stato eseguito in fretta e approssimativamente. Ed ecco un’altra mia «omissione» del testo di Kola prontamente segnalata dal mio critico:

«L’uso di questo tipo di trivella nella localizzazione di fosse comuni si è rivelato utile nei lavori archeologici di esumazione nei cimiteri di ufficiali polacchi assassinati dal NKWD nella primavera del 1940 nel quadro dei lavori del cosiddetto “crimine di Katyn”».

Quel tipo di trivella fu impiegato anche per sondare le fosse comuni di Winniza, ma qui è in questione soltanto il metodo della trivellazione, mentre io ho definito approssimativa la procedura di Kola perché la distanza di 5 metri da una trivellazione dall’altra è eccessiva per stabilire precisamente (e non  approssimativamente) che cosa c’è sotto terra; a meno che le trivellazioni non siano poi seguite da uno scavo completo e dall’esumazione dei cadaveri, come appunto accadde a Katyn, ma non a Bełżec. Come ho rilevato nel mio studio,

«il 13 aprile 1943, nella foresta di Katyn i Tedeschi, su indicazione della popolazione locale, scoprirono sette fosse comuni che contenevano complessivamente 4.143 cadaveri di militari polacchi. Da aprile a giugno i cadaveri furono esaminati da una commissione composta da medici di 12 paesi europei, da una commissione della Croce Rossa Polacca e da ufficiali americani, inglesi e canadesi prigionieri di guerra. I Tedeschi pubblicarono poi un dossier

 

Note:

 

28) Bełżec nella propaganda, nelle testimonianze, nelle indagini archeologiche e nella storia, op. cit., p. 123.

29) Vedi paragrafo 4.6.

30) Bełżec nella propaganda, nelle testimonianze, nelle indagini archeologiche e nella storia, op. cit., pp. 105-108.

  1. Idem, pp. 108-109.

 

11 ufficiale molto documentato che contiene tutte le risultanze medico–legali dell’inchiesta, 80 fotografie e i nomi delle vittime identificate. I massacri di Winniza furono scoperti dai Tedeschi all’inizio di giugno del 1943. In tre diversi luoghi furono trovati in 97 fosse comuni i cadaveri di 9.432 Ucraini assassinati dai Sovietici. Dal 24 giugno al 25 agosto ben 14 commissioni, di cui 6 straniere, visitarono le fosse comuni. Anche in questo caso i Tedeschi raccolsero le risultanze delle indagini in una pubblicazione  ocumentatissima di 282 pagine, con 151 fotografie, rapporti medico–legali, nomi delle vittime»32. Fino a che punto siano stati approssimativi non solo il metodo di indagine adottato da Kola, ma anche i risultati stessi dell’indagine, sarà illustrato nel paragrafo 4.6.

 

4. “Il volume delle fosse comuni, cenere della legna e umana”

4.1. “La capacità delle fosse”

Muehlenkamp si chiede anzitutto perché, per accertare se il volume delle fosse comuni identificate da Kola fosse sufficiente a contenere i corpi dei presunti gasati di Bełżec, io abbia assunto la cifra di 600.000. Al riguardo egli afferma:

«Questa può essere una stima lungamente e ampiamente accettata, ed è anche vero che Robin O’Neil suppose un numero anche più alto. Tuttavia, a mio avviso, solo riguardo ai 434.508 Ebrei menzionati nel rapporto inviato dall’SS–Sturmbannführer Höfle a Lublino l’11 gennaio 1943 all’Obersturmbannführer Heim a Cracovia esiste una certezza assoluta che furono deportati a Bełżec. Perciò il numero dei cadaveri che considererò in seguito corrisponde al numero menzionato nel rapporto di Höfle».

Nel paragrafo 4 del capitolo II del mio studio, intitolato Il numero delle vittime delle presunte gasazioni, ho esposto le relative stime che si succedettero nel corso degli anni:

3.000.000 (Reder),

1.800.000 (pubblico ministero polacco di Zamość) e

600.000, cifra stabilita dalla “Commissione centrale di inchiesta sui crimini tedeschi in Polonia” e accettata quasi unanimamente e contestata quasi sempre al rialzo, come nel caso di

W. Scheffler (800.000), di

R. O’ Neil (800.555) o di

M. Tregenza (almeno 930.000); solo

J. Marszałek la ridimensionò a 483.000.

Alla fine del paragrafo, con riferimento al documento menzionato da Muehlenkamp, ho precisato:

« Secondo fonti tedesche, il numero degli Ebrei deportati a Bełżec fu di 434.508» 33.

Non risulta che la storiografia olocaustica abbia ancora recepito la scelta del mio critico. Ad esempio, Sforni, nella sua opera menzionata sopra, considera più realistica una cifra di 524.500 vittime 34. Per quanto mi riguarda, è vero che ho assunto a base dei miei calcoli la cifra ufficiale di 600.000 vittime, ma ho considerato i risultati dell’indagine in funzione appunto della cifra documentata di 434.508, concludendo:

«A Bełżec, infatti, in via di principio, o è stato effettuato uno sterminio di un numero minimo di 434.500 Ebrei – la cifra risultante dal rapporto dell'SS–Sturmbannführer Höfle del 28 aprile 1943 –, oppure non è stato  perpetrato alcuno sterminio in massa»

35. Dato che il mio critico non è uno storico, ma un semplice dilettante che gioca a fare lo storico con i suoi compagni di merenda olocaustici, potrei dire, riprendendo le sue parole, che l’arroganza con la quale Muehlenkamp elimina rapidamente 165.500 delle presunte 600.000 vittime di Bełżec pone un altro punto interrogativo sulla idoneità di Muehlenkamp a fare un’analisi obiettiva dello studio di Mattogno.

Note:

32) Idem, p. 103.

33) Idem, pp. 63-68.

34) R. Sforni, Il sabba di Bełżec. Con la traduzione italiana della testimonianza del sopravvissuto Rudolf Reder, op. cit., p. 107.

  1. Bełżec nella propaganda, nelle testimonianze, nelle indagini archeologiche e nella storia, op. cit., p. 117.

 

12 Muehlenkamp discute poi la mia assunzione che una fossa comune contenesse 8 cadaveri per metro cubo. Per documentare questa cifra, ho rimandato alla discussione che avevo già esposto nel libro su Treblinka da me redatto in collaborazione con Jürgen Graf, in cui ho scritto:

«Dallo studio delle fosse comuni di Amburgo, Katyn e Bergen–Belsen eseguito da J.C.Ball, risulta una densità massima di 6 cadaveri per metro cubo di fossa36, che è piuttosto alta. Ricordiamo che nella prima fossa comune scoperta dai sovietici a Treblinka I, in un volume effettivo di 75 m3, erano stati deposti 105 cadaveri, in media 1,4 cadaveri per un metro cubo, e che il perito medico Piotrowski eseguì il suo calcolo del contenuto delle fosse comuni sulla base della presenza di 6 cadaveri in 2 metri cubi. Qui però, considerata la presunta presenza di bambini, assumiamo una densità di 8 cadaveri per metro cubo»37.

Devo precisare che la cifra summenzionata non è un dato di fatto, ma una stima relativa alla densità massima di cadaveri in una fossa comune (ad esempio, a Katyn circa 4.100 cadaveri furono seppelliti in fosse di 2.016 metri cubi; a Bergen-Belsen una fossa comune di 490 metri cubi conteneva 1.000 cadaveri, sicché la densità effettiva era di circa 2 cadaveri per metro cubo). Il mio critico asserisce che il numero dei cadaveri nelle fosse comuni di Katyn non è «di alcuna rilevanza» per sapere come fu usato il volume delle fosse comuni a Bełżec e aggiunge che non ho spiegato come sono arrivato a un massimo di 8 corpi per metro cubo. Come i suoi congeneri che sentenziano sulla capacità di cremazione dei forni Topf di Auschwitz–Birkenau senza averne mai visto uno e senza avere la più pallida idea del loro sistema costruttivo e del loro funzionamento, così Muehlenkamp ritiene irrilevanti i dati sperimentali di  seppellimento di cadaveri in fosse comuni, mentre essi costituiscono dei criteri di giudizio imprescindibili, appunto perché fondati su esperienze reali. Egli obietta poi che

«la proporzione di bambini nei trasporti a Bełżec assunta da Mattogno sembra discutibile alla luce di almeno due testimonianze oculari, dalle quali risulta chiaro che la maggior parte degli Ebrei deportati a Bełżec erano bambini, il che sembra abbastanza plausibile considerato che, secondo una fonte tedesca contemporanea citata successivamente da Mattogno nel suo libro, Bełżec era un luogo dove venivano mandati gli Ebrei inabili al lavoro. Gli inabili al lavoro erano principalmente i troppo giovani o troppo anziani per essere impiegati in lavori pesanti».

Sulla questione delle «testimonianze oculari» ritornerò sotto. Muehlenkamp qui schiva il punto fondamentale della questione: secondo la storiografia olocaustica, Bełżec fu un campo di sterminio totale, senza alcuna distinzione tra i abili e inabili al lavoro. La popolazione ebraica di interi ghetti, intere ragioni del Governatorato generale sarebbe stata inviata a questo campo a scopo di sterminio immediato senza previa “selezione” degli abili al lavoro, tranne qualche centinaio di deportati scelti per coadiuvare la presunta attività di sterminio. Questa interpretazione è tanto consolidata che Raul Hilberg piega ad essa perfino il documento in questione (il rapporto di Fritz Reuters del 17 marzo 1942), omettendo, nella sua discussione di esso38, qualunque accenno alla suddivisione degli Ebrei in abili e inabili al lavoro, alla costruzione di «un grosso campo nel quale gli Ebrei abili al lavoro possano essere registrati col sistema degli schedari secondo le loro professioni e da lì possano essere richiesti» e infine al fatto che a Bełżec dovevano andare solo gli Ebrei inabili al lavoro39. Ciò premesso, ritorno alla questione degli 8 corpi per metro cubo. Al riguardo ho scritto:

Note:

36 John Clive Ball, «Luftbild-Beweise», in: Grundlagen zur Zeitgeschichte. Ein Handbuch über strittige Fragen des 20. Jahrhunderts. A cura di Ernst Gauss (Germar Rudolf). Grabert-Verlag, Tubinga, 1994, p. 236.

37) Treblinka. Extermination Camp or Transit Camp? Theses & Dissertations Press, Chicago, 2004, p. 137.

38) R. Hilberg, La distruzione degli Ebrei d'Europa. Giulio Einaudi editore.Torino,1995, p. 954.

  1. Bełżec nella propaganda, nelle testimonianze, nelle indagini archeologiche e nella storia, op. cit., pp. 141-142.

13 «Secondo dati sperimentali, la capienza massima di una fossa comune si può assumere di 8 cadaveri per metro cubo, considerando la presenza ipotetica di un terzo di cadaveri dibambini». I dati sperimentali sono quelli esposti sopra. Per quanto riguarda la percentuale dei bambini, secondo il demografo Jakob Leszczynski 40 , la percentuale di bambini e ragazzi ebrei fino a 14 anni in Polonia nel 1931 era del 29,6%, ossia poco meno di 1/3. In base alle tabelle scientifiche della crescita, il peso medio di bambini e ragazzi fino a 17 anni è di circa 35 kg 41. Se per un adulto normale si assume un peso medio di 70 kg, il peso medio di 3 persone (due adulti e un bambino o ragazzo) è di ([70 + 70 + 35] : 3 =) 58,3 kg. Perciò 6 cadaveri di adulti, del peso di (70 x 6 = ) 420 kg, equivalgono a (420 : 58,3 =) 7,20 cadaveri di adulti e bambini–ragazzi nel rapporto di 2:1. Secondo altre tabelle, fino a 14 anni il peso medio è di circa 25,4 kg, sicché in questo caso risulta un peso medio di 55,1 kg e una densità di (420 : 55,1 =) 7,6 cadaveri per metro cubo. La cifra di 8 cadaveri per metro cubo che ho assunto a base dei miei calcoli è dunque  arrotondata per eccesso. Per calcolare il numero dei cadaveri per metro cubo, Muehlenkamp invoca nientemeno che il “testimone oculare” Kurt Gerstein, perché in uno dei suoi scritti, in riferimento alle vittime di Bełżec, si dice che «più della metà sono bambini». Egli adduce inoltre il diario di un sottufficiale tedesco, Wilhelm Cornides, che cita in traduzione inglese dal sito http://www.death–camps.org/Bełżec/rawacornides.html. Esso fu pubblicato in lingua originale nel 1959 col titolo Zur "Umsiedlung” der Juden im Generalgouvernement 42. Cornides descrive l’arrivo di un treno alla stazione di Rawa–Ruska, evidentemente diretto a Bełżec, costituito da 35 vagoni bestiame, ciascuno dei quali conteneva «almeno 60 Ebrei», in totale 2.100, tra cui molte donne e bambini, e appunto ciò sottolinea Muehlenkamp. Cornides precisa però che «le porte avevano in parte uno spiraglio aperto», perciò egli fece le sue osservazioni attraverso questi spiragli e attraverso le finestrelle. Quanto siano attendibili, è facilmente immaginabile.

 La pretesa di Muehlenkamp di trarre da questa singola osservazione di una minima parte dei deportati che si trovavano in 35 vagoni una informazione di carattere generale sulla composizione dei 434.508 deportati a Bełżec, è evidentemente infantile. E ciò vale anche per la presunta “osservazione” di Gerstein, relativo a un singolo trasporto di 6.700 Ebrei, che rappresentano l’1,5% del totale dei deportati. Muehlenkamp si riferisce ad un esperimento eseguito da Charles Provan per dimostrare che l’affermazione di Gerstein che in una camera a gas di 25 metri quadrati fossero stipati 750 Ebrei non è assurda, come è stata sempre considerata da tutti 43 , ma veridica e reale. Egli giunge alla conclusione che in 25 metri quadrati si potevano mettere 703 persone e Muehlenkamp si affretta ad accettarla acriticamente: «Comunque, userò per i miei calcoli successivi la cifra dimostrata sperimentalmente da Provan di 703».

 Note:

 40) L. Poliakov, J. Wulf (a cura di), Das dritte Reich und die Juden. Dokumente uns Aufsätze. Arani Verlag, Berlino-Grunewald, 1955, p. 231.

41) «Die Krematoriumsöfen von Auschwitz-Birkenau», in: Grundlagen zur Zeitgeschichte. Ein Handbuch über strittige Fragen des 20. Jahrhunderts. A cura di Ernst Gauss (Germar Rudolf). Grabert-Verlag, Tubinga, 1994, p. 305.

42) In: Vierteljahreshefte für Zeitgeschichte, n. 3, luglio 1959, pp. 333-335.

43) Ad esempio, Uwe Dietrich Adam, nella relazione su «Le camere a gas» da lui presentata al convegno organizzato a Parigi nel 1982 dalla l'École des Hautes Études en sciences sociales e dalla Sorbona, asserì: «Le indicazioni di Gerstein quanto al numero di vittime da uccidere a Bełżec sono talmente inverosimili che se ne può rendere conto immeditatamente anche un profano: egli parla di 700-800 persone gasate in un locale di 25 metri quadrati». Colloque de l'École des Hautes Études en sciences sociales. L'Allemagne nazie et le génocide juif. Gallimard, Parigi, 1985, nota 85 a p. 260.

 14 Egli non osa neppure riferire questa cifra a un metro quadrato, tanto la cosa suona assurda: 703 : 25 = 28 persone per metro quadrato! Basta un pizzico di senso critico per far crollare questa conclusione insensata. Al riguardo nel mio studio ho rilevato:

«Charles D. Provan pretende di aver dimostrato sperimentalmente che è possibile stipare 703 persone in 25 metri quadrati (tuttavia Gerstein parla di 750 persone). Il suo esperimento è però inficiato dal fatto che egli ha utilizzato persone fisicamente non rappresentative, cioè tre adulti di 63, 62 e 49 kg (peso medio 58 kg!), 4 bambini di 8, 6, 4 e 2 anni (peso rispettivo: 25, 26, 19 e 15 kg), più una bambola! Come se tra le presunte vittime delle camere a gas non vi fossero bambini o ragazzi al di sopra degli 8 anni e come se non vi fossero adulti più pesanti di 63 kg. Senza contare che nel 1931 la percentuale dei bambini fino ai 14 anni era il 29,6% della popolazione ebraica polacca, ossia meno di un terzo. La Corte d'Assise di Monaco si accontentò di 200–300 persone per ogni locale» 44.

Qui aggiungo che il risultato dell’esperimento è ulteriormente inficiato dal presupposto che il peso medio delle presunte vittime fosse di 35 kg. Provan aveva infatti letto nel libro The “Confessions” of Kurt Gerstein di Henri Roques 45 la seguente dichiarazione di Gerstein (PS–2170):

«Gli uomini stanno in piedi gli uni sugli altri, 700–800 uomini in 25 metri quadrati, in 45 metri cubi. Io calcolo: peso medio al massimo 35 kg, più della metà sono bambini, peso specifico 1. Dunque 25.250 kg di uomini per camera. Wirth ha ragione, se le SS aiutano un po’, si possono mettere 750 uomini in 45 metri cubi»46.

Gerstein precisa che le camere a gas misuravano m 5 x 5 x 1,90 47, sicché il volume di una camera a gas non era di 45, ma di 47,5 metri cubi.

Nella dichiarazione in francese del 26 aprile 1945 (PS–1553) egli dichiara che le camere a gas misuravano m 4 x 5 x 1,90 48, dunque 20 metri quadrati per 38 metri cubi, ma avevano inspiegabilmente sempre una superficie di 25 metri quadrati e un volume di 45 metri cubi! 49. Inoltre, se in una camera a gas c’erano 750 persone del peso medio di 35 kg, il peso totale è di 26.250 kg, non di 25.250. Questo peso medio di 35 kg è una semplice congettura di Gerstein senza alcun fondamento, dato che egli avrebbe dovuto stimare a occhio il peso di tutte le 750 presunte vittime e calcolare a mente il peso medio, ma nelle sue dichiarazioni ha sbagliato persino le moltiplicazioni elementari summenzionate!

Per di più, in un’altra dichiarazione fatta alle autorità francesi, Gerstein  dichiarò che il peso medio delle vittime era di 65 kg 50.

L’attendibilità dei racconti di Gerstein è stata contestata persino da Tregenza, quando ha definito «il materiale–Gerstein» una «fonte dubbia», aggiungendo che «anzi, in alcuni punti, bisogna considerarlo fantasticheria»51. Nello stesso documento che contiene il peso medio di 35 kg, Gerstein, tra l’altro, stimava il numero delle vittime di Hitler e Himmler «ad almeno 20.000.000» (venti milioni)52 e pretendeva che a Bełżec ci fosse un mucchio di vestiti «di 35 o 40 metri di altezza»53, ma, secondo Wilhelm Pfannenstiehl, che accompagnava Gerstein, «il quantitativo di tessuti esistente era alto 3–4 metri»54. Dunque la stima di 35 kg non ha alcun valore. Provan ha assunto un peso medio ancora inferiore: (63 + 62 + 49 + 25 + 26 + 19 + 15 + 7 [la bambola!]) : 8 = 33,25 kg!

Considerato che il peso della bambola equivale a quello di un bambino di 5-6 mesi e che quello dei tre adulti corrisponde al peso medio di ragazzi tra i 14 e i 16 anni, in pratica l’esperimento di Provan

Note:

44) Bełżec nella propaganda, nelle testimonianze, nelle indagini archeologiche e nella storia, op. cit., p. 84.

45) Institute for Historical Review, 1989.

46) H. Roques, The “Confessions” of Kurt Gerstein, op. cit., p. 278.

47) Idem, p. 277.

48) Idem, p. 223.

49) Idem, p. 224.

50) France Soir, 4 luglio 1945, p. 1

51) Bełżec nella propaganda, nelle testimonianze, nelle indagini archeologiche e nella storia, op. cit., p. 70.

52) H. Roques, The “Confessions” of Kurt Gerstein, op. cit., p. 280.

53) Idem, p. 277.

  1. Bełżec nella propaganda, nelle testimonianze, nelle indagini archeologiche e nella storia, op. cit., pp. 81-82.

15 è fondato sul presupposto che gli Ebrei deportati a Bełżec fossero esclusivamente bambini e ragazzi fino a 16 anni – il cui peso medio, come si è visto sopra, è di 35 kg –, senza nessun adulto.

Ciò significherebbe, in particolare, che i 5/8 dei circa 434.000 deportati certi, ossia 271.250, sarebbero stati bambini da pochi mesi a a 8 anni, i restanti 3/8, 162.750, ragazzi tra i 14 e i 16 anni!

Quest’assurda pretesa è del resto smentita da altre testimonianze, che Muehlenkamp si è guardato bene dal citare. Ad esempio, Rudolf Reder, nel memoriale menzionato sopra, dichiarò:

«Il nostro trasporto comprendeva molti uomini, incluso lavoratori che possedevano vari tipi di lasciapassare e che pertanto supponevano di salvarsi, bambini piccoli ed altri più grandi, ragazze giovani e donne anziane» 55.

E un altro “testimone oculare”, l’ ex SS-Scharführer Heinrich Gley, depose che a Bełżec esistevano due baracche spogliatoio, una per gli uomini, l’altra per le donne, e che nel corso del suo servizio di sorveglianza in queste baracche quando si spogliavano le vittime non aveva mai visto bambini piccoli 56 , i quali, insieme ai malati e a coloro che non erano in grado di camminare, costituivano una cerchia di persone che, a suo avviso, non veniva portata nelle camere a gas (nicht in die Gaskammern geschafft worden ist), ma erano  probabilmente fucilati 57.

In base a queste testimonianze l’esperimento di Provan risulta pertanto a maggior ragione infondato. Muehlenkamp trae poi le sue fallaci conlusioni da questo fallace esperimento:

«Se 703 persone vive potevano entrare in uno spazio di 5 x 5 x 1,90 = 47,5 metri cubi, ciò significa una densità di circa 15 persone per metro cubo nelle camere a gas di Bełżec.

Ciò che vale per persone vive vale certamente anche per i cadaveri, perciò si può assumere che 15 cadaveri di un trasporto a Bełżec costituito di più della metà da bambini potevano entrare in un metro cubo di spazio di seppellimento nelle fosse comuni di Bełżec.

Assumendo una tale composizione per tutti i trasporti giunti a Bełżec, e senza prendere in considerazione il dimagrimento e i fattori relativi alle corporature menzionati da Provan, i 21.310 metri cubi di spazio di seppellimento stimati da Kola avrebbero potuto accogliere 319.650 cadaveri – se vi fossero stati gettati contemporaneamente».

Dunque, da una congettura di un testimone assolutamente inattendibile, soprattutto riguardo alle cifre (la percentuale dei bambini tra le presunte vittime), e contraddetta da altri testimoni; da una altra congettura del medesimo testimone (il peso medio delle presunte vittime); inoltre da un esperimento fallace basato su queste due congetture fallaci (Provan); infine dall’estensione arbitraria delle congetture di Gerstein concernenti un solo trasporto a tutti i trasporti giunti a Bełżec, Muehlenkamp deduce che era possibile seppellire nelle fosse comuni identificate da Kola 319.650 cadaveri. Una logica davvero stringente! Ma, dopo tutte queste speculazioni artificiose, egli si ritrova ancora con (434.508 - 319.650 =) 114.858 cadaveri da seppellire, perciò, come vedremo subito, deve ricorrere a speculazioni ancora più insensate. Aggiungo che il principio secondo il quale «ciò che vale per persone vive vale certamente anche per i cadaveri» non è così evidente come crede Muehlenkamp, perché la famiglia Provan si strinse muscolarmente il più possibile per tentare di raggiungere il “record” di Gerstein, mentre sarebbe stato estremamente difficile stringere allo stesso modo dei cadaveri (ammesso e non concesso che fossero stati disposti accuratamente) a causa del rigor mortis. Secondo osservazioni  eseguite su 113

Note:

55 R. Sforni, Il sabba di Bełżec. Con la traduzione italiana della testimonianza del sopravvissuto Rudolf Reder, op. cit., 112.

56 «Ich habe im Rahmen meiner aufsichtführenden Tätigkeit in den Baracken bei der Entkleidung nie kleine Kinder gesehen».

57 Interrogatorio di Henrich Gley dell'8 maggio 1961. Zentrale Stelle derLandesjustizverwaltungen (Ufficio centrale delle amministrazioni provinciali della giustizia), Ludwigsburg, 208 AR-Z 252/59, vol IX, pp. 1290-1291.

16 salme, il rigor mortis si concluse tra le 2 e le 13 ore dalla morte, entro 9 ore nel 90% dei casi 58. Ma nel caso di gasazioni omicide, vale quest’altra osservazione:

«Insorgenza rapidissima o istantanea (rigidità catalettica quando il corpo rimane fissato nell'ultimo atteggiamento) in muscoli affaticati da lavoro fisico o in morti precedute da convulsioni particolarmente se in ambiente caldo»59,

che infatti ben si adatta alla descrizione dell’agonia di 750 vittime in una camera a gas di 25 metri quadrati e 47,5 metri cubi. D’altra parte, secondo Reder, ci volevano due ore per far entrare tutte le vittime nelle camere a gas («Nel momento in cui le sei camere erano piene, le persone nella prima camera erano già state rinchiuse da almeno due ore»)60, e, in questo caso, il principio summenzionato vale in senso inverso, ossia «ciò che vale per persone vive non vale certamente anche per i cadaveri», dato che dovevano essere trascinati alle fosse comuni, e ciò, secondo il testimone Reder, avveniva così: «Ci volevano due lavoranti per trascinare un corpo. Utilizzavamo delle cinghie con dei fermagli, le posizionavamo intorno alle braccia dei cadaveri e tiravamo. Le teste spesso rimanevano impigliate sotto la sabbia»61.Se dunque ci volevano 2 ore per far entrare le vittime vive nelle camere a gas, il tempo necessario per estrarre i loro cadaveri e trascinarli alle fosse era di gran lunga maggiore. In tali circostanze, i cadaveri si sarebbero trovati nella condizione di rigor mortis e sarebbe stato estremamente arduo mettere 15 cadaveri in un metro cubo di fossa. Indi  Muehlenkamp tenta di creare artificiosamente ulteriore spazio di seppellimento per i 114.858 cadaveri che restavano fuori delle fosse comuni in base al suo primo calcolo. Egli afferma che a Bełżec i cadaveri non furono seppelliti contemporaneamente, ma nell’arco di otto mesi e spiega:

«I cadaveri di ogni trasporto furono collocati in fosse e spesso coperti di uno strato di calce viva, che riduceva i corpi ad una orribile massa in disfacimento. Oltre all’effetto della calce viva c’era anche quello della decomposizione naturale, sulla quale ritornerò in dettaglio successivamente. Questi effetti, si può presumere, provocarono una considerevole perdita di volume negli strati “più vecchi” dei cadaveri nelle fosse quando strati “più nuovi” di cadaveri vi furono messi sopra. A Bełżec e negli altri campi dell’azione Reinhard(t), Sobibor e Treblinka, i cadaveri non furono semplicemente gettati nelle fosse, ma sistemati accuratamente a strati per ottenere il maggior spazio possibile per il seppellimento, come fu dichiarato ad esempio al riguardo dalla Corte  d’Assise di Düsseldorf nella sua sentenza del processo Treblinka [segue collegamento in rete] :

“[…] Zur Aufnahme der aus den Gaskammern kommenden Leichen der getöteten Juden dienten riesige Gruben, in denen die Leichname reihenweise abgelegt und jeweils mit einer dünnen Sand– oder Chlorkalkschicht abgedeckt wurden.[…], “Per accogliere i cadaveri degli Ebrei uccisi provenienti dalle camere a gas c’erano enormi fosse, nelle quali i cadaveri venivano deposti a strati e di tanto in tanto coperti di un sottile strato di sabbia o di cloruro di calce”. Ci sono prove che indicano che le fosse comuni di Bełżec venivano riempite fino o persino al di sopra del bordo, lo strato superiore essendo coperto di un ulteriore strato di corpi o di sabbia dopo che i cadaveri erano scesi sufficientemente a causa della decomposizione. Nel suo rapporto datato 4 maggio 1945, Kurt Gerstein scrisse quanto segue: “I cadaveri nudi furono trascinati su barelle di legno (auf Holztragen) in fosse lontane pochi metri di 100 x 20 x 12 metri. Dopo alcuni giorni i cadaveri si gonfiavano e dopo poco tempo

Note:

58) Postmortem changes and time of death, in: http://www.dundee.ac.uk/forensicmedicine/notes/timedeath.pdf.

59 Le modificazioni tanatologiche del cadavere, in: http://digilander.libero.it/fadange/medicina%20legale/tana.htm.

60) R. Sforni, Il sabba di Bełżec. Con la traduzione italiana della testimonianza del sopravvissuto Rudolf Reder, op. cit., p. 120.

  1. Idem, p. 127.

17 ricadevano giù, perciò vi si poteva gettare sopra un altro strato. Poi vi si cospargevano sopra 10 centimetri di sabbia, sicché affioravano solo singole teste o braccia”62. Nonostante la dichiarazione ovviamente esagerata circa la profondità delle fosse, la descrizione di Gerstein è interessante per il suo riferimento alla procedura di riempimento delle fosse fino al bordo e dell’aggiunta di altri corpi quando l’abbassamento dovuto alla decomposizione di quelli che si trovavano già nella fossa liberava un po’ di spazio sopra, il che fu probabilmente alla base del fenomeno spaventoso osservato a Bełżec dal comandante di Treblinka, Franz Stangl [cioè lo straripamento di una fossa comune di cadaveri e liquami]».

Osservo anzitutto che Muehlenkamp, quando gli fa comodo, si appella alla sentenza processuale di un altro campo (Treblinka), ma si guarda bene dal richiamare quella del processo Bełżec se la cosa è contraria alla sua tesi, come ad esempio riguardo alla questione essenziale del numero delle presunte vittime in una camera a gas, che, come ho già accennato, la Corte d'Assise di Monaco stabilì in 200–300, non 750 o 703. La congettura dei “vecchi” strati di cadaveri che sarebbero calati a causa della decomposizione creando spazio per “nuovi” strati si basa su quattro presupposti errati.

In primo luogo, l’argomento ha senso soltanto nell’ipotesi che le fosse comuni fossero rimaste aperte per settimane o mesi, in modo che il volume dei cadaveri delle fosse comuni si riducesse in modo sostanziale a causa della decomposizione. Tuttavia, se Muehlenkamp crede alla realtà delle dichiarazioni di Gerstein, in particolare al fatto che in un una presunta camera a gas si gasassero 750 persone alla volta, deve anche credere che, nel corso della sua presunta visita a Bełżec, furono uccise «4 volte 750 persone in 4 volte 45 metri cubi» 63 , ossia 3.000 persone in quattro camere a gas. Usando tutte e sei le camere a gas, le vittime sarebbero state 4.500, ma Gerstein parla soltanto di quattro, sebbene le vittime da assassinare fossero 5.250, perché dei 6.700 deportati giunti al campo, 1.450 erano già morti 64 . Come ho accennato sopra, le 33 fosse individuate da Kola hanno un volume di 21.130 metri cubi. Esse sono di varie dimensioni, ma il volume medio è di (21.130 : 33 =) 640 metri cubi. Anche assumendo per assurdo la cifra di 15 cadaveri per metro cubo asserita da Muehlenkamp, e supponendo inoltre che ogni gasazione fosse di almeno 4.500 persone (come Muehlenkamp suppone che ogni trasporto giunto al campo contenesse più della metà di bambini con un peso medio di tutti i deportati di 35 kg), ne consegue quanto segue:

1) Ogni giorno venivano assassinati 4.500 Ebrei, i cui cadaveri occupavano (4.500 : 15 =) 300 metri cubi di fossa comune e dopo (640 : 300 = 2,1) poco più di due giorni una fossa era completamente riempita e non più utilizzabile.

2) Le vittime considerate certe da Muehlenkamp – 434.508 –, sarebbero state uccise in (434.508 : 4.500 =) circa 96 gasazioni.

3) Le giornate di attività del campo furono circa 240 (8 mesi), perciò in media vi fu (240 : 96 = 2,5) una gasazione ogni due giorni e mezzo.

Perciò in media, una fossa comune sarebbe stata riempita in poco più di quattro giorni, sicché tutte le congetture di Muehlenkamp cadono.

In secondo luogo, egli trae illecitamente la storia degli strati di cavaderi “vecchi” e “nuovi” da Gerstein. Come ho sottolineato sopra, ciò presuppone che le fosse comuni fossero rimaste aperte per settimane o mesi. Gerstein invece dichiarò: «Dopo qualche giorno i corpi si gonfiavano e il tutto si innalzava di 2–3 metri a causa dei gas che si formava nei cadaveri. Dopo qualche giorno, il rigonfiamento cessava [e] i corpi ricadevano [giù] insieme. Un altro giorno le fosse furono riempite di nuovo e coperte di 10 centimetri di sabbia» 65.

 Note:

62) Traduco dal testo originale: H. Roques, The “Confessions” of Kurt Gerstein, op. cit., p. 236.

63) Idem p. 236.

64) Idem, p. 277.

  1. Idem, p. 225

 18 Dunque qui è questione di qualche giorno, il che è in contrasto con la lunga fenomenologia della decomposizione cadaverica descritta successivamente da Muehlenkamp.

In terzo luogo, la conclusione che egli trae dalla dichiarazione di Gerstein è abusiva anche per quanto riguarda il significato stesso della citazione. Gerstein non dice affatto che l’abbassamento dello strato “più vecchio” di cadaveri consistesse in una riduzione del loro volume originario, ma soltanto che essi si gonfiavano di 2–3 metri e poi si sgonfiavano, il tutto nell’arco di pochi giorni, quando l’eventuale processo di decomposizione era appena all’inizio. Infatti lo stadio enfisematoso del processo di putrefazione «inizia 3-6 giorni dopo la morte in ambiente caldo, più tardivamente in ambiente freddo. L'idrogeno solforato prodotto da anaerobi gasogeni (perfrigens e butirrici) si diffonde all'intestino, al sottocutaneo, alle cavità interne ed ai visceri gonfiando il cadavere che assume un aspetto gigantesco», ma «cessando la produzione di gas il cadavere perde l'aspetto gigantesco» 66. Ancora con riferimento alla dichiarazione di Gerstein summenzionata, Muehlenkamp ha omesso di considerare la questione non certo irrilevante della copertura dei cadaveri con sabbia. Dalle dichiarazioni citate sopra si desume che nella fossa comune veniva gettato uno strato di cadaveri, che dopo qualche giorno si gonfiava e dopo qualche altro giorno si sgonfiava, indi si gettava un altro strato di cadaveri e si copriva il tutto con 10 centimetri di sabbia. La profondità media delle fosse comuni di Bełżec è di (21.130 : 5.490 =) 3,84 metri e la sezione di 1 metro quadrato (3,84 metri cubi) avrebbe contenuto, secondo Muehlenkamp (15 x 3,84 =) 57,6 cadaveri o ([57,6 : 384] x 10 =) 1,5 cadaveri ogni 10 centimetri o decimetro di altezza. Gettando nelle fosse uno strato di sabbia alto 10 centimetri ogni due strati di cadaveri, 1/3 dell’altezza – e del volume – delle fosse sarebbe stato riempito di sabbia, ossia (3,84 : 3 =) m 1,28 e (1,28 x 5.490 =) 7.027 metri cubi, sufficienti a seppellire (7.027 x 15 =) 105.405 cadaveri. Pfannenstiel, che menziona la combustione parziale dei cadaveri, parla invece di uno strato di cadaveri e uno di sabbia, perciò la sabbia avrebbe riempito la metà del volume della fossa, cioè (5 : 2 =) per m 2,5 e (2,5 x 5.490 =) 13.725 metri cubi, che avrebbero accolto (13.725 x 15 =) 205.875 cadaveri. Con questa omissione, dunque, Muehlenkamp non solo evita di perdere un volume di seppellimento pari a oltre 105.000 o a oltre 205.000 cadaveri, ma pretende addirittura di accrescerlo con la storia della perdita di volume dei cadaveri decomposti!

Riguardo all’affermazione di Gerstein citata sopra, Muehlenkamp commenta così: « Nonostante la dichiarazione ovviamente esagerata circa la profondità delle fosse... ». Dunque egli considera «esagerata» l’affermazione di Gerstein relativa alla profondità della fossa, ma stranamente non quella riguardante la sua lunghezza (100 metri, contro i 40 della fosse più lunga individuata da Kola), ma soprattutto non considera «esagerata» quella concernente la presenza di 750 persone in un locale di 25 metri quadrati! E accetta come oro colato anche la storia della percentuale e del peso medio delle presunte vittime. Il suo commento è inoltre particolarmente disonesto, perché al riguardo nel mio studio avevo osservato:

«Nel noto rapporto del 26 aprile 1945, Gerstein scrisse: “Allora i corpi nudi furono gettati in grandi fosse di metri 100 x 20 x 12 circa situate presso le camere della morte”.

E nel rapporto da lui redatto il 6 maggio 1945 egli confermò: “I cadaveri nudi furono [caricati] su carri di legno e gettati in fosse di metri 100 x 12 x 20 distanti soltanto pochi metri”.

Una fossa, dunque, aveva una superficie di 2.500 metri quadrati per Reder e di 2.000 metri quadrati per Gerstein, e un volume di 37.500 metri cubi per il primo e di 24.000 metri cubi

 Note:

  1. Le modificazioni tanatologiche del cadavere, in: http://digilander.libero.it/fadange/medicina%20legale/tana.htm.

 19 per il secondo. Tuttavia, dalle indagini di A. Kola è risultato che la fossa più grande (la n. 1) aveva una superficie di appena 480 metri quadrati, quella più capiente (la n. 10) aveva un volume di soli 2.100 metri cubi. Inoltre, come ha rilevato A. Kola, la maggior parte delle fosse aveva una profondità di 4–5 metri, al di sotto della quale c'è la falda freatica. Perciò neppure le profondità di 12 o 15 metri asserite dai due testimoni trovano riscontro nelle indagini»67.

Muehlenkamp non poteva ammettere che la dichiarazione di Gerstein è in totale contrasto con gli accertamenti di Kola, perché in tal modo avrebbe minato la credibilità del suo testimone e perduto il presupposto essenziale del suo argomentare, fondato appunto su questo testimone.

Meglio dire che Gerstein ha soltano «esagerato» sulla profondità della fossa.

Ma c’è un’altra «esagerazione» ancora più grave taciuta da Muehlenkamp: il volume di una sola fossa comune di Gerstein (24.000 metri cubi) è maggiore del volume complessivo di tutte le fosse individuate da Kola (21.310 metri cubi)!

Questo enorme volume costituisce il quarto presupposto errato dell’argomentazione di Muehlenkamp, perché solo in una fossa di queste dimensioni il tempo di riempimento sarebbe stato tanto lungo da permettere ai cadaveri di decomporsi. Tornando al calcolo di prima, la fossa di Gerstein sarebbe stata riempita da (24.000 x 15 =) 360.000 cadaveri freschi in (24.000 : 300 x 2,5= ) 200 giorni. Ma una tale fossa non è mai esistita.

Dunque il ragionamento di Muehlenkamp è una quadruplice scempiaggine.

Muehlenkamp pretende inoltre che a Bełżec

«i cadaveri non furono semplicemente gettati nelle fosse, ma sistemati accuratamente a strati per ottenere il maggior spazio possibile per il seppellimento»,

ma questa affermazione è in contrasto con le dichiarazioni del testimone stesso cui si appella: Gerstein. Questi affermò infatti che i cadaveri venivano semplicemente «gettati», «geworfen»68 , «jetés»[sic] 69 nella fossa, non disposti accuratamente a strati. Nessun testimone di Bełżec ha mai dichiarato una cosa simile, anzi, come vedremo subito, il più importante ha affermato esattamente il contrario. Ciò evidentemente influisce molto sul volume di seppellimento: non è la stessa cosa disporre i cadaveri accuratamente in una fossa e buttarceli semplicemente dentro alla rinfusa. Ciò rende ancora più aleatoria la supposizione di Muehlenkamp relativa ai 15 cadaveri per metro cubo.

 

Egli afferma ancora che «ci sono prove (evidence) che indicano che le fosse comuni di Bełżec venivano riempite fino o persino al di sopra del bordo», ma anche ciò è falso, perché al riguardo non esiste alcuna «prova», ma una sola testimonianza, che però smentisce la sua pretesa circa la disposizione accurata dei cadaveri nelle fosse comuni. Nell’interrogatorio cui fu sottoposto dal giudice istruttore Jan Sehn il 29 dicembre 1945, Rudolf Reder dichiarò:

«I cadaveri venivano gettati nelle fosse alla rinfusa (w nieładzie) e solo gli strati superiori che sporgevano 1 metro al di sopra del terreno intorno alla fossa venivano disposti sistematicamente, un cadavere accanto all’altro. I detenuti ricoprivano di sabbia il mucchio di cadaveri così sistemato. Prima di essere ricoperti, i cadaveri venivano cosparsi di calce viva. I primi giorni sopra tale fossa si sollevava un alto tumulo di terra. Col passare del tempo questa terra si abbassava e il terreno lentamente si appiattiva»70.

Ma il testimone “vide” anche 30 fosse comuni lunghe 100 metri, larghe 25 e profonde 15, ciascuna delle quali conteneva 100.000 cadaveri 71) , perciò in (100 x 25 x 16 =) 40.000 metri cubi venivano seppelliti 100.000 cadaveri freschi, in media (100.000 : 40.000 =) 2,5 cadaveri per metro  cubo, i

Note:

67) Bełżec nella propaganda, nelle testimonianze, nelle indagini archeologiche e nella storia, op. cit., p. 99.

68) H. Roques, The “Confessions” of Kurt Gerstein, op. cit., p. 279.

69) Idem, p. 225

70) Archiwum Głównej Komisji Badania Zbrodni w Polsce, attualmente Główna Komisja Ścigania Zbrodni przeciwko Narodowi Polskiemu (Archiwio della Commissione centrale di inchiesta sui crimini contro il popolo polacco - memoriale nazionale), Varsavia,, OKBZN Kraków, 111, p. 4.

  1. Bełżec nella propaganda, nelle testimonianze, nelle indagini archeologiche e nella storia, op. cit., p. 99.

20 quali, a causa della decomposizione, perdevano 1/15 del loro volume, sicché i suddetti 100.000 cadaveri venivano a trovarsi in fosse di (100 x 25 x 15 =) 37.500 metri cubi, mediamente (100.000 : 37.500 =) 2,67 cadaveri per metro cubo.

Muehlenkamp è così confutato persino dal “testimone oculare” più importante di Bełżec!

Egli può anche rinunciare al principio olocaustico dell’infallibilità dei testimoni oculari e dichiarare che questa testimonianza è falsa, ma allora deve dichiarare falsa anche quella di Gerstein, che sta alla base di tutti i suoi ragionamenti, come ha fatto Tregenza, che ha avuto il coraggio di dichiararle entrambe «inattendibili» 72 . Pienamente consapevole dell’incosistenza dei suoi argomenti, Muehlenkamp cerca di appigliarsi a un’altra ipotesi non meno infondata:

«Oltre a ciò che ho descritto sopra, un’altra procedura che può essere stata applicata almeno occasionalmente a Bełżec al fine di ampliare la capacità delle fosse comuni è quella dell’arsione parziale dei cadaveri nelle fosse per far spazio per altri cadaveri. Questa procedura è indicata dalle seguenti dichiarazioni di una deposizione fatta il 9 novembre 1959 e il 25 aprile 1960 dal prof. Wilhelm Pfannenstiel, il quale in base a queste e ad altre deposizioni precedenti citate da Mattogno stesso nella traduzione inglese del suo libro, a p. 61, aveva visitato Bełżec il 18 e 19 agosto 1942 in compagnia di Gerstein».

Si tratta del seguente passo di una dichiarazione resa da Pfannenstiel il 25 aprile 1960 (corsivo di Muehlenkamp):

«Dal punto di ispezione i cadaveri furono portati direttamente in una profonda fossa comune, che si trovava nei pressi dell'impianto di sterminio. Quando la fossa fu abbastanza piena, i cadaveri furono cosparsi di benzina – poteva essere anche un altro liquido infiammabile – e furono incendiati. Potei accertare solo che i cadaveri bruciarono soltanto in modo incompleto. Indi fu di nuovo gettato uno strato di terra sui cadaveri e poi furono gettati altri cadaveri nella medesima fossa» 73.

Questo Muehlenkamp è veramente incredibile!

Egli sa bene che Pfannenstiel non solo è l’unico testimone che abbia menzionato una arsione di cadaveri a Bełżec prima del dicembre 1942, ma è stato smentito da sé stesso e da Gerstein. Gerstein e  Fannenstiel erano presuntamente insieme, ma

il primo “osservò” esclusivamente il seppellimento dei cadaveri con annesso rigonfiamento–sgonfiamento,

il secondo esclusivamente la loro arsione.

Muehlenkamp non solo sorvola su questa contraddizione, ma pretende addidittura che entrambe le procedure fossero vere!

Ma anche se Aristotele avesse disquisito a vanvera sul principio di non contraddizione, l’affermazione che i cadaveri «bruciarono soltanto in modo incompleto» significa che rimasero al più carbonizzati, sicché, anche in questo caso, la riduzione del loro volume sarebbe stata irrilevante. In tale contesto Muehlenkamp si occupa del capitolo che ho dedicato alla deposizione di Pfannenstiel. Ovviamente i miei argomenti sarebbero una «sciocchezza assoluta». Egli afferma: «Mentre è ben possibile che sia Gerstein sia Pfannenstiel fossero [andati] a Bełżec più spesso e/o per altre ragioni rispetto a quelle che entrambi erano pronti ad ammettere, che Pfannenstiel e/o Gerstein confondessero varie gasazioni di cui erano stati testimoni, che indulgessero in speculazioni su certi dettagli degli eventi cui avevano assistito sui quali non erano abbastanza sicuri e che specialmente Pfannenstiel cercasse di giocare al ribasso sull’estensione e/o sull’orrore degli eventi cui aveva assistito, l’unica ragione per la quale questi testimoni e specialmente Pfannenstiel avrebbero dovuto inventare completamente azioni di massacro cui non avevano assistito, come Mattogno suppone, sarebbe il fatto che essi sentirono la pressione di entità cospirative decise a mettere insieme una documentazione falsa di ciò che accadde a Bełżec durante la seconda guerra  mondiale. Queste sinistre entità,

Note:

 72) Idem, pp. 69-70.

  1. Idem, pp. 82-83.

 21 secondo le speculazioni di Mattogno, avrebbero incluso le autorità della giustizia criminale della Repubblica Federale Tedesca o ottenuto il loro aiuto. La totale assurdità e infondatezza di tali congetture “revisionistiche”, che risalgono ai più vecchi guri “revisionisti” come Butz e Stäglich, è sinteticamente espressa da John Zimmerman nel capitolo 6 del suo libro  Holocaust Denial...».

Ovviamente «è ben possibile» tutto, ma in campo storico ci si deve attenere a ciò che è documentato. Nel caso specifico, ciò che è documentato (nel senso di ciò che risulta dalle loro dichiarazioni), è che Gerstein e Pfannenstiel visitatono Bełżec una sola volta. Con questo artificio infantile Muehlenkamp elimina con un sol colpo tutte le contraddizioni da me rilevate tra le dichiarazioni di Gerstein e di Pfannenstiel, dato che questi testimoni sono in contraddizione con sé stessi e reciprocamente. Quanto alla supposizione relativa alle «entità cospirative decise a mettere insieme una documentazione falsa di ciò che accadde a Bełżez  durante la seconda guerra mondiale», si tratta di una sciocca invenzione di Muehlenkamp. La mia tesi è un’altra.

La propaganda nera, del tutto infondata, che ho descritto nel capitolo primo del mio studio, già durante la guerra creò l’idea che Bełżec fosse un campo di sterminio (e poco importa che all’epoca si parlasse di uccisione mediante folgorazione o altri sistemi fantasiosi, sui quali mi soffermerò nel paragrafo 5). Nel capitolo secondo ho descritto come quando e perché da queste storie propagandistiche si sviluppò faticosamente la versione attuale. Nell’ottobre 1944, la Commissione sovietica di inchiesta sul territorio di Sokal disponeva di testimonianze su Bełżec di questo tenore (dichiarazione di Rozalja Schelewna Schier circa ciò che le aveva riferito il marito, all’epoca deceduto):

«Quando il bagno era completamente riempito di 100–120 persone, si immetteva in questa baracca gas e corrente elettrica ad alta tensione. In 5 minuti tutte le persone che si trovavano nel bagno erano morte. Nella baracca il pavimento si ribaltava automaticamente e i cadaveri cadevano in una fossa già  redisposta, dove le vittime erano cosparse di un liquido infiammabile e si consumavano» 74.

La posizione dei giudici polacchi non era migliore, come ho rilevato nel mio studio adducendo varie dichiarazioni testimoniali:

«D'altra parte, le indagini condotte tra la fine del 1945 e l'inizio del 1946 dal giudice istruttore distrettuale Czesław Godziszewski del tribunale di Lublino e dal pubblico ministero del tribunale di Zamość Jan Grzybowsky, con l'escussione di decine di testimoni, non solo non avevano chiarito quale fosse stato il presunto metodo di sterminio, ma avevano creato al riguardo una confusione inestricabile. I testimoni indiretti, che parlavano per sentito dire, menzionarono infatti alla rinfusa vari presunti metodi di esecuzione senza essere tuttavia in grado di indicare quale fosse quello unico o prevalente» 75.

L’unico sedicente testimone oculare, Reder, aveva reso al riguardo una dichiarazione disarmante:

«L'aria nelle camere, dopo la loro apertura, era pura, limpida e inodore. In particolare, in esse non si percepiva alcun fumo dei gas di combustione del motore. Questi gas erano convogliati dal motore direttamente all'esterno e non nelle camere (Gazy te były odprowadzane z motoru wprost na dwór a nie do komór)» 76.

Come fossero uccisi i deportati restava ancora un fitto mistero. Ancora al processo di Norimberga, nell’udienza del 19 febbraio 1946, il rappresentante sovietico dell’accusa, Smirnov, menzionò la folgorazione come metodo di uccisione a Bełżec 77. In pratica, nell’immediato dopoguerra, tutti erano convinti che a Bełżec c’era stato uno sterminio in massa, ma questa convinzione generale si basava essenzialmente sulla propaganda nera del periodo bellico. Solo nel 1947 la Główna Komisja Badania Zbrodni Niemieckich w Polsce (Commissione centrale di inchiesta sui crimini tedeschi in Polonia) decise in modo fraudolento il metodo di uccisione da

Note:

74) Idem, pp. 27-28.

75) Idem, pp. 48-49.

76) Idem, p. 51.

  1. Idem, p. 48.

22 attribuire al campo di Bełżec: «i Tedeschi uccisero per mezzo dei gas di scarico prodotti da un motore installato nell'edificio dell'esecuzione». Questa conclusione era unicamente basata su due testimonianze, quella di Stanisław Kozak, che non menzionò alcun metodo di sterminio, e quella di Rudolf Reder, secondo la quale i gas di scarico di un motore a benzina non erano convogliati nelle camere a gas! 78

Questo non era certo una «cospirazione», ma un’impostura sì.

Nel mondo occidentale il cosiddetto “rapporto Gerstein” era divenuto di pubblico dominio già il 30 gennaio 1946, quando il procuratore generale aggiunto della Repubblica Francese, Charles Dubost, presentò al Tribunale di Norimberga un gruppo di documenti, classificati PS–1553, che contenevano anche una dichiarazione redatta in francese da Kurt Gerstein e datata 26 aprile 1945. Inoltre il 16 gennaio 1947 il documento PS–1553 fu presentato in traduzione tedesca al processo dei medici come Exhibit 428 79 e ciò segnò la nascita giudiziaria e storiografica del vangelo secundum Gerstein relativo allo sterminio ebraico a Bełżec. Con ciò arriviamo alla «giustizia criminale della Repubblica Federale Tedesca», circa la quale ho affermato:

«Nel 1965, quando a Monaco fu celebrato il processo Bełżec, il quadro storico–giudiziario ufficiale di questo campo era ormai consolidato e agli imputati, per cercare di ottenere il minimo della pena, non restò che accettarlo incondizionatamente, esibendosi in penose “confessioni”» 80.

Ciò vale anche per Pfannenstiel, che nel suo primo interrogatorio (30 ottobre 1947) negò perfino di essere mai stato a Bełżec, ma poi fece ammissioni alquanto fumose, confondendo per di più Bełżec con Lublino! Le sue successive confessioni rese alla magistratura tedesca furono uno scialbo adeguamento al “rapporto Gerstein”, che egli ormai non poteva più contestare pubblicamente per non pregiudicare l’esito dei suoi processi. Ma in privato, in una lettera a Rassinier del 3 agosto 1963, egli definì il rapporto in questione

«una letteratura dozzinale in effetti estrememente inattendibile in cui la “finzione” prevale di gran lunga sulla verità» 81.

A partire dagli anni Cinquanta, Pfannenstiel «iniziò la sua carriera di garante ufficiale della veridicità del rapporto Gerstein a beneficio della nascente storiografia olocaustica tedesca. I risultati non si fecero attendere: Pfannenstiel fu prosciolto per mancanza di prove da tre istruttorie intentate contro di lui dal pubblico ministero di Marburg/Lahn (un piccolo atto di gratitudine da parte dei vertici della magistratura) e tutti i passi relativi a lui, che lo ponevano in cattiva luce, furono espunti nella prima pubblicazione ufficiale tedesca del rapporto Gerstein del 4 maggio 1945 curata dallo storico Hans Rothfels nel 1953 (un piccolo atto di gratitudine da parte della storiografia). Non stupisce, dunque, che, a partire dal 1950, Pfannenstiel, ufficialmente e pubblicamente, abbia garantito l'attendibilità del “rapporto Gerstein” (ad eccezione dei passi relativi a sé stesso)» 82.

Egli divenne dunque il testimone vivente più importante, e come tale apparve al processo Bełżec nel 1965. Ho concluso l’esame delle testimonianze di Pfannenstiel con questa osservazione:

«Il compito di Pfannenstiel era quello di effettuare un ridimensionamento sistematico del racconto di Gerstein, di eliminare le esagerazioni insensate che contiene per riportarlo ad un nocciolo accettabile. Ormai alcuni storici ufficiali, come M. Tregenza, considerano la testimonianza di Pfannenstiel più importante di quella di Gerstein stesso, che comincia (finalmente) ad essere considerata inattendibile. Ma per quale ragione Gerstein avrebbe

Note:

78) Idem, p. 51.

79) Idem, p. 53.

80) Idem, p. 55.

81) Idem, pp. 73-74.

  1. Idem, p. 73.

23 dovuto fornire di un evento reale un resoconto tanto insensato da renderlo inattendibile?»83.

Lascio la risposta a Muehlenkamp.

 Egli afferma poi:

«Per i suoi valorosi tentativi di screditare Pfannenstiel come testimone usando argomenti “revisionistici” che sono notoriamente penosi, Mattogno dimentica di fornire una spiegazione fededegna delle  dichiarazioni summenzionate che cita a p. 61 del suo libro, la seconda delle quali (del 25 aprile 1960) ampliava la prima (del 9 novembre 1959) nel menzionare espressamente la ragione per cui i cadaveri furono bruciati in fosse comuni dall’alto verso il basso usando un liquido infiammabile quando «le fosse erano piuttosto piene»: per fare spazio per altri cadaveri nella fossa. Perché Pfannenstiel avrebbe dovuto inventare un tale dettaglio che, come i fantasmi cospirativi lo inducono a sottolineare, “era in contrasto sia con le sue stesse affermazioni, sia con il rapporto Gerstein, sia con la storiografia ufficiale (G. Reitlinger)”? Mattogno avrebbe fatto meglio a non citare questa “osservazione” di Pfannenstiel, che smentisce le sue speculazioni circa la natura compiacente dei racconti di Pfannenstiel e nuoce così alla sua posizione».

Quest’ultimo consiglio mostra quale sia il principio metodologico di Muehlenkamp: non citare un documento o una testimonianza quando «nuoce alla sua posizione». Il mio commento alle affermazioni di Pfannenstiel è questo:

«Questa “osservazione” di Pfannenstiel era in contrasto sia con le sue stesse affermazioni, sia con il rapporto Gerstein, sia con la storiografia ufficiale (G.Reitlinger), e Pfannenstiel lo sapeva benissimo: essa non poteva essere che intenzionale. Perché Pfannenstiel volle contraddire questo dogma olocaustico?».

Ho già accennato al fatto che nell'interrogatorio del 6 giugno 1950 Pfannenstiel aveva asserito che i cadaveri erano stati semplicemente «ammucchiati in una fossa», non bruciati, ma di ciò a Muehlenkamp non importa nulla, perché «nuoce alla sua posizione». Resta comunque la domanda: perché il 6 giugno 1950 il testimone parlò soltanto di inumazione e il 9 novembre 1959 menzionò l’arsione? Dato che Pfannenstiel stesso aveva parlato in precedenza soltanto di inumazione e che anche Gerstein, che era con lui, parlò soltanto di inumazione, è sciocco pretendere che egli avesse detto la verità sulla base della domanda infantile: “Perché avrebbe dovuto mentire su questo,dettaglio”? Muehlenkamp invece si sarebbe dovuto chiedere: “Perché Pfannenstiel rese una dichiarazione in contraddizione con la sua dichiarazione precedente e con quella di Gerstein”? Non sapendo a che cosa appigliarsi, egli ricorre ad un trattato giuridico, asserendo che «le aggiunte o i cambiamenti di dettagli in varie deposizioni fatte da un testimone non sono nulla di insolito nella pratica forense e che la psicologia forense considera persino che queste aggiunte o cambiamenti sono a favore piuttosto che contro l’attendibilità del testimone riguardo al nucleo della sua testimonianza».

 Ma qui non si tratta di semplici «aggiunte» o di «cambiamenti di dettagli», ma di una contraddizione: i cadaveri o furono inumati o furono cremati. Muehlenkamp dovrebbe chiedersi anche perché Pfannenstiel fece la dichiarazione in questione solo nel 1959: forse che la sua “memoria” migliorava col trascorrere degli anni? E qui arriviamo alla mia spiegazione, che non sarà forse «fededegna», ma almeno è ragionevole. La mia affermazione che la dichiarazione di Pfannenstiel relativa all’arsione di cadaveri «era in contrasto sia con le sue stesse affermazioni, sia con il rapporto Gerstein, sia con la storiografia ufficiale (G. Reitlinger)» non ha nulla a che fare con «i fantasmi cospirativi» evocati da Muehlenkamp, e lui lo sa bene. Ho infatti spiegato che il “Bericht vom 26, April 1945” (rapporto di

Nota:

83 Idem, pp. 83-84.

24 Gerstein del 26 aprile 1945) fu alla base dell'interrogatorio di Pfannestiel del 9 novembre 1959, come risulta dal fatto che fu da lui esplicitamente menzionato, e ho precisato:

«Nel corso dell'interrogatorio Pfannenstiel citò anche il libro di Gerald Reitlinger Die endlösung (La Soluzione finale)84, perciò era ben informato anche sulla dogmatica storiografica dell'epoca e sapeva bene che cosa doveva dire. La “conferma” di Pfannenstiel era inequivocabilmente ricalcata sul “rapporto Gerstein”, tuttavia egli trovò il modo di inserirvi (intenzionalmente?) contraddizioni e assurdità  supplementari». Gerstein aveva menzionato soltanto l’inumazione dei cadaveri e Reitlinger aveva scritto che Bełżec «nel novembre, o poco dopo fu posto definitivamente fuori uso, ma il Sonderkommando ebraico vi rimase fino al giugno seguente, a cancellare le tracce delle fosse comuni», e che nell’aprile 1943 si sentiva ancora «il lezzo dei cadaveri esumati»85, che evidentemente non erano stati cremati prima. Perciò non gli immaginari «fantasmi cospirativi» di Muehlenkamp, ma la realtà dei fatti rende palese il contrasto tra le dichiarazioni del testimone e dello storico più importanti di allora – Gerstein e Reitlinger – e quella di Pfannenstiel. La tediosa insistenza di Muehlenkamp sul presunto metodo per far spazio nelle fosse non elimina le obiezioni principali che ho esposto sopra:

– l’inattendibilità del testimone, contraddetto da sé stesso e da Gerstein

– l’irrilevanza del risultato ottenuto grazie a una semplice carbonizzazione dei cadaveri.

La congettura di Muehlenkamp è per di più insensata, perché le SS di Bełżec avrebbero assurdamente carbonizzato e seppellito cadaveri che poi sarebbe stato molto più difficile bruciare, invece di bruciarli direttamente su roghi! Muehlenkamp continua così:

«A parte il fatto che è incompatibile con le teorie cospirative di Mattogno, la descrizione di Pfannenstiel di come la capacità delle fosse comuni fosse ampliata con la cremazione sopra–sotto è confermata dalle note già menzionate del sottufficiale della Wehrmacht Wilhelm Cornides. Nella sua annotazione del 31 agosto 1942 Cornides riferì in che modo si era imbattuto nel campo di sterminio di Bełżec come segue: “6,20 pomeridiane. Oltrepassammo il campo di Bełżec. Prima viaggiammo per un certo tempo attraverso una foresta di alti pini. Quando la donna disse ‘Ora viene!’ si poté vedere una fitta siepe di abeti. Si avvertì distintamente un intenso odore dolciastro. ‘Puzzano già’, disse la donna. ‘Che sciocchezza, è solo il gas’, disse ridendo il poliziotto ferroviario. Frattanto – avevamo percorso circa 200 metri – l’odore dolciastro si trasformò in un forte odore di bruciato. ‘Viene dal crematorio’, disse il poliziotto». La citazione termina con questa frase, parimenti evidenziata dal mio critico:

«La donna disse che talvolta, mentre passava, si poteva vedere del fumo provenire dal campo, ma non potei osservare nulla di simile. La mia stima è che le misure del campo fossero 800 x 400 metri».

Indi egli commenta:

«L’interlocutore di Cornides attribuì il “forte odore di bruciato” percepito da Cornides a ciò che chiamò “crematorio”, una designazione impropria delle installazioni di arsione dei campi dell’ Aktion Reinhard(t) (che non erano crematori in senso stretto, ma impianti all’aria aperta) che si trovano in alcune testimonianze. Da dove poteva venire questo «forte odore di bruciato» all’epoca, molto tempo prima della esumazione e cremazione generale dei cadaveri a Bełżec se non dal processo di cremazione sopra–sotto descritto da Pfannenstiel?».

Muehlenkamp cita poi un’altra nota del 1° settembre 1942 in cui “un poliziotto” a Chelm disse: «E poi [i cadaveri] vengono immediatamente bruciati» e conclude:

Note:

84) Il libro era stato pubblicato a Berlino da Colloquium Verlag nel 1956.

  1. G. Reitlinger, La soluzione finale.Il tentativo di sterminio degli Ebrei d'Europa 1939–1945. Casa editrice Il Saggiatore, Milano, 1965, p. 172.

25 «Sebbene nessuna delle due cose annotate da Cornides sia una testimonianza oculare diretta del processo di cremazione sopra–sotto descritto da Pfannenstiel, è certamente un forte indizio che la descrizione di Pfannenstiel non era affatto un parto della sua immaginazione».

Osservo anzitutto che le annotazioni riportate da Muehlenkamp non confermano affatto la dichiarazione di Pfannenstiel. La nota dice soltanto che i passeggeri del treno percepirono un «forte odore di bruciato», ma in quell’occasione nessuno vide fumo. Che l’odore dovesse venire necessariamente «dal processo di arsione sopra–sotto descritto da Pfannenstiel» è una semplice illazione senza alcun fondamento. Dal punto di vista olocaustico, esso poteva in effetti essere opera di quel «commando degli stracci [Lumpenkommando] e specialisti del fuoco [Feuermeister]» che, a quanto riferisce O’Neil, «distruggevano tutti i beni personali [dei deportati] e le cose denneggiate bruciandoli»86. E che il termine «crematorio» sia una «designazione impropria» di un rogo all’aperto è un semplice cavillo, perché un crematorio è una struttura dotata di uno o più forni crematori e non ha nulla a che vedere né «in senso stretto», ma neppure in senso lato, con impianti di cremazione all’aria aperta. Qui Muehlenkamp dimostra di nuovo la sua arroganza pretendendo di correggere (come già nel caso del numero dei presunti gasati di Bełżec) gli storici olocaustici.

La dichiarazione di Pfannenstiel cui egli attribuisce tanta importanza è del 1960 e la nota di Cornides fu pubblicata nel 1959: si tratta dunque di materiale già noto da decenni. Nonostante ciò, nessuno di coloro che sono considerati i massimi specialisti olocaustici del campo di Bełżec hanno mai tratto da esse l’ingiustificata conclusione di Muehlenkamp. Y. Arad ha scritto:

«L’apertura delle fosse comuni a Bełżec e la cremazione dei corpi esumati da esse cominciò alla cessazione dell’arrivo dei trasporti e delle attività locali di uccisione alla metà di dicembre del 1942. A quel tempo c’erano circa 600.000 cadaveri di Ebrei assassinati nelle fosse»87.

La stessa cosa vale per coloro che hanno scritto dopo le indagini di Kola. M. Tregenza, che, tra l’altro, ha studiato accuratamente le testimonianze dei Polacchi del luogo interrogati dagli inquirenti polacchi e sovietici nel 1945, le testimonianze dell’ex personale SS del campo e quelle di un gruppo di Polacchi del luogo intervistati da lui, si è limitato ad asserire:

«Il campo di sterminio di Bełżec operò fino all’inizio di dicembre del 1942. Dall’inizio di novembre cominciò l’esumazione e la cremazione di centinaia di migliaia di cadaveri»88.

Quanti esattamente? Tregenza risponde così:

«Sul numero dei roghi a Bełżec ci sono grosse divergenze. Testimoni del villaggio affermano che furono impiegati fino a 5 roghi, mentre i militi SS durante le indagini processuali a Monaco [di Baviera] negli anni 1963–1964 parlarono di due roghi. Secondo le loro dichiarazioni, su questi roghi furono bruciate almeno 500.000 persone. Se si assume un numero minimo di 500.000 persone soltanto su 2 roghi, nel caso di 5 roghi bisogna considerare un numero di vittime molto più alto – forse addirittura il doppio dell'attuale cifra ufficiale di 600.000 persone»89.

Dunque egli riteneva che a Bełżec fossero stati cremati certamente almeno 500.000 cadaveri, ma probabilmente 1.200.000! Neppure R. O’Neil sa nulla del presunto «processo di arsione sopra–sotto»; nel paragrafo del suo saggio su Bełżec dedicato all’arsione dei cadaveri egli rileva:

Note:

86) R. O’Neil, Bełżec: Stepping Stone to Genocide;Hitler's answer to the Jewish Question, in:

http://www.jewishgen.org/yizkor/Bełżec1/bel041.html

87) Y. Arad, Bełżec, Sobibor, Treblinka. The Operation Reinhard death camps, op. cit., p. 172.

88) M.Tregenza, Das vergessene Lager des Holocaust, in: I. Wojak, P. Hayes (Hrsg.), “Arisierung” im Nationalsozialismus, Volksgemeinschaft, Raub und Gedächtnis. Fritz Bauer Institut, Francoforte sul Meno. Campus Verlag, Francoforte sul Meno, New York, 2000, p. 252.

  1. Idem.

26 «I trasporti di “reinsediamento” al campo della morte di Bełżec cessarono l’11 dicembre 1942 ma erano già in corso preparativi per avviare le cremazioni dei cadaveri. [...]. Il numero dei roghi impiegati a Bełżec non è chiaro perché i testimoni parlano di 2–5 roghi. Questi erano stati costruiti a metà novembre 1942 e furono usati in continuazione fino al marzo 1943. [...]. Al processo Bełżec i testimoni riferirono che almeno 300.000 corpi furono cremati sul primo rogo e altri 240.000 sul secondo rogo; perciò a Bełżec furono cremati su roghi almeno 540.000 cadaveri»90 .

Su questo punto mi ero soffermato anch’io nel mio studio riportando la seguente dichiarazione di Heinrich Gley del 7 gennaio 1963:

«Le gasazioni, secondo i miei ricordi, cessarono alla fine del 1942, quando c'era già la neve. Poi cominciò l'esumazione generale e l'arsione dei cadaveri, che durò probabilmente dal novembre 1942 al marzo 1943. Le arsioni furono eseguite ininterrottamente giorno e notte e precisamente in un focolare [rogo], poi in due. In un focolare si potevano bruciare circa 2.000 cadaveri in 24 ore. Circa 4 settimane dopo l'inizio delle arsioni, fu costruito il secondo focolare. Mediamente furono perciò bruciati in un focolare circa 300.000 cadaveri in 5 mesi circa, nell'altro 240.000 cadaveri in circa 4 mesi. Naturalmente queste sono valutazioni medie»91.

Qui si parla dunque di 540.000 cremati che superano abbondantemente i 434.508 gasati che è disposto ad ammettere Muehlenkamp. Egli elabora così una sua teoria cospirativa per cui testimoni e storici sono concordi nel non dare il minimo peso alla storiella del «processo di arsione sopra–sotto». Per fortuna c’era lui, Muehlenkamp, che ha scoperto questa sconvolgente “verità” che evidentemente era stata finora “occultata”! Un’ultima considerazione circa le osservazioni di Cornides sulla linea ferroviaria che passava davanti a Bełżec (e che, prima della costruzione del memoriale, si trovava a circa 80 metri dalla recinzione del campo). A questo riguardo nel mio studio ho rilevato che

«ciò che colpisce di più nella visita a questo campo è proprio la sua vicinanza alla strada (l'attuale statale 17, che collega Zamość a Rava Russkaja e prosegue per Lviv (chiamata all'epoca dai Tedeschi Lemberg e dai Polacchi Lwów) e alla ferrovia che unisce Lublino a Rava Russkaja. Poiché il campo era situato sul fianco di una collinetta e le presunte camere a gas omicide della seconda fase, come pure le fosse comuni, si trovavano nella parte alta, la recinzione di 3 metri, anche se era intessuta di rami di pinastro e di abete, non avrebbe impedito a nessuno di osservare tutte le fasi del presunto sterminio da una certa distanza. Il “terribile segreto” di Bełżec sarebbe dunque stato svelato immediatamente»92.

Riprenderò e approfondirò questa importante questione nel paragrafo 5. Ed ecco finalmente la conclusione di Muehlenkamp:

«Se, come bisogna supporre secondo le testimonianze citate sopra, la capacità delle fosse era ampliata coi mezzi menzionati in queste descrizioni, ciò significa che calcolare il numero dei corpi posti nelle fosse comuni di Bełżec soltanto sulla base dello spazio geometrico disponibile non è altro che speculazione, mentre la speculazione supportata dalla composizione dei trasporti a Bełżec testimoniata [da Gerstein] e l’esperimento fatto da Charles Provan sono comunque più realistici dell’affermazione di Mattogno presuntamente tratta da “dati sperimentali”».

Ferma restando la totale inconsistenza della testimonianza di Gerstein e dell’esperimento di Provan, come ho dimostrato sopra, il ragionamento di Muehlenkamp è ulteriormente inficiato e vanificato da una generalizzazione abusiva: Pfannenstiel parla di una sola fossa da lui pretesamente vista un

Note:

90) R. O’Neil, Bełżec: Stepping Stone to Genocide;Hitler's answer to the Jewish Question, cap. 10, Bełżec's dead: burning of the corpses, in: http://www.jewishgen.org/yizkor/Bełżec1/bel100.html.

91) Bełżec nella propaganda, nelle testimonianze, nelle indagini archeologiche e nella storia, op. cit., 112.

  1. Idem, p. 57

27 solo giorno di agosto (il 18 o 19); Muehlenkamp applica il presunto procedimento di cremazione sopra–sotto a tutte le fosse di Bełżec e a tutti i giorni di attività del campo.

Da quale testimonianza risulta ciò?

E come si può considerare seriamente «realistico»?

Ma anche accettando per assurdo la validità delle congetture di Muehlenkamp, resterebbe sempre il fatto che la diminuzione del volume dei cadaveri a causa della loro combustione parziale sarebbe stata ampiamente compensata dal volume della sabbia gettata nelle fosse secondo le medesime testimonianze addotte dal mio critico, volume equivalente, come ho dimostrato sopra, a quello di almeno 105.405 cadaveri.

Tutto sommato, questa presunta procedura avrebbe più fatto perdere che creato spazio.

Il presupposto essenziale e indimostrato di tutta la discussione di Muehlenkamp è che le autorità del campo avessero fatto di tutto per «ottenere il maggior spazio possibile per il seppellimento» e per non sprecare volume di seppellimento. Questo presupposto fallace è smentito clamorosamente proprio dai risultati delle indagini di Kola. Invito di nuovo ad osservare con attenzione la mappatura delle fosse comuni elaborata da O’Neil93 : chi può credere seriamente che, per risparmiare spazio, l’amministrazione del campo avrebbe disposto una dislocazione delle fosse comuni così confusa eirrazionale?

L’intera discussione di Muehlenkamp è resa ancora più insensata da una semplice constatazione: che bisogno c’era di risparmiare spazio se la superficie delle fosse comuni individuate da Kola copre appena l’11% della superficie del campo? E che cosa impediva alle SS di Belzec di utilizzare una parte più ampia del campo o di ampliarlo se avevano davvero bisogno di ulteriore spazio? La stessa assurdità si osserva nella dichiarazione di Gerstein che sta alla base delle elucubrazioni di Muehlenkamp. Come ho rilevato sopra, sebbene le SS dovessero gasare 5.250 Ebrei e sebbene disponessero di sei camere a gas, ne utilizzarono soltanto quattro, rinserrando pretesamente in ciascuna 750 persone o 30 persone per metro quadrato. Ciò, se fosse stato possibile, avrebbe richiesto una lunga e paziente tecnica di “incastro” delle persone per sfruttare il minimo spazio libero: ma a che scopo affannarsi tanto se poi lasciarono due camere a gas vuote? Muehlenkamp obietta ancora che «le profondità delle fosse comuni stabilite da Kola mediante le sue caute trivellazioni, evitando il più possibile il contatto con strati di cadaveri, non furono necessariamente le profondità originali delle fosse comuni». Indi cita il seguente passo del libro di Kola che avevo riportato anch’io:

«La maggior parte delle fosse situate qui raggiungono una profondità di 4–5 metri. Si può supporre che una tale profondità fosse considerata ottimale; a una profondità maggiore appare la falda freatica» 94 e commenta: «Se 4 o 5 metri era la profondità ottimale, è probabile che le fosse comuni fossero di regola scavate a questa profondità», dimenticando però di esplicitare il significato dell’avverbio usato da Kola: «Qui furono rilevate 12 fosse (circa il 36% del totale)»95. Dunque di regola erano profonde 4–5 metri solo 12 fosse su 33. Indi Muehlenkamp cita la dichiarazione dell’ex SS Alfred Schluch che una fossa «poteva essere profonda 5–6 metri». “Poteva”, non “era”: si tratta dunque di una mera stima, non di una misurazione. Quanto al commento precedente, può anche essere «probabile» che «di regola» le fosse comuni fossero profonde 4–5 metri, ma in tal caso, anche assumendo una profondità di 5 metri con una

Note:

93) Vedi documento 4.

94) Bełżec nella propaganda, nelle testimonianze, nelle indagini archeologiche e nella storia, op. cit., p. 96.

95) Vedi la citazione completa nel già citato Bełżec nella propaganda, nelle testimonianze, nelle indagini archeologiche e nella storia, p. 96.

28 copertura di sabbia di 30 centimetri, le fosse comuni avrebbero potuto contenere circa 222.600 96 cadaveri, non circa 434.000. Ma il problema non è questo. Qui devo ripetere un’affermazione di Tregenza che ho già esposto sopra:

«Ufficialmente oggi si parla di “almeno 600.000 persone uccise”, tuttavia secondo recenti ricerche e scavi bisogna partire da una cifra di vittime considerevolmente più alta, eventualmente fino a un milione».

Tregenza ha tratto questa conclusione dai risultati effettivi delle indagini di Kola, quelli da lui pubblicati, e anch’io mi sono basato su questi risultati effettivi, lasciando da parte il «possibile» o il «probabile»: e, per quanto riguarda le fosse, il risultato effettivo è il loro numero, 33, la loro superficie, circa 5.490, e il loro volume, circa 21.310 metri cubi. Tutto il resto sono chiacchiere vane e inconistenti. La conclusione generale di Muehlenkamp – «che ci sono importanti ragioni che parlano contro l’assunzione che il volume delle fosse comuni esistenti a Bełżec non era sufficiente a contenere i cadaveri dei circa 434.000 ebrei deportati menzionati nel rapporto di Höfle a Heim dell’11 gennaio 1943» – è del tutto priva di valore. Persino assumendo come validi tutti i suoi presupposti fallaci o arbitrari (15 cadaveri per metro cubo, profondità delle fosse di 5 metri), le fosse di Bełżec avrebbero potuto contenere circa 417.400 cadaveri 97 , mentre la presunta pratica della combustione incompleta avrebbe sottratto spazio per circa 205.000 cadaveri, che sarebbe stato recuperato solo in parte dalla diminuzione di volume dei  cadaveri carbonizzati. Non è chiaro infine come Muehlenkamp concili la cifra di 434.000 con quella stabilita al processo Bełżec: 540.000 cadaveri cremati.

Bisogna pensare che l’imputato Heinrich Gley abbia mentito deliberatamente e che il tribunale abbia avallato le sue menzogne?

In tal caso che valore avrebbero le risultanze processuali del processo Bełżec?

Oppure si dovrebbe credere seriamente che il testimone incorse in un “errore” di 106.000 vittime?

 

 4.2. "Il fabbisogno di legna"

 

Nella mia analisi ho assunto a base dei calcoli «un cadavere del peso di 45 kg (peso medio che include l'ipotetica presenza di cadaveri di bambini)» 98 , rinviando al libro su Treblinka da me scritto in  collaborazione con J. Graf, in cui avevo esposto dettagliatamente tutti i dati tecnici che ho ripreso nello studio su Bełżec. In tale libro avevo rilevato, tra l’altro, che la storica olocaustica americana Konnilyn G. Feig aveva parlato di 700.000 cadaveri del peso totale di 35.000 tonnellate, che occupavano 69.000 metri cubi, ossia 10 cadaveri per metro cubo, rilevando erroneamente che ella assumeva un peso medio di 50 kg per cadavere. Muehlenkamp, dopo aver citato questi passi, commenta:

«Come si può vedere, Mattogno non presenta alcuna spiegazione sul perché egli consideri il peso di 50 kg assunto da Konnilyn Feig una media precisa o come sia arrivato alla conclusione che la disseccazione dei corpi nei mesi avrebbe ridotto il loro peso medio solo del 10%, da 50 a 45 kg».

Qui Muehlenkamp prende un abbaglio, in quanto nel libro in questione ho sì scritto che assumevo il peso medio di 45 kg per cadavere «perché si tratta di cadaveri esumati che hanno perduto parte del loro contenuto acqueo», ma non partivo affatto dal peso di 50 kg, bensì, da 58 kg. Se il numero dei bambini e ragazzi fino a 14 anni in Polonia nel 1931 era del 29,6%, ossia poco meno di 1/3, e il loro peso medio era di 35 kg e se il peso medio di un adulto è di 70 kg, si può considerare che il peso medio di 3 persone (due adulti e un bambino o ragazzo) sia di ([70 + 70 + 35] : 3 =) 58,3 kg,

 

Note:

96) Calcolo rapidamente con una proporzione: se a una profondità di m 3,6 corrispondono circa 170.500 cadaveri, a una profondità di m 4,7 ne corrispondono circa 222.600.

97) Anche qui calcolo rapidamente con una proporzione: se 8 cadaveri per metro cubo corrispondono a circa 222.600 cadaveri, 15 cadaveri per metro cubo corrispondono a circa 417.400 cadaveri.

  1. Bełżec nella propaganda, nelle testimonianze, nelle indagini archeologiche e nella storia, op. cit., p. 113.

29 sicché il peso di 45 kg corrisponde a una perdita media del 35% del contenuto acqueo iniziale dei cadaveri. Poiché il grosso del presunto sterminio a Bełżec sarebbe avvenuto in quattro mesi, da agosto a novembre 99 , una tale ipotesi non è irragionevole. Muehlenkamp invece si appella di nuovo al fallace esperimento di Provan, dal quale, come si è visto, risulta un peso medio di 32,25 kg a persona, ma poi concede generosamente il peso medio addotto da Gerstein: 35 kg. Curiosamente, mentre da me pretende fiscalmente la dimostrazione di ogni cifra da me addotta, quando si tratta delle cifre addotte dai suoi testimoni, le accetta sempre supinamente.

Quale prova presenta Gerstein circa il presunto fatto che più della metà delle presunte vittime erano bambini?

Le aveva contate ad una ad una e poi aveva calcolato la percentuale?

E come è arrivato alla conclusione che il peso medio delle vittime era di 35 kg?

Aveva pesato tutte le vittime e poi aveva alcolato il peso medio?

Persino tralasciando tutte le considerazioni esposte sopra, Gerstein espone semplicemente una stima puramente soggettiva basata per di più sul presupposto insensato della presenza di 750 persone in un locale di 25 metri quadrati: neppure Provan ha osato tanto, fermandosi a 703: Ma, con un po’ di buona volontà, aggiungendo la bambola di Barbie e il pupazzo dell’Uomo Ragno... Muehlenkamp mi oppone poi i risultati dell’arsione in massa di carcasse di animali morti o soppressi a causa di epidemie. Egli cita un rapporto intitolato Options for the Mechanised Slaughter and Disposal of Contagious Diseased Animals – A Discussion Paper sull’arsione di maiali malati presentato nel 2000 ad una conferenza in Australia in cui si dice che 504 maiali, del peso di 41.300 kg, furono completamente distrutti con 40 metri cubi di legna .Egli afferma poi che la legna da ardere con il potere calorifico più alto, quella asciutta di quercia, ha un peso di 1.708–2.195 kg per “cord”, che è una catasta di 3,625 metri cubi, «sicché 40 metri cubi di legna da ardere corrispondono a circa 11 “cords”, il che significa che il peso della legna usata per bruciare 41.300 kg di carcasse suine fu al massimo di circa 11 x 2.195 = 24.145 kg o [21,145 : 41.300 =] 0,58 kg di legna per kg di carcassa!».

 Io invece, sulla base di esperimenti da me eseguiti con carne da macello (ma solo tessuti molli, senza ossa), ho fissato un fabbisogno di 3,5 kg di legna per 1 kg di carne 100 . Dallo studio serio della letteratura relativa all’arsione di carcasse animali durante le epidemie risulta invece un quantitativo equivalente a 140 kg di legna riferito a un corpo umano di un cadavere di 70 kg 101 , dunque 2 kg di legna per 1 kg di carne.Come si spiega allora il dato addotto da Muehlenkamp? Il rapporto da lui citato è reperibile in rete 102. Esso è accompagnato da un disegno che mostra l’impianto utilizzato per l’arsione dei maiali103: si tratta di un vero e proprio macchinario collegato a un cassone refrattario o a una fossa, come in questo caso, al di sopra della quale viene collocata una camera aperta di pannelli refrattari. Un potente soffiante insuffla aria sul fondo della camera di combustione o della fossa, provocando una iperossigenazione del fuoco e una combustione

Note:

99) Ad es., Sforni attribuisce a questi quattro mesi 373.200 vittime, ai mesi da marzo a luglio 103.900, a dicembre 5.500. Il sabba di Bełżec. Con la traduzione italiana della testimonianza del sopravvissuto Rudolf Reder, op. cit., p. 107.

100) C. Mattogno, «Verbrennungsexperimente mit Tierfleisch und Tierfett. Zur Frage der Grubenverbrennungen in den angeblichen Vernichtungslagern des 3. Reiches», in: Vierteljahresehefte für freie Geschichtsforschung, anno 7, n. 2, luglio 2003, pp. 185-194.

101) Heinrich Köchel, «Leichenverbrennung im Freien», in: Vierteljahreshefte für freie Geschichtsforschung, anno 8, n. 4, dicembre 2004, pp. 427-432.

102) R.D. Lund, I. Kruger and P. Weldon, Options for the mechanised slaughter and disposal of contagious diseased animals - a discussion paper. Paper Presented at Conference on Agricultural Engineering, Adelaide, 2-5 April, 2000, in: http://www.rodoh.us/arts/arts1/carcass/disposal–paper.pdf.

103) Vedi documento 6.

 30 completa senza fumo con alta temperatura104. Secondo l’articolo citato da Muehlenkamp, la temperatura della fossa oscillò tra i 980°C e i 1100°C. I forni crematori Topf di Auschwitz– Birkenau avevano una temperatura di esercizio di 800°C. Il mio critico rimanda poi ad un rapporto del Dipartimento dell’Agricoltura e della Commissione Veterinaria del Texas sulla medesima arsione (eseguita, appunto, nel Texas nel 1994)105  il quale lascia pensare che i 40 metri cubi di legna summenzionati furono usati in ciascuno dei tre giorni di arsione, e ciò «significherebbe che la media calcolata sopra dev’essere moltiplicata per 3, giungendo ad un quantitativo di 1,74 kg di legna per kg di carcassa», ossia circa la metà di quanto ho assunto io. Poiché i due rapporti sono contraddittori, Muehlenkamp scrisse alla ditta Burners LLC in Florida. La risposta fu che il consumo di legna era all’incirca pari a quello delle carcasse, cioè 1 kg di legna per 1 kg di carcassa. A questo punto Muehlenkamp osserva:

«Quest’affermazione si riferisce a incinerazioni con air curtain, che implica una macchina che insuffla forzatamente una massa d’aria attraverso un collettore creando in tal modo una turbolenza in cui la cremazione viene accelerata fino a sei volte di più che in un’arsione all’aperto. Perciò sorge il problema se la cremazione di cadaveri su griglie fatte di rotaie, come fu effettuata nei campi dell’ Aktion Reinhard(t), sia paragonabile alla cremazione con air curtain per quanto riguarda il quantitativo di combustibile necessario. La cremazione air curtain combina il vantaggio di evitare perdita di calore, perché la cremazione avviene in una fossa o in una camera di combustione, con quello di avere una grande quantità di ossigeno intorno per favorire la combustione, il che era una caratteristica di strutture come quelle usate nei campi dell’ Aktion Reinhard(t), perciò si può dire che essa è più efficiente riguardo al combustibile della cremazione all’aperto su una griglia».

Egli afferma poi che in altre fonti la cremazione con air curtain non è considerata per la sua efficienza in fatto di combustibile, ma è dichiarata combustibilmente intensa, essendo il rapporto legna–carcassa di 1:1 o di 2:1». Indi egli cita uno studio sull’arsione delle carcasse in cui si dice che, per distruggere 250 carcasse,sono necessari:

250 traversine ferroviarie

250 balle di paglia

6.250 kg di legna da ardere

50.750 kg di carbone

1 gallone di gasolio per metro lineare di rogo106.

Per riportare il consumo alla legna, Muehlenkamp calcola il potere calorifico dei quantitativi di combustibile summenzionati in BTU (British Thermal Unit, 1 BTU = 0,252 Kcal) e giunge alla seguente conclusione:

«Energia totale necessaria per bruciare 250 carcasse: 3.923.646.250 BTU. Ciò corrisponderebbe a 3.923.646.250 : 16.671 = 235.358 kg di legna da ardere». Egli poi assume che il peso medio di una carcassa (bovina) fosse di 500 kg, perciò 250 carcasse pesano 125.000 kg e il fabbisogno medio di legna risulta di (235.358 : 125.000 =) circa 1,9 kg per kg di carcassa, il che corrisponde al fabbisogno di legna nel caso di cremazione con air curtain. Il calore totale corrisponde a 988.758.855 Kcal, quello della legna (16.671 BTU) a 4.200 Kcal.

Note:

104) The Use of Air Curtain Destructors for Fuel Reduction, in: http://www.fs.fed.us/eng/pubs/html/02511317/02511317.htm Air Curtain Destructor and Refractory Pit, in: http://driallusa.com/acd_literature.pdf Air Curtain Destructor Operating Procedures, in: https://www.gwinnettcounty.com/departments/fire_emergency/pdf/air_curtain_destructor_details.pdf

105) Swine carcass disposal evaluation using Air Curtain Incinerator System, Model T–359, in:

http://www.airburners.com/DATA–FILES_Tech/ab_swine_report.pdf

106) Burning of carcasses, in: http://www–infocris.iaea.org/en/w3.exe$EAFull?ID=67

31 Il punto debole del calcolo è proprio questo. Il potere calorifico della legna da ardere assunto da Muehlenkamp è abbondantemente superiore persino a quello della legna ben stagionata: «Il potere calorifico dei differenti tipi di legna dipende molto dalla loro umidità e di conseguenza la potenza delle caldaie o delle stufe è direttamente influenzata dal tipo di legna impiegato, in media una legna ben stagionata ha un potere calorifico di 3200 kcal/kg». La seguente tabella mostra il potere calorifico della legna da ardere in funzione del contenuto diumidità 107 :

 

% di umidità                 Potere calorifico - kcal/kg

      15%                                            3490

      20%                                            3250

       25%                                           3010

       30%                                           2780

       35%                                           2450

       40%                                            2300

 

Per igroscopia, «il legno assorbe acqua fino a raggiungere la saturazione delle fibre. Il peso del contenuto idrico è pari fino al 30% del peso secco del legno». Per porosità, «il peso del contenuto idrico sarà maggiore del 30% del peso secco del legno. Se il legno è immerso o è a contatto con l’acqua, questa sostituisce gradualmente l’aria fino a raggiungere la condizione di imbibizione totale dove l’acqua sostituisce completamente l’aria»108.

Assumendo un tenore idrico minimo del 30% (il 25% è quello di una bara con potere calorifico di circa 3.000 Kcal/kg), corrispondente a 2.780 Kcal/kg, il fabbisogno di combustibile dell’arsione bovina summenzionata fu l’equivalente di (988.758.855 : 2.780 =) 355.668 kg legna da ardere, pari a (355.668 : 125.000 =) 2,84 kg per kg di carcassa, un valore vicino a quello assunto da me (3,5 kg). Qui però c’è un punto fondamentale da chiarire. Le arsioni veterinarie sorsero e si svilupparono allo scopo essenziale di distruggere i germi patogeni infettivi che provocavano le epidemie nel bestiame: «L’idea di rendere inoffensivi per mezzo della cremazione le carcasse degli animali colpiti da contagio si deve al veterinario Georg Feist; egli era persuaso che il seppellimento servisse soltanto a creare un focolaio di diffusione del contagio nella zona in cui esso infuriava, contagio che nello stesso tempo era la rovina economica del paese. Le idee del dott. Feist furono subito approvate dal suo collega veterinario Zündel e dalle autorità locali. Le autorità di Strasburgo hanno concesso l’autorizzazione a costruire un forno speciale in ciascuno dei dipartimenti più grandi colpiti dal contagio, cioè a Johaness-Rohrbach e nel cantone Saaralben»109.

Feist costruì appunto il primo impianto per l’arsione delle carcasse animali, che porta il suo nome: l’apparato Feist. Per realizzare tale scopo, non è necessaria una incinerazione come in un forno crematorio, ma è sufficiente la combustione di tutti i tessuti molli. L’altro punto debole dell’esempio addotto da Muehlenkamp è proprio questo: egli non ha indicato il risultato dell’arsione delle 250 carcasse summenzionate, ossia il peso e la qualità dei residui. È infatti evidente che una carbonizzazione, anche intensa, richiede meno combustibile di una incinerazione. L’arsione con air curtain non è invece affatto paragonabile a quella su un rogo,perché la sua efficienza è enormemente maggiore, come è testimoniato dalle altissime temperature di combustione dichiarate.

Note:

107) La legna, in: http://www.fuocoelegna.it/legna.php.

108) Bernardo Hellrigl, Il potere calorifico del legno, in:

http://cms.eniweb.it/media/piemmeti/documents/sezione_3/Grigolato.pdf

109) M. de Cristoforis, Etude pratique sur la crémation. Imprimerie Treves Frères, Milano, 1890, p. 125.

 32 Bisogna inoltre aggiungere che, nel caso di Bełżec, l’arsione, in massa dei cadaveri sarebbe stata effettuata, secondo Muehlenkamp, dal novembre 1942 al marzo 1943. Il “testimone oculare” Reder dichiarò che «il 15 di novembre [1942], faceva già freddo e la neve e il ghiaccio ricoprivano il terreno»110. Sopra ho già riportato l’affermazione di Gley del 7 gennaio 1963 che «le gasazioni, secondo i miei ricordi, cessarono alla fine del 1942, quando c'era già la neve». Infine O'Neil ci informa che nell'area di Bełżec d'inverno c'erano temperature di –25°C111, sicché per la legna –imbibita d’acqua, coperta di neve o addirittura gelata – usata per l’arsione di cadaveri congelati su un rogo all’aperto esposto a neve o pioggia, un potere calorifico di 2.300 Kcal/kg è già una concessione straordinaria 112 . Per avere un’idea delle condizioni in cui sarebbe stata effettuata la cremazione di circa 600.000 o 540.000 o 434.000 cadaveri basta dare un’occhiata alle fotografie di Bełżec del febbraio 2004 pubblicate nel sito olocaustico indicato in nota 113 . Applicando dunque questo dato più realistico al calcolo di Muehlenkamp, il fabbisogno di combustibile sarebbe l’equivalente di (988.758.855 : 2.300 =) almeno 429.895 kg di legna da ardere, pari a (429.895 : 125.000 =) 3,44 kg per kg di carcassa, il che in pratica conferma la validità del mio assunto. Il dato summenzionato è ulteriormente confermato da un altro caso concreto in cui i tipi di combustibile usati permetteno di calcolare più facilmente il fabbisogno equivalente in legna verde. Nel marzo 2001, nei pressi di Lille, in Francia, fu costruito un enorme rogo lungo 100 metri per bruciare le carcasse di 600 montoni e di altri 218 ovini. L’arsione richiese:

350 traversine ferroviarie

56 metri cubi di legna

10 tonnellate di paglia

60 tonnellate di carbone e nafta 114.

Eseguo i calcoli in riferimento alla legna stagionata (traversine e paglia: ~ 3.500 Kcal/kg), tranne che per i 56 metri cubi di legna, che assumo fresca (~ 2.300 Kcal/kg), Per una traversina, Muehlenkamp calcola un volume di 0,0975 metri cubi. Il legno utilizzato è faggio, quercia o rovere, che, essiccato, ha un peso specifico medio di circa 0,7. Il peso totale risulta pertanto di 350 x (0,0975 x 700) = ~ 23.900 kg. Il peso di 1 metro cubo di legna è, secondo Muehlenkamp, (2.195 : 3,625) 115 = 605 kg, dunque (56 x 605 =) ~ 33.900 kg. La paglia ha un potere calorifico di circa 4.000 kcal/kg 116, sicché 10 tonnellate corrispondono a (10.000/3500 x 4000 = ) circa 11.400 kg di legna stagionata. Il carbone ha potere calorifico minimo di 7.000 Kcal/kg, perciò 1 kg di carbone corrisponde a 2 kg di legna stagionata, perciò 60 tonnellate di carbone corrispondono a 120.000 kg di legna essiccata. Tralascio la nafta, di cui non è indicato il quantitativo, e che ha comunque un potere calorifico superiore a quello del carbone (~ 10.200 Kcal/kg). Complessivamente furono impiegati l’equivalente di 189.200 kg di legna, di cui 155.300 cssiccata i restanti 33.900 verde. Riportato alla legna verde, il consumo fu di 33.900 + (155.300/2300 x 3500 =) ~ 270.200 kg.

Note:

110) R. Sforni, Il sabba di Bełżec. Con la traduzione italiana della testimonianza del sopravvissuto Rudolf Reder, op. cit., p. 130.

111) R. O’Neil, Bełżec: Stepping Stone to Genocide;Hitler's answer to the Jewish Question, in:

http://www.jewishgen.org/yizkor/Bełżec1/bel050.html

112) G. Salvi, La combustione. Teoria e applicazioni. Tamburini Editore, Milano 1972, p. 786, per la legna verde adduce un potere combustibile di 2.330 Kcal/kg.

113) Thttp://www.deathcamps.org/Bełżec/buildingsite.html

114) Valérie Cormont, «Un bûcher de 100 m de long pour 600 moutons», in : La Voix du Nord, 6 marzo 2001.

115) Peso e volume di 1 cord di legna.

116) http://www.apeac.it/biomasse.htm


Continua alla Parte 2

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