03/02/2012
059/1 -DA CAPPUCCETTO ROSSO AD...AUSCHWITZ RISPOSTA A VALENTINA PISANTY
Carlo MATTOGNO
L'«IRRITANTE QUESTIONE» DELLE CAMERE A GAS
OVVERO
DA CAPPUCCETTO ROSSO AD...AUSCHWITZ
RISPOSTA A VALENTINA PISANTY
Edizione riveduta, corretta e aggiornata
2007
parte 2
MATTOGNO : Capucetto rosso
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A Belzec, Gerstein vede entrare nel campo un treno merci di 45 vagoni, cosa alquanto improbabile, dato che il binario di raccordo all'interno del campo di Belzec era lungo 260 metri185 mentre 45 carri bestiame sono lunghi circa 498 metri186.
La gasazione omicida alla quale Gerstein pretende di avere assistito avviene nello stesso tempo a Belzec e a Majdanek187.
Essa si svolge in una installazione che conteneva 5 188 camere a gas e nello stesso tempo 6 189, le quali misuravano in pari tempo m 4 x 5190 e m 5 x 5 191. Sorprendentemente, queste camere a gas, pur misurando m 4 x 5 x 1,90 192, avevano una superficie di 25 m2 e un volume di 45 m3!193
Le camere a gas si riempiono. «Gli uomini stanno gli uni sui piedi degli altri, 700-800 in 25 metri quadrati, in 45 metri cubi!»194, ossia 28-32 persone per metro quadrato!
Ma queste 700-800 persone si trovavano nello stesso tempo nell'intero edificio 195. L'uccisione degli Ebrei avviene il giorno stesso dell'arrivo del treno e in pari tempo «il giorno seguente o alcuni giorni dopo»196. Il gas tossico viene prodotto da un vecchio motore Diesel smontato dal veicolo197 e nello stesso tempo da «un grosso trattore»198. Dopo la gasazione i cadaveri vengono portati via su «carri di legno» («auf Holzwagen»)199 e nello stesso tempo su «barelle di legno» («auf Holztragen»)200 alle fosse comuni, dove Gerstein vede dei lavoratori ebrei impegnati a spogliare dei cadaveri che vi erano stati gettati vestiti: ciò avviene a Belzec201 e in pari tempo a Treblinka202. Il numero totale dei gasati dei due soli campi di Belzec e di Treblinka è di 25 milioni di persone!203.
È importante sottolineare che tutte le affermazioni di Gerstein devono essere prese alla lettera, come egli dichiara sotto giuramento:
«Tutte (alle) le mie affermazioni sono vere alla lettera (wörtlich wahr) Sono pienamente consapevole davanti a Dio e all'umanità della straordinaria portata di queste mie annotazioni e giuro che nulla di tutto ciò che ho registrato è
185 Central Commission for Investigation of German Crimes in Poland. German Crimes in Poland. Varsavia,1947, vol. II, Belzec extermination camp, pp. 89-96 (tavola fuori testo).
186 Un carro merci chiuso UIC standard è lungo m 11,08 compresi i respingenti: Meyers Handbuch über die Technik. Bibliographisches Institut, Mannheim, 1964, p.443.
187 B, p. 3.
188 GK, p. 1.
189 PS-1553, p. 5; PS-2170, p. 4.
190 M26, p. 5; PS-1553, p. 5.
191 T-1310, p. 11; D6, p. 5; PS-2170, p. 4.
192 PS-1553, p. 5.
193 PS-1553, p. 6.
194 T-1310, p. 14; M26, p. 6; PS-1553, p. 6; D6, p. 7; PS-2170, p. 5.
195 TP, p. 2.
196 TP, p. 2.
197 PS-1553, p. 6.
198 TP, p. 3.
199 PS-2170, p. 6.
200 T-1310, p. 16.
201 T-1310, pp. 16-17.
202 PS-2170, p. 7.
203 PS-1553, p. 7.
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immaginario o inventato (erdichtet oder erfunfen), ma che tutto è esattamente così (genau so)»204 [corsivo mio].
3) La critica di Valentina Pisanty: i metodi
Prima di esporre gli argomenti della Pisanty, è necessario esaminare i suoi metodi di lavoro. Anzitutto, ella preseleziona come al solito il campo di indagine. Dopo aver preselezionato il libro, escludendo dal suo campo di indagine le mie pubblicazioni più recenti, preseleziona in questo libro alcuni capitoli nei quali preseleziona alcune obiezioni,quasi sempre marginali ed isolate dal contesto. Con questa tecnica ella frantuma la struttura argomentativa che ho esposto sommariamente sopra in una congerie di episodi marginali;indi critica in modo capzioso questi episodi marginali e conclude che in ogni caso essi non toccano la «qualità» della «testimonianza oculare» di Gerstein.
La preselezione della Pisanty elimina alcuni capitoli non certo irrilevanti nell’economia generale dell’opera - il capitolo dedicato al mistero di Kurt Gerstein205, quello che mostra la genesi storica della storia dello sterminio a Belzec206 e a Treblinka (le famose “camere a vapore”!)207, infine quello sulle conoscenze del presunto sterminio da parte del Vaticano208.
La critica della nostra dottoressa alle mie argomentazioni si basa su due presupposti metodologici fondamentali:
1) a Belzec (Treblinka e Sobibór) sono esistite camere a gas omicide, dunque
2) Il rapporto Gerstein è necessariamente veridico.
In altri termini, poiché, per la storiografia ufficiale, il rapporto Gerstein è la prova essenziale dell’esistenza di camere a gas omicide a Belzec, ne consegue che esso è veridico perché è veridico. Sulla base di questi presupposti la Pisanty pretende di spiegare le innumerevoli contraddizioni e assurdità del rapporto Gerstein, ma non sul piano storico e tecnico, bensì su quello meramente semiotico.
4) La critica di Valentina Pisanty: gli argomenti
Non resta dunque che esaminare ad uno ad uno gli argomenti della Pisanty. Ella distingue le mie obiezioni in tre gruppi: i «cavilli irrilevanti», gli «errori di comprensione/traduzione» e le «obiezioni inesistenti» (p. 117). Cominciamo dal primo gruppo.
a) Il primo gruppo («cavilli irrilevanti»)
Sebbene l’intento di Gerstein sia quello di descrivere un evento tragico, il suo racconto abbonda di elementi comici, che ho spesso sottolineato con una sottile ironia. La Pisanty finge di non capire il tono ironico di certe obiezioni e mi attribuisce ferree deduzioni
204 T-1310, p. 24.
205 Il rapporto Gerstein: Anatomia di un falso, op. cit., cap. X, pp. 149-156.
206 Idem, cap. XI, pp. 157-165.
207 Idem, cap. XI, pp. 167-173.
208 Idem, cap.VI, pp. 109-122.
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logiche che sono ancora più comiche. Se ironizzo su certi «errori di battitura», come li chiama l'Autrice, è perché, se un indiziato redige un memorandum a propria discolpa per il giudice istruttore, mi attendo che mediti bene il testo, soppesi ogni parola, legga e rilegga accuratamente il documento valutando l’effetto di ogni elemento; da Gerstein mi sarei atteso una attenzione ancora maggiore - dato che era consapevole che poteva rischiare la condanna a morte come criminale di guerra -, sicché la presenza non solo di questi «errori di battitura», ma soprattutto delle assurdità e delle contraddizioni pullulanti nel suo rapporto appare inspiegabile, a meno che non si faccia l’ipotesi - che per me è certezza -che Gerstein, nella redazione dei vari testi, non fosse nel pieno possesso delle sue facoltà mentali. Per questa ragione, riallacciandomi ad una osservazione di Saul Friedländer, ho scritto che, se Gerstein è davvero l’autore di questi testi - cosa di cui non dubito - «non si può non ricercarne l’origine nell’ “aspetto schizoide della personalità di Gerstein”»209.
Per questa ragione, nella trama strutturalmente insensata del rapporto Gerstein, ho esposto anche delle minuzie - che la Pisanty liquida sbrigativamente come «cavilli irrilevanti» (e tali ella stessa li fa diventare estrapolandoli dal contesto) - per mostrare, per così dire, l’atmosfera mentale del rapporto. Su tali questioni la dottoressa in semiotica scrive:
«Non ritengo che valga la pena controllare a uno a uno questi presunti errori in quanto non è chiaro quale interesse essi possano avere una volta che si sia abbandonata l’ipotesi della contraffazione del documento in esame».
La cosa appare dunque alla Pisanty inspiegabile
«a meno di non condividere il parere di Mattogno secondo il quale “non è da escludere che egli [Gerstein] abbia ‘visto’ la ‘gasazione’ di Belzec in uno [degli] ‘stati precomatosi’ ” - dovuti al diabete - cui era soggetto» (p. 118).
La Pisanty ha amabilmente manipolato la mia citazione facendola apparire come una mia malignità; in realtà, citando a mia volta S. Friedländer, ho scritto:
«Al riguardo, non è senza importanza il fatto che già nel 1941 egli [Gerstein] fosse stato costretto ad interrompere frequentemente il corso di addestramento militare a causa di una malattia che provocava in lui “degli stati precomatosi che spiegherebbero i suoi mancamenti psichici e alcune delle sue strane reazioni”,come il dott. Nissen scrisse alla vedova di Gerstein.
Non è da escludere che egli abbia “visto” la “gasazione” di Belzec in uno di questi “stati precomatosi”»210.
Dunque la Pisanty ha capito benissimo, ma ha fatto finta di non capire. E che abbia fatto finta di non capire risulta anche da come presenta questi «cavilli irrilevanti». Ecco due esempi significativi:
«l’età del bambino ebreo che distribuisce pezzi di spago : 3 o 4 anni» (p. 118).
Naturalmente la Pisanty si guarda bene dal riferire che, secondo Gerstein, questo bambino di 3 o 4 anni doveva distribuire pezzi di spago a 5.000 persone per legare insieme le scarpe, «poiché nessuno poi avrebbe potuto ritrovare le scarpe giuste nel mucchio di 35 o 40 metri di altezza»211. Ora, far distribuire 5.000 pezzi di spago da un bambino di 3 o 4 anni a 5.000 persone non mi sembra propriamente l’apice della razionalità, ma - si sa - le SS erano
209 Idem, p. 231. La frase in corsivo è di Friedländer.
210 Il rapporto Gerstein: Anatomia di un falso, op. cit., p. 106.
211 Idem, p. 61.
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irrazionali! Riguardo alle fantomatiche montagne di scarpe, invece, la Pisanty inveisce contro Felderer, che ne ha mostrato l’assurdità con un calcolo trigonometrico, e contro di me perché ho «elogiato» lo scrittore svedese, scrivendo che «le argomentazioni di un Felderer, del tutto incapace di accettare l’iperbole come una caratteristica di molte testimonianze (è peraltro molto difficile stimare ad occhio nudo l’altezza di una forma conica), rasentano la follia» (pp. 106-107).
Qui la Pisanty finge di ignorare che Gerstein ha garantito con un giuramento la veridicità alla lettera di tutte le sue affermazioni: dunque o esse non contengono «iperboli», oppure Gerstein è un mentitore spergiuro! Quanto alla stima dell’altezza di una forma conica, un ingegnere (come Gerstein), prendendo come punto di riferimento gli alberi circostanti, poteva farla con un margine di errore accettabile. Del resto l’affermazione di Gerstein resterebbe assurda anche con un margine di errore di 5 o 10 metri.
Un altro «cavillo irrilevante» riguarda quelle assurdità che la Pisanty liquida in modo sbrigativo come semplici «errori di calcolo», di cui fornisce due esempi:
«4 x 5 = 25 m2; 750 x 30 = 25.250 ecc.» (p. 118).
In realtà in entrambi i casi l’«errore di calcolo» supera di gran lunga la portata meramente matematica, essendo connesso con la questione essenziale della gasazione omicida.
Riguardo al primo caso, l’affermazione che dei locali che misuravano metri 5 x 4 x 1,90 avessero una superficie di 25 m2 e un volume di 45m3, soprattutto se fatta da un ingegnere, è quantomeno sorprendente, tanto più se su questa superficie e in questo volume l’ingegnere suddetto pretende di aver visto accalcate - alla lettera - 700-800 persone. E se poi lo stesso ingegnere tenta di giustificare matematicamente questa assurdità, con un calcolo del tutto strampalato che, pur partendo da dati contraddittori212, giunge sempre al medesimo risultato213, bisogna ammettere che la cosa è ancor più sorprendente!214
Come si vede, non si tratta propriamente di «cavilli irrilevanti». Naturalmente ella relega in questo gruppo - senza menzionarli minimamente - anche tutti gli argomenti essenziali di fronte ai quali la sua scienza semiotica non può nulla.
Chiudo con un ultimo «cavillo irrilevante» piuttosto comico che dà il senso dell’acume mentale di Gerstein. In un campo di sterminio, quando gli viene detto che le future vittime delle camere a gas devono attendere il loro turno di gasazione nude anche d’inverno, egli commenta intelligentemente: «Sì, ma possono morire!» (PS-2170, p. 5: «Ja, aber sie können sich ja den Tod holen! - sage ich...»)!
b) Il secondo gruppo («errori di comprensione/traduzione»)
Riguardo a questo gruppo di obiezioni, la Pisanty rileva:
«L’inefficacia del secondo gruppo di obiezioni è dovuta a errori interpretativi commessi da Mattogno nella sua lettura delle versioni tedesche del rapporto Gerstein.
212 Il peso medio delle vittime, che è nello stesso tempo di 30, 35 e 65 kg.
213 750 x 30 = 25.250, in realtà 22.500; 750 x 35 = 25.250, in realtà 26.250; 750 x 65 = 25.250, in realtà 48.750.
214 Brayard ha tentato di liquidare queste assurdità delle 700-800 persone in 20 o 25 metri quadrati con un volgare trucco. Vedi al riguardo Olocausto: dilettanti allo sbaraglio, op. cit., pp. 282-287, e Rassinier, il revisionismo olocaustico e il loro critico Florent Brayard, op. cit., pp. 38-44.
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A proposito della proposta di seppellire tavole di bronzo nelle fosse dove venivano interrati i cadaveri, a beneficio delle generazioni future, Mattogno dice che non è chiaro chi sia il soggetto di questa enunciazione (se Globocnik o Gerstein stesso).
Secondo Mattogno, infatti, nella versione tedesca del 6.5.1945 (T VI) è Gerstein che lancia la proposta a Globocnik durante la sua visita a Lublino. L’equivoco nasce dalla traduzione del brano di T VI: “Darauf habe ich Globocnec gesagt: Meine Herren...” ecc. (corsivo mio), dove Mattogno scambia il nominativo “Allora io Globocnec ho detto” con il dativo “Allora io ho detto a Globocnec” e aggiunge “questo passo è assurdo. Gerstein si inserisce in una conversazione (pretesamente) avvenuta due giorni prima e Hitler risponde a Globocnik!”. L’errore in cui si imbatte Mattogno è indicativo dell’eccesso di meraviglia che egli dimostra nella sua lettura dei documenti - eccesso che, combinato con un’insufficiente dimestichezza della lingua tedesca, crea l’ humus ideale per lo sviamento interpretativo tipicamente negazionista» (pp. 118-119).
Questa interpretazione è un altro tipico esempio della metodologia capziosa adottata dalla Pisanty. Anzitutto, poiché il “rapporto” è stato redatto da Gerstein e non da Globocnik, tale interpretazione avrebbe senso soltanto se la frase in questione si trovasse in un discorso diretto dipendente da una reggente di Gerstein, ad esempio:
«Globocnik affermò: “Allora io Globocnik ho detto: “Signori...”». Tale frase costituisce invece la reggente di Gerstein, come risulta chiaro dall’intero passo, che riporto con tutti gli errori:
«Darauf fragte Pfannenstiel: “Was hat denn der Führer zu dem ganzen gesagt?” Darauf Globocnec:“Die ganze Aktion soll raschestens durchgeführt werden!” Inseiner215 Begleitung befand sich noch der Ministerialrat Dr. Herbert Linden vom Reichsministerium. Der meinte, ob es nicht besser sei, die Leichen zu verbrennen,anstatt sie einzuscharren. Es könnte doch mals nach uns eine Generation kommen,die das ganze nicht verstände. Darauf habe ich Globocnec gesagt:“Meine Herren,wenn je eine Generation nach uns kommen sollte, die unsere große und so dankbare und nötige Aufgabe nicht verstehen sollte, dann allerdings, ist unser ganzer Nationalsozialismus vergeblich gewesen. Ich bin im Gegenteil der Anscith216, daß man Broncetafeln217 versenken sollte, auf denen geschrieben ist, daß wir, daß wir es waren, die den Mut gehabt haben, dieses so notwendige und wichtige Werk durchzuführen. -- Darauf Hitler: Gut Globocnec, das ist allerdings auch meine Ansicht.-»218, cioè:
«Al che Pfannenstiel chiese:“Che cos'ha detto il Führer sull'intera questione?”. Al che Globocnec:“L'intera azione dev'essere eseguita rapidissimamente!”. In sua compagnia si trovava anche il consigliere ministeriale Herbert Linden, del ministero del Reich [sic], il quale pensava se non fosse stato meglio bruciare i cadaveri invece di seppellirli. Dopo di noi potrebbe venire una generazione che non capirà l'intera questione. Al che io ho detto a Globocnec: “Miei signori, se mai dopo
215 In seiner.
216 Ansicht.
217 Bronzetafeln.
218 PS-2170, pp. 3-4.
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di noi dovesse venire una generazione che non dovesse capire il nostro grande compito così grato e necessario, allora certamente tutto il nostro nazionalsocialismo sarebbe stato vano. Io sono al contrario del parere che bisognerebbe sotterrare tabole di bronzo con sopra scritto che fummo noi, noi, ad avere il coraggio di eseguire quest'opera così necessaria e importante. - Al che Hitler: Bene, Globocnec,questo è certamente anche il mio parere.-».
Dunque l’interpretazione della Pisanty è carente già sul piano logico e contestuale.
In secondo luogo, la mia interpretazione è avvalorata dalla traduzione ufficiale in inglese del documento PS-2170 fatta eseguire dall’ Office of U.S. Chief of Counsel for the prosecution of the Axis criminality il 26 ottobre 1945; in questo documento il traduttore giurato Charles E. Bidwell rende la frase in oggetto in questo modo: «Whereupon I told Globocnec: Gentlemen...»219.
Come si vede, anche questo traduttore giurato aveva una «insufficiente dimestichezza della lingua tedesca»!220
Naturalmente la Pisanty sorvola prudentemente sul fatto che in un altro documento del rapporto Gerstein la proposta di seppelire le tavole di bronzo viene fatta da Hitler stesso:
«Hitler stesso, visitando Belcic, aveva detto: “Noi sotterreremo qui delle lapidi di bronzo affinché i nostri discendenti conoscano la nostra opera di disinfestazione biologica del pianeta» [«Hitler lui-même, visitant Belcic, avait dit:“ Nous enterrerons ici des plaques de bronze afin que nos descendants connaissent notre oeuvre d’assainissement biologique de la planète”»]221.
Sottopongo umilmente la traduzione alla nostra esperta di semiotica, la quale forse scoprirà che, a causa della mia insufficiente dimestichezza della lingua francese, ho scambiato il nominativo “Globocnik” con il nominativo “Hitler”!
Resta dunque confermato che, nel rapporto Gerstein, la proposta in questione viene fatta nello stesso tempo da Gerstein e da Hitler.
La Pisanty passa poi ad esporre il mio secondo ed ultimo «errore interpretativo», su 103 obiezioni che oppongo al rapporto Gerstein:
«Un analogo errore interpretativo riguarda il passo in cui Gerstein racconta come, a gassazione terminata, i cadaveri venissero intimamente ispezionati alla ricerca di oro, brillanti e oggetti di valore. Nel brano in questione in T VI (p.6), tuttavia,troviamo un errore di battitura: la parola “Brillanten” (brillanti), peraltro ripetuta correttamente meno di tre righe dopo, viene scritta “Brillen” (occhiali). Piuttosto che ammettere la possibilità di una svista tipografica, Mattogno scrive:
219 Office of U.S. Chief of Counsel for the prosecution of Axis criminality. Doc. No. 2170 PS. Staff Evidence analysis. Partial translation of the document 2170 PS, p. 3. Il «certificato di traduzione» è firmato da Charles E.Bidwell S/SGT 13146054.
220 La Pisanty applica nei miei confronti l’insano principio (che naturalmente attribuisce ai revisionisti) di screditare il tutto sulla base di una parte irrilivante; così il mio presunto errore di traduzione - un solo presunto errore nell’intero libro - è per lei motivo sufficiente per concludere che avrei avuto «una insufficiente dimestichezza della lingua tedesca»! Da tutto il suo libro risulta invece indubitabilmente che la nostra dottoressa in semiotica non ha nessuna dimestichezza con questa lingua e che l’argomento in questione le è stato suggerito da qualcuno dei suoi sprovveduti consulenti.
221 Documento ufficiale del 2° Ufficio della 1a Armata francese. Vedi Il rapporto Gerstein: Anatomia di un falso, op. cit., p. 56.
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“Gli uomini dell’ Arbeitskommando cercano 'occhiali' (Brillen) nei genitali delle vittime”» (p.119).
Si tratta di uno degli «errori di battitura» di cui sono infarciti i testi del rapporto Gerstein e che fanno comprendere - come dicevo sopra - il clima mentale di Gerstein222. È certo possibile e anche probabile che il termine «Brillen» sia una «svista tipografica», però sta di fatto che il testo dice appunto «Brillen», e tra «Brillen» e «Brillanten» non c’è solo una differenza formale, ma, soprattutto, di significato223. Il fatto che Gerstein non abbia corretto l’errore è ancora più grave dell’errore stesso.
c) Il terzo gruppo («obiezioni inesistenti»)
Passiamo al terzo gruppo delle mie critiche, che la Pisanty definisce così:
«Per obiezioni inesistenti intendo tutti punti in cui Mattogno tenta di fare apparire come inverosimili dettagli che non lo sono affatto, sperando che il lettore non siasufficientemente analitico da rendersi conto della parzialità della sua interpretazione» (p. 119).
Questa volta il rimprovero della Pisanty è dimostrato in modo sovrabbondante, con ben tre esempi.
Primo esempio:
«Ad esempio, egli ironizza sul fatto che gli ebrei che entravano nella camera a gas implorassero Gerstein di intercedere per loro: “Alcuni si rivolgono a Gerstein implorandolo:'O signore, ci aiuti, ci aiuti', avendo evidentemente notato la sua faccia da “buono”, perché egli era in divisa da ufficiale SS! (Mattogno, 1985: 63).
Lungi dall’apparire inverosimile, questo dettaglio semmai aggiunge credibilità al resoconto di Gerstein: solo un negazionista può pretendere la razionalità assoluta nel contegno di coloro che sanno di stare per essere gassati» (p. 119).
Immaginiamo la scena: le future vittime delle camere a gas sfilano davanti al loro carnefice - il capitano Wirth - e a Gerstein, in divisa da SS, che esse, non sapendo che era un “buono”, non possono non ritenere un altro carnefice: che cosa fanno dunque le future vittime? Inveiscono contro questo “sporco SS”? Gli sputano addosso? Tentano di aggredirlo? No: gli chiedono aiuto! Solo un’ “antinegazionista” può pretendere l’irrazionalità assoluta nel contegno di coloro che sanno di stare per essere gasati! È come se un detenuto condannato a morte negli Stati Uniti, prima di entrare nella camera a gas chiedesse al boia: «O signore, mi aiuti, mi aiuti!».
Secondo esempio:
«Altrove, traendo spunto dalla richiesta di Wirth a Gerstein di non proporre alle autorità di Berlino un nuovo metodo di gassazione per rimpiazzare quello vigente a Belzec, Mattogno vede in ciò il segno che Wirth fosse un personaggio poco influente in quanto temeva Gerstein come se fosse un suo superiore, e questo sarebbe in contrasto con l’affermazione di Gerstein secondo cui Wirth era ammanicato con Himmler. In verità, la richiesta di Wirth a Gerstein non presuppone
222 Prevengo la facile ironia di chi rilevasse che anche Il rapporto Gerstein: Anatomia di un falso pullula di errori tipografici: ciò è dipeso dalle circostanze particolari in cui il libro è stato stampato, senza che io abbia potuto visionare le bozze.
223 Sarebbe come scrivere, per un «errore di battitura», “brillo” invece di “brillante”!
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affatto che il primo avesse paura del secondo, ma semmai indica che egli non voleva fastidi dalle autorità berlinesi alle quali Gerstein avrebbe dovuto fare rapporto (informandole dello spiacevole incidente col motore Diesel a cui aveva assistito a Belzec). Dunque, si tratta di un falso problema» (pp. 119-120).
Più che di un falso problema, qui si tratta di una falsa spiegazione. Che cosa mai può significare che Wirth «non voleva fastidi dalle autorità berlinesi» dato che proprio queste «autorità» - il RSHA, cioè Himmler - avevano ordinato a Globocnik di cambiare il sistema di funzionamento delle camere a gas omicide? E in che modo Gerstein avrebbe mai potuto«non proporre alle autorità di Berlino» proprio quel metodo che queste autorità gli avevano ordinato di introdurre a Belzec?
Terzo esempio:
«Inoltre, osserva Mattogno, “da Treblinka Gerstein va a Varsavia senza neppur aver salutato Globocnik, che scompare dalla scena dopo averlo presentato a Obermayer”.
Secondo questo ragionamento, dovremmo concludere che durante l’intero soggiorno in Polonia Gerstein non si sia fatto la barba nemmeno una volta, visto che il testo non ne parla mai» (p. 120).
Questa penosa ironia è del tutto fuori luogo. Naturalmente la Pisanty si guarda bene dal citare il presupposto che rende comprensibile questa osservazione, cioè che lo sterminio ebraico era un affare segreto del Reich (geheime Reichssache)224, per cui «Globocnik per ragioni di sicurezza aveva ricevuto l’ordine di accompagnare personalmente coloro che dovevano visitare le installazioni» di sterminio225; di conseguenza, senza Globocnik, Gerstein non poteva entrare né a Treblinka né a Sobibór. Dunque non si può negare che la scomparsa di Globocnik nel seguito del racconto sia quantomeno singolare.
d) Le obiezioni di carattere tecnico
Indi la Pisanty passa ad esaminare le mie obiezioni di carattere tecnico. Vediamo quali sceglie e come risponde.
Prima obiezione:
«Gerstein sostiene di avere visto le vittime stipate dentro la camera a gas da una finestrella:“dato l’estremo ammassamento umano nelle 'camere a gas', dalla finestrella non si sarebbe potuto vedere nulla, essendo la visuale impedita dal corpo di colui che era schiacciato contro di essa, senza considerare l’appannamento del vetro” (Mattogno, 1985: p. 67).
Gli spioncini nella porta, attraverso i quali i responsabili del lager potevano verificare l’andamento della gassazione, erano ovviamente situati all’altezza degli occhi di chi stava fuori dalla camera a gas. Di conseguenza, sarebbe stato possibile scorgere l’interno della camera a gas attraverso gli interstizi tra le teste delle vittime: oltretutto, è presumibile che l’ammassamento umano si concentrasse verso l’alto (e non contro la porta), man mano che l’ossigeno cominciava a scarseggiare e le vittime cercavano di guadagnare centimetri di altezza, arrampicandosi sui corpi degli altri» (pp. 122-123).
224 Il rapporto Gerstein: Anatomia di un falso, op. cit., p. 46.
225 Idem, p. 47.
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La Pisanty non tiene conto del particolare non certo irrilevante che in ogni camera a gas,su 20 o 25 m2, in 45 m3, c’erano 700-800 persone, sicché sul solo metro quadrato dietro allo spioncino c’erano 28-32 teste, e forse non era troppo agevole osservare «attraverso gli interstizi» di queste teste le 28-32 teste del secondo metro quadrato dietro alla porta della camera a gas! Devo inoltre confessare che mi riesce difficile immaginare come queste 700-800 persone potessero, non dico arrampicarsi le une sulle altre, ma soltanto muoversi.
Senza contare che le camere a gas erano alte m 1,90: la Pisanty dovrebbe inoltre spiegare in che modo le future vittime potessero «concentrarsi verso l’alto». Quale «alto»?
A questo riguardo devo segnalare un altro sproposito della nostra dottoressa. Ella ha copiato la storiella della ricerca di ossigeno «verso l’alto» da parte delle vittime da un racconto fittizio di Miklos Nyiszli (poi plagiato da Filip Müller)226, trasferendone per di più l’ambientazione da una gasazione con Zyklon B ad una gasazione con ossido di carbonio227.
La nostra esperta in semiotica sorvola ancora su un’altra contraddizione del rapporto Gerstein:
«“I primi morti caddero” - nota Gerstein, precisando nel contempo che nelle “camere a gas” i morti stavano in piedi come colonne di basalto, non avendo spazio neppure per piegarsi!»228.
Riguardo all'osservazione conclusiva del mio brano citato sopra («senza considerare l’appannamento del vetro»), la Pisanty scrive:
«è sufficiente ricordare che la gassazione a cui assistette Gerstein ebbe luogo in agosto, quando la temperatura esterna era sufficientemente elevata da non provocare fenomeni di condensazione all'interno della camera a gas» (p. 123).
La Pisanty è proprio sfortunata. L'unica volta che argomenta con una parvenza di fondatezza, viene smentita categoricamente da un altro testimone oculare. In effetti Wilhelm Pfannenstiel (vedi sotto, paragrafo 9.5) dichiarò:
«La spia che si trovava in ogni porta si era appannata dall'interno in modo relativamente rapido, sicché dal di fuori non si poteva vedere più nulla»229
Seconda obiezione:
«Come potevano 700-800 persone rimanere in vita per 2 ore e 49 minuti in camere a gas di 25 m2 ermeticamente chiuse? Molte di esse, infatti, morirono ancora prima che la gassazione cominciasse (secondo la testimonianza di Rudolf Reder, superstite di Belzec che raccontò lo stesso episodio narrato da Gerstein, ovviamente da una diversa angolazione). È vero che Gerstein dice che “fino a quel momento le vittime,nelle quattro camere già stipate, ancora vivono, vivono...”, ma è piuttosto evidente che l’orrore della situazione lo induca a generalizzare la constatazione che all’interno della camera a gas vi fosse ancora del movimento dopo tutto quel tempo» (p. 123).
226 Vedi capitolo seguente.
227 La nostra sprovveduta dottoressa ignora che il CO ha una densità inferiore a quella dell’aria (0,9672),sicché in una camere a gas, se proprio non dovesse diffondersi più o meno uniformemente in tutte le direzioni, esso dovrebbe tendere a salire proprio verso l’alto!
228 Il rapporto Gerstein: Anatomia di un falso, op. cit., p. 67.
229 Nationalsozialistische Massentötungen durch Giftgas. Eine Dokumentation. Herausgegeben von Eugen Kogon, Hermann Langbein, Adalbert Rücklerl u.a. Fischer-Verlag, Francoforte sul Meno, 1983, p. 174.
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Questa sottile interpretazione “semiotica” si basa su una spudorata falsificazione: passi la falsificazione dei testi altrui (è più difficile scoprirla), ma falsificare i miei stessi testi è veramente troppo!
Sì, perché tutto ciò che la Pisanty sa di Rudolf Reder è ciò che ha letto nel mio libro. Al riguardo io ho scritto che, secondo questo testimone, «una volta la “macchina dell’uccisione” si guastò. Informato di ciò, il comandante del campo, un Obersturmführer di cui Reder non ricordava il nome, giunse immediatamente a cavallo e ordinò di riparare la macchina, lasciando nel frattempo nelle “camere a gas” le vittime, le quali dovettero attendere “pare godzin” (un paio d’ore) prima di essere uccise»230, ma ho anche precisato che «egli non menziona affatto la visita di Gerstein, la quale avrebbe dovuto restargli particolarmente impressa nella memoria sia perché sarebbe avvenuta il giorno successivo a quello del suo arrivo al campo, sia per la presenza - non certo consueta - di Globocnik e di Wirth»231.
In particolare, è falso che Reder abbia raccontato «lo stesso episodio narrato da Gerstein» ed è ancora più falso che egli abbia dichiarato che in questa occasione molte persone «morirono ancora prima che la gassazione cominciasse».
Che cosa sarebbe accaduto se la scena descritta da Gerstein fosse reale? Facciamo un piccolo conto. Il tempo di occupazione dei rifugi antiaerei a tenuta di gas si poteva calcolare con questa formula:
t = v / (20 n)(10 - 0,4) = 0,48 (v / n), dove
v rappresenta la capacità del ricovero in m3,
n il numero degli occupanti il ricovero e
t il tempo di occupazione del ricovero.
«Per l’interpretazione di detta formula, si rammenta che:
il numero 20 rappresenta i litri orari d’anidride carbonica eliminati da ogni uomo;
il numero 4 rappresenta l’anidride carbonica presente nel locale (l./m.3);
il numero 10 rappresenta la massima concentrazione ammissibile (l/m.3) nel locale
di carbonica»232.
Assumendo una media delle vittime di [(700 + 800) : 2 =] 750 e un peso medio delle vittime di 35 kg (menzionato da Gerstein insieme a 30 e 65), che è sicuramente molto basso nonostante la presenza dei bambini; dimezzando infine per questo motivo l’eliminazione di anidride carbonica, risulta che:
a) il volume effettivo di una camera a gas è di {45 - [(35 x 750): 1000] =} 18,75 m3;
b) l’emissione oraria di anidride carbonica è di (5 x 750 =) 3.750 litri,
c) in 2 ore e 49 minuti o 169 minuti l’emissione è di [(3.750 : 60) x 169 =] 10.562,5 litri.
Quest’ultimo valore rappresenta una concentrazione del [(10.562,5 : 18.750) X 100 =]
56,33%, ma una concentrazione del 20% è sufficiente per provocare la morte «nel giro di
230 Idem, p. 133.
231 Idem, pp. 132-133.
232 Attilio Izzo, Guerra chimica e difesa antigas. Hoepli, Milano, 1935, pp. 246-247.
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pochi secondi»233. In pratica tutte le vittime delle camere a gas sarebbero morte in un’ora:
[(3.750 : 18.750) x 100 =] 20% di anidride carbonica.
Ciò premesso, si può valutare bene quanto valga la spiegazione “semiotica” della Pisanti relativa alla «constatazione che all’interno della camera a gas vi fosse ancora del movimento dopo tutto quel tempo».
Quale sia l’onestà polemica dell’allieva di Eco risulta chiaramente dal fatto che ella schiva elegantemente una questione ancora più importante:
come era possibile stipare 700-800 persone in 25 m2?
Per i difensori d’ufficio di Gerstein questa è proprio un’ «irritante questione», forse la più irritante. Come ho già accennato, Brayard, uno dei maestri della nostra studentessa, si è spaccato la testa per cercare di dare una risposta sensata a questo quesito, ma è riuscito ad architettare solo un banale trucco aritmetico234.
Terza obiezione:
«Mattogno si sorprende del fatto che l’RSHA affidi il compito di installare camere a gas a Gerstein anziché ad un esperto di Auschwitz, dove era già stato adottato lo Zyklon B. Il suo stupore è immotivato se si considera che l’uso dell’inviato speciale dalla sede di Berlino faceva parte della prassi abitualmente seguita dal regime nazista, anche in quei casi in cui sarebbe stato più economico adottare i tecnici già disponibili in loco» (p. 123).
Ma, di grazia, da dove risulta che «l’uso dell’inviato speciale dalla sede di Berlino faceva parte della prassi abitualmente seguita dal regime nazista»? Forse la Pisanty confonde con gli «inviati speciali» dei telegiornali?
Ecco un’altra dimostrazione della metodologia capziosa della nostra dottoressa. Prima inventa nel rapporto Gerstein la storia dell’ «inviato speciale»,
indi la erige arbitrariamente a prassi ordinaria del regime nazista,
infine deduce che la missione di Gerstein, rientrando in questa prassi ordinaria,
non aveva nulla di stupefacente!
5) I punti meritevoli di considerazione
Dopo aver liquidato sbrigativamente con questi metodi truffaldini le «obiezioni facilmente confutabili», la Pisanty si accinge ad esaminare «qualche punto meritevole di essere presso in considerazione». A questo riguardo ella rileva:
«Si tratta per lo più di osservazioni su quei brani del rapporto, già segnalati in precedenza, in cui la figura di Gerstein appare un po’ ambigua, tanto che il lettore ha l’impressione che l’autore tralasci qualche anello importante del suo racconto.
Ad esempio, non è chiaro come sia conciliabile l’affermazione secondo cui la destinazione del viaggio in Polonia fosse nota solo all’autista con il fatto che Gerstein, pur ignorando la sua destinazione, abbia imbarcato il dottor Pfannenstiel (che evidentemente doveva sapere dove stava andando). Inoltre, il racconto del
233 Ferdinand Flury, Franz Zernik, Schädliche Gase, Dämpfe, Nebel, Rauch- und Staubarten. Verlag von Julius Springer, Berlino, 1931, p. 219.
234 Vedi Rassinier, il revisionismo storico e il loro critico Florent Brayard, op. cit., pp. 36-43, e Olocausto:dilettanti allo sbaraglio, op. cit., pp. 282-287.
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seppellimento del veleno fuori del lager di Belzec sembra contraddittorio: non si capisce se Gerstein abbia nascosto l’acido cianidrico prima (di sua iniziativa) o dopo avere incontrato Wirth a Belzec. Osservo incidentalmente che tali ambiguità furono notate dal giudice istruttore Mathieu Mattei durante il suo interrogatorio a Gerstein del 19.7.1945 235, e che in quell’occasione Gerstein rispose che l’acido non fu mai portato dentro il campo di Belzec, ma che fu nascosto a duecento metri da esso dall’autista e da Gerstein stesso, col pretesto che esso si fosse danneggiato e fosse divenuto pericoloso. Giunto al campo (sempre secondo la deposizione), Gerstein informò il comandante Wirth dell’accaduto e quest’ultimo gli diede il permesso di sotterrare l’intera partita di acido a duecento metri dal lager. La spiegazione fornita da Gerstein non è del tutto soddisfacente (altrove si ha l’impressione che la distruzione dell’acido cianidrico sia stata un’iniziativa esclusivamente sua), così come può apparire insufficiente la giustificazione che egli fornisce al giudice sul perché a Berlino nessuno gli abbia chiesto un resoconto della sua missione (Wirth, che aveva una grossa influenza a Berlino, avrebbe sollevato Gerstein dal suo incarico di rendere conto alle autorità centrali dell’esito della missione). Premesso che può sempre darsi che le cose siano andate proprio come Gerstein le racconta, è legittimo sospettare che al resoconto di Gerstein manchi qualche elemento e ci si potrebbe domandare se Gerstein avesse un qualche interesse a fornire un rendiconto incompleto. Ciò nonostante, simili obiezioni non hanno nulla a che vedere con la qualità della sua testimonianza oculare e riguardano piuttosto le circostanze periferiche del viaggio di Gerstein a Belzec e a Treblinka» (pp. 120-121, corsivo mio).
Bisogna apprezzare l’arduo sforzo semiotico con cui la Pisanti tenta di minimizzare le contraddizioni insuperabili del rapporto Gerstein o addirittura di eliminarle insinuando che «può sempre darsi» che il racconto di Gerstein sia veritiero. Ma quale racconto, dato che Gerstein di tale episodio ha fornito due racconti che non sembrano, ma sono contraddittori?
Di fronte a tali contraddizioni, il giudice Mattei ha incalzato :
«Stamattina ci avete dichiarato che quarantaquattro bottiglie di cianuro - il vostro intero carico, una delle bottiglia essendo stata vuotata - non erano arrivate al campo di Belzec perché erano state nascoste dall’autista e da voi stesso a circa 1.200 metri dal campo,
poco fa ci avete detto di essere arrivato al campo con il vostro carico.
Quando dite la verità?»236
Quanto alla pretesa che queste obiezioni non abbiano «nulla a che vedere con la qualità» della «testimonianza oculare» di Gerstein, ho mostrato sopra quanto sia fondata.
Per quanto riguarda la conclusione della missione di Gerstein, solo chi non ha la più pallida idea delle procedure e delle gerarchie delle SS può credere seriamente che forse le cose sono andate proprio come le ha descritte Gerstein. Ampliamo dunque il ristretto orizzonte della Pisanty. Globocnik era all’epoca SS- und Polizeiführer (Capo delle SS e della Polizia) del distretto di Lublino e, in quanto tale, dipendeva dallo Höhere SS- und Polizeiführer (Alto Capo delle SS e della Polizia) del Governatorato generale, SS-Obergruppenführer
235 Come la Pisanty ha letto nel mio libro; vedi Il rapporto Gerstein: Anatomia di un falso, op. cit., p. 71.
236 Il rapporto Gerstein: Anatomia di un falso, op. cit., pp. 71-72.
Parte 6
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Krüger. Tuttavia, come capo dell’ “azione Reinhard”, il presunto nome in codice dello sterminio degli Ebrei orientali237, Globocnik dipendeva direttamente da Himmler.
Se la storia raccontata da Gerstein fosse vera, l’ordine di cambiare il sistema di funzionamento delle camere a gas dei campi di sterminio orientali (un «segreto di Stato») non sarebbe potuto venire che da Himmler, il quale lo avrebbe comunicato direttamente
da un lato al RSHA per la scelta dell’ufficiale SS da incaricare di questo compito (e, in ottemperanza a quest’ordine, il RSHA si sarebbe rivolto a Gerstein),
dall’altro a Globocnik, affinché lo facesse eseguire dall’ufficiale in questione.
Come si può dunque credere che Gerstein possa essere ritornato tranquillamente a Berlino senza aver eseguito la sua missione e senza che né Himmler personalmente, né l’ufficiale superiore che aveva dato l’incarico a Gerstein gli chiedesse nulla?
Un altro punto che la Pisanty considera meritevole di attenzione è la cronologia della visita di Gerstein a Belzec e a Treblinka, beninteso, specificando che tale questione rientra semplicemente nella «classe di obiezioni di per sé legittime, ma non rilevanti dal punto di vista negazionista» (p. 121). La Pisanty, non trovando nessun cavillo semiotico da opporre ad essa, deve prendere atto che la contraddizione è reale. Dopo aver ipotizzato che «al momento di scrivere il suo rapporto, Gerstein fosse in stato di agitazione e di offuscamento mentale» (p. 121, corsivo mio), ella riporta la mia presunta conclusione che «allora la giornata della gasazione non è mai esistita» (pp. 121-122) e commenta:
«Ancora una volta, vi è un’enorme sproporzione tra l’elemento dissonante e le conclusioni che ne vengono tratte. Dovendo scegliere tra l’ipotesi che (a distanza di quasi tre anni) Gerstein si sia sbagliato sulle date e quella che egli abbia solo immaginato di vivere una giornata così traumatica come quella descritta nel rapporto, Mattogno opta per la soluzione meno economica» (p. 122).
Ancora una volta la nostra dottoressa dà un saggio della sua capziosità, sia isolando l’argomento dal contesto generale, sia fingendo di non capirne il significato. Al riguardo ho scritto.
«Riassumendo, Gerstein è andato a Treblinka al tempo stesso il 19, il 20 e il 21 agosto e la “gasazione” non è mai avvenuta,
perché egli è andato a Belzec il 18 agosto, giorno in cui non vide alcun morto,
e il 19 agosto, che è il giorno successivo a quello della “gasazione”, egli è andato a Treblinka!
Questa “gasazione” per di più ha avuto luogo al tempo stesso a Belzec e a Lublino! Ma non è tutto.
Gerstein ha trascorso nei campi di Globocnik tre giorni secondo il T-1313-b, due giorni, cioè il 17 e 18 agosto, secondo W, il che è ulteriormente in contraddizione con la data della visita a Treblinka, la quale è a sua volta contraddittoria. Infine, siccome la visita di Gerstein ai “campi di sterminio” è durata al massimo tre giorni ed egli ha fatto un viaggio che è durato circa due settimane, è chiaro che egli ha impiegato
237 Per quanto risulta dai documenti, l’azione Reinhard consisteva nella raccolta di tutti i bene sottratti agli Ebrei che venivano deportati all’ Est. Il nome viene comunemente fatto derivare da Reinhard Heydrich, il capo della Sipo e del SD morto il 4 giugno 1942 in seguito alle ferite riportate in un attentato da parte di partigiani cechi. Come ha rilevato Uwe Dietrich Adam, «il nome evoca senza dubbio più verosimilmente quello del segretario di Stato alle Finanze Fritz Reinhardt, una ortografia che si ritrova precisamente in certi documenti dell’operazione Reinhard(t)». U. D. Adam, «Les chambres à gas», in: Colloque de l’Ecole des Hautes Etudes en Sciences sociales, L’Allemagne nazie et le génocide juif. Gallimard-Le Seuil, Parigi, 1985,
p. 259.
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circa 11 giorni per andare da Berlino a Lublino e per tornare da Treblinka a Berlino!»238.
A tutto ciò bisogna aggiungere l’ulteriore contraddizione di Gerstein sui campi da lui visitati all’interno di questa cronologia, che sono in pari tempo Belzec e Treblinka; Belzec, Treblinka e Sobibór, ma non Majdanek; Belzec, Treblinka e Majdanek, ma non Sobibór239.
Di fronte a questo intricato groviglio di contraddizioni insuperabili, è la Pisanty che opta per la soluzione meno economica, tentando di spacciare per un banale errore di date una cronologia chiaramente fittizia.
6) Un punto immeritevole di considerazione
Come ho accennato sopra, la Pisanty passa sotto silenzio non solo interi capitoli del mio studio, ma anche gli argomenti più irritanti all’interno dei capitoli che esamina. Uno dei tanti che l’Autrice non ritiene meritevoli di considerazione è il seguente.
Supponiamo che Gerstein abbia realmente assistito ad una gasazione omicida a Belzec e che volesse informare gli Alleati di questo mostruoso massacro. Poiché, purtroppo, non tutti hanno il candore della nostra dottoressa, ma taluni, affetti dalla «sindrome del sospetto», non sono disposti a credere a una tale storia senza prove, cosa di cui Gerstein era ben consapevole, ci si attenderebbe che egli abbia raccolto e custodito gelosamente tutte le prove documentarie relative, in originale o in copia, ad esempio,
l’ordine di missione scritto del 10 giugno 1942,
l’ordine di prelievo dell’acido cianidrico a Kolin,
il biglietto ferroviario Varsavia-Berlino,
un rapporto sulla sua attività di disinfestazione a Lublino (40.000 tonnellate di tessuti!), insomma, una qualunque traccia del suo viaggio.
Ora, quali ocumenti Gerstein consegnò ai due ufficiali americani insieme al suo rapporto?
Nell’ordine:
- una lettera della DEGESCH del 9 giugno 1944,
- 12 fatture della DEGESCH indirizzate a Kurt Gerstein relative alla consegna di 1.185 kg di Zyklon B a Oranienburg e di 1.185 kg ad Auschwitz.
E questo è tutto.
Perché egli non addusse nessun documento che dimostrasse la realtà del suo viaggio a Belzec?
Prevengo la solita insulsa scappatoia della Pisanty relativa all'ignoranza delle circostanze: forse Gerstein ha distrutto questi documenti per timore di essere scoperto dalla Gestapo! In realtà, dopo la presunta visita, egli non solo non aveva nulla da temere dalla Gestapo, ma godeva di tale prestigio presso l’Istituto di Igiene delle Waffen-SS da meritare la pubblica gratitudine del dott. Walter Dötzer nella prefazione di una pubblicazione tecnica ufficiale del suddetto Istituto240.
238 Il rapporto Gerstein: Anatomia di un falso, op. cit., pp. 59-60.
239 Idem, p. 50.
240 Arbeitsanweisungen für Klinik und Laboratorium des Hygiene-Institutes der Waffen-SS, Berlin.Herausgegeben von SS-Standartenführer Dozent Dr. J.Mrugowski. Heft 3. Entkeimung, Entseuchung und Entwesung. Von Dr. Med. Walter Dötzer. Verlag von Urban Schwarzenberg. Berlino e Vienna, 1943, p. III:
«Qui vorrei esprimere il mio ringraziamento all’ SS-Obersturmführer (F)[specialista] ing. Gerstein per la sua consulenza in tutte le questioni tecniche».
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7) Le critiche indirette
Nella mia analisi del rapporto Gerstein ho ripreso gli argomenti dei critici precedenti che ho ritenuto fondati (scartando quelli infondati) e li ho inseriti in un contesto generale che conferisce loro una forza dimostrativa maggiore. La Pisanty ha esaminato alcuni di questi argomenti nella critica di altri autori revisionisti. Rispondo dunque anche a questi.
1) «Rassinier ironizza inoltre sulla visita di Hitler e Himmler a Lublino il 15 agosto 1942, evidente falso storico. Ma Wellers ha giustamente osservato che non si tratta di una affermazione di Gerstein stesso, bensì di una dichiarazione fatta da Globocnik durante la sua conversazione con Gerstein e Pfannenstiel: dunque,Gerstein si limita a riportare ciò che gli è stato detto e non vi è motivo di supporre che egli stia mentendo consapevolmente» (p. 101).
In realtà, come io ho osservato ancora più giustamente241, qui non si tratta di una dichiarazione di Globocnik, ma di una dichiarazione di Gerstein che attribuisce tale dichiarazione a Globocnik, e questa non lieve sfumatura non dovrebbe sfuggire a una dottoressa in semiotica. Ovviamente, se si parte dal presupposto che l’incontro descritto da Gerstein sia reale e che egli riporti fedelmente le parole di Globocnik, la cosa cambia, ma soltanto in quanto si assume a priori ciò che deve essere dimostrato.
La spiegazione di Wellers è una semplice arrampicata libera sugli specchi, perché egli pretende che «Globocnik così fa sentire ai suoi interlocutori l’alto grado della sua intimità con i due personaggi onnipotenti del regime» (p. 101).
E perché mai, di grazia, l’onnipotente SS- und Polizeiführer del distretto di Lublino, un SSBrigadeführer242 (generale di brigata) presuntamente incaricato da Himmler stesso dello sterminio degli Ebrei orientali e responsabile dei campi di sterminio dell’ “azione Reinhard” avrebbe dovuto far «sentire» con una sciocca vanteria ciò che un misero SSUntersturmführer (sottotenente) avrebbe sentito naturalmente per la differenza abissale di grado?
Del resto, come ho già rilevato243, questa non è l’unica sciocchezza che Gerstein mette in bocca a Globocnik, attribuendogli degli spropositi ancora più gravi:
- il rendimento giornaliero degli impianti di sterminio:
15.000 uccisioni a Belzec,
20.000 a Sobibór e
25.000 a Treblinka244,
cifre decisamente assurde sia in considerazione del numero sia della superficie delle rispettive “camere a gas”;
- l’utilizzazione media (durchschnittliche Ausnutzung) degli impianti di Belzec:
11.000 uccisioni dal mese di aprile (seit April) sino ad allora (bisher)245, il che corrisponde alla
241 Olocausto: dilettanti allo sbaraglio, p. 281.
242 Gerstein riesce a sbagliare persino il grado del suo superiore, attribuendogli quello di SS-Gruppenführer und General (sic!), mentre il giorno del presunto incontro Globocnik era SS-Brigadeführer und Generalmajor der Polizei; egli fu promosso SS-Gruppenführer und Generalleutnant der Polizei quasi tre mesi dopo, il 9 novembre 1942 (NS-Vernichtungslager im Spiegel deutscher Strafprozesse. Herausgegeben von Adalbert Rückerl. DTV Dokumente, Monaco, 1979, p. 37).
243 Olocausto: dilettanti allo sbaraglio, op. cit., p. 281, nota 16.
244 PS-2170, p.3.
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gasazione di circa un milione e mezzo di persone, mentre la cifra ufficiale delle vittime è 600.000;
- l’impossibile ignoranza da parte di Globocnik della posizione di Sobibór («Sobibor, bei Lublin, ich weiss nicht genau wo»,«Sobibor, presso Lublino, non so esattamente dove»), con lo sproposito supplementare che, trovandosi Gerstein e Globocnik a Lublino, in Polonia, questi senta il bisogno di precisare che tale campo si trovava «presso Lublino in Polonia»: e a quale altra Lublino avrebbe potuto pensare Gerstein?
- il rendimento degli impianti di sterminio in fatto di tessuti: 10 o 20 volte più dell’intera raccolta fatta fino al 17 agosto 1942 246, ossia 400.000-800.000 tonnellate, l’equivalente di 59.250-118.500 vagoni merci, che erano stati complessivamente 3.400.
2) «la cifra di 25 milioni di vittime dei lager (e non “i 25 milioni di vittime delle camere a gas”, come sostiene Butz) è eccessiva: ma l’esagerazione numerica è una costante di quasi tutte le testimonianze sui lager nazisti...»(p. 102, corsivo mio).
Rilevo anzitutto che qui la Pisanty mentisce sapendo di mentire, affidandosi forse alla stupidità o alla scarsa memoria del suo lettore. Infatti, nella sua traduzione del rapporto Gerstein, si legge:
«A Belzec e a Treblinka non ci si è presi la briga di calcolare con un minimo di esattezza il numero degli uomini uccisi. Le cifre diffuse dalla British Broadcasting Co. Radio senza filo non sono giuste. In realtà si tratta complessivamente di circa 25.000.000 di uomini. Non soltanto ebrei, ma polacchi e cèchi biologicamente senza valore, secondo l’opinione dei nazisti. Delle commissioni di pseudomedici, in realtà semplici giovani delle SS con camici bianchi e limousines, percorrevano i villaggi e le città della Polonia e della Cecoslovacchia per indicare i vecchi, i tubercolotici, i malati da far sparire, qualche tempo dopo, nelle camere a gas» (p.89, corsivo mio).
Come si vede, la cifra di 25.000.000 milioni, si riferisce proprio alle vittime delle camere a gas, come sostiene Butz.
Inoltre la Pisanty, come al solito, finge di ignorare il giuramento di Gerstein secondo il quale tutte le sue affermazioni sono vere alla lettera, e ciò vale anche per la seguente spiegazione:
«Analogamente, egli non ha contato a una a una le persone sui convogli, ma ha tradotto in cifre (6700) una generica impressione di moltitudine, magari riportando i dati fornitigli da qualche borioso responsabile del campo» (p. 101).
Un’ultima osservazione sulla freddezza di Gerstein.
«I negazionisti obiettano che in altre occasioni, come quando cronometra la durata esatta della gasazione a Belzec, Gerstein si dimostra freddo e impassibile. Non ritengo che l’impulso a cronometrare il supplizio sia di per sé segno di imperturbabilità: al contrario, esso potrebbe essere dettato dallo sgomento di fronte alla disumana durata della gasazione» (p. 115).
Vediamo il comportamento di Gerstein nella traduzione presentata dalla Pisanty:
«L’ SS-Unterscharführer Heckenholt fa fatica a far funzionare il motore Diesel. Ma non funziona. Arriva lo Hauptmann Wirth. Si vede, ha paura perchè io vedo il
245 Idem.
246 T-1310, p. 7.
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disastro. Sì, io vedo tutto, e aspetto. Il mio cronometro “stop” ha segnato tutto, 50 minuti, 70 minuti, il Diesel non funziona [...].
Lo Hauptmann Wirth, furioso, sferra 11, 12 scudisciate sul viso dell’ucraino che è l’aiutante di Heckenholt [...].
Dopo 2 ore e 49 minuti - l’orologio stop ha registrato tutto - il Diesel si mette in moto [...].
Passano altri 25 minuti. Molti, è vero, sono già morti [...].
Dopo 28 minuti pochi sopravvivono ancora. Dopo 32 minuti, infine, tutti sono morti» (pp. 87-88).
E questo sarebbe un atteggiamento «dettato dallo sgomento»? A me sembra invece l’atteggiamento di un bravo burocrate dello sterminio che col suo cronometro - “stop” - controlla attentamente la messa in moto del motore, senza lasciarsi sfuggire nel frattempo in numero esatto delle scudisciate inferte da Wirth, indi - “stop” - controlla tutte le fasi dell’agonia delle vittime.
8) Il documento “Tötungsanstalten in Polen”
Nella critica della mia analisi di questo documento la Pisanty fornisce un altro glorioso esempio della sua onestà intellettuale:
«Se il rapporto stilato da von Otter nel 1942 è andato perduto, lo stesso non si può dire di quello redatto da un membro della resistenza olandese (Cornelius van der Hooft) che, venuto a conoscenza della testimonianza di Gerstein tramite l’amico comune Ubbink, nel marzo 1943 scrisse un testo di tre pagine intitolato Tötungsanstalten in Polen (Stabilimenti dell’uccisione in Polonia) in presenza di un uomo di collegamento con l’Inghilterra. Il rapporto fu nascosto in un pollaio e ritrovato dopo la guerra. Esso riprende molte delle informazioni presenti nel rapporto di Gerstein, con qualche minima differenza (cifre, ortografia dei nomi,esatta cronologia, ecc.), che non fa altro che rassicurarci circa la sua autenticità.
Infatti non dovrebbe sorprendere che, nel passaggio da Gerstein a Ubbink e da questi a van der Hooft, il racconto originario abbia subìto qualche alterazione - oltretutto, non è nemmeno detto che Gerstein abbia riferito all’amico olandese esattamente gli stessi dettagli che poi ha registrato nel suo rapporto del 1945.
Questo documento crea un problema per i negazionisti per via della sua data di stesura in quanto rende difficile ripiegare sull’ abituale scappatoia di dichiarare manomessa ogni testimonianza registrata dopo la fine della guerra. Mattogno non si scoraggia di fronte a un simile ostacolo e costruisce la sua argomentazione a partire dalla dichiarazione di apertura del testo olandese:
“Il racconto che segue qui sotto in tutto il suo orrore, la sua incredibile brutalità e atrocità, ci è giunto dalla Polonia con la pressante preghiera di volerne informare l’umanità. La sua veridicità è garantita da un ufficiale SS tedesco di alto grado, il quale, sotto giuramento e con preghiera di pubblicazione, ha reso la seguente dichiarazione...”.
Secondo Mattogno, il riferimento alla dichiarazione resa sotto giuramento e con preghiera di pubblicazione implica che l’ufficiale SS stesso abbia redatto il
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documento in questione, e che il testo olandese non sia altro che una traduzione di tale dichiarazione scritta. Il fatto che il rapporto sia la traduzione di una stesura originale tedesca sarebbe confermato dalla presenza nel testo di varie locuzioni tedesche.
Se l’ufficiale SS autore del documento fosse veramente Gerstein, allora le discrepanze riscontrate nel testo olandese rispetto al rapporto del 1945 non sarebbero più attribuibili a deformazioni dovute al passaggio orale delle informazioni ivi contenute. Un simile salto logico non viene reso esplicito da Mattogno, ma è necessario per conferire una certa coerenza interna alla sua argomentazione (secondo un principio di carità interpretativa che peraltro Mattogno stesso non applica nella sua lettura dei testi).
Mattogno non sembra molto sicuro circa le conclusioni da trarre da tale presunta anomalia. Inizialmente sostiene che il testo olandese “potrebbe essere un falso elaborato nel 1945 e retrodatato”. Appena tre pagine dopo viene avanzata l’ipotesi che il rapporto del 25 marzo 1943 costituisca “un primo aborto della fantasia di Gerstein, che si è scatenata fino al ridicolo e all’assurdo nelle successive rielaborazioni dell’aprile e del maggio 1945”.
In realtà, l’anomalia non sussiste poiché la premessa dell’argomentazione falsificante è traballante. Non vi è motivo di ritenere che il fatto che la dichiarazione sia stata resa sotto giuramento significhi che essa è stata scritta direttamente dall’ufficiale tedesco di cui parla il testo olandese» (pp. 124-126,corsivo mio).
Premetto che io sono il primo studioso che si sia procurato (con grande fatica), abbia tradotto dall’olandese e abbia analizzato questo “ostacolo”, del quale prima non si sapeva neppure se esistesse davvero.
La Pisanty solleva tre questioni essenziali. Comincio dalla prima.
1) Chi è l’autore del rapporto contenuto nel documento?
La struttura argomentativa della nostra dottoressa è basata su un errore di Louis de Jong, secondo il quale il documento in questione - che evidentemente, all’epoca, egli non aveva letto - fu redatto da Cornelius van der Hoof su racconto di Ubbink. Ciò è impossibile,perché il rapporto è interamente redatto in prima persona singolare. O forse il resistente olandese era riuscito a penetrare a Belzec travestito da ufficiale SS? Questo fatto risulta chiarissimamente dagli ampli stralci del documento che ho pubblicato, dopo la lettura dei quali solo in perfetta malafede si può continuare a sostenere che l’autore del rapporto sia Cornelius van der Hoof.
In polemica con l’indicazione errata di de Jong, ho scritto appunto ciò:
«Tuttavia in tale rapporto si parla di una “dichiarazione” (verklaring) fatta “sotto giuramento” (onder eede) da un “ufficiale SS tedesco di alto grado” (een hooggeplaats Duitsch s.s. officier), il che significa che il testo del rapporto è stato redatto direttamente da questo ufficiale. Esso non può dunque essere un resoconto di terza mano, tanto più che è scritto in prima persona. Ciò fa pensare che il rapporto in questione sia la traduzione di una stesura originale tedesca, come è
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testimoniato dalle varie locuzioni tedesche - a cominciare dal titolo - e dai vari germanismi che vi ricorrono»247.
Non menzionando il fatto essenziale che il documento è redatto in prima persona, la Pisanty dimostra tutta la disonestà della sua metodologia argomentativa.
2) Chi è l’ufficiale SS autore della stesura originale del rapporto?
Nel 1985 su tale questione non ho preso una posizione precisa. Trovandomi di fronte a due possibilità ho rilevato che, nel caso che il documento fosse un falso antidatato, il falsario sarebbe stato un incapace - cosa che consideravo alquanto improbabile:
«Che tale stesura originale sia da attribuire a Gerstein è perlomeno dubbio, perché in realtà non esiste alcuna prova conclusiva dell’autenticità del documento. Esso potrebbe essere un falso elaborato nel 1945 e retrodatato. In tal caso, comunque,sarebbe opera di un falsario alquanto maldestro. Infatti, accanto alle indubbie affinità, peraltro piuttosto generiche, con le successive versioni del rapporto Gerstein, esso presenta però rispetto ad esse discrepanze e contraddizioni rilevanti»
248.
Nel caso invece che Gerstein ne fosse stato l’autore, il rapporto, con le sue ulteriori contraddizioni inspiegabili sul piano razionale, avrebbe aggravato ulteriormente il valore e il significato dei rapporti del 1945 - concetto che nel 1985 ho espresso con un tono un po' acceso:
«Il rapporto del 25 marzo 1943 costituirebbe dunque soltanto un primo aborto della fantasia di Gerstein, che si è scatenata fino al ridicolo e all’assurdo nelle successive rielaborazioni dell’aprile e del maggio 1945»249.
La Pisanty, con la sua tipica onestà intellettuale, trasforma dunque l’esame di due ipotesi diverse in una contraddizione!
Escludendo l’ipotesi insostenibile del falso antidatato (perfino un bambino avrebbe fatto un riassunto dei rapporti del 1945 migliore del racconto che appare nel documento in questione), resta una sola conclusione: il rapporto contenuto nel documento è stato redatto da Gerstein stesso. Ciò è dimostrato dal seguente particolare nel testo:
«In occasione di conversazioni che feci con ufficiali tedeschi che prestavano servizio in Polonia e in Russia, ascoltai i più incredibili racconti di atrocità e quando poi fu ricevuta la notizia della morte improvvisa della mia cognatina pazza,decisi che non avrei avuto pace finché non avessi scoperto che cosa ci fosse di vero nei racconti di atrocità e nelle morti dei pazzi»250.
Nel 1945 Gerstein narra lo stesso episodio:
«Quando appresi del massacro dei malati mentali che iniziava a Grafenek e Hadamar e altrove, decisi di tentare in ogni modo di guardare dentro a questi forni e a queste camere e di sapere che cosa vi accadesse, tanto più che una [mia] cognata sposata, Bertha Ebeling, fu uccisa a Hadamar»251.
Chi può essere la «cognatina pazza» summenzionata se non Bertha Ebeling?
247 Il rapporto Gerstein: Anatomia di un falso, op. cit., p.103.
248 Idem, p. 103.
249 Idem, p. 106.
250 Tötungsanstalten in Polen, p. 1; vedi: Il rapporto Gerstein: Anatomia di un falso, op. cit., p.100.
251 T-1310, p. 4.
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L’unica conclusione che si può trarre da quanto ho esposto è che Kurt Gerstein è l’autore del rapporto contenuto nel documento del 25 marzo 1943 e che egli ha redatto di suo pugno un testo in tedesco intitolato, appunto in tedesco, Tötungsanstalten in Polen, che fu poi tradotto in olandese con l’aggiunta di qualche riga di presentazione.
3) Il rapporto del 25 marzo 1943 rispecchia il rapporto Gerstein del 1945?
La Pisanty sostiene - falsamente - che il rapporto fu reddatto da van der Hooft in base alle informazioni che Ubbink aveva ricevuto da Gerstein; in questo «passaggio» il «racconto originario» avrebbe subìto «qualche alterazione», tuttavia esso presenterebbe solo «qualche minima differenza (cifre, ortografia dei nomi, esatta cronologia, ecc.)» rispetto al rapporto del 1945. Qui ci troviamo di fronte a una patetica menzogna: i due rapporti presentano in realtà contraddizioni sostanziali, in particolare:
a) sulle circostanze della visita ai presunti campi di sterminio:
1943: Gerstein prende l’iniziativa, si mette in contatto con ufficiali SS in Polonia,guadagna la loro fiducia e riesce infine ad «ottenere il consenso» a visitare due «Tötungsanstalten»;
1945: Gerstein viene prescelto inopinatamente dal RSHA per una missione tanto segreta che non gli viene comunicata neppure la destinazione;
b) sui campi visitati:
1943: Gerstein non è riuscito ad «ottenere l’accesso» a Majdanek e a Sobibór;
1945: Gerstein ha ottenuto l’accesso a Majdanek e a Sobibór252;
c) sul trattamento delle vittime:
1943: al loro arrivo, le vittime vengono rinchiuse in apposite baracche;
1945: al loro arrivo, le vittime vengono lasciate all’aperto,
d) sulla disposizione delle vittime nelle camere a gas:
1943: 700-800 persone vengono ammassate nell’intero edificio;
1945; 700-800 persone vengono ammassate in una sola camera a gas di 20 o 25 m2;
e) sulla tecnica di gasazione:
1943: la gasazione avviene con l’ausilio di un grosso trattore;
1945: la gasazione avviene con un vecchio motore Diesel;
f) sulla durata dell’agonia delle vittime.
1943: le vittime muoiono tutte «nel giro di un’ora»; nessun inconveniente di funzionamento;
1945: le vittime muoiono dopo 32 minuti; il motore si mette in moto dopo 2 ore e 49 minuti;
g) sulla procedura di registrazione delle vittime:
1943: a Belzec e a Treblinka viene registrato statisticamente il numero delle vittime,
1945: a Belzec e a Treblinka non viene registrato statisticamente il numero delle vittime;
h) sul rendimento massimo di Belzec:
1943: 3.200 vittime al giorno;
1945: 15.000 vittime al giorno.
252 Nel PS-2170 questo campo non è tra quelli visitati da Gerstein.
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9) I garanti di Gerstein
Nel mio studio su Gerstein ho raccolto ed analizzato le testimonianze dei presunti garanti della sua narrazione: il barone von Otter, il vescovo Dibelius, Wilhelm Pfannenstiel e Rudolf Reder.
a) Il barone von Otter
La Pisanty riassume così il capitolo che dedico a questo personaggio253:
«In una lettera del 1948, il diplomatico svedese von Otter ha confermato di avere incontrato Gerstein su un treno nell’estate 1942, e di averne raccolto la testimonianza e l’accorato appello, così come risulta dal rapporto. Dopo l’incontro,von Otter si mise in contatto col vescovo Otto Dibelius a Berlino per informarsi sull’attendibilità di Gerstein e poi redasse un rapporto dettagliato del suo colloquio con Gerstein. Tale rapporto (andato perduto) non è mai stato spedito in quanto,dovendo recarsi di persona a Stoccolma poco dopo, von Otter decise di riferire oralmente al governo svedese del suo colloquio. Sfortunatamente (o fortunatamente,a seconda della tesi che si vuole sostenere) manca la trascrizione del rapporto orale di von Otter ai funzionari del governo svedese. Nonostante von Otter abbia successivamente confermato che i contenuti del rapporto Gerstein coincidono con ciò che egli apprese durante il suo dialogo in treno, Mattogno ritiene che, siccome non esiste traccia scritta del rapporto di von Otter al governo svedese, “è lecito perlomeno dubitare della realtà della comunicazione orale di von Otter al suo governo”. Mattogno afferma inoltre che non esiste alcuna prova dell’incontro di von Otter con Gerstein, ma che - se anche tale incontro fosse avvenuto -evidentemente esso apparve talmente insignificante al diplomatico svedese da non indurlo nemmeno a stilare un rapporto scritto.
Qui Mattogno fa un uso improprio dei dati di cui dispone: siccome non rimane più traccia del rapporto di von Otter, egli balza alla conclusione (tutta da dimostrare) che tale rapporto non sia mai stato steso» (p. 124).
In realtà è la Pisanty che fa un «uso improprio dei dati». Tutta la sua argometazione si fonda infatti sul presupposto «tutto da dimostrare» che tale rapporto sia esistito.
Con un abile gioco di prestigio, l’allieva di Eco gira le carte in tavola e pretende che non spetti a lei dimostrare l’esistenza del rapporto,
ma
spetti a me dimostrarne l’ inesistenza!
Ricapitoliamo:
- l’incontro Gerstein-von Otter sarebbe avvenuto sul treno Varsavia-Berlino alla fine di Agosto del 1942: il barone von Otter non ha mai dimostrato di essersi trovato a Varsavia in quel periodo e di aver fatto quel viaggio;
- del presunto rapporto scritto redatto da von Otter a Berlino non esiste alcuna traccia documetaria nel Riksarkivet di Stoccolma;
- del presunto rapporto orale di von Otter al governo svedese non esiste parimenti alcuna traccia documentaria.
253 Il rapporto Gerstein: Anatomia di un falso, op. cit., capitolo IV, Il testimone Göran von Otter, pp. 87-97.
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Nonostante ciò, la Pisanty non solo assume come un fatto indubitabilmente certo che il rapporto in questione sia esistito, ma pretende addirittura che sia io a dimostrare la sua inesistenza!
Eppure il «postulato della storia scientifica» esposto da Baynac parla chiaro: «niente documento, niente fatto accertato».
La lettera del barone von Otter non è del 1948 (come afferma la nostra dottoressa), ma del 23 luglio 1945. Si tratta di una lettera in svedese indirizzata al barone Lagerfelt che ho tradotto e riassunto nel mio libro. Essa, più che confermare il presunto incontro del diplomatico svedese con Gerstein, fa nascere ulteriori dubbi. Anzitutto essa riporta le presunte dichiarazioni di Gerstein in modo estremamente scarno:
«La relazione sulla “fabbrica dei cadaveri” di Belzec è vaga e generica e non raggiunge le sei righe: non si parla di Ebrei né degli altri tre “campi di sterminio”»254.
In secondo luogo, essa contiene una stridente contraddizione :
«Nella lettera von Otter dichiara che Gerstein aveva proposto “la cosa” (saken) a Dibelius. “La cosa”, come risulta dal contesto, si riferisce al progetto di Gerstein di far diffondere e confermare da una potenza neutrale “la conoscenza dello sterminio umano” (kännedom om människoutrotningen), cioè dello “sterminio” perpetrato nei campi polacchi. La dichiarazione è dunque necessariamente falsa, perché Gerstein si trovava ancora sul treno Varsavia-Berlino e non poteva perciò aver già parlato al riguardo con Dibelius»255.
Nella foto l'ebreo Lev Poljakov,Léon Poliakov,Лев Поляков
La Pisanty pretende che von Otter «abbia successivamente confermato che i contenuti del rapporto Gerstein coincidono con ciò che egli apprese durante il suo dialogo in treno», in realtà, nella sua “conferma”, risalente al 1964(!), come ho dimostrato con un confronto di testi, egli ha tratto questi «contenuti» da un articolo di Poliakov dell’inizio di quell’anno, plagiando perfino le falsificazioni testuali apportate da costui al rapporto Gerstein!256
Ciò mi pare sufficiente per mostrare quale sia l’attendibilità di questo testimone.
b) Il vescovo Dibelius
«Altre persone - scrive la Pisanty - sono state contattate da Gerstein prima del 1945. Tra queste, il vescovo Dibelius e Wilhelm Pfannenstiel. Dibelius, con il quale Gerstein aveva avuto contatti negli anni della guerra, nel 1955 ha a sua volta confermato i contenuti del rapporto. L’unica differenza riguarda il motivo della missione di Gerstein a Belzec, che secondo Dibelius riguardava i metodi di incenerimento dei cadaveri. Tale divergenza è per Mattogno motivo sufficiente di rifiuto della testimonianza di Dibelius» (p. 126).
La questione non è così semplice come la prospetta la Pisanty. Bisogna premettere che il vescovo Dibelius testimoniò al processo di appello contro Gerhard Peters nel 1955 e il caso Gerstein era già stato discusso nel processo del 1949. Poiché era stato convocato a questo processo proprio per il fatto che Gerstein lo aveva chiamato in causa nel suo rapporto,
254 Idem, p. 92.
255 Idem.
256 Idem, pp. 95-96.
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Dibelius, quando rese la sua testimonianza, conosceva già, almeno per sommi capi, il contenuto di tale rapporto. La cosa più strana è che Dibelius, sebbene avesse asserito di aver incontrato nel 1942 Gerstein, il quale gli avrebbe descritto il presunto sterminio a Belzec, pur essendo in possesso di informazioni tanto gravi, abbia parlato per la prima volta del fatto a tredici anni di distanza. Egli avrebbe comunicato le informazioni ricevute da Gerstein al vescovo di Upsala, con preghiera di farle conoscere al mondo, ma di ciò non esiste traccia neppure negli archivi vaticani. Un altro rapporto fantasma. Per conoscere queste informazioni bisogna attendere il 1963.
Se al processo Peters Dibelius dichiarò che lo scopo della missione di Gerstein era quello di trovare un modo per eliminare «l’odore pestilenziale» provocato dall’arsione in massa dei cadaveri (il che è in contraddizione non solo con il rapporto Gerstein, ma anche con la storiografia ufficiale257), nel 1963 egli aggiunse particolari molto eloquenti: Gerstein era stato testimone di un’ «azione di cremazione» (Verbrennungsaktion) e la gasazione era avvenuta in un... «forno di gasazione»! (Vergasungsofen).
Altrettanto eloquenti sono i rapporti intercorsi tra Dibelius e von Otter. Nella lettera del 23 luglio 1945, il diplomatico svedese scrive che, dopo il presunto colloquio con Gerstein, egli incontrò il vescovo Dibelius dal quale ricevette conferma «dell’attendibilità e dell’identità dell’uomo».
Tuttavia nel 1966, al giornalista Pierre Joffroy, von Otter dichiarò:
«La coincidenza ha voluto che incontrassi, alcune settimane dopo, Otto Dibelius alla chiesa svedese di Berlino, in occasione della cerimonia di insediamento di un pastore luterano. Avrei potuto verificare allora se Gerstein mi avesse mentito se non fossi stato già convinto del suo racconto»258.
Dunque Dibelius non gli aveva confermato un bel nulla.
Vediamo ora la versione di Dibelius come viene riportata in un articolo del 1955:
«Alcuni giorni dopo, continuò il dott. Dibelius, von Otter gli si avvicinò con una richiesta di informazioni su Gerstein. Quando anche lo svedese gli parlò della conversazione sul treno espresso, il dott. Dibelius disse che i suoi dubbi venivano meno»259,perché egli non aveva creduto alla storia di Gerstein.
Ricapitolando, von Otter prima dichiara di aver ricevuto da Dibelius conferma dell’attendibilità di Gerstein, poi smentisce di aver parlato con il vescovo;
questi a sua volta dichiara di aver ricevuto conferma dell’attendibilità di Gerstein da von Otter in un incontro che quest'ultimo afferma e nega e afferma solo per dire il contrario di ciò che dice Dibelius.
Come si vede, queste testimonianze sono estremamente attendibili!
c) Wilhelm Pfannenstiel
La discussione delle dichiarazioni di questo testimone richiede un breve inquadramento storico. Al dottor Wilhelm Pfannenstiel la giustizia alleata contestò esclusivamente la sua presunta partecipazione alla visita ai campi di sterminio orientali in compagnia di Gerstein.
257 L’arsione dei cadaveri a Belzec cominciò nel novembre 1942, tre mesi dopo la visita di Gerstein. Nationalsozialistiche Massentötungen durch Giftgas, p. 188.
258 Pierre Joffroy, L’espion de Dieu. Grasset, Parigi, 1969, p. 17.
259 «Who knew of the extermination? Kurt Gerstein’s Story», in: The Wiener Library Bulletin, 9, 1955, p.
22.
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Friedländer pubblica la fotocopia di un mandato di cattura spiccato alla fine della guerra dalle autorità francesi in cui, sulla base del rapporto Gerstein, egli stesso considerato sospetto («Kurt Gerstein, che pretende di aver combattuto questa politica di atrocità...»), il dottor Pfannenstiel viene annoverato260 tra coloro «che hanno preso parte in qualche modo alle atrocità commesse nei campi di concentramento tedeschi». L’imputazione era la violazione dell’articolo 302 del codice penale, che prevedeva la pena di morte261.
Arrestato dagli Alleati, Pfannenstiel fu interrogato in veste di imputato nell’ambito del processo IG Farben (agosto-1947-giugno 1948) sui suoi rapporti con Gerstein, il cui rapporto del 26 aprile aprile 1945 (PS-1553) era già stato presentato come prova a carico e ammesso dal Tribunale nel processo dei medici (16 gennaio 1947).
Per salvarsi la pelle, egli cercò di barcamenarsi in qualche modo confermando di aver assistito ad una gasazione omicida con gas di scarico di un motore Diesel, ma negando di essere mai stato a Belzec e a Treblinka262.
Nel 1949 la storia di Gerstein fu dibattuta al processo contro Peters ed ebbe una larga eco nella stampa tedesca263.
Ma Pfannenstiel, sebbene prosciolto da ogni imputazione dalla giustizia alleata, doveva ancora affrontare lo scoglio finale della giustizia tedesca.
Il 6 giugno 1950, quando fu interrogato dal Tribunale provinciale di Darmstadt, egli era ancora un imputato, ma all’interrogatorio successivo (9 novembre 1959) era già divenuto un semplice testimone.
In questo periodo egli iniziò la sua carriera di garante ufficiale della veridicità del rapporto Gerstein a beneficio della nascente storiografia olocaustica tedesca.
I risultati non si fecero attendere:
Pfannenstiel fu prosciolto per mancanza di prove da tre istruttorie intentate contro di lui dal pubblico ministero di Marburg/Lahn (un piccolo atto di gratitudine da parte della magistratura) e tutti i passi relativi a lui, che lo ponevano in cattiva luce, furono espunti nella pubblicazione del rapporto Gerstein del 4 maggio 1945 curata dallo storico Hans Rothfels nel 1953 (un piccolo atto di gratitudine da parte della storiografia)264. Non stupisce dunque che, a partire dal 1950, Pfannenstiel, ufficialmente, abbia garantito in generale l’attendibilità del rapporto Gerstein (ad eccezione dei passi relativi a lui). In privato, invece, egli poteva permettersi di dire ciò che pensava realmente. Così fece in una lettera a Rassinier datata 3 agosto 1963, nella quale, tra l’altro, scrisse:
«I Suoi sospetti sulla realizzazione (Zustandekommen) del suo rapporto, una letteratura dozzinale (Kolportage265) in effetti estremamente inattendibile (höchst unglaubwürdigen) in cui la “finzione” (Dichtung) prevale di gran lunga sulla verità, come pure su come egli è morto, sono probabilmente esatti anche a mio parere»266.
Poiché Rassinier sospettava che il rapporto Gerstein fosse non veridico e non autentico, essendo opera dei due militari americani che incontrarono per primi Gerstein, è chiaro che
260 In ottima compagnia, essendo preceduto da Hitler, Himmler, Eichamm e Günther!
261 Saul Friedländer, Kurt Gerstein o l’ambiguità del bene. Feltrinelli, Milano, 1967, pp. 12-13.
262 Il rapporto Gerstein: Anatomia di un falso, op. cit., p.124.
263 Vedi ad esempio l’articolo «Cyklon B gegen KZ-Häftlinge. Bericht über ersten deutschen Giftgasprozess», in: Die Neue Zeitung, n. 34, 22 marzo 1949.
264 Il rapporto Gerstein: Anatomia di un falso, op. cit., p.127.
265 Il termine designa un «rapporto letterariamente scadente mirante a un facile effetto». Deutsches Universalwörterbuch. Dudenverlag, Mannheim/Vienna/Zurigo, 1983, p. 709.
266 Il rapporto Gerstein: Anatomia di un falso, op. cit., p.124.
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Pfannenstiel smentiva completamente la veridicità del rapporto. Nel seguito della lettera Pfannenstiel spiegava che la menzione del suo nome in questa «letteratura dozzinale» gli aveva già causato un grave pregiudizio, perciò egli voleva evitare a tutti i costi un dibattito pubblico sulla sua persona e chiedeva a Rassinier di mantenere il massimo riserbo sul suo nome.
E ciò si capisce benissimo.
D’altra parte la “conferma” di Pfannenstiel del rapporto Gerstein è chiaramente ricalcata su di esso, anche se egli trovò il modo di inserirvi (intenzionalmente?) contraddizioni e assurdità supplementari. Tanto per dirne una, Pfannenstiel, al pari di Gerstein, ha “osservato” il colore «bluastro» (bläulich) dei volti di alcuni cadaveri; in realtà il colorito delle vittime di un avvelenamento da ossido di carbonio è «rosso ciliegia chiaro»267.
Riguardo a questo testimone, la Pisanty rileva che
«il suo principale interesse è di ripulire la propria immagine imbrattata da quanto emerge dal rapporto Gerstein. A parte ciò, egli non mette in discussione quello che gli storici hanno definito l‘ “essenziale” della testimonianza di Gerstein sulle camere a gas di Belzec».
Ciò è perfettamente vero, ma la Pisanty prende l’effetto per la causa: Pfannenstiel accettò il suo ruolo di garante dell’attendibilità di Gerstein proprio per «ripulire la sua immagine», cioè per essere lasciato in pace dalla giustizia e dalla storiografia tedesche. E, come si è visto, la cosa gli riuscì molto bene.
La Pisanty finge anche di non capire il senso della lettera di Pfannenstiel a Rassinier, insinuando:
«Pfannenstiel non specifica quale parte del rapporto Gerstein susciti i suoi sospetti,ma c’è da scommettere che egli si riferisca alla parte che lo riguarda direttamente,mentre le obiezioni circa gli altri dettagli della testimonianza servono a screditare la figura dell’autore...» (pp. 126-127).
Si tratta di un banale trucco interpretativo che la nostra dottoressa realizza da un lato omettendo la mia spiegazione (il fatto che Rassinier riteneva l'intero rapporto Gerstein apocrifo e falso), dall’altro tentando di circuire il lettore per fargli credere che Pfannenstiel non si riferisse all’intero rapporto, ma soltanto ad una «parte» di esso. Il trucco riesce tuttavia solo a metà, perché al lettore attento non può sfuggire ciò che la Pisanty scrive al riguardo a p. 102:
«Per questo autore [Rassinier], il rapporto Gerstein è stato estorto con la forza da due “minus habens” armati fino ai denti (che poi sarebbero gli ufficiali Haught e Evans) i quali, dopo averlo scritto, avrebbero costretto Gerstein a firmarlo,aggiungendovi due righe di suo pugno per conferire ad esso un’apparenza di autenticità».
Se dunque la Pisanty ha capito benissimo la natura dei sospetti di Rassinier, come può pretendere in buona fede che essi si riferissero soltanto ad una «parte» del rapporto Gerstein?
d) Rudolf Reder
Riguardo alla mia discussione su questo testimone, la Pisanty scrive che
267 Vedi al riguardo Olocausto: dilettanti allo sbaraglio, op. cit., p. 144.
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«Mattogno osserva che vi sono dei brani nel testo di Reder che riprendono così da vicino le parole impiegate da Gerstein da suscitare il sospetto che che essi siano stati ricalcati, e pertanto conclude che “la ‘testimonianza’ di Rudolf Reder è completamente inattendibile”» p. 128, corsivo mio).
Dopo aver elencato «i brani incriminati», l’Autrice prosegue:
«Premesso che alcune di queste corrispondenze non dovrebbero sorprendere nessuno, visto che Reder e Gerstein hanno visto gli stessi luoghi e dunque è naturale che li descrivano in maniera analoga, quand’anche Reder fosse venuto a conoscenza del rapporto Gerstein prima di registrare per iscritto la sua testimonianza e avesse impiegato un paio di espressioni usate da Gerstein nel suo testo, ciò non sarebbe motivo sufficiente per negare ogni valore alla sua testimonianza» (p. 128, corsivo mio).
La Pisanty chiude rimarcando che, per i revisionisti, le testimonianze dei sopravvissuti «sono da scartare a priori» (pp. 128-129).
Questa argomentazione è forse il miglior esempio di disonestà intellettuale dell’intero libro; in poche righe la Pisanty riesce a condensare tutta la sua metodologia capziosa.
Anzitutto, l’argomentazione presuppone come un dato di fatto ciò che è invece oggetto di discussione,
vale a dire assume aprioristicamente la veridicità della testimonianza di Gerstein e di Reder, in base al principio che tutte le testimonianze dei sopravvissuti sono da accettare a priori.
In pratica, il ragionamento della Pisanty si riduce a questo circolo vizioso:
assumendo a priori che le testimonianze di Gerstein e di Reder siano vere, ne consegue che, se Reder ha plagiato Gerstein, ciò non infirma la deposizione di Reder, che resta vera.
In secondo luogo, per quanto riguarda i «brani incriminati» (testi praticamente identici che appaiono nelle due testimonianze), la Pisanty applica il nobile metodo dei due pesi e delle due misure: quando si tratta di inveire contro i “negazionisti” che mettono in rilievo le discordanze tra le varie testimonianze, ella sentenzia che «le inevitabili discrepanze tra le testimonianze fino a un certo punto rafforzano,anziché compromettere, una certa visione dei fatti - se non altro perché allontanano il sospetto che esse emanino tutte da un unico soggetto storico» (p. 32).
Anzi, ella si spinge ancora oltre, facendo sua la seguente asserzione di Marc Bloch:
«la nostra ragione [...] si rifiuta di ammettere che due osservatori, necessariamente situati in punti diversi dello spazio e dotati di ineguali facoltà di attenzione, abbiano potuto notare, punto per punto, i medesimi eposodi» (p. 264).
La mente della nostra dottoressa, invece, non solo non si è ribellata di fronte a due testimonianze che proferiscono la stessa assurdità (la presenza di 700-800 persone in locali di 20 o 25 metri quadrati di superficie), non solo non ha sospettato che esse emanino entrambe da «un unico soggetto storico», ma considera naturali «i medesimi episodi», perché entrambi i testimoni hanno visto le stesse cose!
Ella ha infine travisato la mia critica omettendo semplicemente qualunque riferimento alla questione - non certo irrilevante - di come e perché Reder al suo arrivo a Belzec,nonostante i suoi 61 (sessantuno) anni compiuti, non fosse stato gasato immediatamente (tanto più in quanto non aveva alcuna qualificazione specialistica che giustificasse il suo invio al campo); di come e perché egli fosse riuscito a sfuggire a 80 (ottanta) selezioni tra il personale del campo per la camera a gas; di come e perché non fosse stato gasato quando le
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sue condizioni di salute erano alquanto gravi («ero gonfio, pieno di chiazze blu e il pus [mi] usciva dalle piaghe») - tipico caso di umanitarismo dei carnefici SS!268 -, delle mirabolanti vicende in cui riuscì a fuggire dal campo269.
È in base a tutto ciò che ho concluso che la testimonianza di Reder è inattendibile.
10) Le altre testimonianze «non trattate da Mattogno»
Sfogliando l’opera di Yitzhak Arad sui campi dell’ “operazione Reinhard”270, la Pisanty ha notato che esistono altre testimonianze di cui non mi sono occupato nello studio sul rapporto Gerstein e lo segnala prontamente:
«Altre testimonianze su Belzec, non trattate da Mattogno, sono quelle di Jan Karski (membro della resistenza polacca che riuscì a infiltrarsi nel lager fingendosi una guardia), di Erich Fuchs (SS-Scharführer), dell’SS Karl Alfred Schluch e di Chaim Hirszman (l’unico superstite di Belzec - oltre a Reder - ucciso nel 1946 da un polacco antisemita). È da osservare che dopo la guerra tutti coloro che furono interrogati su Belzec confermarono l’esistenza nel lager di installazioni per la gassazione per mezzo di gas di scarico (CO) e le descrizioni delle procedure di sterminio sono concordi tra di loro» (p. 269, corsivo mio).
Di Karski mi ero già occupato in dettaglio in uno degli studi che la Pisanty ha preferito escludere dal suo campo di indagine271.
Nello studio Belzec nella propaganda, nelle testimonianze, nelle indagini archeologiche e nella storia272 ho ripreso e approfondito le dichiarazioni di Karski e degli altri testimoni invocati dalla Pisanty. Riassumendo in modo estremamente sintetico:
a) Jan Karski
La testimonianza di Karski non solo non conferma quella di Gerstein, come lascia intendere la Pisanty, ma la contraddice radicalmente.
In un rapporto del novembre 1942 egli menzionò dei “treni della morte” (col pavimento cosparso di calce viva) come strumenti di tortura per portare gli Ebrei del ghetto di Varsavia «in campi speciali a Treblinka, Belzec e Sobibor», dove venivano uccisi. Per quanto riguarda Belzec, egli gli attribuiva il metodo di sterminio allora in voga della folgorazione. Nel dicembre 1942 Karski riferì di una sua fantomatica visita - in divisa da poliziotto polacco - ad un “campo di smistamento” a cinquanta chilometri da Belzec,rielaborando il tema letterario dei treni della morte, che ora diventavano essi stessi strumento e metodo di sterminio, mentre a Belzec egli affibiava ancora i metodi di uccisione dei gas letali e della corrente elettrica.
268 R. Reder dichiara che le sue condizioni di salute erano talmente gravi che, dopo la fuga dal campo,dovette curarsi per 20 mesi!
269 Il rapporto Gerstein: Anatomia di un falso, op. cit., pp.134-136.
270 Yitzhak Arad, Belzec, Sobibor, Treblinka. The Operation Reinhad Death Camps. Indiana University Press, Bloomington and Indianapolis, 1987.
271 La soluzione finale: problemi e polemiche. Edizioni di Ar, 1991, pp. 145-147; vedi anche Olocausto:dilettanti allo sbraglio, op. cit., p. 52.
272 Effepi, Genova, 2006.
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Infine, in un libro apparso nel 1944 Karski trasformò il “campo di smistamento” nel campo stesso di Belzec, che ora pretendeva di aver visitato in divisa da guardia estone: esso non era dotato di camere a gas, ma di “treni della morte”, sui quali i detenuti venivano caricati al campo e portati a morire a circa 80 miglia di distanza!273.
Già da ciò si desume quale sia l'attendibilità del testimone e l'onestà della Pisanty che lo invoca.
b) I testimoni SS
Nel libro menzionato sopra ho esaminato le testimonianze del personale SS del campo, non solo quelle di Fuchs e di Schluch, ma anche di Josef Oberhauser, di Werner Karl Dubois e di Heinrich Gley, dimostrando che esse sono scialbi riassunti del materiale processuale precedente, rispetto al quale non apportano alcuna nuova conoscenza importante, e, al pari di esso, restano assolutamente prive di un qualunque riscontro oggettivo o documentario, sicché non hanno alcun valore storico274.
Ho inoltre approfondito le testimonianze di Pfannenstiel, ribadendo le conclusioni che ho esposto sopra275.
c) Chaim Hirszman
Questo testimone è considerato inattendibile da Michael Tregenza, il massimo storico olocaustico del campo di Belzec276.
Anzi, sorprendentemente, Tregenza considera prive di valore anche le dichiarazioni di Reder e di Gerstein. Egli afferma che «questi rapporti sono contraddittori e contengono inesattezze»; aggiunge che,
«secondo lo stato attuale delle ricerche, bisogna dichiarare anche il materiale-Gerstein come fonte dubbia, anzi, in alcuni punti, bisogna considerarlo fantasticheria» e conclude asserendo che questi rapporti «devono essere considerati tutti e tre inattendibili»!277
Così facendo, Tregenza ha riconosciuto la validità e la fondatezza della mia analisi storica delle testimonianze di Gerstein e di Reder, con buona pace della dottoressa Pisanty.
Chiudo questo capitolo con un'ultima osservazione. L'affermazione della Pisanty che ho messo in corsivo nella citazione riportata sopra, cioè che «dopo la guerra tutti coloro che furono interrogati su Belzec confermarono l’esistenza nel lager di installazioni per la gassazione per mezzo di gas di scarico (CO) e le descrizioni delle procedure di sterminio sono concordi tra di loro», è una grossolana menzogna.
La prima versione sul sistema di uccisione a Belzec che circolò durante la guerra è quella della folgorazione (in parecchie varianti)278. Al processo di Norimberga questa storia valeva ancora come verità ufficiale.
273 Belzec nella propaganda, nelle testimonianze, nelle indagini archeologiche e nella storia, op. cit., pp. 30-
44: Dalla folgorazione ai “treni della morte”.
274 Idem, pp. 85-94: Il processo Belzec.
275 Idem, pp. 71-84: Il testimone Wilhelm Pfannenstiel.
276 Idem, p. 70.
277 Idem, pp. 69-70.
278 Idem, pp. 15-30: Lo sterminio mediante elettricità.
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Le indagini condotte tra la fine del 1945 e l'inizio del 1946 dal giudice istruttore distrettuale del tribunale di Lublino e dal pubblico ministero del tribunale di Zamosc, con l'escussione di decine di testimoni, non solo non avevano chiarito quale fosse stato il presunto metodo di sterminio, ma avevano creato al riguardo una confusione inestricabile. I testimoni indiretti, che parlavano per sentito dire, menzionarono infatti alla rinfusa vari presunti metodi di esecuzione senza essere tuttavia in grado di indicare quale fosse quello unico o prevalente. L'unico testimone diretto polacco, Reder, che aveva parlato di un motore a benzina (e non Diesel, come affermava Gerstein) creò una confusione ancora più inestricabile dichiarando:
«L'aria nelle camere, dopo la loro apertura, era pura, limpida e inodore. In particolare, in esse non si percepiva alcun fumo dei gas di combustione del motore. Questi gas erano convogliati dal motore direttamente all'esterno e non nelle camere (Gazy te by.y odprowadzane z motoru wprost na dwór a nie do komór)»279.
Dunque per Reder i gas di scarico del suo motore a benzina venivano dispersi all'aria aperta ed egli ignorava come le vittime morissero, mentre per Gerstein i gas di scarico del suo motore Diesel venivano portati nelle camere e gas e provocavano la morte delle vittime!
Ma possiamo star certi che la dottoressa Pisanty troverà una spiegazione “semiotica” anche a questa lampante contraddizione.
Nella discussione del mio studio Il rapporto Gerstein: Anatomia di un falso, la Pisanty ha mostrato tutto lo spirito puramente negazionista e distruttivo da cui era animata; ella, che tanto invocava il «principio di carità interpretativa», non ha voluto riconoscere neppure i meriti indubbi del libro summenzionato, indipendentemente dalla valutazione che si possa esprimere su di esso, cioè la scoperta, traduzione e analisi da parte mia di documenti fondamentali in precedenza ignoti alla storiografia olocaustica occidentale, come vari documenti del dossier Gerstein (pp. 15-31), il rapporto in polacco del 15 novembre 1942 sulla liquidazione del ghetto di Varsavia (pp. 169), il manoscritto in olandese Tötungsanstalten in Polen (pp. 99-107), la lettera in svedese di von Otter al barone Lagerfeldt del 23 luglio 1945 (pp. 89-90), il libretto Belzec scritto da Rudolf Reder in polacco e la sua deposizione parimenti in polacco nel libro “Documenty i materialy”, entrambi apparsi nel 1946 (pp. 129-137). Il bello è che la Pisanty si è appropriata di questi documenti senza mai citare la fonte e tentando addirittura di usarli contro di me: plagiare un “negazionista” per lei sarebbe stato infatti il massimo del disonore. Allora, meglio plagiare in silenzio!
279 Idem, p. 51.
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CAPITOLO V
RUDOLF HÖSS E IL “CAMPO DI STERMINIO” DI AUSCHWITZ
1) Considerazioni generali
Nel capitolo 2.6 la Pisanty vuole dimostrare la piena attendibilità delle dichiarazioni di Höss smascherando le perfide trame di tre revisionisti: Faurisson, Stäglich e Mattogno. Mi occuperò dunque soprattutto delle critiche che l’Autrice rivolge alle mie argomentazioni,ma senza trascurare le problematiche generali.
Partendo, come al solito, dal principio dell’attendibilità e veridicità aprioristica di tutte le testimonianze, la Pisanty, nelle dichiarazioni di Höss, non può trovare che «passi ambigui», «qualche zona confusa» (p. 132), «qualche incongruenza» (p. 133), «grinze» e «anomalie» (p. 141), «alcuni anacronismi netti» (p. 142), «piccole inesattezze» e addirittura «un reale problema di datazione» (p. 160) che però si risolve facilmente con una forte dose di «buona volontà». La questione delle torture subìte da Höss è invece per l’Autrice una menzogna revisionistica:
«In genere, la tesi sostenuta dai negazionisti per quanto riguarda le dichiarazioni di Höss è che queste gli sono state estorte durante la sua prigionia, dapprima dagli inglesi che lo interrogarono dopo la cattura, e poi dai polacchi che lo processarono.
I mezzi impiegati per ottenere la testimonianza includerebbero varie forme di tortura fisica e mentale e un vero e proprio lavaggio del cervello, alla fine del quale Höss sarebbe diventato un inerme burattino nelle mani degli Alleati» (p. 144).
Evidentemente la Pisanty ignora che questa è proprio la tesi sostenuta da Pressac nell’udienza del 9 maggio 1995 del processo contro Faurisson in base alla famigerata legge antirevisionistica Fabius-Gayssot (13 luglio 1990) per aver pubblicato il libro Réponse à Jean-Claude Pressac sur le problème des chambres à gaz280:
«Il presidente ha interrogato J.-C. Pressac sulle “confessioni” relative alle gasazioni che Rudolf Höss, ex comandante del campo di Auschwitz, aveva fatto in successione, prima ai suoi guardiani britannici, poi ai suoi guardiani polacchi.
“Höss è stato torturato?” ha chiesto il presidente. J.-C. Pressac ha risposto che Höss
280 Diffusion RHB, BP 122, Colombes, Cedex, 1993.
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era stato incontestabilmente torturato e che, “sfortunatamente”, invece di ricredersi sulle assurdità che i Britannici “gli avevano messo nella testa”, egli si era talmente persuaso di queste assurdità che le aveva ripetute ai suoi guardiani polacchi!»281.
Di fronte al presidente del tribunale, Pressac non ha fatto altro che completare l’argomento che aveva lasciato a metà nel libro del 1993:
«Fermato dagli inglesi nel marzo 1946, [Höss] viene più volte violentemente picchiato e malmenato, fino a sfiorare la morte. Comprendendo di essere perduto essendosi fatto esecutore di ordini criminali, e che sarebbe stato il capro espiatorio dello sterminio ebraico, firma delle confessioni complessivamente veridiche, ma infarcite di esagerazioni imposte e di errori volontari: pensa, a torto, che saranno rapidamente notati, ciò che allora gli darà la possibilità di rettificarli e di precisare il proprio ruolo, attenuandolo, in quel massacro»282.
Inutile dire che la Pisanty ha “dimenticato” di citare questo passo.
A beneficio del lettore ignorante, la nostra dottoressa premette diligentemente alla sua disquisizione una cronologia degli eventi nella quale non si lascia sfuggire l’occasione per sfoggiare la sua crassa ignoranza storica.
Ella ci informa che nel luglio 1942
«per la seconda volta, Himmler ispeziona il lager, e visita il campo degli zingari (dando l’ordine di annientarli dopo aver selezionato gli abili al lavoro: l’operazione durerà due anni)» (p. 135).
Una visita alquanto improbabile, dato che il campo degli zingari (Zigeunerlager BIIe) fu istituito alla fine di febbraio del 1943 e accolse il primo trasporto il 26 febbraio283.
Nel 1944, spiega l’Autrice, Höss ritornò ad Auschwitz «per occuparsi dell’evacuazione del lager» (p. 135), mentre, per la storiografia ufficiale, ciò avvenne per occuparsi dello sterminio degli Ebrei ungheresi.
Qualche riga dopo apprendiamo che, nel maggio 1946, Höss «viene interrogato in relazione al processo Pohl e al processo IG-Farben» (p. 135), ma anche questi interrogatori sono alquanto improbabili, perché il processo Pohl iniziò l’8 aprile 1947, il processo IG-Farben nell’agosto 1947 284, dopo la morte di Höss (16 aprile 1947).
L’Autrice è talmente disinformata che ironizza goffamente sul «dogma negazionista» secondo il quale «durante il triennio 1942-44 nel lager di Auschwitz-Birkenau imperversava l’epidemia di tifo la quale, unita agli stenti della guerra mondiale, sarebbe l’unica responsabile del numero elevato di decessi tra i detenuti» (p. 153).
Singolare affermazione, per chi cita i libri di Pressac. Ma forse l’Autrice, per distrazione,ha dimenticato di leggere il capitolo 7 dell’ultima opera dello storico francese, che è intitolato «L’inizio dell’assassinio in massa degli ebrei e l’epidemia di tifo»285. Dopo aver legicchiato qua e là cose per lei troppo indigeste, non c’è da stupirsi che la Pisanty,
281 «Procès Faurisson: compte rendu de l’audience du 9 mai 1995», in: VHO-Nieuwsbrief, n. 3, 1995, p. 20.
282 J. C. Pressac, Le macchine dello sterminio. Auschwitz 1941-1945, op. cit., p. 149.
283 Danuta Czech, Kalendarium der Ereignisse im Konzentrationslager Auschwitz-Birkenau 1939-1945.Rowohlt-Verlag, Reinbek bei Hamburg, 1989, p. 423.
284 Telford Taylor, Die Nürnberger Prozesse. Europa Verlag, Zurigo, 1951, p. 69 e 91.
285 J.-C.Pressac, Le macchine dello sterminio. Auschwitz 1941-1945, op. cit., pp. 51-54.
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stremata, abbia rinunciato a leggere il «Riepilogo cronologico» che Pressac presenta alla fine del libro, dove sono riportate informazioni come queste:
«7-11 settembre [1942]. La prima epidemia di tifo di Auschwitz raggiunge il suo punto culminante (375 decessi al giorno)»286.
«8 febbraio [1943]. Con lo Standortbefehl n.2/43, Höss comanda una “Lagersperre” essendosi sviluppata una seconda epidemia di tifo...»287.
A p. 139 la Pisanty mostra un’altra grave lacuna nella lettura di Pressac:
«Per risolvere il problema delle cremazioni all’aperto, che diffondono un’inconfondibile odore di carne bruciata per un raggio di chilometri, vanificando i tentativi della propaganda nazista di occultare la vera natura della soluzione finale della questione ebraica, nell’inverno 1942-43 vengono costruiti i grandi crematori I e II (II e III secondo un diverso sistema di numerazione che consideri anche il Crematorio I di Auschwitz) di Birkenau; questi ultimi entrano in funzione nella primavera 1943».
Pressac scrive invece che i crematori II e III furono progettati e costruiti per far fronte all’epidemia di tifo che imperversava ad Auschwitz288. Sorvolo sull’errore cronologico della Pisanty sull’entrata in funzione del crematorio III (24 giugno 1943)289.
Passiamo ora agli argomenti della Pisanty.
2) La critica di Valentina Pisanty al mio studio Auschwitz le “confessioni” di Höss 290
La Pisanty introduce le sue osservazioni critiche con la seguente premessa:
«Carlo Mattogno si propone di attaccare la testimonianza di Höss attraverso una strategia argomentativa nuova e ben più sofisticata di quelle precedentemente esaminate» (p. 157).
Ringrazio sentitamente (almeno io non sono un plagiario!).
«In risposta alle accuse lanciate da Nadine Fresco (1980) ai negazionisti di rifiutare a priori qualunque prova dello sterminio nazista e dell’esistenza delle camere a gas,egli ribatte che “la metodologia revisionista non solo non esclude a priori l’esistenza delle camere a gas, ma può tranquillamente partire da questo presupposto per confutare i singoli testimoni oculari” (Mattogno, s.d.: 6).
Indi la Pisanty riassume lo scopo del mio studio, che io ho espresso così:
«Nel caso presente, analizziamo dunque la testimonianza di Rudolf Höss da un punto di vista rigorosamente sterminazionista e dimostriamo - da questo stesso punto di vista - che essa è essenzialmente un’accozzaglia di falsificazioni e contraddizioni, per cui - da un punto di vista rigorosamente sterminazionista - essa è da respingere come falsa; e poiché - da questo stesso punto di vista - essa è falsa,avendola accettata come vera, la storiografia ufficiale ha dimostrato di obbedire alla
286 Idem, p. 131.
287 Idem, p. 133.
288 Idem, pp. 59-60 e 64.
289 Idem, p. 136.
290 Edizioni La Sfinge, 1987.
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regola fondamentale che qualunque prova dello sterminio in massa degli Ebrei nelle camere a gas - anche chiaramente falsa - è in sé accettabile»291.
Come abbiamo visto sopra, a questa regola fondamentale obbedisce anche la Pisanty con la sua «premessa indiscussa».
Considerata la prospettiva dalla quale è scritto, il mio studio è un laconico confronto tra le affermazioni di Höss e i dogmi della storiografia ufficiale al quale la Pisanty riconosce perfino «un certo valore scientifico» (quale onore!):
«Se alla prima parte del suo saggio si poteva ancora riconoscere un certo valore scientifico - basato sulla segnalazione di alcune “anomalie” con cui una storiografia dello sterminio deve misurarsi per inserire la testimonianza di Höss nel sistema probatorio di cui dispone - in questa seconda parte conclusiva traspare la vocazione più propriamente negazionista di questo autore» (p. 166).
Che cos’è questa «seconda parte» sulla quale la Pisanty non dice una parola? Una semplice «Nota sulla polemica Wellers-Faurisson»292 che, essendo di carattere tecnico, deve essere apparsa troppo indigesta all’Autrice.
Veniamo ora al nocciolo della questione.
Nelle sue dichiarazioni, Höss presenta una cronologia fittizia piena di contraddizioni inestricabili e senza alcun riscontro documentario. Il punto di partenza di questa cronologia fittizia è la presunta convocazione di Höss a Berlino al cospetto di Himmler. Al riguardo, la Pisanty, parafrasando (male) le obiezioni revisionistiche, rileva:
«Ad esempio, il primo colloquio con Himmler sulla soluzione finale, che Höss fa risalire all’estate 1941, presenta delle contraddizioni piuttosto evidenti. Quando Himmler si lamenta del fatto che “i centri di sterminio attualmente esistenti non sono assolutamente in condizione di far fronte alle grandiose azioni previste”, non è chiaro a quali centri egli si possa riferire in quella data. Infatti, il campo di Belzec fu costruito nel marzo 1942, quello di Treblinka tra il gennaio e il giugno 1942,Sobibor fu inaugurato tra il marzo e l’aprile 1942, Lublino tra il 1942 e il 1943 e Chelmno (o Kulmhof), sebbene fosse stato aperto già prima, nell’estate del 1941 non aveva ancora cominciato ad attuare una vera e propria politica di sterminio su base industriale» (p. 142)(corsivo mio).
C’è da chiedersi dove l’Autrice abbia preso questi dati sballati.
Secondo la storiografia ufficiale,
Treblinka fu costruito tra la fine di maggio e l’inizio di giugno del 1942 e fu inaugurato il 23 luglio 293,
Sobibór fu inaugurato il 3 maggio 294,
Chelmno all’inizio di dicembre del 1941 295;
la costruzione del campo di Lublino iniziò nell’ottobre 1941 296.
La Pisanty continua:
«A questo punto i casi sono due:
o Höss si è confuso sulla data del colloquio,
oppure ricorda male le parole di Himmler.
In effetti, altri riferimenti fanno dubitare
291 Auschwitz: le “confessioni” di Höss, op. cit., p. 6.
292 Idem, pp. 33-39.
293 Nationalsozialistische Massentötungen durch Giftgas. Eine Dokumentation, op. cit., pp. 162-163.
294 Idem, p.177.
295 NS-Vernichtungslager im Spiegel deutscher Strafprozesse, op. cit., p. 268.
296 Józef Marszalek, Majdanek. The Concentration Camp in Lublin. Interpress, Varsavia, 1986, p. 31. Su questo campo vedi il mio studio in collaborazione con Jürgen Graf Concentration Camp Majdanek. A Historical and Technical Study. Theses & Dissertations Press, Chicago, 2003.
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della esattezza della data in cui Höss colloca l’inaugurazione del piano per la soluzione finale. Jean-Claude Pressac, così come Gerald Reitlinger, ritengono che la data del colloquio con Himmler vada spostata di un anno, e quindi collocata nel giugno 1942. In questo modo l’intera cronologia si ricompone, questo episodio “fa sistema” con altri elementi a nostra disposizione e l’anomalia viene risolta» (pp.142-143).
In realtà questo spostamento di datazione non «fa sistema» proprio per niente, ma crea soltanto ulteriori contraddizioni.
La questione dibattuta qui dalla Pisanty è organicamente connessa ad altre questioni fondamentali che l’Autrice tratta separatamente, isolandole dal contesto generale, perciò,per capire il senso delle mie obiezioni e quello delle sue risposte, è necessario delineare anzitutto questo contesto sulla base delle citazioni essenziali delle dichiarazioni di Höss:
«[Höss] Nell’estate del 1941 - al momento non potrei citare la data esatta - venni improvvisamente convocato a Berlino presso il Reichsführer [Himmler], tramite il suo aiutante»297.
«[Himmler] Il Führer ha ordinato la soluzione finale della questione ebraica, e noi SS dobbiamo eseguire quest’ordine».
«Apprenderà ulteriori particolari dallo Sturmbannführer Eichmann, del RSHA, che le invierò tra brevissimo tempo».
«[Höss] Poco dopo venne da me ad Auschwitz Eichmann298, che mi espose il piano delle azioni per i diversi paesi».
«Quindi passammo a discutere le modalità per attuare il piano di sterminio. Il mezzo non poteva essere che il gas [...]».
«Eichmann promise che si sarebbe informato sull’esistenza di qualche gas di facile produzione e che non richiedesse installazioni particolari, e che mi avrebbe riferito in proposito».
«Andammo a ispezionare il terreno per stabilire il posto più indicato, e stabilimmo che era senz’altro la fattoria [il futuro Bunker 1] situata all’angolo nord-occidentale del futuro terzo settore di edifici, Birkenau [la futura Bauabschnitt III o BIII]».
«Eichmann fece quindi ritorno a Berlino, per riferirgli [a Himmler] il contenuto del nostro colloquio».
«A fine novembre si tenne a Berlino, presso l’ufficio di Eichmann, una conferenza dell’intera sezione per gli Ebrei, alla quale venni invitato a partecipare [...]. Non ci fu comunicato il momento dell’inizio delle azioni né Eichmann era ancora riuscito a trovare il gas appropriato».
«Nell’autunno del 1941, mediante un ordine segreto impartito a tutti i campi di prigionieri di guerra, la Gestapo separò tutti i politruks, i commissari e alcuni funzionari politici e li inviò al campo di concentramento più vicino, perché fossero liquidati. Ad Auschwitz arrivavano di continuo piccoli trasporti di questi uomini,che venivano poi fucilati nella cava di ghiaia presso gli edifici del monopolio, o nel cortile del Block II [Block 11] ».
297 Il fatto non è confermato da nessun documento.
298 La visita di Eichmann ad Auschwitz non è confermata da alcun documento.
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«In occasione di un mio viaggio di servizio, il mio sostituto, Hauptsturmführer Fritzsch, di sua iniziativa, usò il gas per sterminare questi prigionieri di guerra; fece stipare di Russi le celle situate nella cantina e, proteggendosi con maschere antigas,fece immettere il Cyklon B [Zyklon B], che provocava la morte immediata delle vittime».
«Alla successiva visita di Eichmann, gli riferii sull’impiego del Cyklon B, e decidemmo che quello sarebbe stato il gas da adoperare per le imminenti stragi in massa».
«L’uccisione dei prigionieri di guerra russi mediante Cyklon B, cui ho accennato sopra, continuò, ma non più nel Block II, perché dopo la gasazione l’intero edificio dovette essere arieggiato per almeno due giorni. Venne perciò utilizzata, come camera a gas, la camera mortuaria del crematorio presso l’ospedale, dopo che le porte furono rese a prova di gas e nel tetto vennero aperti dei buchi per l’immissione del gas».
«Non saprei stabilire in quale epoca cominciò lo sterminio degli ebrei,probabilmente già nel settembre 1941, ma forse anche solo nel gennaio 1942»299.
«Nel giugno 1941 mi fu ordinato di incontrare Himmler a Berlino ed egli mi disse, approssimativamente, quanto segue:
“Il Führer ha ordinato la soluzione della questione ebraica in Europa. Nel Governatorato generale esistono alcuni cosiddetti Vernichtungslager300 (Belzec,presso Rawa Ruska, Polonia orientale, Tublinka [Treblinka], presso Malina [Malkinia] sul fiume Bug, e Wolzek301, presso Lublino). Questi campi dipendono dall’Einsatzkommando (Commando operativo) della Sicherheitspolizei (Polizia di Sicurezza) sotto la direzione di alti ufficiali del SIPO e di compagnie di guardie.
Questi campi non sono molto efficienti302 e non possono essere allargati”.
Visitai il campo di Treblinka nella primavera del 1942 per informarmi sulle [sue] condizioni. [...]. Secondo il comandante del campo di Treblinka, nel corso di un semestre erano state gasate 80.000 persone»303.
«Visitai Treblinka per vedere come vi venissero eseguiti gli stermini. Il comandante del campo di Treblinka mi disse di aver liquidato 80.000 persone nel corso di un semestre. Egli si occupava principalmente della liquidazione di tutti gli Ebrei del ghetto di Varsavia. Egli usava gas monossido [monossido di carbonio] e, a suo parere, i suoi metodi non erano molto efficaci. Quando io costruii ad Auschwitz l’edificio di sterminio [il Bunker 1], usai dunque lo Zyklon B, un acido cianidrico cristallizzato [sic!] che gettavamo nelle camere della morte attraverso una piccola apertura»304».
Ricapitoliamo:
299 Comandante ad Auschwitz. Memoriale autobiografico di Rudolf Höss, op. cit., pp. 171-174.
300 Questo termine non appare in nessun documento tedesco.
301 Questo campo non è mai esistito.
302 Secondo il rapporto Gerstein, Belzec e Treblinka, da soli, avevano una capacità di sterminio di 40.000 persone al giorno!
303 NO-1210 (dichiarazione di Höss del 14 marzo 1946).
304 PS-3868 (dichiarazione giurata di Höss del 5 aprile 1946).
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1) nell’estate del 1941 Himmler ordina a Höss di attuare lo sterminio ebraico ad Auschwitz;
2) poco dopo Eichmann giunge ad Auschwitz;
3) Höss e Eichmann scelgono il Bunker 1 per lo sterminio ebraico con un gas ancora da trovare;
4) a fine novembre i due non hanno ancora trovato il gas appropriato;
5) nell’autunno del 1941 Fritzsch impiega per la prima volta lo Zyklon B a scopo omicida (prima gasazione ad Auschwitz);
6) nella primavera del 1942 Höss visita Treblinka per vedere il metodo di sterminio impiegato, ma, al suo ritorno ad Auschwitz, opta per lo Zyklon B. Una cosa è chiara e inequivocabile: la convocazione di Höss a Berlino è necessariamente anteriore alla prima gasazione omicida con lo Zyklon B.
Per superare le contraddizioni esposte dalla storiografia revisionistica e riportate dalla Pisanty, Pressac sposta d’autorità la presunta convocazione di Höss a Berlino all’inizio di giugno del 1942 305. Ciò porta però ad uno sfacelo cronologico totale.
Anzitutto, la convocazione di Höss a Berlino diventa posteriore alla prima gasazione con lo Zyklon B - che Pressac colloca nel dicembre 1941 306 (vedremo poi su quale base), il Museo di Auschwitz in settembre 307.
In secondo luogo, l’installazione del Bunker 1, che è posteriore al presunto ordine di Himmler (essendone la conseguenza), diventa anteriore a quest’ordine.
Infatti tale installazione, destinata espressamente, secondo Höss, allo sterminio ebraico, avvenne nel maggio 1942 secondo Pressac308, nel marzo 1942 secondo il Museo di Auschwitz309.
Tra queste due contraddizioni insuperabili si inseriscono le altre contraddizioni che ne conseguono, in particolare:
la visita di Eichmann ad Auschwitz, che è anteriore alla scelta del Bunker 1 e dello Zyklon B, diventa ad essa posteriore;
la visita di Höss a Treblinka, che è anteriore all’installazione del Bunker 1, diventa parimenti posteriore .
Dunque l’artificio di posticipare di un anno la presunta convocazione di Höss a Berlino,non solo non risolve le contraddizioni esistenti nelle dichiarazioni di Höss, ma le aggrava ulteriormente310.
305 J.-C. Pressac, Le macchine dello sterminio. Auschwitz 1941-1945, op. cit., p. 51.
306 Idem, p. 44.
307 Danuta Czech, Kalendarium der Ereignisse im Konzentrationslager Auschwitz-Birkenau 1939-1945, op.cit., pp. 117-119.
308 J.-C. Pressac, Le macchine dello sterminio. Auschwitz 1941-1945, op. cit., p. 49.
309 Danuta Czech, Kalendarium der Ereignisse im Konzentrationslager Auschwitz-Birkenau 1939-1945, op.
cit., p. 186. A questo riguardo Pressac sentenzia: «La data del 20 marzo, avanzata abitualmente per la sua entrata in attività, è inaccettabile, poiché è solo un’interpretazione abusiva dell’epoca in cui la situava Höss, e cioè la primavera del 1942, senza ulteriori precisazioni» (op. cit., p. 49). Ciò è verissimo, ma, dal canto suo,Pressac stesso non riesce a dimostrare documentariamente neppure che questo presunto Bunker di gasazione sia mai esistito.
310 Quest’artificio è stato recentemente abbandonato da Robert van Pelt, che è tornato al giugno 1941, ma fornendo una interpretazione pisantyana della presunta convocazione di Höss a Berlino. D. Dwork, R.J. van Pelt, Auschwitz 1270 to the present.W.W. Norton & Company, New York, Londra, 1996, pp. 277 e seguenti.
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D’altra parte, se ci si attiene al giugno 1941, oltre alle contraddizioni riportate dalla Pisanty, ne scaturiscono altre ancora, in particolare, la prima gasazione, che il Museo di Auschwitz, sulla base di alcune testimonianze, incurante della posticipazione di Pressac,colloca tuttora al 3-5 settembre 1941 311, diventerebbe posteriore al novembre dello stesso anno. Sulla questione ritornerò successivamente.
Se dunque la cronologia basata sul 1941 comporta inevitabilmente contraddizioni inestricabili (e quella basata sul 1942 le aggrava ancora di più) è chiaro che qui abbiamo a che fare con una cronologia fittizia che non descrive eventi reali.
Inquadrato il problema, passiamo alle soluzioni della Pisanty.
Dopo aver spostato la presunta convocazione di Höss a Berlino al 1942, la Pisanty tenta di eliminare così le contraddizioni che ne risultano:
«Quanto al punto c), è probabile che il Bunker 1, inaugurato nel maggio 1942, venisse inizialmente impiegato per liquidare i malati del campo, mentre le gassazioni degli ebrei ebbero luogo successivamente. Non c’è dunque alcun motivo per ritenere che la costruzione del Bunker 1 debba essere avvenuta dopo l’ordine di Himmler”»(p. 159).
La Pisanty tenta vanamente di gettare fumo semiotico negli occhi del lettore. In effetti, poiché il Bunker 1 fu scelto da Höss e Eichmann per eseguire l’ordine di Himmler di sterminare tutti gli Ebrei;
poiché lo sterminio ebraico cominciò, secondo Höss, al più tardi nella primavera del 1942,
poiché i primi trasporti ebraici destinati allo sterminio, secondo il Kalendarium di Auschwitz, giunsero al campo il 20 marzo 1942, data di inaugurazione del Bunker 1 312,
la costruzione del Bunker 1 deve essere avvenuta necessariamente dopo il presunto ordine di sterminio ebraico di Himmler e in sua esecuzione.
Riguardo alla presunta visita di Höss a Treblinka (non attestata da alcun documento), la Pisanty rileva:
«Ci troviamo qui di fronte a un reale problema di datazione, non risolvibile in base a un riferimento esclusivo alla testimonianza di Höss, che su questo punto è contraddittoria. L’unica certezza è che la visita di Höss a Treblinka non può essere avvenuta nell’estate [nella primavera] 1942 (inaugurazione del lager, liquidazione del ghetto di Varsavia); d’altra parte, se veramente Höss assistette a una cremazione a Treblinka313, allora la data è ulteriormente spostata in avanti, in quanto lo svuotamento delle fosse comuni e le cremazioni a Treblinka iniziarono nel marzo 1943. Certo, la descrizione delle cremazioni potrebbe riferirsi a un resoconto che gli venne fornito successivamente, anziché a una sua esperienza diretta314. Ciò nonostante, rimane il fatto che la prima gassazione per mezzo dello Zyklon B ad
311 Franciszek Piper, «Gas Chamber and Crematoria», in: Yisrael Gutman and Michael Berenbaum Editors, Anatomy of the Auschwitz Death Camp. Indiana University Press, Bloomington and Indianapolis, 1994, p.157. Quest’opera contiene anche un riassunto del libro di Pressac Les crématoires d’Auschwitz intitolato The Machinery of Mass Murder at Auschwitz, pp. 183-245, da lui redatto in collaborazione con van Pelt.
312 Danuta Czech, Kalendarium der Ereignisse im Konzentrationslager Auschwitz-Birkenau 1939-1945, op.cit., p. 186, con indicazione delle fonti (soltanto testimonianze).
313 Cfr. Auschwitz: le “confessioni” di Höss, op. cit., pp. 14-15.
314 Ma Höss dichiara di aver assistito alla cremazione. Idem.
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Auschwitz avvenne comunque prima dell’estate 1942 e, sebbene questo primo esperimento non fosse stato pienamente soddisfacente (non era ancora stata calcolata la dose ideale per sterminare gli esseri umani con questo veleno), la tecnica di gassazione per mezzo del gas di combustione impiegata a Treblinka era comunque meno promettente di quanto non fosse quella usata all’epoca ad Auschwitz: dunque, Höss non aveva molto da apprendere dagli altri campi di sterminio per quanto riguardava questo aspetto del processo di sterminio. Forse lo scopo della visita a Treblinka era, più in generale, di tenersi al corrente delle modalità pratiche della Soluzione finale così come venivano attuate negli altri lager,in particolare per quanto riguarda le tecniche di cremazione.
Come si vede, in mancanza di ulteriori indizi è molto difficile giungere a un’ipotesi soddisfacente per risolvere l’anacronismo presente nel documento in questione. Ma simili punti di arresto momentaneo del progresso conoscitivo sono proprio ciò che fa della “scienza normale” un complesso lavoro di soluzione di rompicapo, e non una semplice opera di compilazione di dati preconfezionati» (pp. 160-161, corsivo mio).
Qui la Pisanty, con un piccolo trucco di sostituzione, sposta l’attenzione del lettore dal problema della data a quello dello scopo della presunta visita di Höss a Treblinka, travisando inoltre ciò che a questo riguardo ha scritto il comandante di Auschwitz.
Il problema essenziale, come ho rilevato sopra, è il fatto che la visita di Höss a Treblinka è inestricabilmente contraddittoria, perché nella sua cronologia è anteriore all’installazione del Bunker 1, ma nella realtà sarebbe necessariamente posteriore ad essa, essendo stato il campo di Treblinka inaugurato il 23 luglio 1942.
Per quanto concerne lo scopo della visita, essa è spiegata da Höss in modo inequivocabile:
«Visitai Treblinka per vedere come vi venissero eseguiti gli stermini».
La contraddizione è e resta irremovibile - e non certo per la «mancanza di ulteriori indizi» - e segna un arresto definitivo del «progresso conoscitivo».
Passiamo ora all’esame delle singole questioni.
a) La visita ad Auschwitz di Eichmann
Riguardo ai problemi relativi alla visita di Eichmann ad Auschwitz, la Pisanty scrive:
«Problema: se l’incontro con Himmler avvenne nell’estate 1941, allora i Gaswagen ai quali si riferiva Eichmann non erano ancora stati adottati. Infatti, questo mezzo primitivo di sterminio per mezzo di gas di scappamento fu introdotto solo verso la fine del 1941.
Ma se la data dell’incontro a Berlino va spostata di un anno, in quella data (giugno 1942) erano già cominciate ad Auschwitz e a Birkenau (Bunker 1 e 2) le prime gassazioni con lo Zyklon B, mentre dal resoconto che Höss fornisce dell’incontro con Eichmann risulta che la scelta del gas non fosse ancora stata fatta.
Forse Höss condensa in un’unico ricordo due diversi incontri con Eichmann (o con altri membri delle alte gerarchie naziste): il primo per ispezionare il terreno e parlare dei diversi gas letali (facendo riferimento non ai Gaswagen bensì all’operazione Eutanasia - sospesa nell’agosto 1941 - fino ad allora praticata sui malati di mente), e il secondo per discutere delle esatte modalità della Soluzione finale. Si può ipotizzare che, avendo collocato erroneamente l’incontro a Berlino
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con Himmler nel giugno 1941, Höss cerchi di ricostruire con il ragionamento gli avvenimenti che non ricorda bene nella loro successione cronologica.
In SF 315 (tr. It.: 174), ci viene detto che “alla successiva visita di Eichmann [dopo le prime gassazioni sperimentali], gli riferii sull’impiego del Cyklon B, e decidemmo che quello sarebbe stato il gas da adoperare per le imminenti stragi in massa”. È possibile che fosse in questa occasione, e non durante l’incontro precedente (avvenuto nell’estate 1941), che i due discussero per la prima volta gli ordini impartiti da Himmler circa lo sterminio degli ebrei.
Anche in questo caso, ogni ipotesi storiografica che possiamo avanzare è fallibile e va accertata in base a ulteriori elementi documentari” (p. 162, corsivo mio).
Di grazia, quali «ulteriori elementi documentari»? Sull’intera questione non esiste un solo documento316 e, per di più, l’unica persona che avrebbe potuto confermare il racconto di Höss - Eichmann - l’ha smentito categoricamente317.
Anche in questo caso la Pisanty tenta di spostare l’attenzione dal problema principale: se la presunta convocazione di Höss a Berlino viene attribuita al giugno 1942, tutto il racconto delle visite di Eichmann ad Auschwitz diventa assurdo e l’installazione del Bunker 1, che è una diretta conseguenza dell’ordine di Himmler, avviene prima dell’ordine stesso. Con le sue ipotesi, la Pisanty tortura le dichiarazioni di Höss più di quanto gli Inglesi abbiano torturato il comandante di Auschwitz: con tali cavilli sofistici si può certo spiegare tutto, ma la spiegazione si basa pur sempre su cavilli sofistici. La Pisanty se ne rende ben conto, perché ammette che la sua «ipotesi» è «fallibile», perciò non le resta che rifugiarsi nel solito trucco della mancanza di «ulteriori elementi documentari».
b) La prima gasazione omicida.
Allo studio della prima gasazione omicida ad Auschwitz nello scantinato del Block 11 ho dedicato un libro di 190 pagine che dimostra, con abbondanza di prove, l’infondatezza storica di questo presunto evento318. L’opera ha scatenato le ire dilettantesche di Liliana Picciotto-Fargion, alle cui basse insinuazioni metodologiche (non sapendo che cosa opporre agli argomenti, questi dilettanti si appigliano disperatamente ai metodi) ho risposto a tono altrove 319 ( http://olo-truffa.myblog.it/archive/2011/06/04/destinazio... --- http://revisionismo.splinder.com/post/20681714/olocausto-dilettanti-allo-sbaraglio-nona-parte , i links sono di Olodogma-truffa). Ho citato questa dilettante perché il suo nome appare - nella pagina che la Pisanty dedica ai rituali ringraziamenti - tra le persone che hanno fornito all’Autrice «preziosi spunti teorici e utili indicazioni bibliografiche» (p. 4), sicché è difficile credere che le nostre due “esperte” in camere a gas non abbiano dibattuto sul mio libro.
315 Lo scritto La “soluzione finale della questione ebraica” nel campo di Auschwitz.
316 Robert M.W.Kemper nell’opera più documentata sulle attività di A.Eichmann, riferisce la storia della visita di questi ad Auschwitz sulla base delle dichiarazioni di R. Höss! R.M.W.Kemper, Eichmann und Komplizen. Europa Verlag, Zurigo, 1961, pp. 101-102.
317 Eichmann dichiarò di aver conosciuto Höss quando questi prestava servizio presso l’ SS-Wirtschafts-Verwaltungshauptamt (Léon Poliakov, Auschwitz. Julliard, Parigi, 1964, p. 185), cioè dopo l’11 novembre 1943, data del trasferimento di Höss da Auschwitz a questo istituto e di essere stato ad Auschwitz tre volte,nel periodo della deportazione degli Ebrei ungheresi, cioè nel 1944. State of Israel. Ministry of Justice. The Trial of Adolf Eichmann. Record of Proceedings in the District Court of Jerusalem. Gerusalemme 1993, vol.VII, p. 220
318 Auschwitz: la prima gasazione. Edizioni di Ar, 1992. Seconda edizione, in inglese, riveduta, corretta e ampliata: Auschwitz: The First Gassing. Rumor and Reality. Theses & Dissertations Press, Chicago, 2005.
319 Olocausto: dilettanti allo sbaraglio, op. cit., pp. 223-230.
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Fatto sta, comunque, che la Pisanty non lo cita neppure di sfuggita. E la ragione di ciò si capisce benissimo.
Sulla prima gasazione omicida ad Auschwitz la Pisanty scrive:
«Secondo la ricostruzione proposta da Pressac (1993: 34,43), la prima gassazione omicida, effettuata su un gruppo di prigionieri russi e malati giudicati irrecuperabili,avvenne sì nel Block 11 di Auschwitz, ma non nel settembre 1941 come ricorda Höss, bensì nel dicembre dello stesso anno» (p. 271, corsivo mio).
Come ho rilevato altrove320, Pressac qui non ha «ricostruito» un bel niente: egli si è soltanto appropriato di una mia osservazione polemica (compresi i documenti da me citati) la quale sposta semplicemente la contraddizione dal piano cronologico a quello testimoniale; infatti, premesso che questa presunta gasazione non è attestata da alcun documento d’archivio, ma soltanto da testimonianze, lo spostamento di data in questione equivale alla distruzione dell’attendibilità proprio di quelle testimonianze che, secondo il Museo di Auschwitz, dimostrano la realtà del fatto, poiché alcune di esse indicano con precisione la data del 3-5 settembre e lo spostamento della data a dicembre comporterebbe contraddizioni insuperabili. Appunto per questo, come ho anticipato sopra, il Museo di Auschwitz ha respinto l’interpretazione di Pressac e mantiene tuttora la data del 3-5 settembre 1941.
Segnalo un altro piccolo trucco della Pisanty: Höss non «ricorda» affatto il mese di settembre, come l’Autrice sa bene, perché introduce il racconto del comandante di Auschwitz sulla prima gasazione con le seguenti parole:
«In una data imprecisata dell’autunno 1941, arrivano al campo dei contingenti di prigionieri di guerra russi per essere liquidati» (p. 137).
Lo scopo di questo trucco è chiaro: poiché Höss, come dice Pressac, «non può essere attualmente considerato un testimone affidabile sulle date e sulle cifre» (p. 143, corsivo mio), se si fa credere che la data della prima gasazione riposi esclusivamente sulla testimonianza di Höss, è facile concludere che egli si è sbaglato sulla data e che, fortunatamente, Pressac ha «ricostruito» la data esatta!
Da Pressac la Pisanty ha tratto anche lo sproposito secondo il quale, nella prima gasazione, «non era ancora stata calcolata la dose ideale per sterminare gli esseri umani con questo veleno [lo Zyklon B]» (p. 160).
Ho confutato questa sciocchezza altrove321 e non vale la pena di ritornarci sopra. Mi limiterò a segnalarne successivamente una delle implicazioni più importanti.
c) «La prima gasazione a cui Höss assistette»
Nel mio studio su Höss322 ho rilevato, tra le altre, questa contraddizione nelle dichiarazioni del comandante di Auschwitz:
«La gasazione venne effettuata nelle celle di detenzione del block II [Block 11]. Io stesso (ich selbst), proteggendomi il viso con una maschera antigas, assistetti (habe ...angesehen) all’uccisione. La morte sopravveniva nelle celle stipate, subito dopo l’immissione del gas. Un breve grido, subito soffocato, e tutto era finito. Durante la
320 Auschwitz: fine di una leggenda, Edizioni di Ar, 1994, pp. 39-40.
321 Auschwitz: la prima gasazione, op. cit., pp. 28-29.
322 Auschwitz: le “confessioni “ di Höss, op. cit., pp. 25-26.
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prima esperienza di gasazione cui assistetti, non riuscii a realizzare appieno ciò che accadeva, forse perché troppo impressionato dall’insieme delle operazioni».
Qualche riga dopo, riguardo alla gasazione immediatamente successiva di 900 Russi nel crematorio I, Höss si dimentica di ciò e dichiara:
«Allora per la prima volta vidi (da sah ich nun zum ersten Mal) in grande quantità i cadaveri di individui gasati, e ciò provocò in me un malessere, un brivido, benché mi fossi figurata peggiore la morte col gas»323.
La Pisanty argomenta:
«Secondo Mattogno, quest’ultimo brano è contraddittorio rispetto al primo poiché ci costringe ad accettare che Höss abbia assistito a una gasazione “per la prima volta nel Block 11 e al tempo stesso nel vecchio crematorio”. In realtà, la contraddizione non sussiste in quanto è l’autore stesso a fornirci l’elemento per risolverla, ossia il suo stato di turbamento durante l’operazione del Block 11 che gli impedì di registrare accuratamente gli stimoli visivi in entrata.
C’è anche da dire che le prime gassazioni, avvenute nel Block 11, furono molto meno asettiche di quanto non traspaia dalla testimonianza di Höss: durante la prima gasazione sperimentale, infatti, le vittime impiegarono due giorni a morire perché era stata calcolata male la dose letale del gas. Non sorprende allora che Höss sia riluttante ad ammettere il proprio coinvolgimento diretto con le operazioni di sterminio eseguite nel Bunker 11» (p. 163, corsivo mio).
Che cosa significa che il turbamento impedì a Höss «di registrare accuratamente gli stimoli visivi in entrata»? Semplicemente che egli «era presente, senza vedere»! (p. 166).
La Pisanty ha proprio ragione quando scrive: «Qualsiasi interpretazione è buona, purché neghi» (p. 84), e in effetti adotta ella stessa questo principio aberrante che attribuisce alla metodologia revisionistica. Ma questa non è l’unica aberrazione ermeneutica che l’Autrice ci propina in ossequio a tale principio. Eccone un’altra: per risolvere la contraddizione di Höss secondo la quale i trasporti ebraici dall’Alta Slesia di 1.000 persone ciascuno destinati allo sterminio si risolsero nell’uccisione di «centinaia» di persone, la Pisanty ricorre alla...«vena poetica» di Höss. Dunque pur di trarsi d’impaccio ella non rifugge dall’attribuire una «vena poetica» a colui che considera uno spietato massacratore!
Torniamo alla questione della gasazione. Perfino il Museo di Auschwitz, commentando i passi sopra riportati, conferma alla lettera la realtà della contraddizione che ho segnalato:
«Secondo le ricerche attuali, il primo tentativo di uccisione mediante gas ebbe luogo nei sotterranei [scantinati] del Block 11. Non è risultato un secondo caso di gasazione di persone nei sotterranei di questo Block. Sebbene Höss neghi in questa frase di aver assistito al primo esperimento di sterminio con gas, qualche frase dopo conferma la sua presenza a questo esperimento scrivendo quanto segue...[il passo citato sopra]»324.
Come si vede, ciò complica ulteriormente la questione, perché a tutt’oggi il Museo di Auschwitz afferma che nel Block 11 avvenne una sola gasazione, quella fatta da Fritzsch,
323 Comandante ad Auschwitz. Memoriale autobiografico di Rudolf Höss, op. cit., p.129; Kommandant in Auschwitz, op. cit., p. 126.
324 Auschwitz vu par les SS. Edition du Musée d’Etat à Oswiecim, 1974, p. 96 nota 113.
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durante un viaggio di servizio di Höss, il quale dunque assistette miracolosamente a questo evento in propria assenza!
Per quanto riguarda l’interpretazione della Pisanty, ella scrive sì che (secondo alcune testimonianze), «le vittime impiegarono due giorni a morire», ma dimentica di riferire la testimonianza di Höss:
«La morte subentrò nelle celle stipate [di persone] immediatamente dopo il versamento [dello Zyklon B]»325.
Riassumendo, nella prima gasazione omicida, alla quale Höss assistette in propria assenza, le vittime morirono in due giorni e nello stesso tempo immediatamente dopo l’introduzione dello Zyklon B. Lascio anche questa piccola «grinza» all’interpretazione semiotica di della Pisanty.
Segnalo infine un altro strafalcione della nostra dottoressa, la quale menziona «le prime gassazioni, avvenute nel Block 11», ignorando perfino che - secondo la sua storiografia - in tale Block avvenne una sola gasazione omicida.
d) «La prima operazione di sterminio ebraico»
Su questo punto, la Pisanty riporta come segue le mie osservazioni sulle dichiarazioni di Höss:
«- in PS-3868 Höss dice che “le esecuzioni in massa mediante gasazione cominciarono nel corso dell’ estate 1941”;
- in NO-1210 leggiamo:“Nel 1941 arrivarono i primi afflussi di Ebrei dalla Slovacchia e dall’alta Slesia. Le persone inabili al lavoro furono gasate in un locale del crematorio conformemente ad un ordine che Himmler mi diede personalmente”;
- in SF (tr. It.: 174): “Non saprei stabilire in quale epoca cominciò lo sterminio degli Ebrei; probabilmente già nel settembre 1941, ma forse anche solo nel gennaio 1942.
La prima operazione riguardò gli Ebrei dell’Alta Slesia orientale”;
- Kia (tr. It.: 130): “nella primavera del 1942 giunsero i primi trasporti di ebrei dall’Alta Slesia, tutti individui da sterminare”» (pp. 163-164, corsivo di V. Pisanty).
Indi l’Autrice commenta:
«La prima citazione è chiaramente dissonante rispetto ad altri frammenti della testimonianza di Höss, e in particolare al fatto che la prima gassazione sperimentale avvenne ad Auschwitz nel settembre (o dicembre?) 1941. D’altronde, ho già aderito alle accuse di scarsa attendibilità rivolte ai documenti PS-3868 e NO-1210. Al momento della stesura del suo memoriale sulla Soluzione finale, invece, Höss sembra meno sicuro della data di inizio dello sterminio ebraico, mentre in KiA essa è decisamente spostata in avanti di qualche mese.
Ancora una volta, non si può fare affidamento sul ricordo di Höss circa la successione cronologica degli eventi: per raggiungere un grado soddisfacente di certezza, occorre riferirsi ad altri documenti meno soggetti all’azione erosiva del tempo. Certo, il margine di incertezza riguardante questo punto storiografico non è poi così drammatico: in fondo, Höss oscilla tra diverse date che ricoprono un lasso
325 Kommandant in Auschwitz, op. cit., p. 126. Nella traduzione italiana (p. 129) il passo è tradotto erroneamente.
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di pochi mesi, tale scarto temporale essendo del tutto in linea con i limiti della memoria media di un essere umano (p. 164, corsivo mio)».
In realtà la questione non è solo quantitativa, come finge di credere la Pisanty, ma qualitativa: in mezzo a questo «lasso di pochi mesi» Höss colloca infatti la seguente dichiarazione che ho già riportato sopra:
«A fine novembre [1941] si tenne a Berlino, presso l’ufficio di Eichmann, una conferenza dell’intera sezione per gli Ebrei, alla quale venni invitato a partecipare [...]. Non ci fu comunicato il momento dell’inizio delle azioni né Eichmann era ancora riuscito a trovare il gas appropriato» (corsivo mio).
Ciò è in contrasto con quanto dichiarato da Höss durante la prigionia inglese:
«Le esecuzioni in massa cominciarono nel corso dell’estate del 1941 e durarono fino all’autunno del 1944»326.
«Io ho organizzato personalmente su ordini ricevuti da Himmler nel maggio [sic] 1941 la gasazione di due milioni di persone tra il giugno-luglio 1941 e la fine del 1943, tempo durante il quale fui comandante di Auschwitz»327.
La Pisanty concede generosamente che questi documenti hanno una «scarsa attendibilità»:
ma per quale ragione se non perché ella stessa ritiene che le dichiarazioni che contengono siano state estorte a Höss con la tortura?328. Ecco dunque un trucco molto elegante per tentare di eliminare alcune contraddizioni: basta liquidare i documenti che le fanno sorgere come scarsamente attendibili!
La Pisanty inoltre si appella sempre a mo’ di scappatoia ad «altri documenti» che dovrebbero risolvere le contraddizioni di Höss, ma non li cerca mai, e non li menziona neppure quando li ha sotto il naso. In una nota alla sua edizione delle annotazioni del comandante di Auschwitz, Martin Broszat rileva:
«La deportazione ad Auschwitz degli Ebrei dell’Alta Slesia avvenne all’inizio del 1942. Così, ad esempio, secondo una comunicazione del Servizio Internazionale di Ricerca [di Arolsen] all’Istituto di Storia contemporanea [di Monaco] del 27.3.1958 gli Ebrei di Beuthen furono deportati il 15.2.1942»329.
Ma a questo punto sorge un altro problema:
se lo sterminio ebraico, in esecuzione di un ordine di Himmler, è cominciato all’inizio del 1942,
come è possibile che Himmler abbia impartito quest’ordine nel giugno 1942?
La Pisanty risponde così:
«Inoltre, non c’è discrepanza nel fatto che qualche convoglio di ebrei slovacchi o provenienti dall’Alta Slesia possa essere stato selezionato per la gassazione prima
326 PS-3868.
327 Dichiarazione manoscritta del 16 marzo 1946.
328 O fabbricati direttamente dagli inquirenti inglesi montando spezzoni delle dichiarazioni verbali di Höss.
Riguardo alla sua prima dichiarazione scritta, Höss dice: «Non so che cosa contenga la deposizione, sebbene l’abbia firmata. Ma l’alcool e la frusta furono troppo, anche per me» (Comandante ad Auschwitz. Memoriale autobiografico di Rudolf Höss, op. cit., pp. 158-159). Costoro non si sono neppure preoccupati di salvare le apparenze: hanno redatto l’Affidavit del 5 aprile 1946 direttamente in inglese! (Fotocopia in: C. W. Porter,Made in Russia: the Holocaust. Historical Review Press, 1988, pp. 404-406). Il documento si chiude con la seguente formula: «I understand English as it is written above».
329 Kommandant in Auschwitz, op. cit., p. 127, nota 3. Nella traduzione italiana questa nota viene riportata in forma abbreviata (Comandante ad Auschwitz. Memoriale autobiografico di Rudolf Höss, op. cit., p. 130,nota 3).
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dell’estate del 1942, ovvero della data in cui potrebbe essere partito l’ordine di Himmler di procedere con la Soluzione finale della questione ebraica. Già prima di questa data, infatti, la politica nazista nei confronti degli ebrei (e in particolare degli ebrei orientali) era mirata alla loro eliminazione fisica, come dimostrano i massacri di Riga, la formazione delle Einsatzgruppen in Lituania, le uccisioni a Vilna e l’impiego di camere a gas mobili a Chelmno. La decisione di eliminare tutti gli ebrei d’Europa non arrivò come un fulmine a ciel sereno ma venne maturata per gradi» (p. 164).
La Pisanty cambia le carte in tavola con il solito trucchetto semiotico. Al riguardo la mia obiezione era un’altra. Esaminiamo la sequela dei presunti avvenimenti.
Nel giugno 1941 Himmler trasmette a Höss il seguente ordine:
«Tutti [alle] gli Ebrei su cui possiamo mettere le mani in questo tempo di guerra,devono essere ammazzati, senza eccezione [ohne Ausnahme]»330
In ottemperanza a quest’ordine, tutti gli Ebrei provenienti dall’Alta Slesia vengono uccisi:
«Nella primavera del 1942 giunsero i primi trasporti di ebrei dall’Alta Slesia, tutti individui da sterminare [die alle zu vernichten waren]»331.
«In origine, secondo le disposizioni di Himmler, tutti i trasporti di Ebrei condotti ad Auschwitz per incarico dell’ufficio di Eichmann, avrebbero dovuto essere sterminati senza eccezione. Così avvenne infatti per gli Ebrei dell’Alta Slesia: ma già coi primi trasporti di Ebrei tedeschi, venne l’ordine di scegliere tutti gli Ebrei,uomini e donne, abili al lavoro e di impiegarli nelle fabbriche di armi. Questo accadeva ancora prima della creazione del campo femminile, poiché la necessità di creare ad Auschwitz un campo femminile sorse appunto da quest’ordine»332.
In contraddizione con ciò, Höss ha dichiarato.
«Nel 1941 arrivarono i primi afflussi di Ebrei dalla Slovacchia e dall’Alta Slesia. Le persone inabili al lavoro furono gasate in un locale del crematorio conformemente ad un ordine che Himmler mi diede personalmente» (corsivo mio)333.
Dunque gli Ebrei dell’Alta Slesia furono sterminati tutti e nello stesso tempo sterminati in parte.
Con ciò passiamo alla risposta della Pisanty. La questione essenziale, qui, è che, per Höss - e noi ci stiamo occupando delle dichiarazioni di Höss - queste gasazioni non erano il frutto di una sua iniziativa personale (come se avesse pensato: «Dato che gli Ebrei all’Est vengono massacrati, quasi quasi li massacro anch’io!»), ma costituiscono la precisa applicazione di due ordini specifici: uno di sterminio totale, l’altro di sterminio limitato (agli inabili al lavoro). Dunque senza ordine di sterminio, niente sterminio. Ma allora, di nuovo, se lo sterminio ebraico è cominciato all’inizio del 1942, come è possibile che Himmler abbia impartito quest’ordine nel giugno 1942?
Riguardo agli Ebrei slovacchi, che avrebbero dovuto essere sterminati senza eccezione, Höss dichiara:
330 Comandante ad Auschwitz. Memoriale autobiografico di Rudolf Höss, op. cit., p. 171; Kommandant in Auschwitz, op. cit., p. 157.
331 Idem, p. 130; Kommandant in Auschwitz, op. cit., p. 127.
332 Idem, p. 177.
333 NO-1210.
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«Fin da quando cominciarono a giungere i contingenti di Ebrei dalla Slovacchia, in pochi giorni l’affollamento divenne tale che le baracche si riempirono fino al soffitto, mentre i servizi igienici e sanitari avrebbero potuto bastare al massimo per un terzo del numero dei detenuti»334,dunque all’inizio gli Ebrei slovacchi non furono “selezionati” per le “camere a gas”, come del resto ammette anche il Kalendarium di Auschwitz335.
e) Le «inesattezze»
Poiché gli inquirenti inglesi non avevano eccessiva dimestichezza con la storia del campo di Auschwitz, le dichiarazioni di Höss redatte sotto la loro - diciamo - “supervisione” contengono degli spropositi enormi che i Polacchi, più smaliziati, hanno in parte corretto.
Così egli «si è sbagliato» (come direbbe V. Pisanty: p. 166), tra l’altro,
sul numero totale delle vittime,
sull’inizio della cremazione all’aperto dei cadaveri dei gasati,
sulla data in cui entrarono in funzione i crematori di Birkenau,
sul numero dei forni crematori e delle muffole,
sulla capacità massima di cremazione di questi impianti,
sul numero e la capienza delle camere a gas,
sulla tecnica di sterminio nelle camere a gas
- come si vede, problemi assolutamente marginali336.
Qualche esempio significativo.
Gli Inglesi, alquanto sprovveduti, fanno “confessare” a Höss che eseguiva le gasazioni omicide con le docce, aprendo il gas tossico invece dell’acqua!337
Dal canto loro i Polacchi, privi del senso della misura, hanno fatto “confessare” a Höss che i crematori di Birkenau potevano cremare complessivamente 7.000 cadaveri al giorno!338
La Pisanty riporta alcune di queste «inesattezze» e commenta:
«La presenza di simili inesattezze viene giustificata come segue da Pressac:
“Höss partecipava alle “azioni speciali” attenendosi strettamente alle sue mansioni e si occupava solo dei compiti pressoché insormontabili derivanti dalla crescita esponenziale del suo campo, evitando di soffermarsi su considerazioni di ordine morale [e, aggiungerei, nemmeno su quelle di ordine tecnico]. Era presente, senza vedere. Secondo l’autore, tale atteggiamento spiega gli errori involontari riscontrabili in tutta la sua autobiografia” (Pressac,1989: 128)»(p. 166, corsivo mio).
Ecco dunque che, con un altro piccolo trucco, la Pisanty si appoggia all’autorità di Pressac per fargli dire ciò che egli non ha mai detto. Sarebbe perfino offensivo attribuire una tale idea a Pressac, il quale sapeva bene che uno dei compiti del comandante del campo era il controllo delle attività della Zentralbauleitung - e, se Auschwitz era un campo di sterminio, il suo compito maggiore, di cui doveva rispondere personalmente a Himmler, era appunto il controllo accurato di tutto l’apparato dello sterminio, dalle camere a gas ai forni crematori.
334 Idem, p. 119.
335 D. Czech, Kalendarium der Ereignisse im Konzentrationslager Auschwitz-Birkenau 1939-1945, op. cit.,pp. 190-232: dal 26 marzo al 20 giugno 1942 giunsero ad Auschwitz 11 trasporti di Ebrei slovacchi che furono immatricolati tutti.
336 Auschwitz: le “confessioni” di Höss, op. cit., pp. 18-22.
337 Idem, p. 22: le vittime entravano nella camera a gas «aspettandosi di fare la doccia e, invece dell’acqua,noi aprivamo gas venefico».
338 Vedi al riguardo quanto rilevo nel paragrafo seguente.
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f) L’ordine di Himmler di sospendere le gasazioni
A questo riguardo ho rilevato la seguente contraddizione nelle dichiarazioni di Höss:
«... nell’autunno 1944 Himmler ordinò di sospendere immediatamente lo sterminio degli Ebrei»339.
«Il mio ultimo e importante viaggio di ispezione fu nel marzo 1945 coll’Obergruppenführer Pohl e col dottor Lolling. Visitammo i seguenti campi:
Neuengamme, Bergen Belsen, Buchenwald, Dachau e Flossenburg. Io andai insieme coll’Obergruppenführer Pohl e col dottor Lolling e visitai Leitneritz presso Aussig, e un altro grande campo sull’ Elba. L’ordine per questo viaggio era per l’Obergruppenführer Pohl. Egli doveva portare personalmente ai vari comandanti dei campi l’ordine che non si doveva uccidere più nessun Ebreo e bisognava fare il possibile per arrestare il tasso di morte dei prigionieri»340.
La Pisanty commenta:
«Secondo Mattogno, vi è un’insormontabile discordanza tra questi due frammenti.Ma se si tiene conto che i campi citati non erano campi di sterminio veri e propri (bensì campi di concentramento) e soprattutto che nello stato di confusione totale in cui si trovava la Germania alla fine della guerra dovette per forza passare del tempo tra l’emissione dell’ordine di Himmler e la sua diffusione capillare, allora la contraddizione non sussiste» (p. 165).
Un brillante esempio di sofismi semiotici! In effetti, se a questi campi di concentramento Pohl portò l’ordine di Himmler di non «uccidere più nessun Ebreo», ciò significa “semioticamente”
a) che prima vi venivano uccisi degli Ebrei (anche se non in modo sistematico), e
b) che vi venivano uccisi per ordine di Himmler.
Il secondo punto dell’argomentazione della Pisanty è decisamente comico: poiché il presunto ordine di Himmler che poneva fine allo sterminio risalirebbe 2 novembre 1944 341
- epoca in cui la Germania non si trovava minimamente in uno «stato di confusione totale»
- la «diffusione capillare» dell’ordine avrebbe richiesto cinque mesi!
g) Statistiche e cifre
Su questo punto la Pisanty è piuttosto sbrigativa:
«Nelle sue prime testimonianze, Höss si dimostra impreciso circa il numero degli ebrei immatricolati e gassati ad Auschwitz e le statistiche ebraiche riferitegli da Eichmann. D’altra parte, in SF egli dichiara apertamente la sua ignoranza in merito alle statistiche dei decessi nel lager, e ciò per via della sistematica distruzione da parte delle autorità del campo di tutti i documenti che avrebbero potuto consentire un calcolo di questo tipo» (p. 166).
Esaminiamo anzitutto le affermazioni di Höss al riguardo342:
339 Comandante ad Auschwitz. Memoriale autobiografico di Rudolf Höss, op. cit., p.180.
340 NO-1210.
341 D. Czech, Kalendarium der Ereignisse im Konzentrationslager Auschwitz-Birkenau 1939-1945, op. cit.,p. 921.
342 Auschwitz: le “confessioni” di Höss, op. cit., pp. 22-25.
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«Comandai Auschwitz fino al 1° dicembre 1943 e stimo che vi furono sterminate e giustiziate mediante gasazione e cremazione almeno 2.500.000 vittime; almeno un altro mezzo milione morirono di fame e di malattia, il che dà una cifra totale di circa 3.000.000».
A Norimberga Höss confermò questa cifra a G. Gilbert, lo psicologo della prigione, in una nota redatta il 24 aprile 1946 nella quale, in base al numero e all’entità dei trasporti ebraici, calcolò 2.430.000 vittime.
Nel documento NO-1210 R. Höss affermò che tale cifra risultava da documenti ufficiali:
«Credo che ad Auschwitz siano state messe a morte circa 3.000.000 di persone,circa 2.500.000 mediante camera a gas. Queste cifre sono state ufficialmente messe per iscritto dall’ Obersturmbannführer Eichmann in un rapporto a Himmler».
Dopo la sua estradizione in Polonia, Höss dichiarò:
«In interrogarori precedenti, ho fatto ammontare a due milioni e mezzo il numero degli ebrei condotti ad Auschwitz per essere sterminati. Questa cifra deriva da Eichmann, che la riferì a Glücks, il mio superiore, quando fu chiamato a rapporto da Himmler, poco prima che Berlino fosse accerchiata».
Höss parla poi della distruzione dei documenti relativi allo sterminio e continua:
«Quanto a me, non ho mai conosciuto la cifra complessiva, né ho documenti che permettano di calcolarla. Ricordo soltanto le cifre delle azioni più vaste, che mi sono state ripetutamente citate da Eichmann o dai suoi incaricati:
250.000 Alta Slesia e General Gouvernement
100.000 Germania e Theresienstadt
95.000 Olanda
20.000 Belgio
110.000 Francia
65.000 Grecia
400.000 Ungheria
90.000 Slovacchia.
Non ricordo più le cifre delle azioni minori, ma erano insignificanti rispetto a queste. Ritengo, ad ogni modo, che la cifra di due milioni e mezzo sia eccessiva.
Anche ad Auschwitz le possibilità di sterminio erano limitate»343.
Rilevo anzitutto che Höss fornisce una cifra di vittime tra i detenuti immatricolati (500.000) superiore alla cifra totale dei detenuti immatricolati, che è di 400.207 344.
Si può credere seriamente che egli non conoscesse questa cifra? Aggiungo che Glücks era il capo dell’ Amtsgruppe D del WVHA, «Campi di concentramento», che si occupava esclusivamente della gestione dei detenuti immatricolati:
perché mai Eichmann avrebbe dovuto fare rapporto a Glücks sul presunto sterminio di detenuti non immatricolati che era di pertinenza esclusiva del RSHA?345
343 Comandante ad Auschwitz. Memoriale autobiografico di Rudolf Höss, op. cit., pp. 182-183.
344 Franciszek Piper, Die Zahl der Opfer von Auschwitz. Verlag Staatliches Muzeum in Oswiecim, 1993, p.
102.
345 Nel corso della presunta convocazione di Höss a Berlino nel giugno 1941, Himmler gli disse: «Lei ha il dovere di mantenere il più assoluto silenzio riguardo a quest’ordine, anche con i Suoi superiori» (Comandante ad Auschwitz. Memoriale autobiografico di Rudolf Höss, op. cit., p. 171), tra cui, appunto,Glücks.
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Procediamo.
Höss si appella ad un rapporto scritto di Eichmann a Himmler per giustificare la cifra di 3.000.000 di vittime (di cui 2.500.000 gasate),
indi si appella a dichiarazioni di Eichmann per smentire questa cifra e ridurre il numero delle vittime a meno della metà (1.130.000 più azioni minori «insignificanti»). Poiché la fonte di queste cifre è sempre Eichmann, come si spiega questa enorme divergenza?
In via di principio, nell’ipotesi della realtà dello sterminio ebraico, il fatto che Höss,durante la sua prigionia, non disponesse di documenti relativi alla cifra degli sterminati è più che comprensibile, ma che egli non conoscesse esattamente questa cifra è decisamente assurdo, dato che lo sterminio degli Ebrei era il suo compito fondamentale.
Sorvolo sulle cifre presuntamente comunicate a Höss da Eichmann346.
Secondo Pressac, il numero degli Ebrei gasati non immatricolati oscilla tra 470.000 e 550.000 347.
Dunque Höss avrebbe aumentato questa cifra da 2 a 4,5 volte: bisogna convenire che si tratta di una strategia difensiva molto singolare!
h) La visita di Höss a Chelmno [Kulmhof]
A questo riguardo ho rilevato la seguente contraddizione nelle dichiarazioni di Höss348:
«Blobel stava già facendo esperimenti sui diversi modi di cremazione a Kulmhof. Per incarico di Eichmann, doveva mostrarmi le sue installazioni. Mi recai così con Hössler a Kulmhof, per prenderne visione».
La visita avvenne il 16 settembre 1942.
«Durante la visita a Kulmhof vidi anche le installazioni per lo sterminio su autocarri, attrezzati in modo da provocare la morte mediante i gas di scappamento».
«Ho conosciuto di persona soltanto (nur) Kulmhof e Treblinka, ma il primo, quando lo vidi, non era più in funzione (war nicht mehr in Betrieb)».
Dal confronto di questi passi ho concluso:
«Poiché il campo di sterminio di Kulmhof ha cessato di funzionare il 9 aprile 1943,Höss lo ha visitato in pari tempo il 16 settembre 1942 e dopo il 9 aprile 1943».
A questa conclusione la Pisanti obietta che la contraddizione «è solo apparente» e spiega:
«Infatti, verso l’inizio di settembre (cioè poco prima che Höss facesse visita al campo) ebbero ufficialmente fine i trasferimenti di Ebrei dal ghetto di Lodz e, da quel momento in poi, le camere a gas mobili furono adoperate ben poco. Quando ricorda di aver visto le installazioni per lo sterminio su autocarri a Chelmno, il comandante di Auschwitz non dice di averle viste in funzione: di conseguenza,l’affermazione non fa problema» (p. 161, corsivo mio).
L’argometazione è chiaramente sofistica: Höss dice che le installazioni di sterminio non erano in funzione proprio perché l’intero campo «non era più in funzione». Secondo la
346 Ad esempio, il numero totale degli Ebrei olandesi deportati ad Auschwitz è di 60.085, quello degli Ebrei francesi di 69.114 (F. Piper, Die Zahl der Opfer von Auschwitz, op. cit., pp. 128-129); inoltre varie decine di migliaia di Ebrei ungheresi furono trasferiti in altri campi. C. Mattogno, La deportazione degli Ebrei ungheresi nel maggio-luglio 1944. Un bilancio provvisorio. I Quaderni di Auschwitz, 6. Effepi, Genova, 6.2007 Vedi sotto, capitolo VI.
347 J.-C. Pressac, Le macchine dello sterminio. Auschwitz 1941-1945, op. cit., p. 173.
348 Auschwitz: le “confessioni” di Höss, op. cit., p. 18.
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